Ieri sera invece ho visto Operazione Valchiria, del 2008, in cui Tom Cruise è un nazista, però buono. In realtà l’avevo già visto ma uno dei lati positivi di invecchiare e di bere è che cominci a dimenticare le cose e quindi in pratica è stato come vedere un film completamente nuovo: racconta del fallito attentato a Hitler del 1944. Nonostante lo spettatore sappia che l’attentato è fallito, guarda tutto il film sperando che invece Tom e gli altri congiurati riescano a uccidere il führer.
Come ben sappiamo, Hitler in quell’occasione si salvò perché la valigetta con l’esplosivo che Tom Cruise aveva lasciato sotto il tavolo dove si teneva la riunione strategica venne spostata per caso all’ultimo momento, ma anche perché Tom, invece di piazzare la valigetta sul tavolo davanti alla faccia di Hitler, la piazzò sotto, e il tavolo fece da scudo.
Ora, io dico: sono l’unico a trovare un pochino da pusillanime aver lasciato la valigetta sotto il tavolo ed essersela svignata per mettersi in salvo e tornare a Berlino in tempo per fare bisboccia con gli amici? Tsk tsk, Tom. Se fossi rimasto nella stanza, Hitler sarebbe morto.
Dopo lo scoppio della valigetta, le unità di riserva, credendo Hitler morto, vanno ad arrestare le più alte personalità naziste, compreso Goebbels, ma Goebbels non intende farsi prendere vivo e si mette tra i denti una capsula al cianuro, pronto a morderla nel caso la situazione volga al peggio. Lì ho pensato: “Gesù, anch’io vorrei una capsula al cianuro sempre a portata nel caso la situazione volga al peggio”. E questo perché, per un ansioso ipocondriaco con una fervida immaginazione catastrofista come il sottoscritto, la situazione può volgere al peggio in qualunque momento, senza preavviso (cioè, è oggettivamente così per tutti, ma un ansioso non riesce a dimenticarlo). Anzi, tecnicamente la vita è una situazione che sta volgendo al peggio.
Naturalmente l’immaginazione catastrofista non lavora solo sui problemi ma anche sulle eventuali soluzioni agli eventuali problemi:
a) Il medico dice: «Ho qui i tuoi esami, Eugenio, e mi dispiace dirti che (mordo la capsula) ho la stampante rotta, quindi dovrai accontentarti di una e-mail».
b) Il mezzobusto del Tg dice: «È appena arrivata la notizia che una testata atomica è stata lanciata verso l’Italia (mordo la capsula). È così che comincia l’ultimo appassionante thriller di Lars von Trier».
c) Il mezzobusto del Tg dice: «È uscito l’ultimo film di Lars von Trier (mordo la capsula)».
d) Macron dice: «Da oggi è in vigore una legge che vieta la produzione di champagne (mordo la capsula). Questo è quello che direi se, come sostengono i miei oppositori, fossi un totale idiota».
e) Una mia ex qualunque si presenta con alcuni esseri umani identici tra loro e dice: «Questi sono i nostri figli, Eugenio (mordo la capsula), miei e di Giulio, dico, ma… ragazzi, dove si è cacciato vostro padre? Era qui un secondo fa!».
f) Il colonello von Tresckow dice: «Eugenio, il piano è chiaro, no? Qualcuno deve posizionare la valigetta con la bomba sotto il tavolo della riunione strategica, il più possibile vicino a Hitler. Abbiamo votato ed è stato deciso all’unanimità che quel valoroso eroe sei (mordo la capsula) tu».
Nota, pensando a Brivido caldo: Kathleen Turner avrebbe senza dubbio portato a termine la missione, poiché, per citare William Hurt, «lei fa quello che è necessario». Kathleen si sarebbe avvicinata a Hitler stringendo la valigetta, avrebbe messo un braccio attorno alle spalle del führer e gli avrebbe sussurrato all’orecchio: «Drei, zwei, eins…». E Hitler: «Ma non è l’ultimo dell’ann…».
Intuizione (1476)
Ieri sera, nella solita e un po' snervante ricerca di qualcosa da vedere, dopo un paio di film cominciati e interrotti, alla fine mi imbatto in Brivido caldo, un thriller noir del 1981 che a quanto pare mi era sfuggito. C’è una giovane Kathleen Turner semplicemente meravigliosa, eccola qui:
E poi c’è un William Hurt che probabilmente dovrebbe essere un irresistibile latin lover ma a me sembra più che altro un tizio con un facciotto un po’ tonto, che comunque è perfetto per il ruolo (immagino il casting, il regista che dice a Will «Sei perfetto!» e Will pensa di essere perfetto in quanto “bellissimo latin lover”, invece è perfetto in quanto “bellissimo tontolone”).
Entrambi hanno la fossetta sul mento, che di solito la gente trova sexy o carismatica ma forse solo perché si chiama “fossetta” e non “incompleta fusione dei due emisferi mandibolari”.
Comunque. A un certo punto, in una delle prime scene, William e Kathleen stanno passeggiando sul lungo mare, in città, e visto il gran caldo si prendono un bel gelato. Kathleen indossa una camicetta bianca molto leggera che lascia intravedere ogni suo pensiero, William le dà il gelato, lei comincia a mangiarlo ma un po’ le cade sulla camicetta, proprio all’altezza del seno, così dice a William: «Mi prendi un fazzoletto di carta o qualcosa da strofinare sulla macchia?». Lui le dice: «Subito. Anzi te la strofino io». E lei: «Non la vuoi leccare?».
Lì ho capito che la mia serata era salva.
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| (Dio era in forma, quel giorno) |
Entrambi hanno la fossetta sul mento, che di solito la gente trova sexy o carismatica ma forse solo perché si chiama “fossetta” e non “incompleta fusione dei due emisferi mandibolari”.
Comunque. A un certo punto, in una delle prime scene, William e Kathleen stanno passeggiando sul lungo mare, in città, e visto il gran caldo si prendono un bel gelato. Kathleen indossa una camicetta bianca molto leggera che lascia intravedere ogni suo pensiero, William le dà il gelato, lei comincia a mangiarlo ma un po’ le cade sulla camicetta, proprio all’altezza del seno, così dice a William: «Mi prendi un fazzoletto di carta o qualcosa da strofinare sulla macchia?». Lui le dice: «Subito. Anzi te la strofino io». E lei: «Non la vuoi leccare?».
