1492.

Su Wu magazine di questo mese, qui, spiego perché Quel che resta del giorno è uno dei film più irritanti che abbia mai visto.

20.4.26

Volere volare (1491)

La settimana scorsa decido di fare un salto a Tokyo a comprare i KitKat alla fragola.
Volare non mi piace, anzi mi terrorizza, anzi diciamo pure che è per me ogni volta un’esperienza di morte e rinascita con reincarnazione in un me stesso più stanco benché temporaneamente euforico ma, primo, mi dicono che tra un po’ non ci sarà più carburante (forse neanche più passeggeri) e mi dà fastidio che lo usino tutto gli altri; secondo, «non dobbiamo permettere che le nostre paure ci impediscano di vivere» diceva sempre mio nonno Raymond quando si faceva un cicchetto dopo che (se non mentre) il medico gli aveva detto «se tocchi ancora un goccio di alcol ci resti secco».
Così mi faccio forza e organizzo il viaggio.

Un piccolo trucco che uso per volare nonostante la mia fobia è quello di portare con me una persona che non abbia alcuna paura né di volare né di morire in generale, in questo caso la mia amica Carla. Un’altra qualità di Carla che la rende particolarmente adatta all’attuazione di idee impulsive è che è sempre annoiata e pronta a partire, infatti in casa sua non manca mai una valigia aperta sul pavimento.
Perciò la chiamo due sere prima della partenza:
«Dopodomani Tokyo?» le dico.
«Ma come fai a mangiare quei cosi?» dice lei. «Fanno vomitare».
Lo prendo per un sì, compro i biglietti e due giorni dopo siamo a Malpensa.

La persona che non ha paura di volare né di morire ha, tra gli altri, il compito di impedirmi di fuggire all’ultimo momento, cosa in cui sono un vero asso e che mi dà quell’inebriante sensazione che si provava da ragazzi quando arrivavi a scuola e ti dicevano «oggi niente lezione, qualcuno ha intasato i bagni con le carte dei KitKat», e avevi il giorno libero e tutto quello che facevi in quelle ventiquattro ore ti sembrava magico. In questo caso quello che farei invece di volare sarebbe “non morire”, che è magico sempre.
E così, mentre siamo al gate in coda per l’imbarco, Carla rintuzza ogni mio tentativo di svignarmela.
«Avrò chiuso la macchina?».
«Non ci provare».
«Secondo te faccio in tempo ad andare in bagno?».
«Ci vai sull’aereo, ammesso che tu debba andarci, e non devi».
«Mi chino un attimo ad allacciarmi una scarpa, ok?».
«Se ti muovi ti meno, poi uso i lacci per legarti e ti stivo».
Così alla fine salgo sul velivolo.

«La tua paura di volare si spiega facilmente, Joey: non sopporti di non avere il controllo delle cose» mi ha detto una volta a cena Brigitta, la mia amica psicologa, mentre cercava di farmi uscire dalla cucina del Glotón, un ristorante qui a San Paco Llorente, dove mi ero intrufolato per verificare di persona con un termometro alimentare la cottura del mio filetto.
«È assolutamente vero,» le ho detto mentre tornavamo al tavolo, «specie il controllo delle cose che vanno a novecento all’ora».
In effetti, però, se fossi un pilota volerei senza problemi e userei l’aereo anche per andare a fare la spesa.
«Basta vedere come faccio con la macchina,» ho detto a Brigitta, «che guido senza pensieri».
«Anche se statisticamente è cinquanta volte più pericolosa dell’aereo» mi ha fatto notare lei.
«Così mi fai avere più fobie, Brigitta, non meno» le ho detto io. «Comunque non è un gran problema, visto che non voglio volare».
«Con qualche seduta si potrebbe risolvere, però».
«Ah sì?».
«Assolutamente».
«Mm, interessante. Così potrei finalmente volare».
«Ma… hai detto che non vuoi…».
«Così potrei finalmente volere volare».

