Fame (1521)

L’altra sera faccio la pizza, non dico niente a nessuno. La vera felicità è quella condivisa, dicono. Ma non se hai fatto la pizza, dico io. Lì, la felicità è che ti mangi tutta la teglia da solo.
Proprio mentre sto per cominciare a mangiarla, mi telefona l’anziana madre. Rispondo, le chiedo che succede. Dice che le si è rotta la stampante e le serve supporto tecnico. Cerco di tagliare corto e qui lei forse intuisce che qualcosa non va, o forse sente il profumo della pizza attraverso il telefono. Mi chiede: «Cosa mangi stasera?».
Dovrei mentire, lo so. Ma quello che non so è proprio mentire. Perciò dico: «Niente di che, solo una grossa fetta di una sottospecie di pane secco condito alla bell’e meglio con pomodoro, olio e una roba biancastra molliccia filante». Mi mordo la lingua. Stavo andando benissimo fino a “filante”.
«Hai fatto la pizza?» mi chiede l’anziana madre.
Silenzio.
«Sì, possiamo chiamarla così» dico.
«Chissà che buona…».
«Ma no…» minimizzo. «Mancano 0.8 grammi di sale, la maturazione è imperfetta, l’incordatura deludente, la stesura approssimativa, l’origano secco».
«Domani ce ne porti un po’?».
Ed ecco qua, penso. Ma io dico: solo perché due persone ti hanno donato la Vita e preparato e servito milioni di pizze, non significa che adesso ogni volta che fai la pizza tu gliene devi dare un po’, giusto?
Valuto quindi un momento se rendere seduta stante la vita che mi hanno donato pur di non dar loro la pizza, ma poi mi dico che così non mangerei mai più pizza, e dunque cedo.
«Ok» le dico. Poi penso: ma sì, magari si dimentica, di mezzo c’è un’intera nottata. E poi è anziana, gli anziani dimenticano le cose, si sa. Ci vedono anche poco, potrei portare una bruschetta.
La mattina dopo alle 6.07 l’anziana madre mi telefona. Come un falco. Come un falco se i falchi avessero i telefoni e mangiassero la pizza.
«A che ora ci porti la pizza?» mi chiede.
«Ma che ore sono?».
«Stamattina?».
«Mm… no, nel pomeriggio» le dico. «Però, aspetta: la mangiate o la congeli?».
Perché hanno il vizio di congelare le cose. Di archiviare le cose congelandole. Non buttano via niente, queste anziane formichine. Gli porti una mozzarella? «Questa la congelo». Gli porti una busta di crudo? «Questo lo congelo». Gli porti un libro, un aspirapolvere, un rastrello? «Congelo, congelo, congelo!». (Mi aspetto un giorno di andare a trovarli e chiedere «L’anziano padre?». E l’anziana madre: «Congelato».)
«No no, la mangiamo!» mi fa.
«Ok. Ne è rimasta mezza teglia. La vuoi tutta tutta o giusto un assaggino?» chiedo. Ma perché è così difficile separarsi dalla pizza?, penso.
«Tutta!» mi fa lei.
E che cazzo, penso.
Nel pomeriggio allora porto ‘sta pizza.
Trovo gli anziani genitori che mi attendono, ansiosi, cosparsi di acquolina, seduti al tavolo da pranzo, posate in pugno. In cucina il forno preriscaldato dalle 6.08. L’anziano padre ha il tovagliolo infilato nel colletto della camicia. Neanche il tempo di entrare e la pizza mi viene strappata dalle mani e infilata nel forno. Gli anziani genitori si piazzano davanti allo sportello, chinati, e guardano dentro.
«È pronta?» chiede l’anziano padre ogni sette secondi.
«Quasi» lo calma l'anziana madre ogni quattordici.
Intanto mi faccio un caffè.
Dopo cinque minuti sfornano la pizza, apparecchiano la tavola, cominciano a mangiarla. Cominciano a mangiarla mentre apparecchiano la tavola.
«E aspetta!» dice l’anziana madre all’anziano padre assestandogli uno schiaffetto sulla mano tesa verso la pizza fumante. Poi lei stessa ne strappa un pezzetto rovente e se lo infila in bocca. «Scotta!» grida. Poi ne strappa un altro pezzetto e se lo infila in bocca. «Scotta!» grida.
Quando finalmente tutto è pronto, cominciano a sgranocchiare come due castorini pizzaioli.
Mi siedo e li osservo mentre bevo il caffè.
«Buona?» chiedo.
«Buonissima» mi fa l’anziana madre spalmando sulla pizza uno spesso strato di farcitoast.
«Veramente l’avrei fatta margherita» dico.
«Così ha una marcia in più» dice lei.
Alzo un sopracciglio.
Poi spalma uno strato di farcitoast anche su quella dell'anziano padre, che però non gradisce:
«Ferma! Non mi piace quella roba!» protesta.
«Mangia» gli fa, e lui mangia.
Finita la pizza, raccolgono anche le bricioline dal piatto, con i polpastrelli.
«Basta?» mi fa l’anziano padre. «Non ce n’è più?».
Intanto l’anziana madre sta mangiando il farcitoast con il cucchiaio direttamente dal vasetto.
«Gesù,» dico, «sembrate due che non mangiano da un mese».
Loro si scambiano un’occhiatina, poi l’anziana madre alza le spalle e dice: «Ma figurati, abbiamo finito le lasagne di ieri mezz’ora fa».