Lì ho capito che la mia serata era salva.
29.1.26
Rgo (1475)
Ieri cercavo un film da guardare e pensavo: c’è FARGO, capolavoro dei fratelli Coen. Poi c’è ARGO, che ha vinto l’Oscar, di Ben Affleck. C’è GO, che lo guardo stasera. Poi a questo punto guarderò anche O, con Julia Styles. E allora, ecco, se un regista fosse così gentile da fare anche RGO, io poi sarei felice. Il perché non lo so. Ma sarei felice. Grazie.
21.1.26
Lettera di reclamo (1474)
1. Gentili produttori
Gentili produttori dei famosi biscotti Sbarluffi,
mi chiamo Joey Baruffa e sono un vostro affezionato cliente: compro infatti gli Sbarluffi da quando ero alto così (sto indicando con il palmo della mano la testa di mia zia Mariuccia), e cioè un bambino.
Li compro e li mangio. Cioè, per essere precisi quando ero bambino li compravano i miei genitori, io li mangiavo e basta, ma voi potreste dire: e quando poi successivamente ti davano la paghetta? E io direi: ok ok, so dove volete andare a parare: gli Sbarluffi non erano una priorità, è vero, e con la paghetta ci compravo sigarette, patatine, gelati, schiuma da barba ed elettrodomestici. E quindi che si fa? Lasciamo perdere? La vita è fatta solo di beni essenziali? Di onerose incombenze? E allora, se posso chiedere, perché vi siete messi a fare biscotti invece di, che so, munizioni o pannolini? Mi sembra chiaro che, in qualche modo, gli Sbarluffi sono importanti. Per me e per voi.
2. La faccio breve?
La faccio breve. Giovedì scorso mi preparo un bel cappuccino e già pregusto il magico momento in cui vi intingerò uno Sbarluffo. Ah, che delizia! Il modo in cui lo Sbarluffo si inzuppa senza rompersi assorbendo il caffè e il latte che vanno poi ad armonizzarsi con i sentori di caffè e miele del biscotto stesso senza spiacevoli ridondanze, e la sensazione di… va be’, ma che ve lo spiego a fare? L’avete inventata voi questa meraviglia dolciaria! È buono, ok? È buonissimo. Aggiungo che quando mangio uno Sbarluffo non sto solo mangiando una cosa buona adesso, ma sto riassaporando certi momenti della mia infanzia e della mia adolescenza (tra l’altro non ancora terminata); il sapore dello Sbarluffo mi ricorda i pomeriggi trascorsi con il mio amico Giorgio a sfidarci a Mortal Kombat invece di studiare per l’interrogazione del giorno dopo, o gli spuntini notturni con Silvia, la mia prima fidanzata, di cui conservo un tenero ricordo (e infatti per rispetto nei suoi confronti sorvolo su ogni facile benché quasi irresistibile doppio senso), o quando nonno Raymond schiacciava l’immancabile pisolino pomeridiano e io gli mettevo due Sbarluffi sugli occhi come pagamento per il traghettatore dell’Ade, anche se il nonno tutte le volte (tranne una) era poi vivo e si arrabbiava e mi rincorreva con una ciabatta chiamandomi malnat! (malnato) o catnass rüsan (catenaccio arrugginito) o quando, appunto, poi il nonno è morto davvero e io quel pomeriggio ero stato mandato a casa della zia, che per merenda mi aveva dato un bicchiere di latte e Sbarluffi, e quando lo zio era rientrato lei gli aveva chiesto “el andai?” (“è andato?”) e lo zio, con gli occhi rossi e lucidi (non credevo che lo zio potesse piangere…), aveva fatto segno di sì con la testa, e io ci avevo messo tre Sbarluffi e mezzo a capire chi era andato e dove. Questi sono solo alcuni di moltissimi esempi ma insomma, avete capito, negli Sbarluffi c’è un po’ tutta la mia vita.
3. Giovedì
E torniamo a giovedì scorso.
Quando arriva il momento di prendere gli Sbarluffi, mi accorgo che nella sbarluffiera non ce ne sono più. Poco male, penso, ne ho sempre almeno un pacchetto di scorta. Vado alla dispensa, apro lo sportello ma noto con sgomento che il pacchetto invece non c’è. Verrà poi fuori che se l’è preso domenica pomeriggio la mia amica Paola, la quale, non temete, riceverà una lettera di reclamo a parte. A quel punto mi infilo mutande e sneakers e mi precipito al supermercato, corro fino al reparto biscotti, arraffo tre confezioni formato famiglia di Sbarluffi, arrivo a casa, rifaccio il cappuccino, intingo finalmente uno Sbarluffo, lo addento e lì, ci scommetto, sapete benissimo che cosa è successo.
4. Che cosa è successo
Lo Sbarluffo non sa di Sbarluffo. In un primo momento mi preoccupo e penso: “Mi hanno cambiato gli Sbarluffi?!”. Ma poi mi dico che forse, più semplicemente, ho un improvviso danno neurologico che mi provoca disgeusia, e vado avanti a mangiare tranquillo. Poi però mi rendo conto che il problema non sono io, ma è proprio il biscotto: invece di avere il solito delizioso sapore di miele e caffè, questi Sbarluffi sanno in pratica esclusivamente di caffè, mentre il miele è quasi del tutto svanito e se mi concentro tantissimo forse riesco a sentirlo in lontananza ma non so dire se lo sto sentendo davvero o se è solo un ricordo o tipo un sapore fantasma, come l’arto fantasma, che dicono che lo senti ancora anche se non c’è più, cosa che tra l’altro a me succede con Derrick, il pastore tedesco dei miei anziani genitori, che quando vado a casa loro mi giro sempre verso la sua cuccia e poi mi dico “ah, cazzo, Derrick è morto…”, e penso allora che soffro di sindrome del cane fantasma e mi è rimasto il riflesso di guardare Derrick che mi corre incontro anche se Derrick ormai è nel paradiso dei cani a inseguire conigli (va da sé che quei conigli sono all’inferno dei conigli. Come faccia poi un coniglio a finire all’inferno, proprio non so. Troppo sesso, immagino). Stessa cosa con il miele dello Sbarluffo. Così prendo il sacchetto e lo esamino alla ricerca di una spiegazione, che ne so, “scusate ma avevamo finito il miele e per questa settimana gli Sbarluffi sono così ma torneranno presto nella loro versione originale” e la spiegazione in effetti c’è, era lì sin dall’inizio: sotto la scritta Sbarluffi, sotto le immagini degli Sbarluffi che si tuffano gioiosi in una spumosa e inconsapevole tazza di latte caldo e, in definitiva, sotto i miei occhi increduli, c’è una scritta marroncina che annuncia con inspiegabile orgoglio: “Da oggi con più caffè!”.