Una volta a bordo, io e Carla prendiamo posto. Mentre gli assistenti ci spiegano come fare il nodo della cravatta del completo funebre in caso di ammaraggio, lei si rilassa e io mi tendo.
Il mio viaggio è molto diverso dal suo. Durante il volo lei dormirà, sognerà, leggerà, ascolterà musica, guarderà film, mangerà, berrà, digerirà, si annoierà (!), andrà e tornerà dal bagno come nulla fosse; io invece non riuscirò a fare nessuna di queste cose, neanche a deglutire o a sbattere le palpebre, perché una volta decollati entro in modalità di emergenza, tutti i miei sistemi si bloccano e a quel punto il mio compito è uno solo: tenere l’aereo in quota controllando costantemente l’altitudine, la rotta, il cielo, l’inclinazione del mezzo, i rumori, oltre alle espressioni, ai movimenti e alle occhiatine delle hostess e degli steward.
Per esempio: si sente un rumore strano e poi un forte sballottamento.
Guardo la hostess: perfettamente serena.
Guardo lo steward: perfettamente sereno.
Ma è normale, penso, sono addestrati a precipitare con il sorriso. Yuki Himawara, hostess della All Nippon Airways, nel 1981 servì il tè con l’aereo in avvitamento senza mai smettere di sorridere e senza versare una sola goccia fino a centodieci piedi, record ancora oggi imbattuto.
Ma le occhiatine dicono di più.
La hostess guarda lo steward come a dire: Jason, sentito quel rumore?
Lo steward guarda la hostess come a dire: Mi chiamo Richard. Comunque sì, l’ho sentito.
Che facciamo? Diciamo a queste brave persone che stanno per morire?
La hostess: No, continuiamo a servire il tè: Voglio battere il record della Himawara.
Lo steward: Credo in te. Per ovvie ragioni non posso dirti che, se dovessi fallire, farai meglio la prossima volta.
La hostess: Ehi, credo che quel tipo sappia leggere le occhiatine.
Lo steward: Ah sì? Buon per lui, tra poco potrà leggere le occhiatine dei pesci lumaca.

Chiaramente so di essere in preda alla mia fobia e quindi non li tormento, perché a ogni rumore strano (per me lo sono tutti), fermerei una hostess e chiederei «Questo sibilo è normale?». La hostess mi direbbe che è il motore dell’aereo.
«È un bene che si senta» mi direbbe con un sorriso.
E infatti quando a un certo punto il sibilo cessa è anche peggio, perché allora ho la netta sensazione di stare silenziosamente planando verso il fondale marino.
Mi immagino i piloti, in cabina, che dopo essersi tolti le cuffie si abbracciano e si danno affettuose pacche sulle spalle, con il comandante («trent’anni di servizio e diecimila ore di volo, lascia una moglie e due figli» mi aveva sussurrato la hostess all’orecchio al momento dell’imbarco) che dice al copilota: «È stato un piacere volare con te», come in Apollo 13.

A un certo punto del nostro volo, quando manca ancora un po’ all’arrivo, guardando fuori dal finestrino mi sembra che siamo troppo bassi.
Ogni qualvolta l’aereo scende di quota poco prima dell’atterraggio e si cominciano a vedere le tegole dei tetti mi sembra di averla scampata. “È fatta”, penso, “guarda quanto siamo vicini al suolo”. Mi verrebbe già da scendere. Mi alzerei, prenderei la mia valigia, aprirei il portellone e saluterei tutti prima di fare un passo nel vuoto. In realtà non mi rendo conto che nemmeno a dieci centimetri da terra un aereo potrebbe dirsi al sicuro, figuriamoci a un chilometro.
Questa volta però non siamo ancora in fase di atterraggio, perciò la bassa quota mi sembra un’altra anomalia. Faccio un cenno alla hostess, indico il finestrino e dico: «Mi scusi, non è che stiamo volando un po’ troppo basso?». (Nota: qualche ingenua persona potrebbe pensare che io non abbia davvero fatto questa domanda alla hostess)
La hostess dà un’occhiata fuori e dice: «No, stia tranquillo, è l’altezza giusta per quando c’è un foro nella fusoliera».
La guardo atterrito.
«Niente paura,» mi fa lei, «un aereo può volare con un foro nella fusoliera e un solo motore senza problemi, specie se sta scaricando il carburante e un pilota è svenuto».
«Abbiamo perso anche un motore?!» chiedo con la voce strozzata.
La hostess ride e scuote la testa: «Ah ah… no, non l’abbiamo perso, sappiamo esattamente dov’è. Guardi, si vede ancora da qui: è quel puntino scuro fumante su quel pendio».
In effetti si vede nitidamente, così mi calmo.
«Vuole del tè?» mi chiede poi.
Io le afferro il polso, do una scrollata così che un po’ di tè si rovesci e le dico: «No, grazie».