11.10.26

Il ladro (1520)

Lunedì ho commesso il secondo furto della mia vita.
Il primo è stato a otto anni: un giorno entro al bar dell’oratorio, prendo un ghiacciolo dal freezer e me ne vado senza pagare. Non volevo rubarlo, ero solo distratto: i miei genitori mi hanno insegnato che non si ruba, ma perché me l’hanno insegnato? Ah, sì, per via di quegli altri furtarelli alla scuola materna. Ok, direbbe il mio avvocato se ne avessi uno, adesso lascia parlare me.
E così il barista dell’oratorio, il giorno dopo, aveva cominciato a chiamarmi “ladro”, cosa che mi feriva moltissimo perché già a otto anni facevo della rettitudine un punto d’onore e infatti, dopo aver manomesso i freni del motorino del barista – che la sera stessa si era schiantato contro un camion di pomodori e non aveva mai più potuto battere uno scontrino –, non ho più rubato.

Fino a lunedì, appunto.
Lunedì vado a fare la spesa al supermercato di Puertarocca, paese confinante e storicamente ostile a San Paco Llorente. Prendo un cestello ed entro fischiettando.
Riempito il cestello con tutti gli articoli della lista, mi dirigo alle casse automatiche. Il supermercato è semideserto e alle casse automatiche non c’è mai la sorvegliante, dunque se ti capita la rilettura devi trovare qualcuno che vada a cercarla; a volte il qualcuno è la sorvegliante stessa, che allora dice «Vado subito a cercarmi» e poi scompare. In entrambi i casi, dopo un po’ e in genere sbuffando, la sorvegliante arriva.

Ma perché dovrebbe capitarmi la rilettura?, mi dico mentre passo gli articoli. Già, perché?, mi risponde il display della cassa automatica.
Quando ho passato tutta la spesa premo il tasto Paga! e, ovviamente, mi capita la rilettura.
Sospiro, poi con un barattolo di fagioli intercetto il primo commesso a tiro e mentre lo aiuto a rialzarsi gli chiedo se può chiamarmi la sorvegliante, quindi resto lì in attesa e per puro caso mi accorgo di un particolare che mi raggela: in fondo al cestello giace una tavoletta di cioccolato che ho dimenticato di passare e che quindi, va da sé (mi dice il display della cassa automatica), non risulterà nello scontrino.
Comincio a sudare freddo. La sorvegliante arriverà a momenti, rifarà il conteggio e noterà l’ammanco.
«Ahi ahi» mi dirà. «E questo lo volevamo rubare?».
«Ma no è che…» proverò a difendermi.
«Ladro» taglierà corto lei, poi premerà un pulsante che farà spuntare dalla cassa un riflettore e un microfono nel quale dirà: «Attenzione, avviso a tutti i signori clienti onesti: ho pizzicato un LADRO. Chi vuole vederlo e fotografarlo si affretti, perché tra poco verrà portato via dagli agenti e mai farà ritorno».
Spaventato da questa eventualità, prima che la sorvegliante arrivi valuto le mie opzioni:

1. Fuggire.

Fuggire è sempre la soluzione migliore. Nella vita, intendo. Ma anche in caso di rilettura al supermercato. A meno che la sorvegliante non sia un orso: in quel caso non fuggite, restate fermi, allargate le braccia e gonfiate il petto per sembrare più grandi, emettendo suoni minacciosi. La sorvegliante dovrebbe pensare che non valga la pena di ingaggiare un duello con voi per del cioccolato al 78% e vi lascerà in pace.

2. Prendere la tavoletta di cioccolato e riportarla sullo scaffale.

Questo eliminerebbe il problema ma è un rischio. Sono gli scacchi a dirmelo. Considera sempre il tuo avversario intelligente, mai stupido. Chiediti che mossa potrebbe fare e che la risposta non sia: “Cadere nella mia trappola come un salamino cotto”. Quindi mi dico: cosa potrebbe fare la sorvegliante? E visualizzo nitidamente la scena: la sorvegliante, quando torno, mi dice: «Che cosa sei andato a fare?». E io: «Niente, lo giuro!». E lei: «Ah sì? Ora controlliamo i filmati, e se viene fuori che sei andato a riporre articoli non compresi nello scontrino, be’, sei fregato, caro mio, fre-ga-to».