5. Ora
Ora. Naturalmente voi, cari ideatori e produttori e venditori di Sbarluffi siete liberi di metterci tutto il caffè che volete, ci mancherebbe. Ci potete mettere anche il gasolio, se vi pare. Ma, se lo fate, il sapore degli Sbarluffi cambia e gli Sbarluffi smettono di essere tali. Posso accettarlo. Se ho accettato la morte di nonno Raymond e del cane Derrick, posso accettare la morte di un biscotto. La vita è così: il mondo che conosci e che ami si sgretola a poco a poco e il nuovo mondo che lo sostituisce, per quanto tu faccia il possibile per fartelo piacere, non ti piace davvero fino in fondo perché non sarà mai come quello che hai amato e perduto.
6. Una nota
Una nota, qui. Mettere più di qualcosa non è per forza un bene, anzi spesso è solo negativo, specialmente in cucina. Se faccio una torta e invece delle uova previste dalla ricetta ne metto di più, non servirà a niente, quando la servo agli ospiti, dire: «Da oggi con più uova: ottanta!». Più o meno di qualcosa, di per sé, non significa nulla in termini di qualità. Immaginate se da domani nella vostra vita cominciassero a esserci all’improvviso più o meno cose. Per esempio un’auto con più ruote. Dodici. Una moglie con più occhi: «Oddio, cara, ma che ti è successo?!». E lei: «Da oggi con più occhi!» (Nove). O più figli, quarantuno. Più fegati, tre. Ma meno ani: zero. E così via. Tutte le dosi sbagliate di tutte le cose della vita. Più di questo! Meno di quello! Vi piacerebbe? Non credo. Se poi mi chiedete: ma sono così terribili i nuovi Sbarluffi? Ok, no. Ma non sono più gli Sbarluffi.
7. Cosa avreste potuto fare, invece
Come dicevo, siete liberi di farlo, ma forse c’era un modo giusto di farlo, invece di cambiare la ricetta nottetempo e scrivere alla chetichella in piccolo un subdolo e beffardo Da oggi con più caffè!
Pensate che noi mangiatori di Sbarluffi siamo deficienti? Come se bastasse mettere entusiasmo nell’annunciare una novità per renderla gradita. Immaginate vostra moglie o vostro marito che una mattina vi dice: “Da oggi con più amanti!”. O il vostro medico: “Da oggi con più emorroidi!”. O il vostro capo: “Da oggi con più disoccupati!”. Già che ci siete, potreste annunciare allo stesso modo i periodici aumenti di prezzo: “Da oggi più costosi!”.
Avreste potuto, invece, convocare una conferenza stampa e mandare un rappresentante dell’azienda a comunicare a tutto il mondo, dopo un profondo inchino in stile nipponico: «Da oggi non produciamo più gli Sbarluffi e il motivo è che la Gente con la G maiuscola non capisce granché di biscotti, di sapori, di gradevolezze e di piaceri, e noi, che invece ne capiamo ma che purtroppo abbiamo dei mutui per i nostri panfili e delle famiglie dedite agli eccessi, dobbiamo adeguarci se non vogliamo soccombere alle spietate leggi del mercato e della grossolanità umana e tornare a fare la vita delle persone comuni, cosa che, ne siamo certi, nessuno dei nostri clienti vuole.
Le vendite degli Sbarluffi erano in calo, perciò abbiamo deciso di migliorare la ricetta aggiungendo più caffè. Ok, in realtà non abbiamo aumentato il caffè, abbiamo diminuito il miele perché cominciava a costare troppo, ma non sottilizziamo. Questo naturalmente ha portato alla creazione di un biscotto completamente nuovo che abbiamo chiamato Biscotto completamente nuovo al sapore di caffè molto diverso dall’amato Sbarluffo che, ricordiamo, non produciamo più. Stiamo pensando a come far stare il nome sulla confezione».
8. Cosa potreste fare, almeno
Cosa potreste fare, adesso? A parte tornare a fare gli Sbarluffi come sempre? Magari solo per me? Be’, se proprio me lo chiedete, vorrei che almeno toglieste quel punto esclamativo dalla scritta sulla confezione, perché sa di beffa, è come uno schiaffo in pieno viso mentre chiudo gli occhi e cerco di ricordare il magico momento in cui addentavo uno Sbarluffo.
Anzi vorrei che modificaste l’intera scritta, se possibile.
Invece di “Da oggi con più caffè!”, vorrei un: “Troppo caffè?”.
Ecco. Così sarebbe accettabile. E magari un talloncino da ritagliare e da compilare con la risposta (Sì!) e da spedire all’azienda.
Penso che così potrei farmene una ragione e se non altro potrei sempre vivere con la speranza che a un certo punto, sommersi da milioni di talloncini come il mio, decidiate che un vero Sbarluffo è più importante di qualche stupido panfilo. Anche se, ora che ci penso, avrete anche voi tante emozioni legate ai vostri panfili, scusate, non volevo definirli “stupidi”. Ah, nel caso scegliate il ritorno in commercio degli Sbarluffi, sulla confezione potreste scrivere: “Da oggi con meno panfili!”. Mi raccomando: non dimenticate il punto esclamativo.
Cordiali saluti anzi un cordiale addio,
vostro ex affezionato cliente
Joey Baruffa
Gentili produttori dei famosi biscotti Sbarluffi,
mi chiamo Joey Baruffa e sono un vostro affezionato cliente: compro infatti gli Sbarluffi da quando ero alto così (sto indicando con il palmo della mano la testa di mia zia Mariuccia), e cioè un bambino.
Li compro e li mangio. Cioè, per essere precisi quando ero bambino li compravano i miei genitori, io li mangiavo e basta, ma voi potreste dire: e quando poi successivamente ti davano la paghetta? E io direi: ok ok, so dove volete andare a parare: gli Sbarluffi non erano una priorità, è vero, e con la paghetta ci compravo sigarette, patatine, gelati, schiuma da barba ed elettrodomestici. E quindi che si fa? Lasciamo perdere? La vita è fatta solo di beni essenziali? Di onerose incombenze? E allora, se posso chiedere, perché vi siete messi a fare biscotti invece di, che so, munizioni o pannolini? Mi sembra chiaro che, in qualche modo, gli Sbarluffi sono importanti. Per me e per voi.
