Un pomeriggio a Wimbledon (1503)

Lunedì è cominciato il torneo di Wimbledon – per me un appuntamento immancabile – e per la partita che inaugura il campo centrale, quella tra il detentore del titolo, Sinner, e una vittima sacrificale a caso (tale Kecmanović), ho invitato le mie amiche Paola e Carla.
Paola è elettrizzata perché non segue il tennis ma è curiosa di vedere questo fantomatico Sinner all’opera; Carla non è mai elettrizzata per nulla (e di certo non potrebbe esserlo per il tennis) ma, se lo fosse, lo sarebbe per l’aria condizionata e lo chardonnay.

Chardonnay

Non appena entrano, si guardano intorno e mi chiedono: «Gâteau?».
Io: «In camera, sotto il letto. Intorno al terzo set dovrebbe fare capolino per venire a ispezionarvi».
Paola va allora a sedersi sul divano. Carla invece si dirige alla cantinetta, la apre, prende una bottiglia e me la mostra dicendo: «Questa è speciale?». Io: «No».
Quindi apre la bottiglia, se ne versa un bicchiere e viene a sedersi.
«Ma sono le due del pomeriggio» le dice Paola.
«Dici che è troppo presto per rompermi i coglioni?».
Paola fa uno sbuffetto risentito col naso, io vado a prendere altri due bicchieri e riempio una ciotolina di pretzel.
«C’è la principessa?» chiede Paola mentre vengono inquadrate le tribune, dove l’unica persona prestigiosa sembra essere David Beckham.
«Non saprei» dico. «Di solito viene per la finale».
«Credevo guardasse tutte le partite».
«Se tu fossi una principessa guarderesti tutte le partite?» le chiede Carla.
«Se fossi una principessa abolierei il tennis».
«Infatti».
Le guardo e dico: «Voi sì che sapete creare il clima giusto prima di una partita».

Sentirsi in forma

Mentre i giocatori si riscaldano palleggiando, dico: «Pensate al povero Kecmanović…».
«Chi?» mi chiede Paola.
«L’altro giocatore».
«Ah».
«Si sarà detto: “Quest’anno faccio Wimbledon. Sì, lo faccio! Mi preparerò tantissimo. Spero di arrivare lontano. Chi lo dice che non posso arrivare lontano? Niente è impossibile se lo vuoi davvero. E io lo voglio! Magari arrivo alla seconda settimana. Magari in semifinale. E poi, crack!, il mio avversario inciampa e si rompe tutti i legamenti, braccia, gambe, collo e, per sicurezza, anche il naso. E io me ne vado dritto in finale. E forse, a quel punto, potrei vincere? Sì, ce la posso fare. Le finali fanno storia a sé. E io mi sento in forma quest’anno. E poi l’erba è la mia superficie. E poi la pallina è rotonda. E poi sento che gli astri sono dalla mia e poi…”. A quel punto escono i sorteggi, guarda il tabellone. Primo turno: Sinner».

Body shaming

La partita comincia e ben presto i telecronisti elogiano Kecmanović dicendo che ha personalità, che gioca con un bel piglio, che non è affatto in soggezione, che non ha timori reverenziali.
Io guardo Paola e Carla e dico: «Niente male questo Kecmanović, non è per niente in soggezione! Poi: 6-1, 6-1, 6-0».
Ridiamo. Tiriamo anche un pretzel all’indirizzo di Kecmanović.
«Ha pure la pancetta» dice Carla.
«E ha avuto un’acne importante, mi sembra» dice Paola.
«Non credo influisca sulle prestazioni» osservo.
«Eh, non credere, sai?» mi fa Paola. «I difetti estetici minano il cervello, le prestazioni ne risentono».
Rido. «Può essere» dico.
Carla fa: «Ma quindi al primo turno trovi uno basso con la pancetta, poi al secondo solo con la pancetta, poi al terzo uno in forma, e poi finalmente cominciano i belli? Funziona così?».
«Sì, proprio così,» le dico, «trovi gli avversari in ordine di bellezza».
«Questo ha senso» dice Carla bevendo un po’ di vino.

Rilassati

La partita comincia e dopo non molto Sinner, sul proprio servizio, perde un punto, Paola mi guarda. Le sorrido. Poi Sinner perde un altro punto. Altra occhiata di Paola, altro sorriso. Quando Kecmanović si guadagna addirittura due palle break, Paola mi fa: «Ma non è che perdiamo, eh?».
Allora le dico: «Rilassati. Il bello di guardare Sinner è che magari si trova sotto 15-40 e se fosse un altro diresti: “Ecco, è andata, ha perso, ora tutto il mondo dirà che noi italiani siamo degli incapaci, specialmente Joey Baruffa o Paola Paolinovic”, ma con Sinner questo non succede: non devi fare altro che prendere il telefono, guardare un paio di reel di panda che mangiano bambù, o che tempo farà domani, bere un sorso di vino, tornare a guardare la tv e, magia, Sinner ha vinto il game.
«Se lo dici tu…» dice Paola, poco convinta.
«Perché non ci siamo trovati a guardare reel di panda che mangiano bambù?» dice Carla.