3. Nascondere la tavoletta lì alle casse.

Può funzionare, certo, ma la cassiera potrebbe scovarla frugando sotto la cassa con un bastoncino di pesce e dire: «E questa?». E io: «Mai vista prima». E lei, aprendo la zip del marsupio: «Sfortunatamente per te, noi sorveglianti abbiamo in dotazione un kit per le impronte digitali e pure un taser». Bzzzz!

4. Lanciare la tavoletta come un frisbee.

Pessima idea: tanto vale sparare un razzo segnalatore.

5. Nascondere la tavoletta in tasca.

A quel punto, rubare per rubare, rubo.

6. Dichiarare subito la presenza fuori scontrino della tavoletta, presentandola come pura accidentale innocente adorabile dimenticanza.

Che poi è la verità. E la verità vince sempre, no? A meno che non siate colpevoli: in quel caso perde.

Scelgo dunque l’opzione 6 e attendo fiducioso il dipanarsi degli eventi.
L’importante, penso, è che, di tutte le sorveglianti alle casse automatiche, non arrivi Carmela. Perché Carmela è molto lunatica. Le altre commesse vanno bene. Non sto qui a elencarne i nomi perché tanto non le conoscete. Luisella, per esempio. Luisella andrebbe benissimo, le sono molto simpatico. Chiudo gli occhi e chiedo all’Ente Regolatore di Tutte le Cose: per favore, Ente, mandami Luisella.
E chi mi arriva? Carmela. Perché ci sono giorni in cui tutti gli elementi convergono voluttuosamente verso la completa catastrofe.
«Che succede?» mi fa Carmela.
«Rilettura…» le dico cercando di mostrarmi disinvolto.
Lei avvia la procedura e io dico: «Ehm, quella tavoletta di cioccolato non l’avevo passata».
«Sì, io però devo conteggiarla» mi fa lei.
«Ok,» le dico, «ma intendo che non risulterà, me l’ero dimenticata, l’avrei lasciata qui». Insomma non l’ho rubata!, vorrei dirle scuotendola per il bavero della polo, ma taccio. Excusatio non petita, eccetera.
A quel punto Carmela comincia a passare la spesa. Ma oggi è in buona, infatti mi dice: «Il cioccolato lo lascio fuori».
«Ok» le dico. Non ringrazio perché non mi sta facendo un favore: sono innocente.
«Ecco fatto» mi dice sorridendo.
Le sorrido anch’io. Carmela si congeda, io pago ed esco canticchiando.

Una volta in auto, in viaggio verso casa, penso: “Ahh… tutto è bene quel che finisce bene!”.
Dopo circa sette minuti, però, mentre sono nel traffico sulla statale verso San Paco, rivedo Carmela che mi fa: Il cioccolato lo lascio fuori… lo lascio fuori… lo lascio fuori… fuori… fuori…
Fuori da cosa?, mi chiedo. E poi realizzo: oh mio Dio, dovevo fare uno scontrino a parte!
Che ovviamente non ho fatto: ho messo il cioccolato nella busta e me ne sono andato.
Suono lungamente il clacson per la frustrazione. Rallento cercando un punto dove invertire la marcia, punto che non c’è. Un tir mi suona. «Non ho pagato il cioccolato!» protesto. Metto le quattro frecce, abbasso i cristalli, parabrezza compreso, e mentre passo davanti a una stazione di servizio grido: «Ho rubatooooooo!».
Guardo nello specchietto e vedo dei lampeggianti blu, sento la sirena. “Ci siamo” penso. “Mi stanno venendo a prendere. Carmela avrà dato l’allarme”. Anche se poi è un camion dei pompieri. Mi vedo a bordo strada mentre mi ammanettano. «Ma voi potete arrestare la gente?» chiedo. Loro mi ricoprono di schiuma dell’estintore.
Vedo già i titoli sul Periodico, il più importante quotidiano della provincia. Titolo a tutta pagina: Il ladro. Sottotitolo: Sanpacollorentese beccato a rubare. Poi la mia foto mentre vengo condotto in prigione, senza una scarpa, un occhio nero. Una scritta dice: Sul nostro canale YouTube il video dell’arresto. E delle percosse. In piccolo, nel riquadro a fondo pagina, la foto del barista dell’oratorio: “Sempre detto, io”. Segue alle pagine 4 e 5. “Eh," penso, "addirittura due pagine!”. A pagina 5 c’è la storia di come gli ho manomesso i freni del motorino. Voleva uccidermi, il titolo. Questo è vero, penso. Poi intervista a Carmela: “Ho capito subito che qualcosa non andava. Rubava da mesi”. C’è anche una dichiarazione di Luisella: “Grande delusione. Stavo per chiedergli di uscire”.