2. La faccio breve?
La faccio breve. Giovedì scorso mi preparo un bel cappuccino e già pregusto il magico momento in cui vi intingerò uno Sbarluffo. Ah, che delizia! Il modo in cui lo Sbarluffo si inzuppa senza rompersi assorbendo il caffè e il latte che vanno poi ad armonizzarsi con i sentori di caffè e miele del biscotto stesso senza spiacevoli ridondanze, e la sensazione di… va be’, ma che ve lo spiego a fare? L’avete inventata voi questa meraviglia dolciaria! È buono, ok? È buonissimo. Aggiungo che quando mangio uno Sbarluffo non sto solo mangiando una cosa buona adesso, ma sto riassaporando certi momenti della mia infanzia e della mia adolescenza (tra l’altro non ancora terminata); il sapore dello Sbarluffo mi ricorda i pomeriggi trascorsi con il mio amico Giorgio a sfidarci a Mortal Kombat invece di studiare per l’interrogazione del giorno dopo, o gli spuntini notturni con Silvia, la mia prima fidanzata, di cui conservo un tenero ricordo (e infatti per rispetto nei suoi confronti sorvolo su ogni facile benché quasi irresistibile doppio senso), o quando nonno Raymond schiacciava l’immancabile pisolino pomeridiano e io gli mettevo due Sbarluffi sugli occhi come pagamento per il traghettatore dell’Ade, anche se il nonno tutte le volte (tranne una) era poi vivo e si arrabbiava e mi rincorreva con una ciabatta chiamandomi malnat! (malnato) o catnass rüsan (catenaccio arrugginito) o quando, appunto, poi il nonno è morto davvero e io quel pomeriggio ero stato mandato a casa della zia, che per merenda mi aveva dato un bicchiere di latte e Sbarluffi, e quando lo zio era rientrato lei gli aveva chiesto “el andai?” (“è andato?”) e lo zio, con gli occhi rossi e lucidi (non credevo che lo zio potesse piangere…), aveva fatto segno di sì con la testa, e io ci avevo messo tre Sbarluffi e mezzo a capire chi era andato e dove. Questi sono solo alcuni di moltissimi esempi ma insomma, avete capito, negli Sbarluffi c’è un po’ tutta la mia vita.
3. Giovedì
E torniamo a giovedì scorso.
Quando arriva il momento di prendere gli Sbarluffi, mi accorgo che nella sbarluffiera non ce ne sono più. Poco male, penso, ne ho sempre almeno un pacchetto di scorta. Vado alla dispensa, apro lo sportello ma noto con sgomento che il pacchetto invece non c’è. Verrà poi fuori che se l’è preso domenica pomeriggio la mia amica Paola, la quale, non temete, riceverà una lettera di reclamo a parte. A quel punto mi infilo mutande e sneakers e mi precipito al supermercato, corro fino al reparto biscotti, arraffo tre confezioni formato famiglia di Sbarluffi, arrivo a casa, rifaccio il cappuccino, intingo finalmente uno Sbarluffo, lo addento e lì, ci scommetto, sapete benissimo che cosa è successo.
4. Che cosa è successo
Lo Sbarluffo non sa di Sbarluffo. In un primo momento mi preoccupo e penso: “Mi hanno cambiato gli Sbarluffi?!”. Ma poi mi dico che forse, più semplicemente, ho un improvviso danno neurologico che mi provoca disgeusia, e vado avanti a mangiare tranquillo. Poi però mi rendo conto che il problema non sono io, ma è proprio il biscotto: invece di avere il solito delizioso sapore di miele e caffè, questi Sbarluffi sanno in pratica esclusivamente di caffè, mentre il miele è quasi del tutto svanito e se mi concentro tantissimo forse riesco a sentirlo in lontananza ma non so dire se lo sto sentendo davvero o se è solo un ricordo o tipo un sapore fantasma, come l’arto fantasma, che dicono che lo senti ancora anche se non c’è più, cosa che tra l’altro a me succede con Derrick, il pastore tedesco dei miei anziani genitori, che quando vado a casa loro mi giro sempre verso la sua cuccia e poi mi dico “ah, cazzo, Derrick è morto…”, e penso allora che soffro di sindrome del cane fantasma e mi è rimasto il riflesso di guardare Derrick che mi corre incontro anche se Derrick ormai è nel paradiso dei cani a inseguire conigli (va da sé che quei conigli sono all’inferno dei conigli. Come faccia poi un coniglio a finire all’inferno, proprio non so. Troppo sesso, immagino). Stessa cosa con il miele dello Sbarluffo. Così prendo il sacchetto e lo esamino alla ricerca di una spiegazione, che ne so, “scusate ma avevamo finito il miele e per questa settimana gli Sbarluffi sono così ma torneranno presto nella loro versione originale” e la spiegazione in effetti c’è, era lì sin dall’inizio: sotto la scritta Sbarluffi, sotto le immagini degli Sbarluffi che si tuffano gioiosi in una spumosa e inconsapevole tazza di latte caldo e, in definitiva, sotto i miei occhi increduli, c’è una scritta marroncina che annuncia con inspiegabile orgoglio: “Da oggi con più caffè!”.
5. Ora
Ora. Naturalmente voi, cari ideatori e produttori e venditori di Sbarluffi siete liberi di metterci tutto il caffè che volete, ci mancherebbe. Ci potete mettere anche il gasolio, se vi pare. Ma, se lo fate, il sapore degli Sbarluffi cambia e gli Sbarluffi smettono di essere tali. Posso accettarlo. Se ho accettato la morte di nonno Raymond e del cane Derrick, posso accettare la morte di un biscotto. La vita è così: il mondo che conosci e che ami si sgretola a poco a poco e il nuovo mondo che lo sostituisce, per quanto tu faccia il possibile per fartelo piacere, non ti piace davvero fino in fondo perché non sarà mai come quello che hai amato e perduto.