Dubbi

Poi però Sinner perde all’improvviso un game di servizio e subito dopo addirittura l’intero set. Brusio in soggiorno. Paola e Carla mi guardano. «Dicevi?» dicono. E io, simulando tranquillità in quanto unico esperto di tennis nella stanza (mi basta sapere le regole, per esserlo), rispondo: «Tranquille: quello che ho detto per un game, vale anche per l’incontro. Sinner vince sempre, è per questo che siamo qui».
«Io non sono qui solo per vederlo vincere,» dice Paola, «voglio vederlo strapazzare l’avversario».
«Lo strapazzerà» la rassicuro.
«Io sono qui perché la piscina è chiusa» dice Carla.
«Riaprirà» la rassicuro.
Gâteau miagola dall’altra stanza.
«Tra un po’ se ne vanno!» la rassicuro.

Consigli utili

A un certo punto vengono inquadrati gli allenatori di Sinner, Vagnozzi e Cahill. Sinner è in difficoltà e loro parlottano.
(Cahill e Vagnozzi si chiedono se saranno licenziati per il set appena perso).
 
«Secondo voi cosa si dicono?» chiede Paola.
«Me lo chiedo sempre anch’io» le rispondo. «Secondo me si stanno dicendo questo:
Vagnozzi: “Jannik sta sbagliando molte battute”.
Cahill: “Molte”.
Vagnozzi: “Di solito non le sbaglia”.
Cahill: “Di solito no”.
Vagnozzi: “Dovrebbe tirare la pallina in quel quadrato appena dopo la rete, come si chiama…?”.
Cahill: “Quadrato?”.
Vagnozzi: “Esatto. Invece spesso tira fuori. E questo gli costa il punto”.
Cahill: “Ottima analisi, Vagnozzi”.
Vagnozzi: “Grazie, Cahill. Ehi, ci sta guardando. Che cosa gli diciamo?”.
Cahill: “Potremmo dirgli di non sbagliare le battute”.
Vagnozzi: “Sì, concordo. E anche di non tirare contro la rete”.
Cahill: “Ottimo consiglio”.
Vagnozzi: “Aggiungo anche un ‘non mollare!’?”.
Cahill: “Assolutamente”».

Ramazzare

Come tutti sanno, le partite di Sinner vengono spesso interrotte dagli spot di Sinner. Sinner sponsorizza tutto lo sponsorizzabile, per arrotondare. Molti dicono: «Ma non ha già abbastanza soldi?!». In soldi non c’entrano. Non fino a quel punto. Per prima cosa è lavoro. Le conosciamo tutti, le persone così: non sanno fare altro che lavorare. Non sono tutte milionarie, anzi quasi nessuna lo è, ma il principio è lo stesso: lavoro, lavoro e ancora lavoro. Una volta una di queste persone, ovvero il mio anziano padre, è stata finalmente portata in vacanza. Non faceva una vacanza da trent’anni. Tre striminziti giorni al mare, organizzati dalla moglie per far contenta la moglie (parte della contentezza era dovuta all’illusione di far contento anche il marito. Le illusioni sono cruciali, per le contentezze). L’anziano padre, al secondo giorno di villeggiatura, trova non si sa come una scopa e comincia a ramazzare il cortile dell’albergo. L’anziana madre, attonita, gli dice: «Ma cosa fai?!» E lui, felice, continuando a ramazzare: «Non mi sembra vero di fare qualcosa!».

Prospettiva

C’entrano anche i soldi, sì, ma chi critica Sinner dicendo «Ma non ne ha già abbastanza?» sbaglia forse prospettiva. Il discorso non è «Ho già cento milioni di euro, Lavazza me ne dà uno per pubblicizzare il caffè, cosa me ne faccio?» ma «Oggi pomeriggio sono finalmente libero, posso andare al mare, dormire o giocare alla Playstation, però Lavazza mi offre un milione di euro per rinunciare a un sonnellino: rifiutare avrebbe senso?».
Inoltre dagli sponsor Jannik ricava decine di milioni l’anno. Di questo passo, spot qui, spot lì, finirà per guadagnare più dagli spot che dal tennis e a quel punto si potrà dire che il suo lavoro principale sono gli spot, non il tennis, e la gente si lamenterà dicendo: «Ma non ha già abbastanza soldi? Deve proprio giocare anche a tennis?».

Dopplegänger

Qualcuno si chiede anche: «Ma dove lo trova il tempo?». Lunedì forse lo abbiamo capito: per un attimo la regia, infatti, rovistando tra gli spalti ha scovato il suo doppelgänger.
Jannik Sinner alla partita del suo idolo Jannik Sinner.