Arrivato finalmente in uno spiazzo, faccio inversione e mi appresto a sgasare verso il supermercato quando penso: “Ragiona, Joey: è solo una tavoletta di cioccolato. Un’inezia. Inoltre non hai fatto apposta. E avevi dichiarato per tempo la sua presenza. E sei un tipo distratto. Se torni ad autodenunciarti, immagina la scena: il supermercato si sarà ovviamente riempito di gente, avranno anche montato delle tribune, ci saranno le telecamere, Corrado Augias, la tua maestra delle elementari. Dovrai andare alla cassa e, davanti a tutti, dire: «Ehm, uhm, allora…». Tutto questo mostrando la tavoletta. «Ho dimenticato di…». «Ladro!» griderà un cliente, additandoti. «Ladro!» grideranno gli altri clienti in coro. «Ladro!» dirà la commessa all’altoparlante. Arriverà Carmela, che racconterà tutto: «Io gli ho fatto un favore e lui se n’è approfittato! La volevi proprio rubare, eh, ‘sta tavoletta! E ora la mangi tutta» dirà infilandomela in bocca. Che umiliazione. No, la cosa migliore è fare finta di niente, nessuno se ne accorgerà”.

Sto per invertire di nuovo la marcia, quando un’altra scena mi si presenta: sono io che torno al supermercato qualche giorno dopo. Sorridente, tranquillo. Entro e vedo le commesse e i commessi che mi guardano in modo strano. La tizia della gastronomia mi dà un etto di prosciutto dicendo: «Lo paga adesso?». E io: «Mm?». Una volta in cassa, ad attendermi ci sarà Carmela. Mi guarderanno tutti con riprovazione. Luisella, i clienti. E, quando sarò lì, Carmela dirà: «L’ultima volta hai dimenticato di pagare qualcosa?». E io, imbarazzato, farfuglierò un: «No ma ecco non ho fatto apposta è che…».
«E hai deciso che andava bene così» dirà lei.
«Questi li paghi o li rubi?» mi chiederà Luisella passando gli articoli.
«Lui un po’ li paga e un po’ li ruba» dirà Carmela. «È così che fronteggia il caro prezzi».
«Ah, bella soluzione! Potessimo adottarla anche noi comuni mortali…».

Perciò alla fine decido: andrò a costituirmi. Consegnerò la tavoletta e dirò che ho dimenticato di passarla. Ma sì, penso mentre guido verso il supermercato, immagina gli onori che ti verranno tributati. Titolo del Periodico: L’onesto. Sottotitolo: Sanpacollorentese torna a pagare una misera tavoletta. Insignito della Mortadella d’Oro. Anzi no, della Mortadella al Valore. Nel riquadro, il barista dell’oratorio: “Un po’ è anche merito mio”. Luisella: “Il mio eroe. Spero accetti il mio invito a cena”. Carmela: “Sapevo che era una persona onesta, ma non fino a questo punto!”. Immagino i clienti che, disposti su due file ordinate, mi faranno un lungo applauso. Persino i taccheggiatori abituali mi stringeranno la mano e restituendomi il portafoglio diranno: «Seguiremo il tuo esempio: ruberemo e poi riporteremo la merce».