6. Una nota
Una nota, qui. Mettere più di qualcosa non è per forza un bene, anzi spesso è solo negativo, specialmente in cucina. Se faccio una torta e invece delle uova previste dalla ricetta ne metto di più, non servirà a niente, quando la servo agli ospiti, dire: «Da oggi con più uova: ottanta!». Più o meno di qualcosa, di per sé, non significa nulla in termini di qualità. Immaginate se da domani nella vostra vita cominciassero a esserci all’improvviso più o meno cose. Per esempio un’auto con più ruote. Dodici. Una moglie con più occhi: «Oddio, cara, ma che ti è successo?!». E lei: «Da oggi con più occhi!» (Nove). O più figli, quarantuno. Più fegati, tre. Ma meno ani: zero. E così via. Tutte le dosi sbagliate di tutte le cose della vita. Più di questo! Meno di quello! Vi piacerebbe? Non credo. Se poi mi chiedete: ma sono così terribili i nuovi Sbarluffi? Ok, no. Ma non sono più gli Sbarluffi.
7. Cosa avreste potuto fare, invece
Come dicevo, siete liberi di farlo, ma forse c’era un modo giusto di farlo, invece di cambiare la ricetta nottetempo e scrivere alla chetichella in piccolo un subdolo e beffardo Da oggi con più caffè!
Pensate che noi mangiatori di Sbarluffi siamo deficienti? Come se bastasse mettere entusiasmo nell’annunciare una novità per renderla gradita. Immaginate vostra moglie o vostro marito che una mattina vi dice: “Da oggi con più amanti!”. O il vostro medico: “Da oggi con più emorroidi!”. O il vostro capo: “Da oggi con più disoccupati!”. Già che ci siete, potreste annunciare allo stesso modo i periodici aumenti di prezzo: “Da oggi più costosi!”.
Avreste potuto, invece, convocare una conferenza stampa e mandare un rappresentante dell’azienda a comunicare a tutto il mondo, dopo un profondo inchino in stile nipponico: «Da oggi non produciamo più gli Sbarluffi e il motivo è che la Gente con la G maiuscola non capisce granché di biscotti, di sapori, di gradevolezze e di piaceri, e noi, che invece ne capiamo ma che purtroppo abbiamo dei mutui per i nostri panfili e delle famiglie dedite agli eccessi, dobbiamo adeguarci se non vogliamo soccombere alle spietate leggi del mercato e della grossolanità umana e tornare a fare la vita delle persone comuni, cosa che, ne siamo certi, nessuno dei nostri clienti vuole.
Le vendite degli Sbarluffi erano in calo, perciò abbiamo deciso di migliorare la ricetta aggiungendo più caffè. Ok, in realtà non abbiamo aumentato il caffè, abbiamo diminuito il miele perché cominciava a costare troppo, ma non sottilizziamo. Questo naturalmente ha portato alla creazione di un biscotto completamente nuovo che abbiamo chiamato Biscotto completamente nuovo al sapore di caffè molto diverso dall’amato Sbarluffo che, ricordiamo, non produciamo più. Stiamo pensando a come far stare il nome sulla confezione».
8. Cosa potreste fare, almeno
Cosa potreste fare, adesso? A parte tornare a fare gli Sbarluffi come sempre? Magari solo per me? Be’, se proprio me lo chiedete, vorrei che almeno toglieste quel punto esclamativo dalla scritta sulla confezione, perché sa di beffa, è come uno schiaffo in pieno viso mentre chiudo gli occhi e cerco di ricordare il magico momento in cui addentavo uno Sbarluffo.
Anzi vorrei che modificaste l’intera scritta, se possibile.
Invece di “Da oggi con più caffè!”, vorrei un: “Troppo caffè?”.
Ecco. Così sarebbe accettabile. E magari un talloncino da ritagliare e da compilare con la risposta (Sì!) e da spedire all’azienda.
Penso che così potrei farmene una ragione e se non altro potrei sempre vivere con la speranza che a un certo punto, sommersi da milioni di talloncini come il mio, decidiate che un vero Sbarluffo è più importante di qualche stupido panfilo. Anche se, ora che ci penso, avrete anche voi tante emozioni legate ai vostri panfili, scusate, non volevo definirli “stupidi”. Ah, nel caso scegliate il ritorno in commercio degli Sbarluffi, sulla confezione potreste scrivere: “Da oggi con meno panfili!”. Mi raccomando: non dimenticate il punto esclamativo.
Cordiali saluti anzi un cordiale addio,
vostro ex affezionato cliente
Joey Baruffa
10.1.26
Sto qui perché c'è? (1473)
Casse automatiche. Sono il primo e unico in coda e, lì accanto, c’è la relativa addetta che, quando passa una collega, le fa: «Sto qui perché c’è...». La collega annuisce come a dire: “Ho capito”, poi se ne va, al che io vorrei chiedere all’addetta: “Mi scusi, sta lì perché c’è...?”, ma non mi va e allora ipotizzo. Sta lì perché c’è:
1. Piero, il più famoso ladruncolo di San Paco.
2. Quel tizio a cui capita sempre la rilettura. Nessuno ha capito come sia possibile, ma a lui capita sempre e solo la rilettura, anche se non compra nulla, anche se sta comprando qualcosa ma in un altro negozio, tipo da Leroy Merlin, prima deve andare al supermercato (venti minuti di macchina) a fare la rilettura e poi tornare e fare la rilettura anche da Leroy Merlin. «Forse c’è qualcosa che fa contatto,» ha ipotizzato una volta l’addetta, «per caso ha una placca metallica nella testa?».
3. Un bel caldo, e tutte le colleghe sanno quanto l’addetta, che soffre di geloni, ami stare al bel caldo, anzi ce l’ha proprio nel contratto.
4. Il sottoscritto Joey Baruffa, di cui è segretamente innamorata, e lui di lei, “e allora smettiamola con questi giochini,” dovrebbe dirle la collega, “lui che viene a prendere settantanove kiwi al giorno, tu che ti apposti con nonchalance per farti notare. Prendete ‘sti kiwi e andate a mangiarli fuori, sulla panchina, e lasciateci lavorare in pace”.