Occhio di falco

«Ma non fanno più quella cosa di chiedere la verifica quando la pallina è fuori?» chiede Carla.
«L’occhio di falco? No, non ci sono più nemmeno i giudici di linea, il controllo elettronico adesso è permanente».
«E chi è che urla ogni volta che la pallina esce, allora? Io sento qualcuno che urla» dice Paola.
«Chi è che… Be’, i giudici, Paola. Sono in quelle buche a fondo campo, bendati, e quando una pallina rimbalza oltre la linea il sistema elettronico aziona un pungolo che li colpisce nel fianco. È per mantenere un legame con la tradizione».
«A volte mi dimentico che sei uno stronzo» mi fa lei bevendo un sorso di vino.
«Ma non potrebbero far chiedere ugualmente la verifica ai giocatori?» dice Carla. «Almeno creava un po’ di suspense».
«Chiedere all’occhio di falco di verificare la chiamata dell’occhio di falco? Che cosa potrebbe mai dire? Chiamata corretta! Confermo! Ottimo lavoro, occhio di falco! Lunga vita all’occhio di falco!».
Vedo Paola scuotere la testa e, con il labiale, dire: stron-zo.
Carla invece alza un sopracciglio e dice: «Potrebbero metterne due. Uno che fa la chiamata e uno che verifica».
«Bell’idea» dice Paola prendendo una manciata di pretzel.
«E magari, se sono in disaccordo, entrano due robottini in campo e si azzuffano» dico.
Paola ride.
«Comunque è un peccato,» dice Carla, «avrebbero dovuto lasciare i giudici e permettere al giocatore di chiedere sempre la verifica».
«Ma così le partite sarebbero durate troppo».
«Le partite durano già troppo» dice Paola.
«Già» dice Carla.
«Sarebbero durate ancora di più» dico.
«Be’, non mi sembra che le persone che guardano il tennis abbiano tutti questi impegni» dice Carla.
«Probabilmente devono guardare altri tornei di tennis» dice Paola.
E Carla: «Mi sa anche a me».

Finale

Alla fine Sinner vince.
«Visto?» dico, soddisfatto.
«Mm» dice Paola un po’ delusa. «Speravo di vedere un dio che surclassava un comune mortale, invece mi sono dovuta sorbire una normale partita di tennis». Intanto Carla vede Sinner lanciare i polsini tra il pubblico e fa una smorfia:
«Tutti sudati, ma che schifo… Io glieli rilancerei indietro».
«Se non ti facesse schifo toccarli» dice Paola.
«Già. Lo farei fare a te».
«Comunque bisogna anche riconoscere i meriti dell’avversario» suggerisco.
«Ma per favore» mi fa Paola, alzandosi.
Ci avviamo alla porta. Intanto arriva Gâteau.
«Eccola!» dice Paola. Carla si china ad accarezzarla.
Gateau le annusa brevemente, miagola e se ne va.
«Comunque è stato divertente» dice Paola. «Quando gioca ancora?».
«Dopodomani».
«Ok, non così divertente. Magari torniamo per la finale. Ci arriva in finale, no?».
«Sì, certo» dico.
«Bene. Allora poi riorganizziamo» dice Paola e, prima che io possa mettere le mani avanti dicendo che nello sport niente è sicuro, lei e Carla stanno già scendendo le scale, ridendo e parlottando, quasi certamente facendo body shaming a tutte le persone inquadrate nelle tre ore di partita, a cominciare da David Beckham.

1.7.26

Stupor mundi (1502)

Aperitivo con la mia amica Carla e sua cugina Lisa. Parlando del più e del meno, viene fuori che Lisa tempo fa ha scoperto che la Chiesa cattolica annovera tra i suoi milioni di cattolici tutti i battezzati, compresi gli atei, e questo non le andava giù.
«E quindi?» le chiedo.
«E quindi mi sono fatta scomunicare» mi dice Lisa.
Rido. «E come?».
«È molto semplice. Ho scritto una lettera al parroco esprimendo la mia volontà di recidere il mio legame con la Chiesa cattolica, lui ha scritto al vescovo, il quale mi ha inviato una bellissima pergamena decorata che mi informava che rinunciando al battesimo incorrevo nella giusta pena di scomunica latae sententiae, con conseguente inevitabilità dell'Inferno dopo la mia morte».
Guardo Carla, che mi fa: «Tutto vero, ho visto la pergamena nel suo studio».
«L’ho fatta incorniciare» dice Lisa.
«Ma è stupendo» le dico. «Posso vederla?».
«Certo!» mi fa lei.
«E ora che sei scomunicata come ti senti?».
«Molto sollevata. Ora quando morirò – se l'Inferno esiste e io mi sono sbagliata – potrò passare il mio tempo con Federico II, stupor mundi, nel girone degli atei scomunicati. Era il mio primo amore delle elementari».

25.6.26

1501.

Sul nuovo numero di Wu magazine, qui, spiego con en passante zugzwanghezza come non farvi rompere l'anima dal prossimo.

15.6.26

Il lavandino (1500)

Lunedì sera mi ritrovo con il lavandino otturato. Oh no…, penso. Mi ci infilo subito sotto e appoggio due dita sul sifone, chiudo gli occhi, sento che purtroppo è libero: il problema è nel muro.
Temo allora di dover chiamare l’autospurghi, e ho visto come ti libera un lavandino l’autospurghi, è successo alla mia vicina Claudia: ti entra con l’autobotte in soggiorno, strappa via i mobili della cucina dalle pareti, ficca un tubo nel muro e ci spara dentro non so cosa a una pressione pazzesca, nel frattempo il tubo scoda per la casa come un boa indemoniato e travolge tutto, sporca tutto, alla fine l’autospurghi stacca il tubo spargendo ovunque spurghiglia nera, ti succhia una cifra e poi se ne va sfondando il muro della camera da letto e tu resti lì a osservare le macerie fumanti del tuo appartamento ma, almeno, ora il lavandino è libero, puoi cedere a un pianto ininterrotto.
Così chiamo l’idraulico. Si sa mai, penso.