Arrivato al supermercato, sono felice, quasi elettrizzato: non vedo l’ora di fare questa buona azione e di ricevere i meritati riconoscimenti.
Entro con la tavoletta in mano. Sarebbe stato un errore tenerla in tasca. Un istante dopo qualcuno mi avrebbe fermato dicendo: «E questa?».
Entro quindi con la tavoletta in bella vista, la mostro a tutti quelli che incontro, come un distintivo. Poi scorgo un commesso in piedi davanti allo scaffale delle carote.
«Mi scusi,» gli dico, «ho dimenticato di pagare questa».
Lui si acciglia.
«Non si accigli» dico cercando di stendergli le rughe. «Sorrida, è una cosa bella!».
Lui però resta accigliato.
«Come ha fatto a dimenticarsi?» mi chiede.
Mamma mia, penso, che gravosità! Intanto l’occhio mi scappa sul cartellino. Direttore. Mm, penso.
Gli spiego la vicenda nel dettaglio, compresa la parte dell’orso.
Lui sembra interessato. Troppo interessato. E per nulla sollevato.
«Chi era la commessa, ha detto?».
Io dico: «No, ma che c’entra? Non si focalizzi sulla cosa sbagliata, quello che conta è il mio bel gesto».
«Carmela, no?» dice lui.
In quel mentre passa proprio Carmela che prima si sente nominare, poi vede me, poi il cioccolato. Non sa, ma intuisce.
«Vieni un po’ un attimo…» le fa il direttore con tono per nulla amorevole.
Lei si avvicina, preoccupata.
«Che succede?» chiede.
«Hai fatto tu la rilettura a questo signore, no?».
«Signore…» dico io. «Guardi che non ho nemmeno cinquant’anni, sono un giovanotto».
«Sì, perché?» dice Carmela.
«Perché mi ha denunciato l’omissione di un articolo» le dice il direttore.
«No, aspetti,» dico, «non ho “denunciato”, ho solo…».
«E poi dice che ha dovuto farti chiamare. Perché non eri alle casse?» continua il direttore.
Carmela mi guarda come a dire “ma che cazzo!”. Io le sorrido come a dire “temo sia fuori luogo sperare nella Mortadella al Valore, a questo punto”.
«Lo sai quanta merce perdiamo ogni mese…».
Eh eh, Carmelina, penso io guardando Carmela, mettendomi di fianco al direttore e battendomi la tavoletta sul palmo della mano.
«Lo so… ma…» balbetta lei.
«Va be’, poi passa in ufficio».
Carmela mi guarda torva. Io le sorrido.
«Dai, vai» le dice lui. E Carmela se ne va.
«E quanto a lei…» mi fa il direttore.
«Sì?» dico, pensando che forse è questo il momento della consegna della Mortadella al Valore o, che so, di un buono spesa da 1.500 euro. O forse mi vuole assumere. “Quanto a lei, la eleggo Sorvegliante Capo”. Sto per inginocchiarmi per ricevere l’investitura con due tocchi di carota sulle spalle, ma il direttore invece abbassa la voce e mi fa: «Per lei ho solo una parola».
E io: «Una parola? Che parola?». Eroe?, penso. Esempio? Cliente modello? (Ne usi pure due!).
Ma lui, sfilandomi il cioccolato dalle mani, dice: «Ladro».

1.10.26

Taccuino di un giovane lettore (1519)

Vado a cena da amici. Entro e c'è la figlia undicenne che legge un libro sul divano. «Ah, bello, una lettrice» dico al padre. Lui sorride soddisfatto e le chiede di farci vedere cosa sta leggendo. Lei resta un po' così, quindi mostra la copertina: Dieci piccoli indiani. Sorrido. Sorrido e poi mi torna alla mente questo ricordo di quando ero ragazzo: sono sul divano e sto leggendo. A un certo punto entra mio padre con un cliente importante, forse per presentargli la famiglia, non lo so più. Comunque si avvicinano e mio padre, non sapendo come elogiarmi visto che le uniche due cose buone che facessi in quel periodo erano non drogarmi e per l’appunto leggere, dice «Questo è mio figlio, un vero intellettuale, legge sempre!», e il cliente «Complimenti, bravo» e mio padre, soddisfatto, «Che cosa stai leggendo?», forse aspettandosi che io scatti in piedi e dopo aver eseguito il saluto militare dica a voce altissima «Gödel, Escher, Bach: un'eterna ghirlanda brillante, signore!» o «Come diventare uguale al mio papà che, detto tra noi, è il numero uno, signore!». Invece senza quasi nemmeno guardarli giro il libro per mostrare la copertina. Il libro è Taccuino di un vecchio porco di Bukowski. Gelo, poi mio padre cambia rapidamente discorso e i due se ne vanno. (Non so come sia finita con il cliente, però magari era un vecchio porco, quindi bene).

28.9.26

1518.

Sul nuovo numero di Wu Magazine, qui, illustro un tipico caso di magia nera del basso lodigiano.

25.9.26

Uscire dal pianerottolo (1517)

Mi scrive la mia amica Paola per chiedermi se sabato sera andiamo al Gou Sheng, il mio ristorante cinese preferito.
«Certo,» le dico, «poi prenoto».
Casualità, dopo non molto mi scrive anche il nostro comune amico Riccardo, anche lui mi chiede se andiamo a cena, così gli propongo di aggiungersi a noi. Quando lo dico a Paola, la sua reazione è: «Mangeremo alle dieci».
Il motivo per cui Paola dice così è che Riccardo ha una piccola criticità.
Come tutti, no?, direbbe Riccardo.
Mm, forse, direi io.
Nel suo caso il problema è questo: è un ritardatario cronico.
Una volta abbiamo provato a fare un calcolo approssimativo del tempo trascorso nella nostra vita impalati da qualche parte ad aspettare i comodi di Riccardo: circa cinque giorni nel mio caso, tre nel caso di Paola.
Neanche tanti, direbbe Riccardo.
Mm, insomma, direi io.