5. Il suo ex al reparto gastronomia e lei cerca di evitarlo: lui non sa usare le casse automatiche.
6. L’ispettore del supermercato, reparto Addette alle casse automatiche. Un paragrafo del regolamento interno dice che “una commessa deve sempre stare di controllo alle casse automatiche”, ma ovviamente una commessa non è mai di controllo alle casse automatiche e noi poveri clienti, ogni volta che c’è una rilettura, dobbiamo andare a cercarne una che venga a farla, e la commessa arriva ma è scocciata e di fretta perché stava facendo altro e allora prende gli articoli e li lancia a mitraglietta, specialmente le uova, perciò adesso vado a cercare l’ispettore e gli dico: “Signor ispettore, questi qui sono furbetti: quando lei viene si mettono tutti in posizione e quando lei se ne va tornano a fare quel cazzo che gli pare. Ma glielo dico io come vanno le cose in questo supermercato, perché ci vengo ogni giorno (a comprare 79 kiwi, ma è un’altra storia): non c’è mai nessuno di guardia alle casse automatiche!”. E lui mi direbbe: “Lo so, senta, non rompa i coglioni, ok?”, e questo perché quello che invece non so è che poco prima l’ispettore se ne stava appollaiato da qualche parte spulciando il cellulare e quando è passata una commessa lui le ha detto: «Sto qui perché c’è…» intendendo che c’è, fuori, appostato su un tetto con un binocolo, una brioche e un caffè caldo, l’ispettore degli ispettori, che quando passa un fringuello gli fa: «Sto qui perché c’è...», e così via.
7. Un biglietto da cento euro, sotto la sua scarpa sinistra, fuoriuscito dal borsellino della cliente alla cassa automatica 1 e generosamente svolazzato fino a lì.
8. Il suo ex al reparto gastronomia e lei è decisa ad aspettarlo per dirgli il fatto suo: lui usa solo le casse automatiche.
9. Un motivo segreto che non vuole dire a nessuno ma ha imparato che la gente non è davvero interessata a te e a tutte le tue paranoie e quando devi spiegare un tuo comportamento anomalo non sei davvero tenuto a raccontare ogni cosa per filo e per segno, basta accennare a un ipotetico motivo e la gente è soddisfatta, anzi meno ne sa e meglio è, anzi in realtà non ti aveva chiesto niente, lasciala stare.
10. Il sottoscritto Joey Baruffa, di nuovo, noto ladruncolo di San Paco, nonché ispettore dei fringuelli, nonché futuro suo ex, forse, se si decide a offrirle ‘sti 79 kiwi, altrimenti niente.
1. Piero, il più famoso ladruncolo di San Paco.
2. Quel tizio a cui capita sempre la rilettura. Nessuno ha capito come sia possibile, ma a lui capita sempre e solo la rilettura, anche se non compra nulla, anche se sta comprando qualcosa ma in un altro negozio, tipo da Leroy Merlin, prima deve andare al supermercato (venti minuti di macchina) a fare la rilettura e poi tornare e fare la rilettura anche da Leroy Merlin. «Forse c’è qualcosa che fa contatto,» ha ipotizzato una volta l’addetta, «per caso ha una placca metallica nella testa?».
3. Un bel caldo, e tutte le colleghe sanno quanto l’addetta, che soffre di geloni, ami stare al bel caldo, anzi ce l’ha proprio nel contratto.
4. Il sottoscritto Joey Baruffa, di cui è segretamente innamorata, e lui di lei, “e allora smettiamola con questi giochini,” dovrebbe dirle la collega, “lui che viene a prendere settantanove kiwi al giorno, tu che ti apposti con nonchalance per farti notare. Prendete ‘sti kiwi e andate a mangiarli fuori, sulla panchina, e lasciateci lavorare in pace”.
5. Il suo ex al reparto gastronomia e lei cerca di evitarlo: lui non sa usare le casse automatiche.
6. L’ispettore del supermercato, reparto Addette alle casse automatiche. Un paragrafo del regolamento interno dice che “una commessa deve sempre stare di controllo alle casse automatiche”, ma ovviamente una commessa non è mai di controllo alle casse automatiche e noi poveri clienti, ogni volta che c’è una rilettura, dobbiamo andare a cercarne una che venga a farla, e la commessa arriva ma è scocciata e di fretta perché stava facendo altro e allora prende gli articoli e li lancia a mitraglietta, specialmente le uova, perciò adesso vado a cercare l’ispettore e gli dico: “Signor ispettore, questi qui sono furbetti: quando lei viene si mettono tutti in posizione e quando lei se ne va tornano a fare quel cazzo che gli pare. Ma glielo dico io come vanno le cose in questo supermercato, perché ci vengo ogni giorno (a comprare 79 kiwi, ma è un’altra storia): non c’è mai nessuno di guardia alle casse automatiche!”. E lui mi direbbe: “Lo so, senta, non rompa i coglioni, ok?”, e questo perché quello che invece non so è che poco prima l’ispettore se ne stava appollaiato da qualche parte spulciando il cellulare e quando è passata una commessa lui le ha detto: «Sto qui perché c’è…» intendendo che c’è, fuori, appostato su un tetto con un binocolo, una brioche e un caffè caldo, l’ispettore degli ispettori, che quando passa un fringuello gli fa: «Sto qui perché c’è...», e così via.
7. Un biglietto da cento euro, sotto la sua scarpa sinistra, fuoriuscito dal borsellino della cliente alla cassa automatica 1 e generosamente svolazzato fino a lì.
8. Il suo ex al reparto gastronomia e lei è decisa ad aspettarlo per dirgli il fatto suo: lui usa solo le casse automatiche.
9. Un motivo segreto che non vuole dire a nessuno ma ha imparato che la gente non è davvero interessata a te e a tutte le tue paranoie e quando devi spiegare un tuo comportamento anomalo non sei davvero tenuto a raccontare ogni cosa per filo e per segno, basta accennare a un ipotetico motivo e la gente è soddisfatta, anzi meno ne sa e meglio è, anzi in realtà non ti aveva chiesto niente, lasciala stare.
10. Il sottoscritto Joey Baruffa, di nuovo, noto ladruncolo di San Paco, nonché ispettore dei fringuelli, nonché futuro suo ex, forse, se si decide a offrirle ‘sti 79 kiwi, altrimenti niente.
3.1.26
31.12.25
Grosso guaio a Hay-on-Wye (1471)
Il 2025 è stato per me l’anno della Grande Lettura: uno dei propositi di gennaio era infatti quello di leggere almeno un libro a settimana. Alla fine ne ho letti 56. Per farlo, ho dovuto impormi di finire tutti i libri che cominciavo e questo mi ha portato a leggere per intero anche dei libri che stavo detestando o che mi stavano annoiando a morte (Il mio biliardo, di Richler, se volete provare la sensazione. E dire che a me il biliardo piace). A un certo punto, però, mi sono reso conto che nella mia testa c’era più l’idea di rispettare il proposito che la lettura in sé. Verso giugno mi sono anche detto che allora avrei potuto scegliere, che so, mangiare un gelato al giorno o imparare a suonare il flauto. Sarà per un altro anno.