L’idraulico arriva con uno zaino fischiettando. Passa dalla porta. Si pulisce le suole e dice pure «permesso». Lo saluto, andiamo in cucina, mette lo zaino a terra. Dentro lo zaino vedo tubi arrotolati, sturalavandini, lavandini e rubinetti. L’idraulico comincia a trafficare con il lavandino otturato, smonta cose, spruzza schizzi, smadonna. Nel frattempo scambiamo due chiacchiere.
Io ho un repertorio molto ampio di chiacchiere inutili da spendere con gli abitanti di questo pianeta ma, nonostante sia qui da diversi anni, ancora la mia comunicazione è imperfetta, non riesco a stabilire una connessione soddisfacente.
A un certo punto l’idraulico cerca una guarnizione nello zaino. Comincia a estrarre roba. Prende un flacone bianco e lo mette sul pavimento. Mi fa: «Acido muriatico».
«Certo» dico io, mostrandomi impassibile. «Lo dia pure a me» dico. «Non ho nessun problema a toccare quel flacone. Anzi me lo lanci. Anzi mettiamolo in frigo».
Alla fine l’idraulico prende uno straccio, me lo mostra, è tutto bucherellato. Mi fa: «Questo è lo sgorgante».
Annuisco. Ho imparato, da bambino, osservando mio padre lavorare, che meno cose dico e meglio è per tutti.
«L’acido muriatico» dico.
L’idraulico mi guarda, senza capire.
«No» dice.
Chiaro, penso.
«Lo sgorgante, quando lo uso…» mi spiega, «metto questo straccio come tampone».
Nella mia testa intanto c’è l’idraulico che si lava le mani ma dal rubinetto esce sgorgante, si asciuga con lo straccio, silicone come gel per capelli, poi è pronto. Questo mi distrae, mi sto perdendo la spiegazione. «Le preparo una macedonia?» potrei dire. A tutti piace la macedonia.
«Però a volte,» mi fa l’idraulico, «a volte la pressione è forte e ci sono degli…».
Questa è facile, dovrei saperla, penso.
«Schizzi» dico.
«Mm… sì» dice lui, ma non sembra convinto, sembra più una concessione, una cortesia.
Chissà qual era la parola, penso. Spruzzi? Struzzi?
«E allora ecco qua» dice indicando i buchi nello straccio.
Io cerco di non mostrarmi inorridito.
«O qua» dice indicando dei buchi nei pantaloni.
Anche peggio. Mi immagino lo sgorgante che corrode i tessuti: prima dei pantaloni, poi epidermici, mentre l’idraulico continua a lavorare come niente. Mi viene in mente che la pelle è un organo, l’organo più esteso del corpo umano. Potrei dirlo. Sembra una cosa interessante. O potrei dire quella cosa che, se uno ci pensa, siccome il tubo digerente è in continuità con l’esterno, l’essere umano è una ciambella. Ma temo che l’idraulico non apprezzerebbe. Come quando ho detto a quel muratore che esistono più mosse di scacchi che atomi nell’universo: mi è sembrato infastidito.
Chiedo allora all’idraulico: «Le ha mai preso la pelle?».
Mi rendo conto che questa domanda, per quanto formulata nella sua lingua, ha qualcosa di goffo. Ma forse è giusta, penso. Forse era proprio la cosa da dire. Mi aspetto che lui mi guardi e un po’ confidenzialmente mi dica: «Per fortuna no. Grazie per la domanda. Ottima domanda. Molto pertinente. Macedonia, hai detto?».
Invece ancora una volta qualcosa mi è sfuggito. L’idraulico alza un sopracciglio come a dire: “Eh?”. Gli abbasso il sopracciglio. Si alza l’altro. Abbasso anche l’altro, gli parte uno schizzo di sgorgante dall’orecchio. Lui dice: «No no». Io vorrei dirgli: «Senti, adesso devo capire, risolviamo questa cosa una volta per tutte. Siediti. Mi siedo anch’io. Allora. Metti lo sgorgante nel tubo. Lo sgorgante fa buchi alle cose. Stracci, pantaloni. Lasciamo stare che usi uno straccio come tampone, io non farei il tuo lavoro già solo per il fatto degli acidi. Nel flacone bianco metterei succo di limone. Comunque, dicevo, seguimi. Metti lo sgorgante. A un certo punto schizza. Schizza sgorgante. Gli schizzi, lo sappiamo, vanno un po’ dove vogliono, come gli struzzi, basta aver visto una puntata di Dexter».
«Ha mai sgozzato un essere vivente?» chiedo all’idraulico, ridendo. Mi rendo conto che omettere i passaggi mentali che mi hanno portato a dire una cosa può complicare la comprensione reciproca. O dare l’impressione sbagliata.
«Sì» dice lui.
Non indago. Gente di campagna, penso, aie, roncole, trattori. Errore mio.
Dunque gli direi: «Quindi mi concede che è plausibile che, se le sono finiti schizzi di sgorgante sui pantaloni, potevano finirle sul viso o sulle mani? La mia domanda, voglio dire, era sensata. Mi interessa solo questo. Sensata per lei, dico. Sensata per voi».
Ma non dico niente. «Meno male» dico. Non dico niente di stupido, intendevo. A parte “meno male”, ovvio.