Poco più tardi il comandante annuncia che sta per cominciare le manovre per l’atterraggio, nonostante manchi un’ora all’arrivo.
«Per una scommessa tra piloti» precisa.
Il tizio seduto di fianco a me scuote la testa e dice, seccato: «Inaccettabile».
Io gli dico: «Può scendere dal velivolo, se non le sta bene».
Lui mi ignora e si mette invece a dormire con il laptop sulle ginocchia, che io gli rimbocco.
Più tardi passano le hostess con il carrellino.
«Desidera qualcosa?» mi chiede una di loro.
«Gradirei una bottiglietta d’acqua e un KitKat, grazie» le dico.
«Il KitKat lo vuole classico o alla fragola?» mi fa lei.
«Cosa?! Lo avevamo alla fragola sin dall’inizio?».
«Certo» dice la hostess, sorridendo.
Guardo subito Carla, che senza smettere di guardare il suo film dice: «Col cazzo».
«Ma non sai neanche cosa volevo dire» protesto.
«Adesso che siamo qui, un giro a Tokyo lo voglio fare» mi dice lei.

Così, una volta atterrati, invece di aspettare comodamente in aeroporto il volo di ritorno, andiamo a fare due passi a Tokyo. Carla si sente a proprio agio con i giapponesi perché non ti rivolgono la parola.
«Anzi per me sono fin troppo calorosi» dice.
«Calorosi perché i commessi ti fanno l’inchino quando entri nei negozi?» le chiedo.
«Mm? No, quello mi piace, anzi lo vorrei anche in Italia».
«E non solo dai commessi, immagino».
«No no, da tutti».

Quando ci troviamo a Shibuya le dico:
«Vuoi fare la foto con la statua del cane Hachiko?».
«Ma per favore…» mi dice Carla.
«Per Paola» dico. «Sai che va pazza per quella storia. Tu e Hachiko siete i suoi idoli, per quanto così diversi. In effetti penso che tu sia l’unica persona al mondo che Hachiko non avrebbe aspettato».
Carla ride, poi dice: «Probabile. Io comunque l’avrei scacciato già al primo giorno».
Alla fine però decide di accontentare Paola, così andiamo a fare la foto con Hachiko, io compro e mangio la mia confezione di KitKat alla fragola, Carla compra un ventaglio nero (a Natale le regalerò una mano in una scatola) e, il giorno dopo, torniamo a casa.
Sorprendentemente, neanche questa volta l’aereo precipita.

11.4.26

Basta poco (1490)