«A che ora gli hai detto?» mi chiede Paola.
«20.15».
«Prenota alle 21».
«No, dai,» le dico, «faccio 20.30».
«Troppo poco,» dice Paola, «aspetteremo un secolo».

So che ha ragione, in genere Riccardo ti fa aspettare almeno venti minuti, ma ho una mia etica, dopotutto. Perciò chiamo e prenoto per le 20.30.
Alle 20.00 sono davanti al Gou Sheng, puntuale come un Riccardo svizzero.
Se Riccardo è un ritardatario, infatti, io sono puntualissimo o, come direbbe qualche malalingua, ho il problema opposto: arrivo troppo presto.
La ragione è semplice: penso all’ora di arrivo ideale, non so, 20.29. Calcolo la durata del tragitto e stabilisco il corretto orario di partenza, diciamo le 20. Poi comincio ad aggiungere margini di cinque-dieci minuti per non restare fregato in caso di imprevisti che immagino nel dettaglio, tipo, non so: metti che non si alza il passaggio a livello. Ma non ci sono passaggi a livello, obietta una voce nella mia testa. Ah no?, dico io, tanto meglio: metti che stanno installando un passaggio a livello. Oppure: trovi un gregge di pecore. Un’auto in fiamme. Proprio la tua, magari. Metti che ti ferma la polizia. Ti ferma e ti fa: «Ma lei lo sa che ha l’auto in fiamme?». E tu, per non perdere tempo: «Sì sì, non si preoccupi, agente, fa sempre così, poi si spegne. Posso andare?». Mi immagino anche tutti i dialoghi, e alla fine per sicurezza parto alle 18.

Dieci minuti dopo arriva anche Paola, che mi fa: «Da che ora sei qui? Le due?».
«Appena arrivato» le dico.
«È arrivato alle 19.57!» grida a tradimento una donna da dietro una finestra.
«Signora, ma non ha nient’altro da fare?» le grido io di rimando. La donna tira rabbiosamente una tenda.
«Guarda che ti conosco…» mi fa Paola, che poi si guarda intorno. «Bon, figurati se quell’altro è arrivato, prepariamoci all’agonia».
Al Gou Sheng Riccardo ovviamente ancora non c’è. Così ce ne stiamo lì a guardare la gente che arriva, entra, viene condotta al tavolo, ordina, beve, mangia, ride, ama. Nel frattempo io invece guardo l’ora:
20.35
20.39.
20.47.
Paola comincia a spazientirsi. Sbuffa, cammina nervosamente avanti e indietro, prende a calcetti le gomme delle auto parcheggiate, cerca di stare in bilico su un panettone di cemento, si fa dei selfie con un gatto randagio.
«Pagherei per sapere cosa sta facendo» dice poi sedendosi su una poltroncina messa apposta davanti al ristorante per chi ha degli amici come Riccardo.
«Secondo me è in mutande sul divano che guarda i gol della Bundesliga mangiando un ghiacciolo» dico aprendo la porta del Gou Sheng a un gruppetto festante, pronto a fregarci il tavolo.
«Abbiamo prenotato a nome Carini» mi fa una ragazza.
«Buon per voi» le dico sospingendola dentro e richiudendo la porta.
Alle 20.54, per sfogarci, cominciamo a immaginare leggi del contrappasso per Riccardo. Per esempio che l’antidoto per quel brutto morso di crotalo arriva un’ora dopo il decesso. Ma perché un’ora? Tanto è morto. Un secondo dopo il decesso. Immaginiamo Riccardo spirare e, con l’ultimo barlume di coscienza, scorgere un tizio che arriva di corsa agitando una provetta gridando «Ho l’antidoto!». Ma perché di corsa? Camminando lentamente e fermandosi anche a prendersi un tè alle macchinette.

«Io entro» dice Paola dopo un po’. Difficile darle torto. E poi fa caldo. E abbiamo sete. Così entriamo, prendiamo il tavolo e ci facciamo portare due birre. Alle 21.02 decidiamo di mandare un messaggio a Riccardo.
Valutiamo prima alcune opzioni:
Noi ce ne andiamo.
Noi mangiamo.
Possa arrivare in ritardo l’ambulanza nel momento del tuo estremo bisogno.
Possa arrivarti in ritardo lo stipendio ogni mese.
Possa avere un ritardo la tua fidanzata.
Possa il momento dell’estremo bisogno essere questo, almeno si spiegherebbe il ritardo.