Poi l’idraulico prende lo sturalavandini e dice: «Proviamo a dare un colpo con lo sturalavandini».
Qui scuoto la testa e gli dico: «Lasci stare. Ho già provato io. E non uno. Decine e decine di colpi, a un certo punto ho impugnato lo sturalavandini come una clava e ho colpito il lavandino con tutta la mia forza. E niente da fare».
L’idraulico però ci vuole provare. Non si fida. Tsk tsk, penso.
Appoggia lo sturalavandini nel lavandino, in corrispondenza dello scarico.
Fino a qui è come ho fatto io, penso.
Poi apre l’acqua.
Fino a qui è come ho fatto io, penso.
Fa riempire un po’ il lavandino.
Anche fino a qui è come ho fatto io, penso. Sono un idraulico?, penso.
Poi l’idraulico schiaccia lo stantuffo dello sturalavandini, o il pistone, il coso, come si chiama.
E anche qui è come ho fatto io, ma poi ecco la differenza: quando l’idraulico stacca lo sturalavandini, non lo fa come ho fatto io, dà invece un colpo con estrema forza e decisione, quasi rabbia, come fosse karate. Fa anche un verso: «Hi-ha!». E il lavandino trema tutto.
Capisco. La competenza, penso. L’esperienza.
Comunque non succede nulla.
«Ahi ahi» mi affretto a dire. Forse un pelo compiaciuto?
L’idraulico non commenta. Ora sì che mi ricorda mio padre. Mio padre che attualmente è a casa a fare qualcosa di completamente assurdo, non so, tipo spostare i meli dov’erano i peri e i peri sui platani, tutto a mani nude. Ma mi rivedo, bambino, mentre osservo mio padre fare qualcosa che io non so fare, in silenzio, tutto concentrato. Uno dei più grandi misteri dell’essere umano, il pensiero di un altro essere umano. E anche il proprio. Ho già abbastanza da fare a capire il mio, di pensiero, ci mancava solo quello degli altri. Ma è inevitabile chiederselo. Cosa pensava mio padre mentre aggiustava un qualche arnese? Gli facevo una domanda e lui non rispondeva. Facevo un commento, cercavo di azzeccarlo. «Tosto, quel tubo!». E, mio padre, silenzio. «Caravanserraglio?» dicevo. Silenzio. «Se controllerai sul manuale, papà, ti accorgerai che quel particolare modello di rubinetto richiede un momento torcente tra i 10 e i 16 piedi-libbra» (citando Marisa Tomei in Mio cugino Vincenzo). dicevo. Silenzio. E nella testa di mio padre? Chissà. Potrei fare solo ipotesi. Tubo del cazzo. Bambino del cazzo. 16 piedi-libbra, ha detto?
L’idraulico non demorde. Affonda ancora lo stantuffo dello sturalavandini, preme con forza, tanto che io penso – ma non dico! – “non è che così mi sfonda il lavandino?”.
Poi l’idraulico inspira, poi stappa: «Hi-ha!» urla. E tutto trema. E ancora: «Hi-ha!». E la casa vacilla. L’idraulico è rosso in volto, ansimante, sudato. Si attorciglia sullo sturalavandini, punta i piedi contro il muro, fa un giro d’orologio, l’acqua scorre a cascate, l’idraulico si tira su le maniche, inspira di nuovo e poi: «Hi-ha! Hi-ha! Hi-ha!» e il lavandino gorgheggia, boccheggia e infine gorgoglia, poi all’improvviso risucchia tutta l’acqua con un mulinello così potente che anche l’idraulico viene catturato dal vortice e quasi inghiottito nello scarico, non fosse che giusto in tempo si aggancia alle pareti del lavandino con le chele, al pensile della cucina con la ventosa dello sturalavandini e, da solo, si trae d’impaccio. Alla fine sfugge al lavandino con una capriola, si ricompone, si asciuga nello straccio bucato dall’acido e, sorridente, mi fa: «Abbiamo evitato l’autospurghi». Abbiamo. Se non è nobiltà d’animo questa, allora non so.
«Grazie, mille» gli dico, facendo un inchino. «Posso porgerle un recipiente ricolmo di liquido rinfrescante?».
«Eh?» mi fa lui.
«O gradisce forse consultare un’opera letteraria dalla mia libreria? Le porto un accappatoio e del brandy» propongo.
«Mm?» dice lui.
«Posso allora avamporre un’interrogazione su quante e quali banconote saranno necessarie a pareggiare il suo formidabile servizio?» dico alla fine. Per maggior chiarezza, sfrego il polpastrello del pollice contro quello dell’indice.
«Ah» dice l’idraulico, quindi mi comunica la cifra e la transazione avviene. Poi riarrotola un tubo e lo ficca nello zaino insieme al flacone di acido.