Aperitivo con la mia amica Carla. Una tizia accanto a noi nell’alzarsi dal tavolo dice all’uomo che è con lei: «Che bello l’aperitivo, che felicità!». L’uomo ride e dice: «Eh, felicità... addirittura...». Anche lei ride e gli fa: «Ma che vuoi? Mi basta poco per essere felice». Detto questo, ci guarda e ci fa l’occhiolino. Io le sorrido, Carla la squadra, impassibile. Quando se ne vanno, Carla mi guarda come a dire: “C’è solo una cosa che odio più della gente: la gente felice”. Io le dico: «Io sono come lei: mi basta poco per essere felice». Carla alza un sopracciglio e non commenta. Io allora dico: «Datemi la mia gatta sulle gambe e sono felice».
«E delle gambe» dice Carla.
Rido. «Sì, ovvio».
«E gli scacchi,» dice Carla, «altrimenti dopo un po' ti annoi».
«Giusto,» dico, «e il mio portatile per giocarci. E sono felice».
«E la connessione a internet» dice Carla.
«Vero. E una scrivania, una poltrona da gaming e un mouse» dico. «Possibilmente wireless con sensore ottico a 19.000 dpi» aggiungo.
«E una casa, dunque, o stai con una scrivania in mezzo alla strada?» dice Carla.
«Sì, una casa ci vuole, meglio se di proprietà» dico.
«E magari due patatine, proprio due» aggiunge Carla.
«Sì, e un calice di una bevanda alcolica, va bene qualunque cosa, eh, tipo, non so, un Philipponnat Cuvée 1522 Grand cru 2007» dico.
«Fresco, però» dice Carla.
«Per forza, a sei-sette gradi non di più» dico.
«E un frigorifero, allora» dice Carla.
«Chiaro,» dico io, «ancora meglio una cantinetta climatizzata e un supporto refrigerante per tenere la bottiglia in fresco, non posso mica fare la spola».
«Disturberesti la gatta» dice Carla.
«E crollerebbe tutta l'impalcatura della felicità» dico.
«Ti serve anche la corrente elettrica» dice Carla.
«Era implicito, Carla, altrimenti come gioco a scacchi?».
«Due patatine?».
«Non possono mancare».
«E un po’ di musica».
«Sì, e nessuna preoccupazione economica» dico. «Per me e per i miei cari» aggiungo.
«E buona salute» dice Carla.
«Per me e per i miei cari» dico. «E vicini silenziosi» aggiungo. «E il riscaldamento d’inverno o l’aria condizionata d’estate, è ovvio» dico.
«E niente missili in arrivo» dice Carla.
«O anche solo sopra la mia testa» dico.
Silenzio. Poi Carla si accende una sigaretta, soffia una nuvola di fumo e dice: «Ti basta veramente poco, sei fortunato».

5.4.26

Martellare (1489)

Colazione con la mia amica Paola. A un certo punto le arriva un messaggio.
Plin!
Paola lo legge, sbuffa, poi lancia il cellulare sul tavolo dicendo: «E basta!».
«Sms truffa?» le chiedo.
«Peggio: mia madre» dice Paola. «Mi sta martellando».
«Per cosa?».
«Per una crema anti-aging che mi ha fatto prendere online e che devo restituire. “Tranquilla,” le ho detto, “c’è un mese di tempo”. Ma niente. Mi scrive una se non due volte al giorno sempre lo stesso messaggio: “Fatto il reso? Fatto il reso? Fatto il reso?”».
Rido. «Perché ci tiene tanto?».
«Ma che ne so. Credo si senta in colpa».
«Nei confronti di chi?».
«Non lo so! So solo che il suo cervello tormenta lei e lei tormenta me. All’inizio ho scelto l’approccio calmo, sai, volevo trasmetterle tranquillità».
«Certo. Niente di meglio di un ansioso per calmare un altro ansioso».
«Esatto. Le dicevo: “Non ti preoccupare per la crema, mamma, ci penso io, c’è un mese di tempo, non pensarci più, dimenticati della crema, pensa a qualcos’altro, vai al cinema, dormi...».
«Ma non funziona».
«No».
«E tu perché non la restituisci?».
«Ti ci metti anche tu?».
«Curiosità. Per me puoi anche spararla nello spazio».
«Devo solo trovare la voglia. Quando trovo la voglia, di solito a cinque o sei minuti dalla scadenza del termine, vado al punto UPS e la restituisco. Devo sentire il fiato della vita sul collo».
«Giusto. Sono anch’io così. Però, senti, andiamoci adesso. Così tua madre si calma».
«Ma non mi va…».
«Dai, facciamo lo sforzo!».
Paola sbuffa, poi dice: «Ok…».
Passiamo a casa sua, prendiamo la crema e andiamo a fare il reso. Quando usciamo dal punto UPS, le dico: «Ecco fatto, risolto».
«Mm…» dice Paola mentre informa sua madre, che inizialmente non risponde. Poi, cinque minuti dopo: Plin!
Paola prende il telefono. Sospira. Me lo passa. È un messaggio di sua madre. Dice: “Ti hanno fatto il rimborso?”.