Alla fine decidiamo per un pavido: “Ti stiamo aspettando dentro”.
Dopo cinque minuti, Riccardo risponde: “Sto uscendo”.
«Alleluia» dice Paola alzando la mano per chiamare il cameriere e ordinare una zuppiera di spaghetti di soia.
«Non essere ingenua,» dico abbassandole la mano. «“Sto uscendo”, detto da Riccardo, non significa “sto uscendo di casa”, ma “sto uscendo dalla doccia”. Ha un fuso e un linguaggio completamente diversi dai nostri».
Ovviamente non posso saperlo con certezza, potrebbe essere “sto uscendo dalla doccia” o anche:

Sto uscendo di senno. Chi sei?
Sto uscendo con una bionda carinissima, passo a prenderla tra poco.
Sto uscendo dal lavoro.
Sto uscendo dall’aereo, sono appena atterrato a Panama City.
Sto uscendo dal pianerottolo, tra poco sarò finalmente sul mio divano.
Sto uscendo dal Gou Sheng con una bionda carinissima, anche voi qui?
Sto uscendo le lasagne dal forno: mangio a casa.

«Non molto diverso da quando Riccardo scrive: “Sto arrivando”, che significa: “Non sto arrivando”» dico a Paola. «Se stesse arrivando, scriverebbe: “Sto parcheggiando”. Se stesse parcheggiando scriverebbe: “Sono lì”. Se fosse qui, non scriverebbe, sarebbe qui. Finché Riccardo ci scrive, qualunque cosa ci scriva, siamo nei guai, anche e soprattutto se ci scrive: “Tranquilli, non siete nei guai”».
Paola intinge la punta di una bacchetta nella salsa di soia, se la porta alla bocca e poi dice: «Lo odio».
Rido.
«Tu non lo odi?» mi fa.
«Sai che non so odiare, solo disprezzare».
«Lo disprezzi?».
«Ma no».
«Dovremmo andarcene».
«Non servirebbe a niente. Cioè, alla fine perderemmo solo un amico».
«Non mi frega. Se non arriva entro dieci minuti, me ne vado».

Dopo un altro quarto d’ora, Riccardo arriva. Paola non se n’è andata. Ovvio, direbbe Riccardo, per il quale siamo tutti sottoposti. Si è mai visto un umile servitore che se la squaglia? Mm, in effetti no, direi io leggendo le istruzioni di montaggio della mia ghigliottina.
«Come state?» dice senza sedersi, appoggiando cellulare e chiavi sul tavolo.
Osserviamo i suoi capelli impeccabilmente scolpiti (quindici minuti), la pelle del viso magistralmente rasata (dodici minuti), i vestiti sapientemente abbinati (venti minuti). Possiamo ricostruire il suo ritardo pezzo a pezzo.
«Vado un secondo in bagno» ci fa.
Gli sorridiamo.
«Sai cosa mi colpisce?» dico a Paola quando Riccardo si è allontanato. «La sua freschezza, la rilassatezza. Non me la bevo che sia in ritardo perché troppo impegnato». «Ma va’,» dice Paola, «Abigaille spacca sempre il secondo e arriva che pare uscita da Vanity Fair». Abigaille è la moglie del nostro amico Giorgio. Ha non so quanti figli, lavori, mariti, amanti. Ed è sempre puntuale e perfetta.
«Esatto,» dico a Paola, «Riccardo non è indaffarato, è un pervertito. Lui gode nel farci aspettare. Infatti nel monte ritardi mettiamoci pure anche cinque minuti di masturbazione nel parcheggio mentre ci guarda col binocolo camminare avanti e indietro imprecando».

Quando Riccardo è finalmente seduto al tavolo, io e Paola diventiamo cordiali e affabili. Non gli facciamo mai pesare il fatto che sia in ritardo: sarebbe inutile e crudele, come rimproverare un gattino che fa la pipì sul tappeto o, be’, qualunque cosa faccia un gattino, compreso farvi aspettare al ristorante: infatti, anche volendo, non può cambiare. E comunque non vuole.
Riccardo si versa un bicchiere di birra e dice «Uff…» tirando un bel sospiro come uno che alla fine, nonostante le mille peripezie della sua emozionantissima vita, ce l’ha fatta anche questa volta. A fare tutto. A farlo bene. A trovare pure il tempo per un cinese con due vecchi amici.
«Trovato traffico?» chiede Paola.
«Hai dovuto accompagnare la tua fidanzata a Londra in canoa?» chiedo io.
«Hai salvato un cucciolo di crotalo da una valanga?» chiede Paola.
«O hai dormito fino a cinque minuti fa» dico io.
«Eh?» dice Riccardo aggrottando la fronte, fingendo di essere ancora troppo scosso da tutte le cose che fa in una giornata per capire che lo stiamo prendendo per il culo. «No no, magari… ho lavorato fino a mezz’ora fa».
E io e Paola, in coro: «Ahh…».
Non facciamo domande, ormai non cadiamo più in certe trappole.
La serata è come sempre gradevole. Perché Riccardo è di ottima compagnia. Altrimenti che senso avrebbe aspettarlo? O non fingersi dei cactus quando ci chiede di uscire.