Nell’avviarci all’uscita parliamo due minuti del tempo. L’idraulico mi dice che ama il vento.
«Ah sì?» dico. Purtroppo io il vento lo detesto. Cerco di non darlo a vedere aprendo tutte le finestre. Cerco un terreno comune. Possibile che sia così difficile essere simile ai miei simili? «Io non sopporto l’estate,» dico, «sa, il caldo… anche se, be’, c’è l’aria condizionata ma…».
L’idraulico annuisce, sembra soddisfatto. Ehi, me la sto cavando bene, penso.
«D’inverno, se ho freddo mi riscaldo» dice l’idraulico. «Ma d’estate…».
Sì, questa conversazione sembra filare, penso, finalmente comunichiamo!
«D’estate,» provo a dire, «se ho caldo mi raffreddo, ma d’inverno...». Mi aspetto che qui l’idraulico dica: «D’inverno se ho freddo mi riscaldo, ma d’estate…». Mm, penso. A quel punto l’unica continuazione corretta dovrebbe essere: «Se ho caldo mi raffreddo, ma d’inverno...». Poi offrirei la patta.
Lui comunque mi guarda mezzo storto.
«Ma il vento…» dice facendo un gesto con la mano come a dire, credo, che il vento è un’altra cosa. Penso: è la mia occasione. Di stabilire un contatto. Con l’idraulico. Con mio padre. Con questo mondo prima di saggiare il prossimo.
«Sì, il vento è un’altra cosa» dico, tra l’altro senza aver tradito me stesso, perché il vento è un’altra cosa per chi lo ama e per chi lo odia.
L’idraulico sembra finalmente soddisfatto. Sorride.
«Sì» dice. Quindi mi porge la mano. Anche questo so farlo. Gliela stringo. Ora devo solo evitare di dire una stronzata. Facile per i più.
«Allora al prossimo ingorgo!» dico. Mm, penso.
Noto un’increspatura nello sguardo dell’idraulico e allora, prima che possa dire qualunque cosa e rovinare tutto, apro la porta e così, grazie alla forte corrente, l’idraulico viene risucchiato dalla tromba delle scale.
Chiudo subito la porta, chiudo le finestre.
Penso: anche questa è fatta.

6.6.26

Mi fa tutta la scatola (1499)

Vado dal dottor Paraurti, il mio medico di base. Entro e lo saluto. «Salve, dottore, come sta?». Il dottor Paraurti sbuffa e mi dice: «Guarda, Joey, lasciamo perdere...». «Che succede, dottore?» gli domando mentre mi siedo. «Ho tutto un dolore qui alla gamba,» mi fa lui, «è un’infezione». «Ah,» dico, «mi dispiace. E le fa male?». «Uh,» dice il dottor Paraurti, «mi fa male da qui,» dice indicando un punto sopra il fianco, «fino a qui,» dice indicando un punto sotto il ginocchio. «Prende antibiotici?» gli chiedo. «No no, non prendo niente» dice lui. «Eh, ma dovrebbe prenderli» gli dico. «E anti-infiammatori, anche» aggiungo. «Dici?» mi fa lui. «Sì, certo,» gli dico, «non può star lì ad aspettare che passi da solo. Specie con il diabete che si ritrova». «Hai ragione, lo so» mi fa il dottor Paraurti. «Senta,» gli dico strappando un foglio dal suo ricettario e cominciando a scrivere, «faccia così: prenda Augmentin due volte al giorno, mi fa tutta la scatola, e poi prenda Brufen per il dolore, al massimo tre al giorno, poi rivalutiamo». «Va bene, grazie,» dice il dottor Paraurti, «poi ti faccio sapere». «Sì,» gli dico rimettendo il cappuccio alla biro, «mi tenga informato». «Sì, certo. Arrivederci, Joey» mi dice il dottor Paraurti zoppicando verso l’uscita. «Arrivederci!» gli dico io.

27.5.26

No no (1498)

Cena con gli amici e i loro innumerevoli bambini. Quando ci avviamo per pagare il conto vedo in cassa tre ragazze sui venticinque anni, una in particolare davvero bella che somiglia a Jessica Chastain. A venticinque anni mi sarei dichiarato senza indugio e le avrei detto: «Ti prego, Jessica, sposami». Ora che vado per i cinquanta mi limito a un impercettibile sospiro, comunque percepito dalla figlia del mio amico Giorgio, Sofia, nove anni, che mi guarda e con tono che non esiterei a definire canzonatorio mi fa: «No no, quelle non sono per te!».

25.5.26

A spasso con Paola (1497)

Sono sotto casa, aspetto la mia amica Paola: abbiamo appuntamento con gli altri per un aperitivo in centro e lei mi passa a prendere con la sua macchina nuova. Cioè, comprata sei mesi fa, ma possiamo dire nuova.
Come qualcuno forse ricorderà, l’estate scorsa avevo accompagnato Paola da un concessionario per ricevere informazioni e incoraggiamenti rispetto all’eventuale acquisto di una Bauletto Special verde fluo.
In genere ti aspetti che un venditore voglia vendere, ma noi ne avevamo trovato uno che invece no; uno simpatico come un orzaiolo, tra l’altro, perciò Paola si era allontanata con il più classico dei «Ci pensoooo!» e si era tenuta la sua vecchia Guendalina.
Tuttavia, Guendalina perdeva i pezzi, e quando Paola si è trovata con il cambio in mano nel bel mezzo di un sorpasso ha capito che era arrivato il momento di separarsene. Così è andata da un altro concessionario e, siccome in questo caso il venditore di auto voleva vendere auto ed era pure simpatico, l’affare è andato in porto.
Cambiare auto può essere una faccenda spinosa. Prima di tutto perché devi sborsare un bel po’ di soldi per avere una cosa che avevi già (se ce l’avevi già); in secondo luogo, su certe persone particolarmente suscettibili l’esborso di soldi combinato con la scintillante nuovezza dell’auto sembra creare più problemi di quanti avrebbe dovuto risolverne.
Paola è una di queste persone.