2.4.26

Il cruciverba (1487)

I

Domenica scorsa faccio visita agli anziani genitori – per puro caso all’ora in cui vengono sfornati timballi, arrosti e torte di mele – per controllare che i loro cuori battano regolarmente e, come sempre da circa sessant’anni a questa parte, all’unisono. E così è.
Vengo accolto dai parcheggiatori, ovvero i gatti Bigini con tanto di gilet fluorescente, i quali ritirano le chiavi dell’auto e mi chiedono se voglio come al solito le orme su tutta la carrozzeria, cristalli compresi.
«Cambierebbe qualcosa se dicessi che preferirei non la toccaste proprio?» chiedo.
«No» mi dice il gatto Bigio mentre mi stacca la ricevuta.
«Anzi forse ti ritroveresti qualche zampettata supplementare» mi dice la gatta Bigia ticchettando con l’unghia sul cofano.
«Capisco» dico, e dopo averli salutati mi avvio all’ingresso.

II

Una volta dentro casa trovo l’anziano padre seduto sul divano con un libro, mentre l’anziana madre è come sempre nel sottosuolo a spignattare per un reggimento.
A una seconda occhiata, tuttavia, noto che il libro in mano all’anziano padre non è un libro ma un giornaletto di cruciverba. Almeno altri sei giornaletti simili sono sparsi per tutta la stanza. Ne prendo uno e gli do un’occhiata: un grande cruciverba a schema libero è fatto a metà. Leggo una definizione: “Ne andava matto Guglielmo il Conquistatore”. Prendo la penna e scrivo: chewing gum. Poi guardo la copertina, c’è una foto di Salma Hayek che sorride. Le faccio i baffetti, la benda da pirata e un dente nero. Quindi poso il cruciverba e saluto l’anziano padre, che mi risponde con un brontolio: troppo impegnato ad arrovellarsi il gulliver alla ricerca di soluzioni, penso.
La mia esperienza mi consentirebbe di evitare certe trappole, per esempio la tentazione di porre la domanda “Come mai adesso fai i cruciverba?”, perché l’anziano padre risponderebbe con “Ho sempre fatto i cruciverba!”. Se una persona avesse molto tempo da perdere, nervi d’acciaio e un certo gusto per le discussioni inutili, farebbe poi notare che, della suddetta frase, solo la “i” ha un barlume di veridicità. Si dà il caso che quella persona sia proprio io.
«Come mai adesso fai i cruciverba?» chiedo. Mi rendo conto che la domanda, posta così, lasci intendere che ci sia qualcosa sotto. Ma in fondo quando si tratta di esseri umani c’è sempre qualcosa sotto.
L’anziano padre dice: «Ho sempre fatto i cruciverba!».
Sorrido come a dire: dovevo pur tentare.
«Senti, potresti cercarmi come si chiamava la madre di Carlo V?» mi chiede a un certo punto con la nonchalance di un Lupin che chiede a Jigen di passargli la fiamma ossidrica.
Aggrotto la fronte e dico: «Eh ma...».
L’anziano padre mi guarda senza capire.
«Che c’è?» mi fa.
«Non dovresti farle senza aiuto?».
Apriti, cielo.
«Ma non vado mica a vedere le soluzioni!» risponde lui, indignato. «Qui in fondo ci sono tutte le soluzioni,» mi dice mostrando il retro del giornaletto, «ma io non le guardo».
Questa la chiamo logica a cubo di Rubik, perché rispondere a una proposizione incasinerà quasi certamente tutte le altre. Ci provo lo stesso:
«Sì, ma il punto non è “non guardare le soluzioni alla fine”,» gli dico, «è non cercare soluzioni in generale».
L’anziano padre è attonito.
«Ma io tanto questa definizione non la saprò mai» mi spiega. «Che cosa ne posso sapere io di come si chiama la madre di Carlo V? Non mi verrà mai in mente, capisci? Sono bloccato».
Naturalmente potrei dire “giusto” e chiuderla lì, ma il pranzo tarda ad arrivare, mi annoio, la glicemia scende e il mio cervello, che di solito mi dà una quantità di consigli, tace.
«Ma è questo il senso del cruciverba» dico allora. «Se non sai una parola puoi trovarla incrociandola con le altre».
A questo punto ecco il mio cervello arrivare di corsa dai meandri del cranio, tutto trafelato e abbottonandosi i pantaloni. Interviene nella tenzone dicendo: “Scusa, ero andato un attimo in bagno... ho seguito questa appassionante conversazione con l’anziano padre e ammiro la puntualità delle tue precisazioni, ma credo di essermi perso un piccolo tassello del puzzle: perché gli stiamo rompendo il cazzo?”.
«Non puoi cercarlo sul telefono?» mi chiede l’anziano padre.
Così alla fine cerco e glielo dico: «Giovanna La Pazza».
«Ah ecco, vedi?» mi dice cominciando a compilare le caselle tutto soddisfatto. «E senti un po’, già che ci sei, dimmi anche...».

