Il tradimento (1482)

Un paio di sere fa mi ritrovo a fare l’aperitivo con le mie amiche Paola e Carla.
A un certo punto la conversazione finisce su “che cosa consideri tradimento?”.
Dico: «Ragazze, se a quasi cinquant’anni non abbiamo ancora definito che cos’è tradimento, direi che possiamo lasciar perdere: è evidente che non ci riusciremo mai».
«Quasi cinquant’anni li avrà tua sorella» dice Carla, che sostiene da quando la conosco di averne ventinove.
«Vale per tutte le questioni irrisolte, allora» dice Paola.
Io: «Esatto. Vedi, Carla? Paola ha colto lo spirito».
Carla china leggermente il capo e dice: «Grazie, sensei».
«Io ne so quanto ne sapevo a quindici anni» dice Paola. «Della vita, intendo. Di tutto».
«Non c’era bisogno che lo specificassi» dice Carla.
Paola le fa un ghigno. Carla sorride. Poi Paola torna sul punto: «E, insomma, voi che cosa considerate tradimento?».

Non è la prima volta che sento questa domanda. Racconto loro di quando, anni fa, stavo con Sharon, una ragazza bionda con le sneaker verdi. Dopo il classico idillio iniziale in cui si cerca di essere persone meravigliose che sorridono sempre e dicono “che sarà mai, l’unica cosa che conta sei tu!” anche quando l’altro squarcia il tuo Kandinsky facendo la ruota in salotto, eravamo tornati a essere noi stessi. Se nel mio caso la differenza non era poi molta, essendo io in effetti una persona meravigliosa di natura, nel caso di Sharon il decadimento era evidente. A un certo punto aveva infatti cominciato a comportarsi in modo ambiguo: la sera usciva senza dire dove andasse e tornava a tarda notte con un tizio sempre diverso. Le dicevo: «Posso chiederti che succede?». E lei, smettendo di baciare il tizio di turno: «Senti, non ne possiamo parlare domani? Sono molto stanca, voglio solo andare in bagno e infilarmi a letto». Dopo aver detto così andava in bagno e cominciava a struccarsi e intanto discutevamo. Il tizio di turno non diceva nulla e non veniva mai nominato. A un certo punto magari si metteva sul divano e smanettava con il cellulare o veniva da noi e diceva «Posso farmi un panino?», «Non eri a dieta?» gli diceva Sharon, «Se aspetti un attimo te lo faccio io» gli dicevo io. Finita la discussione, andavamo tutti e tre a letto, dove li sentivo amoreggiare, il che era fastidioso perché con tutti quei sobbalzi non riuscivo a prendere sonno. «Potreste almeno mantenere lo stesso ritmo?» chiedevo, ma venivo ignorato. Poi finalmente tornava la quiete, era il momento in cui ci sentivamo tutti e tre felici, e mi addormentavo. Tempo dopo Sharon era venuta da me e mi aveva chiesto: «Senti, per curiosità… che cosa consideri tradimento?». E io: «Mm, questa domanda, per esempio», e allora, siccome era una persona di altissima levatura morale, un anno dopo mi aveva lasciato.