Vedo arrivare la Bauletto verde a passo di lombrico. Alla guida una Paola molto prudente, concentrata, quasi accigliata. Invece di fare come faceva con Guendalina, cioè piombare sull’obiettivo tipo Verstappen al pit-stop e poi montare con due ruote sul marciapiede senza neanche rallentare e fermarsi esattamente davanti a me come uno shinkansen, con la Bauletto Special Paola cerca di essere estremamente delicata e il marciapiede neanche lo sfiora.
Quando apro lo sportello, mi fa:
«Scarpe».
«Guarda che le mie scarpe sono più pulite di casa tua» le dico.
«Due giorni fa pioveva, fa’ vedere che non ci sia fango secco o cacche di cane».
«Ma per chi mi hai preso? Per quale ragione dovrei camminare nel fango? O nelle cacche di cane?» le dico mentre Paola mi esamina le suole con il flash del telefono.
«Ok, puoi salire» mi dice una volta terminato il test.

Ecco il primo grande cambiamento: Guendalina era sempre sporca: cacche di uccello come piovesse (come piovesse cacca di uccello), insetti spiaccicati ovunque, polvere, sabbia, fogliame, cipria. Paola non la metteva mai in garage perché le piaceva averla sempre pronta all’uso, il motore in moto, parcheggiata sotto una finestra del suo appartamento. Quando la faceva lavare, dopo sei giorni era di nuovo un cesso, quindi non la faceva lavare.
Comprata la Bauletto Special, alla prima goccia caduta sul cofano Paola ha scrutato il cielo e poi ha detto: «No». Siccome non ha smesso di piovere, ha cominciato a usare il garage.

Una volta a bordo, faccio per smanettare con il display centrale per mettere un po’ di musica. Paola si irrigidisce.
«Puoi non toccare, per favore?».
Sospiro.
Paola ora è un militare: prima controlla se gli aspiranti passeggeri hanno i requisiti per salire a bordo, poi spiega loro le regole (non si mangia, non si beve, non si fuma, non ci si soffia il naso, non si tocca nulla), poi controlla che vengano rispettate. Se il passeggero non lo fa, purtroppo deve abbandonare il veicolo.
Prendo allora una caramella dalla tasca. Paola mi blocca.
«No, bello» mi fa.
«È vietato mangiare caramelle?» chiedo.
«Sì. E poi da quando in qua mangi caramelle? Chi sei, mio nonno?».
«Va be’ ma è solo una caramella, che ti fa alla macchina?» dico.
«Sì, e la carta? E se poi non ti piace? E se sbavi?».
«Ma perché dovrei sbavare?!».
«E le minuscole goccioline zuccherose appiccicose che uno spruzza quando parla mentre ha una caramella in bocca? Non puoi aspettare che siamo al bar?».
Rido e acconsento.
Le ricordo comunque che sotto i sedili di Guendalina nel corso degli anni sono stati ritrovati sacchetti con ortaggi disciolti, bottigliette; accendini; accessori per il trucco; mozziconi; scarpe; ombrelli; preservativi; persino una Vhs. Non tutto insieme ovviamente, non era una discarica, anche se in effetti le tasche laterali venivano usate a quello scopo e una volta infatti ci ho trovato una buccia di banana, oltre a numerose gomme da masticare, ormai dure come caccole di granito. Il cruscotto poi era sempre impolverato e aprire il vano portaoggetti significava perdere poi la giornata nel tentativo di infilare di nuovo tutto dentro com’era prima (incappando così nella ben nota Prima legge di Zymurgy sulla dinamica dei sistemi in evoluzione: “Una volta aperta una scatola di vermi, l’unico modo di rimetterli nella scatola è usarne una più grande”).
Paola fa spallucce. Poi dà un paio di colpetti isterici di clacson: Pet pet!
Davanti a noi non c’è nessuno.
«A chi suoni, scusa?».
«A quello dietro» dice Paola. «Mi sta addosso».
«Non credo che riuscirà a comprendere il significato della tua clacsonata» le dico. «Invece di pensare “oh, sono troppo vicino a questa bella macchina nuova” penserà “ma a chi cazzo suona ‘sta rincoglionita?"».
Paola non ride. Intanto osservo l’abitacolo della Bauletto, che è immacolato: a distanza di mesi è esattamente come quando Paola l’ha ritirata dal concessionario, continua a sentersi l’odore di nuovo e c’è ancora il venditore a bordo che ti illustra pregi e funzionalità del veicolo.
«E questo piccolo vano portaoggetti è per chiavi, monetine o caramelle masticate» mi dice.
«La macchina è già stata comprata, si rilassi» gli rispondo.
Il venditore mi sorride e dice: «Qui c’è anche un piccolo contenitore per le bucce di banana».

Quando arriviamo in prossimità del Cerveza Enojada, comincia la vera nota dolente di questa fissazione: il parcheggio.
Con Guendalina, Paola parcheggiava ovunque. Era sciolta, sbarazzina, audace. Guendalina permetteva a Paola di essere la versione migliore di sé stessa. Ogni pertugio era buono per infilarcela. Scalava senza ritegno marciapiedi, panettoni stradali, passeggini, passanti, altre automobili; metteva le ruote nell’erba, nel fango, nella ghiaia, nell’acqua. La sua frase classica era «Secondo te lì ci entra?» e, prima che tu potessi dire «Forse senza specchietti», lei ce l’aveva infilata. Una volta scesa dalla macchina, si allontanava sciorinando una camminata da bulletta di quartiere, ti guardava, allargava le braccia e, citando Mahoney in Scuola di polizia, diceva: «Alla fine c’è entrata!». Ammetto che una parte di me l’ammirava. Una parte inorridiva. Ma una parte l’ammirava. Sapeva di libertà.