III

La spiegazione di questa improvvisa fissa per l’enigmistica me la dà infine l’anziana madre, che arriva con una teglia di crespelle e, dovendo spostare uno dei giornaletti dell’anziano padre dalla tovaglia, sbuffa e dice: «Adesso fa i cruciverba tutto il giorno perché il neurologo gli ha detto che fanno bene».
Ora ha senso, mi dico. Inoltre non chiedo cosa siano andati a fare dal neurologo, sarebbe inutile: l’anziana madre andrebbe subito sulla difensiva e direbbe “non siamo andati dal neurologo!”, mentre l’anziano padre direbbe “vado sempre dal neurologo! Ci vado da quando ero bambino!”. Mi affido quindi all’osservazione e mi dico che finché l’anziana madre non sforna teglie di pantofole e finché l’anziano padre non cerca di cambiare il tempo con il telecomando, è tutto ok.
Quello che mi fa ridere è che se io do una dritta agli anziani genitori, essi sembrano provare un certo gusto nel fare l’opposto: “Dovreste perdere qualche chilo” ha generato una produzione di torte che neanche la pasticceria Vigoni; dopo innumerevoli “Limitate i salumi” li ho beccati che compravano di nascosto una mortadella intera da 14 kg al supermercato, e a nulla è servito rimproverare il commesso che, servendosi di un muletto, caricava il pesante cilindro rosa a bordo dell’anziana automobile; “Perché non metti un apparecchio acustico?” scritto su un cartello che mi appendo al collo quando pranzo da loro ha prodotto risposte come: «Sarà stato nel ‘78» o «mi è sempre piaciuto il cumino!».
Ma, appunto, non sono testardi e bastian contrari a priori, è proprio un fatto personale: costui è nostro figlio e il manuale di istruzioni fornitoci da Nostro Signore dice che il figlio è sotto, noi sopra; il figlio va educato, noi educhiamo; è lui che ascolta noi, non noi che ascoltiamo lui; poiché il figlio non sa, mentre noi sappiamo; il figlio ha torto, mentre noi ragione. Se dunque il figlio ci dice di fare una cosa, deve essere per forza corretto fare il contrario o, più in generale, quello che ci pare.
Riconoscono dunque figure autorevoli esterne: il già citato Nostro Signore, il prete suo ministro, ChatGpt, loro inseparabile amico tuttologo nonché grandissimo paraculo, la televisione, gli antenati, i medici e in particolare, nel caso specifico, il neurologo.
Naturalmente a guidarli non è quasi mai la razionalità, stiamo parlando di due persone che ogni anno in primavera vanno a Lourdes a toccare la parete di una grotta convinti che questo produrrà una quantità di eventi favorevoli nella loro vita e in quella successiva.
A questo, come detto, viene aggiunta ogni possibile ulteriore dritta purché venga da una fonte della suddetta lista.
Magari il neurologo dice di sfuggita, ma tanto per dire qualcosa mentre chiacchiera alla fine della visita, che le parole crociate tengono giovane la mente, e l’anziano padre sente: «In verità in verità ti dico: il segreto della vita eterna è fare le parole crociate tutto il giorno. Più ne fai e più vivrai. Non smettere mai di fare parole crociate. Fa’ parole crociate anche quando dormi, anche quando preghi… anzi non pregare ma fa’ le parole crociate, sempre».