Finita la cena, restiamo fuori dal ristorante a fare due chiacchiere. Riccardo però ci saluta subito: «Devo alzarmi prestissimo, domani» dice. Anche qui, niente domande.
Lo salutiamo affettuosamente e lo guardiamo allontanarsi.
«Un giorno però me la paga» dice Paola.
Per puro caso, quel giorno è una notte. Questa notte.
Dopo una ventina di minuti, infatti, siamo ancora lì a parlare.
«Sto guardando una serie interessante,» mi sta dicendo Paola, «ci sono queste cinque sorelle che devono…».
In quel momento mi squilla il telefono, guardo il display: Riccardo.
«Scusa,» le dico, «è Riccardo». Rispondo. «Sì? Ah. Ok. Ah, cazzo. Che sfiga… Sì sì, certo, nessun problema… Ma figurati, arrivo subito».
«Che succede?» mi chiede Paola.
«Gli si è piantata la macchina, dice che è fermo nella campagna in mezzo al nulla e se posso andare a recuperarlo prima che i grilli lo rapiscano».
«Poverino...» dice Paola, che poi si illumina di colpo, mi tira la camicia e mi fa: «Digli che vado io».
Alzo un sopracciglio, dubbioso.
«Sicura?» le chiedo.
«Sì sì!» dice lei, stranamente motivata.
«Riccardo? Sì, aspetta. Dice Paola che viene lei». Poi, rivolto a Paola: «Ti ringrazia».
Paola fa un sorriso e dice: «Per così poco…».
Quindi rassicuro Riccardo e metto giù. Decido comunque di accompagnare Paola.
Saliamo in macchina e dopo un po’ siamo in prossimità del punto che ci ha indicato Riccardo. Trattandosi di una strada che taglia tra i campi, è buia e desolata.
«Eccolo là» dico a Paola. In lontananza, dopo una curva, si intravede Riccardo appoggiato alla macchina, le mani in tasca, in attesa.
«Visto» mi fa Paola, che poi però invece di procedere rallenta, si infila in una stradina sterrata e spegne il motore.
«Perché?» chiedo.
«Ora tocca a lui aspettare noi».
Rido.
Per una decina di minuti osserviamo Riccardo camminare nervosamente avanti e indietro. Prova più volte a telefonare sia a me che a Paola. Non rispondiamo. Comincia allora a gesticolare e a parlare da solo, quasi certamente imprecando.
«Stupendo» dice Paola gustandosi la scena con un piccolo binocolo.
«Pensi che andremo anche a prenderlo o lo lasciamo lì?».
«Lasciarlo lì?» dice Paola senza smettere di guardare nel binocolo. «Mm, sai che non lo so? Fammici pensare un secondo».

18.9.26

Sangue blu (1516)

Mi fa molto ridere quando la mia gatta si sta lavando, io arrivo e le tocco una zampa o l’accarezzo in un punto qualsiasi e lei, dopo un istante di riflessione e sbigottimento, si lecca freneticamente quella stessa zona, come per liberarsi della mia lordura. Mi ricorda quell’aneddoto raccontato da Ninetto Davoli in merito a un suo incontro con Totò. Davoli, accompagnato da Pasolini, andò a casa di Totò ai Parioli, in un palazzo il cui portone “era più alto di casa mia”. Ragazzo di borgata, era in jeans e maglietta, Totò invece lo accolse in “vestaglia rosso cardinale”, con tanto di “pon-pon”, e lo fece accomodare. Come si venne a sapere dopo, terminato l’incontro e congedato l’ospite Totò andò nel ripostiglio, prese una bomboletta di DDT e, senza dire una parola, lo spruzzò sulla sedia dov’era stato seduto Davoli.

10.9.26

1515.

Al City College rimanevo a chiacchierare nella mensa del seminterrato fino alle dieci, alle undici di sera con un manipolo di altri che come me non aveva mai voglia di tornare a casa, nel Brooklyn o nel Bronx, e lì alla mensa la mia educazione mise radici. Lì imparai che Faulkner era l’America, Dickens la politica, Marx il sesso, Jane Austen l’idea di cultura, che io venivo dal ghetto e che D.H. Lawrence era un visionario. Lì venne tenuto a battesimo il mio amore per la letteratura, e lì sbocciò lo stupore per la vita della mente. Scoprii che le idee trasformano le persone, e che la conversazione intellettuale è altamente erotica.

Legami feroci, V. Gornick

6.9.26