Naturalmente a nessuno interessa che io abbia letto 56 libri, ma cerco ugualmente di infilare questa informazione ovunque, con chiunque. Al salumiere: «Quanti etti di crudo ha detto?». E io: «56, come i libri che ho letto quest’anno». Agli agenti di polizia: «Scusi, agente, non mi ero accorto di andare così veloce, e poi credevo che qui ci fosse il 56, come i libri che ho letto quest’anno». Alle pompe funebri: «Sì, lo zio Goffredo aveva 110 anni, come il doppio dei libri che ho letto quest’anno, meno due». C’è stato però anche un momento di pura soddisfazione, ovvero quando sono stato fermato per strada da un tizio che faceva uno di quei sondaggi: «Salve. Una domanda veloce: quanti libri legge in un anno? Nessuno, uno, dieci o più di dieci?». Oh, amico mio, ho pensato.
Il lato positivo è che alcuni di questi 56 libri sono diventati buoni amici, forse addirittura amici per la vita (se non lo erano già), ed ecco perché ve li segnalo.
Prima di passare ai libri, volevo citare il film che mi è piaciuto più di tutti tra quelli visti quest’anno. Non vi anticipo nulla (non vi dico neanche il titolo) se non che mi ha sorpreso, che ho apprezzato il modo in cui è stato concepito e costruito, e che ho amato la protagonista, Willa Fitzgerald, sin dalla prima scena. Ah, non leggete la sinossi, se potete, perché a volte contiene delle anticipazioni. Il film è Strange Darling, di JT Mollner (attualmente su Prime).
E veniamo ai libri. Comincio intanto con due: il 2025 è stato l’anno in cui ho scoperto Rosa Matteucci, una scrittrice raffinata, tragica e comica al tempo stesso, dallo stile unico, che nei suoi libri parla di sé e della propria famiglia. Di nobile lignaggio benché, come lei stessa racconta, presto decaduta, quando leggi Rosa vorresti essere suo amico ma sai che lei non vorrebbe essere amica tua: i suoi libri restano allora l’unico modo di godere della sua impareggiabile compagnia. Li ho letti tutti, ma vi consiglio di cominciare da quelli che ho amato (volevo dire amerete) di più. Prima di tutto Libera la Karenina che è in te (seconda opera della Matteucci dopo Lourdes), in cui troviamo una giovane donna colta e raffinata (e di nobile lignaggio!) alle prese con l’amore per uno zotico militare italiano di stanza in Eritrea. Un libro che avrei voluto non finisse mai.
Se vi piace Libera la Karenina che è in te, potete passare senza indugio a Cuore di mamma, un piccolo romanzo perfetto. Racconta la storia di una donna che ha escogitato un infallibile piano di liberazione personale: convincere l’anziana e arcigna madre ad accettare di essere seguita da una badante. Anche qui si ride, tra molte amarezze.
Un altro libro che consiglio e regalo spesso e che, pur essendo per me una rilettura, rientra tra i migliori letti quest’anno è Al paese dei libri, di Paul Collins: racconta del tentativo di trasferimento dell’autore e di sua moglie, più il figlioletto, da San Francisco a Hay-on-Wye, un villaggio gallese noto per essere considerato “la Mecca dei bibliofili”: 40 librerie (soprattutto antiquarie o di libri usati) per 1.400 abitanti. È un resoconto molto piacevole e leggero con alcune citazioni bizzarre da libri dimenticati. Per qualche ragione, leggere il racconto di una cosa che non mi sognerei mai di fare, ossia dare fondo ai risparmi per cercare di acquistare una vecchia casa ammuffita in un posto freddo e lontano, mi rilassa. Forse perché, mentre i protagonisti sembrano ficcarsi inutilmente in un grosso guaio (un possibile titolo alternativo: Grosso guaio a Hay-on-Wye), io sono comodamente seduto in poltrona a sorseggiare una tazza di tè.
Un altro libro magnifico (anche qui una rilettura) è Citarsi addosso (Senza piume), di Woody Allen. In teoria tutti dovrebbero averlo letto, ma poi forse molti invece no (per fare un test sono uscito e per strada ho fermato dieci persone a cui ho chiesto: «Mi scusi, ha mai letto Citarsi addosso?». Curiosamente, tutte mi hanno dato la stessa risposta, ovvero: «Scenda subito dalla mia auto!»). È una raccolta di brevi testi umoristici uscita nel 1975. Ancora oggi, a mio avviso, nessuno (a parte Woody Allen stesso) sa scrivere così tante battute così divertenti. Puro genio comico. Vi sorprenderà, ma ci sono persone che non amano l’umorismo di Woody Allen. Legittimo. Ho notato però che alcune di queste vogliono farlo sapere con un certo astio: «A me non fa ridere per niente!» dicono triturando un suo libro con i denti. Eh, penso io, “per niente”?! Strano. Fortunatamente per me, Woody mi fa sbellicare. Se vi piace Citarsi addosso, potete poi continuare con i suoi fratelli Saperla lunga e Effetti collaterali. (I titoli sono quelli delle edizioni Bompiani. Attualmente sono editi da La Nave di Teseo con i titoli: Senza piume, Rivincite e Effetti collaterali).
Impossibile non citare poi Rumore bianco, di DeLillo. Uno dei libri più arguti che abbia mai letto (insieme a Mai ci eravamo annoiati, di Renata Adler), ma in un modo piacevole e calmo. Ho scoperto che per qualcuno è un libro "cupo" e "angosciante". Non so come sia possibile. Solo perché parla di morte? O per quella nube tossica che incombe? Davvero strano. Io l'ho trovato sbarazzino.
Chiudo con La filosofia di Andy Warhol, di Andy Warhol. Anche in questo caso una raccolta di brevi scritti arguti. Se vi capitano quelle giornate in cui il cervello vi pare un po’ assonnato, le pensate di Andy sono un ottimo modo per tirarlo giù dal letto.
Ultima cosa: se vi va di dirmi qual è il libro più bello tra quelli che avete letto quest’anno, mi farà piacere e mi sarà anche utile saperlo: uno degli obiettivi per il 2026 non sarà leggere ma vagliare tanti libri, alla ricerca della risposta all’eterna domanda: che cosa sto cercando?