IV

Mentre conduco in porto il pranzo senza ulteriori controversie, mi chiedo se posso sfruttare per il loro bene questa fiducia in certe figure di riferimento. Per esempio potrei parlare con il prete e chiedergli se può inventarsi una lettera ai Corinzi in cui Gesù a un certo punto dice di non mangiare gli affettati. E magari potrei chiedere al neurologo di aggiungere istruzioni tipo “non mettere l’apparecchio acustico impigrisce la mente, neutralizzando così gli effetti benefici dei giochi di enigmistica”.
«Di certo mi è chiaro che l’anziano padre non ha davvero voglia di fare i cruciverba» dico al gatto Bigio mentre attendo che la gatta Bigia mi riporti la macchina. Il gatto Bigio mi ascolta interessato stuzzicandosi una vibrissa.
E forse, penso mentre guido verso casa, non ha nemmeno compreso che il beneficio dato dai cruciverba, ossia la vita eterna, lo si ottiene spremendo il cervello in cerca di risposte utili a completare il cruciverba stesso, e non dal completamento in sé.
A questo punto allora perché non assumere una dozzina di persone che completano cruciverba tutto il giorno cercando le risposte su internet?

V

«Ecco a lei, signor Baruffa, questi sono i 280 cruciverba completati oggi».
«Grazie Giampiero, ecco la paga per te e gli altri».
«Grazie. Senta, posso farle una domanda?».
«Certo, dimmi».
«A cosa le servono tutti questi cruciverba?».
«Tu non ti preoccupare».
«Va bene, a domani».
«A domani».

Poi in primavera l’anziano padre va a Lourdes con un tir preso a noleggio. Arriva alla grotta e scarica 84.000 cruciverba completati nell’anno precedente.
Una suora esce, fa firmare un modulo all’anziano padre e smanettando su un tablet gli dice: «Quanti ha detto che sono?».
«84.206».
«Bene. Naturalmente dovremo contarli, ma se la cifra è corretta le verranno accreditati 842 giorni di vita in aggiunta alla vita prevista».
«Fantastico. E, mi scusi… mi ricorda quant’è la vita prevista?».
«Non faccia il furbo».
«No, era solo per…».
«Solo Nostro Signore lo sa».
«Chiaro. Non volevo fare il furbo».
«Certo, certo…».
«Bene, allora all’anno prossimo!» dice l’anziano padre risalendo lesto sul tir.
«Un attimo, giovanotto» lo ferma la suora, «non così in fretta».
«Che cosa c’è?».
«Manca la domanda di validazione».
«La cosa?».
«La domanda di validazione, signor Baruffa. Una semplice domanda a campione per verificare che abbia davvero risolto lei i cruciverba».
«Ah» dice l’anziano padre smontando dal tir.
«È un problema?» chiede la suora.
«No no».
«Bene. È pronto?».
«Mm, sì, certo».
«Ecco la domanda: come si chiamava la madre di Enrico V?».
«Giovanna la Pazza!» esclama l’anziano padre, rimontando gioiosamente sul tir.
«Quella era la madre di Carlo V, signor Baruffa. Qui parliamo della madre di Enrico V».
«Ah» dice l’anziano padre smontando di nuovo dal tir.
«Quindi?» lo incalza la suora.
«Posso chiederlo a mio figlio?».
«Chiederlo a…» comincia a dire la suora, perplessa. Poi muta di colpo espressione, fa un bel sorriso all’anziano padre e dice: «Oh ma certo, signor Baruffa... In fondo tutto quello che a noi serve è che la risposta corretta esca dalla sua bocca, non che sia proprio lei a trovarla».
«Ma appunto! Era quello che cercavo di spiegare anche a lui! Ah, questi figli… pensano di saperla tanto lunga e invece…» dice l’anziano padre prendendo il telefono dalla tasca della giacca e cominciando a scorrere la rubrica.
«Signor Baruffa…» gli dice la suora, tornata improvvisamente seria.
«Sì?».
«Metta giù quel telefono».

