Che bello (1493)
Ieri passo dai miei anziani genitori. Li trovo stranamente nervosi. Sicuramente c’è qualcosa sotto, penso, ma la situazione regge. I panni sporchi si lavano in casa, e io non vivo in quella casa. O forse è solo un'impressione. A volte, però, mi sembra di vedere nitidamente questa scena: un minuto prima del mio arrivo l’anziana madre sta inseguendo intorno alla casa con una mezzaluna l’anziano padre urlando chissà cosa, o l’anziano padre sta inseguendo con una roncola l’anziana madre urlando chissà cosa, e il gatto Bigio e la gatta Bigia, peli dritti e artigli estratti, appresso, che miagolando isterici cercano di morderli e graffiarli. Poi però all'improvviso tutti e quattro sentono la mia auto entrare nel cortile e di colpo si fermano, si ricompongono, si fanno miti, soffici, sorridenti: l’anziana madre corre a prendere posizione in cucina davanti ai fornelli, l’anziano padre corre a prendere posizione sul divano, immerso in un cruciverba, i gatti Bigini corrono ad accoccolarsi una su un davanzale, l’altro su una tettoia da cui, placidi e sonnacchiosi, mi osservano entrare in casa. Così entro, mi siedo a tavola, «Che si dice?» chiedo all’anziano padre, lui fa spallucce, «Niente di che» risponde. Poi arriva l’anziana madre con una teglia di qualche prelibatezza. «C’è pronto!» dice, gaia. Mangiamo in armonia. Io cerco di scambiare opinioni, loro intanto si scambiano polpette e sguardi amorevoli. Che bravi, penso. Che bella coppia, penso. «Guarda,» dico a un certo punto all'anziano padre, «ti sanguina il collo». Lui, senza dare importanza alla cosa, dice: «Oh, mi sarò punto in giardino. Non c'è rosa senza spine!» aggiunge, ridendo. Poi dico all'anziana madre: «Ehi, ma ti penzola l'orecchio destro». E lei, senza perdere il buonumore e rimettendo l'orecchio in sede: «Uh, mi succede sempre! Magari tagliando le zucchine!». Mm, penso. «State attenti» dico. E loro: «Ma certo, figliolo, tranquillo!». Poi, dopo il caffè, li saluto e me ne vado, e loro, tutti e quattro, se ne stanno allineati sul terrazzo e mi osservano pazientemente mentre esco in retromarcia dal cortile. Intanto mi salutano sventolando mani e zampe. Quindi, appena ho svoltato l’angolo, si guardano e si dicono: «Dove eravamo rimasti? Ah, sì… ma come ti è saltato in mente di…» e sfoderano roncole, mezzelune e artigli, e riprendono a braccarsi per giorni e giorni.