Bene, direi che per il 2025 è quasi tutto.
A domani!
Naturalmente a nessuno interessa che io abbia letto 56 libri, ma cerco ugualmente di infilare questa informazione ovunque, con chiunque. Al salumiere: «Quanti etti di crudo ha detto?». E io: «56, come i libri che ho letto quest’anno». Agli agenti di polizia: «Scusi, agente, non mi ero accorto di andare così veloce, e poi credevo che qui ci fosse il 56, come i libri che ho letto quest’anno». Alle pompe funebri: «Sì, lo zio Goffredo aveva 110 anni, come il doppio dei libri che ho letto quest’anno, meno due». C’è stato però anche un momento di pura soddisfazione, ovvero quando sono stato fermato per strada da un tizio che faceva uno di quei sondaggi: «Salve. Una domanda veloce: quanti libri legge in un anno? Nessuno, uno, dieci o più di dieci?». Oh, amico mio, ho pensato.
Il lato positivo è che alcuni di questi 56 libri sono diventati buoni amici, forse addirittura amici per la vita (se non lo erano già), ed ecco perché ve li segnalo.
Prima di passare ai libri, volevo citare il film che mi è piaciuto più di tutti tra quelli visti quest’anno. Non vi anticipo nulla (non vi dico neanche il titolo) se non che mi ha sorpreso, che ho apprezzato il modo in cui è stato concepito e costruito, e che ho amato la protagonista, Willa Fitzgerald, sin dalla prima scena. Ah, non leggete la sinossi, se potete, perché a volte contiene delle anticipazioni. Il film è Strange Darling, di JT Mollner (attualmente su Prime).
E veniamo ai libri. Comincio intanto con due: il 2025 è stato l’anno in cui ho scoperto Rosa Matteucci, una scrittrice raffinata, tragica e comica al tempo stesso, dallo stile unico, che nei suoi libri parla di sé e della propria famiglia. Di nobile lignaggio benché, come lei stessa racconta, presto decaduta, quando leggi Rosa vorresti essere suo amico ma sai che lei non vorrebbe essere amica tua: i suoi libri restano allora l’unico modo di godere della sua impareggiabile compagnia. Li ho letti tutti, ma vi consiglio di cominciare da quelli che ho amato (volevo dire amerete) di più. Prima di tutto Libera la Karenina che è in te (seconda opera della Matteucci dopo Lourdes), in cui troviamo una giovane donna colta e raffinata (e di nobile lignaggio!) alle prese con l’amore per uno zotico militare italiano di stanza in Eritrea. Un libro che avrei voluto non finisse mai.
Se vi piace Libera la Karenina che è in te, potete passare senza indugio a Cuore di mamma, un piccolo romanzo perfetto. Racconta la storia di una donna che ha escogitato un infallibile piano di liberazione personale: convincere l’anziana e arcigna madre ad accettare di essere seguita da una badante. Anche qui si ride, tra molte amarezze.
Un altro libro che consiglio e regalo spesso e che, pur essendo per me una rilettura, rientra tra i migliori letti quest’anno è Al paese dei libri, di Paul Collins: racconta del tentativo di trasferimento dell’autore e di sua moglie, più il figlioletto, da San Francisco a Hay-on-Wye, un villaggio gallese noto per essere considerato “la Mecca dei bibliofili”: 40 librerie (soprattutto antiquarie o di libri usati) per 1.400 abitanti. È un resoconto molto piacevole e leggero con alcune citazioni bizzarre da libri dimenticati. Per qualche ragione, leggere il racconto di una cosa che non mi sognerei mai di fare, ossia dare fondo ai risparmi per cercare di acquistare una vecchia casa ammuffita in un posto freddo e lontano, mi rilassa. Forse perché, mentre i protagonisti sembrano ficcarsi inutilmente in un grosso guaio (un possibile titolo alternativo: Grosso guaio a Hay-on-Wye), io sono comodamente seduto in poltrona a sorseggiare una tazza di tè.
Un altro libro magnifico (anche qui una rilettura) è Citarsi addosso (Senza piume), di Woody Allen. In teoria tutti dovrebbero averlo letto, ma poi forse molti invece no (per fare un test sono uscito e per strada ho fermato dieci persone a cui ho chiesto: «Mi scusi, ha mai letto Citarsi addosso?». Curiosamente, tutte mi hanno dato la stessa risposta, ovvero: «Scenda subito dalla mia auto!»). È una raccolta di brevi testi umoristici uscita nel 1975. Ancora oggi, a mio avviso, nessuno (a parte Woody Allen stesso) sa scrivere così tante battute così divertenti. Puro genio comico. Vi sorprenderà, ma ci sono persone che non amano l’umorismo di Woody Allen. Legittimo. Ho notato però che alcune di queste vogliono farlo sapere con un certo astio: «A me non fa ridere per niente!» dicono triturando un suo libro con i denti. Eh, penso io, “per niente”?! Strano. Fortunatamente per me, Woody mi fa sbellicare. Se vi piace Citarsi addosso, potete poi continuare con i suoi fratelli Saperla lunga e Effetti collaterali. (I titoli sono quelli delle edizioni Bompiani. Attualmente sono editi da La Nave di Teseo con i titoli: Senza piume, Rivincite e Effetti collaterali).
Impossibile non citare poi Rumore bianco, di DeLillo. Uno dei libri più arguti che abbia mai letto (insieme a Mai ci eravamo annoiati, di Renata Adler), ma in un modo piacevole e calmo. Ho scoperto che per qualcuno è un libro "cupo" e "angosciante". Non so come sia possibile. Solo perché parla di morte? O per quella nube tossica che incombe? Davvero strano. Io l'ho trovato sbarazzino.
Chiudo con La filosofia di Andy Warhol, di Andy Warhol. Anche in questo caso una raccolta di brevi scritti arguti. Se vi capitano quelle giornate in cui il cervello vi pare un po’ assonnato, le pensate di Andy sono un ottimo modo per tirarlo giù dal letto.
Ultima cosa: se vi va di dirmi qual è il libro più bello tra quelli che avete letto quest’anno, mi farà piacere e mi sarà anche utile saperlo: uno degli obiettivi per il 2026 non sarà leggere ma vagliare tanti libri, alla ricerca della risposta all’eterna domanda: che cosa sto cercando?
Bene, direi che per il 2025 è quasi tutto.
A domani!
30.12.25
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