  
(Paola che esce da Guendalina, felice, dopo averla parcheggiata.) 

Con la Bauletto, invece, Paola è timorosa, dubbiosa. Quasi paranoica. Ecco infatti i requisiti che deve avere adesso un parcheggio perché si decida a lasciare incustodita la Bauletto senza che l’ansia per ciò che potrebbe succederle mentre è via la divori:

- Deve essere regolare, approvato dal ministero dei trasporti, con tanto di strisce appena fatte. Deve consentire alle auto di fianco alla Bauletto la completa apertura degli sportelli. Ancora meglio: deve essere del tipo “verticale”, come li chiama lei, cioè con le macchine allineate fronte-retro e non affiancate, ma, attenzione: Paola parcheggia in un parcheggio “verticale” solo se il posto libero è il primo o l’ultimo della fila e va in visibilio quando trova un posto singolo.
Infine, una volta scesa dall’auto, comincia a scrutare tetti e cornicioni e facciate dei palazzi alla ricerca di telecamere che possano aiutarla eventualmente a risalire all’identità di qualche pirata della strada.
Tutto questo, naturalmente, fa sì che se prima Paola arrivava in genere puntuale, ora può arrivare anche con mezz’ora di ritardo. O non arrivare affatto.
Vedo un posto libero e glielo indico.
«Quello è libero» le faccio.
«Troppo stretto» dice Paola passando oltre.
«Quello là?».
«Storto».
«Lì ci sta un tir».
«Troppo vicino all’incrocio».
«Lì riesci a metterla?» le chiedo indicando uno spazio di fianco a un furgoncino scassato.
«Neanche ti rispondo».
«Con i sensori di parcheggio non sarebbe stato un problema» dice il venditore facendo capolino tra di noi.
«Per favore,» gli dico, «è già nervosa. O vogliamo restare per sempre su questa macchina?».
«Mi scusi» dice il venditore tornando ad appoggiarsi al sedile posteriore.

Nel frattempo siamo già passati due volte davanti al Cerveza. Guardo gli altri, che bevono e mi salutano ridendo. Sospiro per la seconda volta, cosa che fa innervosire Paola: infatti lei è la prima a soffrire per questa sua perdita di spigliatezza e più tempo impiega a trovare un parcheggio che la soddisfi più si innervosisce e più si innervosisce più diminuiscono le sue capacità di parcheggiare. Ancora tre giri e le servirà un hangar.
La mia presenza non fa che amplificare il tutto, così a un certo punto si ferma.
«Se ci sei tu non ce la faccio» sentenzia. «Vai pure, poi vi raggiungo».
Cerco di non tradire la mia gioia per questa decisione, evito di chiedermi cosa farebbe un vero amico, accetto eventualmente di non esserlo e me la squaglio. Intanto la Bauletto riparte mestamente alla ricerca del parcheggio ideale.
Mentre sono seduto con gli altri, vediamo la Bauletto passare ripetutamente, con a bordo Paola, ingobbita sul volante, che scruta i lati della strada e intanto bestemmia.
«È fissata con questa macchina nuova» dico. «Già me la vedo quando dovremo farla internare: ci presenteremo in accettazione e diremo “Crediamo che la nostra amica Paola potrebbe beneficiare di un periodo in cura nel vostro istituto”, e l’impiegata dirà “La vostra amica immagino sia quella donna dentro l’automobile”, “Esatto” diremo noi, “Non c’era bisogno di portare l’auto qui dentro, ma va bene, ce ne occuperemo” dirà lei».
Ridiamo, poi Carla dice: «Con Guendalina era anche peggio, all’inizio».
Questo mi sorprende.
«Ah sì?» dico.
«Sì,» mi fa Carla, «pensa che andavamo per locali e la prima volta mi ha dato un passaggio, salvo poi mollarmi nel parcheggio di un pub alle tre del mattino».
«Perché?» le chiedo.
«Ero sbronza e aveva paura che le vomitassi in macchina».
«Senti senti» dico.
«Ora non ti dà neanche il passaggio all’andata» dice Giorgio. «Non so se è un miglioramento».
«A giudicare da come guida, per noi sì» dice Abigaille.
«E dopo quanto le passa?» chiedo a Carla.
Carla fa un tiro di sigaretta: «Quand’è che ha comprato questa?».
«Cinque o sei mesi fa».
«Allora secondo me quest’anno lo fa tutto così, poi si romperà il cazzo e tornerà quella di sempre».
«Mm, speriamo» dico.
«Se vogliamo accelerare il processo,» dice Carla, «la macchina va intaccata».
«Cioè?».
«Al primo sfregio o ammaccatura Paola molla. A quel punto la macchina ai suoi occhi diventa vecchia, la missione di conservazione dello stato iniziale è fallita e si rilassa. Entro sei mesi degenera e ritorna a dimenticare sacchetti di pomodori sotto i sedili».
«Quindi in pratica bisogna solo rompere il ghiaccio?» le chiedo, soppesando l’idea.
«Tipo».
«Ma è una vigliaccata tremenda!» dice allora Abigaille. «E poi chi vi dice che funzioni?».
Mentre vediamo Paola arrivare, a piedi, sfinita, Carla alza un braccio per segnalarle dove siamo, poi guarda Abigaille e dice: «Con Guendalina ho fatto così. E ha funzionato perfettamente».

20.5.26