28.3.26

E tu? (1486)

Colazione con la mia amica Carla. A un certo punto si avvicina al nostro tavolo una tizia che non vedevo da un po’, mi saluta e mi fa: «Ce l’hai ancora la gatta?». È una formulazione tipica, a quanto pare. «Sì…» le dico. Quando se ne va, dico a Carla: «È una domanda che mi mette sempre i brividi». Carla dice: «Dovevi chiederle: “E tu ce l’hai ancora tuo figlio?”». Rido, poi le dico: «Se penso a un giorno in cui non ci sarà più Gâteau mi viene male, non so come farò». Carla resta impassibile. Allora aggiungo: «Ho letto non so più dove che il dolore per la perdita del proprio gatto può durare anche anni e può comportare disperazione, difficoltà a socializzare e la sensazione che una parte di te sia morta». Carla alza un sopracciglio. «Che c’è?» le chiedo. E lei: «Io mi sento così ogni giorno, e il gatto neanche ce l’ho».

23.3.26

Ego te eccetera (1485)

Ogni giorno scrivo almeno un appunto sul mio diario di scrittura. Se uno leggesse il mio diario di scrittura chissà quante volte penserebbe: “Che stronzo!”. Più di quanto la gente non lo pensi normalmente, intendo. Però, insomma, nessuno uscirebbe tanto bene dalla pubblicazione di un diario privato, no? Di scrittura e no. Altrimenti non sarebbe privato. Chissà com’è il diario del Papa, mi sono chiesto. Me lo immagino così: “Oggi è entrata la cameriera a rifare la Santa Stanza. Che bel bocconcino. Perdonami, Signore. Ma che ci devo fare se è un bel bocconcino? L'hai fatto tu, no? E hai fatto me. E hai fatto il desiderio. Eh eh. Se la gente sapesse che dico ‘bocconcino’! Ah, dovevo sposare Margaret... Mi amava, e io amavo lei. Ma no, io dovevo seguire la vocazione! E ora eccomi qua. Chissà che fine ha fatto… Dirò ai servizi segreti vaticani di cercarla e portarmela qui. Eh eh. Scherzo, Signore, lo sai, ma se non mi concedo un po' di battute, insomma, uno finisce per impazzire con tutti questi riti, queste preghiere, questi limiti, queste etichette. O no? Signore? Dico bene? Bah. Mai che risponda, quello là. Dobbiamo interpretare i segni, dicono. Cioè: dico! Guarda quella rondine, sarà un segno? E quella Polo parcheggiata in doppia fila? Vai a sapere. Ah, ecco che torna la donna delle pulizie. Ieri non aveva le mutande. Penso che lo faccia apposta. Io comunque ho fatto finta di niente, sono stato impeccabile. «Mi perdoni, Santo Padre, ho dimenticato le mutande anche oggi» mi ha detto. «Non fa niente, Lory,» le ho detto coprendomi gli occhi con una bibbia, «nemmeno io le porto mai. E poi il Signore ci ha fatto così». «Mi perdona?» mi ha chiesto guardandomi con quegli occhietti languidi (ho dato una sbirciatina, ok?). «Eh?» ho detto io, «Sì sì, perdonata, perdonata! Ora però vai!» le ho detto facendo un rapido segno della croce nell'aria e poi spingendola fuori dalla stanza. Il diavolo tentatore, come si dice. Ho chiesto ai servizi segreti se mi possono procurare quelle pilloline blu. Solo per curiosità, il sabato sera mi annoio un sacco. «Tutto quello che vuole, Santo Padre» mi hanno detto loro. Ci sono anche dei vantaggi nell'essere così potente, non posso negarlo. Va be', adesso vado a confessarmi. Fatalità: sono il Papa, posso confessarmi da solo. Eh eh: «Dimmi, figliolo. Santo Padre, ho avuto pensieri impuri e ho fatto battute impure e ho chiesto ai servizi segreti vaticani di procurarmi il Viagra, è molto grave? Grave? Ma no. Sei pentito? Sì sì! Allora a posto. Ego te absolvo eccetera eccetera. Grazie! Prego!”.

19.3.26