Con Paola e Carla, invece, siamo finiti su questo discorso perché Paola sta da un po’ di tempo con un certo Massimo, ma ora dopo qualche tentennamento ha cominciato ad accettare gli inviti a “bere dei caffè” da parte di un nuovo collega che ella stessa definisce “molto simpatico”.
«Si parte sempre dal caffè» dico. «Caffè alle dieci del mattino. Caffè alle tredici. Caffè alle diciannove. Al caffè delle due di notte Paola chiede: “Ma non è che per caso mi vuoi scopare?”».
Carla dice: «E allora quell’altro: “Eh? No no, è solo che mi piace tanto il caffè!”».
Rido. E aggiungo: «Poi beve il caffè delle due di notte, salta sul motorino e fila via».
«“Ciao!!!”» dice Carla facendo il verso del motorino e fingendo di tenere un manubrio.
E io: «Allora Paola: “Ma no, aspetta, io ci stavo!”».
E Carla: «Lui: “Mi dispiace, sta per chiudere il caffè Roma e lì usano una miscela eccezionaleeee!”».
Io: «“Miscela del caffè o del motorino?!” gli grida Paola, “Perché se è del motorino ho qui una tanica pronta al 3%!”, ma ormai lui è lontano e non può sentirla».
Paola ci guarda con la fronte aggrottata, poi dice: «Fila via in motorino anche se era dentro il mio appartamento?».
«Sì, esatto,» le dico, «scoda sul tappeto, sfonda la porta-finestra e si catapulta giù in strada direttamente dal terrazzo».
«Comunque la qui presente ci ha già scopato con il collega che la fa “tanto ridere”, eh» dice Carla spegnendo la sigaretta in un salatino.
«Ah sì?» dico rivolto a Paola.
Paola beve un sorso di Spritz e dice: «Ho solo detto che è simpatico».
«Ahi ahi…» dice Carla.
«Povero Massimo…» dico scuotendo la testa.
Paola dice: «Ma per chi mi avete preso? Io non faccio mai sesso prima del decimo appuntamento».
Rido. «A parte che la frase giusta era “io non tradirei mai Massimo, lo amo troppo”, adesso immagino uno che ti chiede di uscire nove volte, tu accetti ma per nove volte non gliela dai e allora quello mentre ti scarica sotto casa dice: “Sai cosa? Mi arrendo, addio!”. E tu: “Ma no, invitami ancora una volta, Giampiero, una volta sola, c’eri quasi!”. E lui: “Naa… ormai ho capito l’antifona, addio cocca!”».
«E se ne va in motorino» dice Carla.
«Perché tutti quelli con cui esco io hanno il motorino? Non ho capito» dice Paola.
«Ci sembri una da motorino, tutto qui» le rispondo.
«Certo non da Jaguar o da yacht» dice Carla.
Paola le tira una patatina.
«Quindi ammetti che il caffè con tizio era un appuntamento» dice Carla.
«Parlavo in generale. Non faccio mai sesso prima del decimo caffè, va bene così?».
«Ma fai sesso automaticamente dopo il decimo caffè? Chiunque sia lì a tiro in quel momento?» le chiede Carla.
«Quasi sempre un barista, immagino» dico. «In ogni caso la domanda è: fai sesso anche quando sei impegnata? Perché questo sarebbe decisamente tradimento».
«Ah, è la tua risposta al quesito?» mi chiede Carla. «Tradimento è quando fai sesso?»
«No no,» le dico, «per me il tradimento scatta molto ma molto prima, sono della vecchia scuola».
«Un bacio?» chiede Paola.
«Prima».
«Tenersi per mano?» chiede Carla.
«Prima, prima».
«Uno sguardo? Un sorriso?» chiede Paola.

Qui racconto loro di Lucilla, la mia quattordicesima fidanzata. Al tempo ero molto meno fiscale: mentre stava con me, Lucilla usciva spesso con altri uomini (fino a qui, niente tradimento), ci andava a cena (niente tradimento), rideva alle loro battute (niente tradimento), poi saliva sulla loro automobile (è solo un’automobile, niente tradimento), si spogliavano tutti e cinque (niente tradimento, non c’è contatto fisico) e cominciavano ad accarezzarsi (ah) zone non compromettenti (tipo?), per esempio le tibie o i gomiti (ok, niente tradimento, c’è contatto ma non sembra sessuale, sembra più ortopedico), poi Lucilla montava a cavalcioni su uno di questi uomini (non è tradimento se non c’è penetrazione!) e si faceva penetrare (mm, qui, pur con tutta la buona volontà, sembra proprio essere tradimento) dal suo sguardo (ah, allora no, il fidanzamento è salvo!), ascoltavano musica (bene, la musica eleva lo spirito) rap (ah, no, preferivo se scopavano, allora), parlavano del sesso che avrebbero fatto se lei non fosse stata fidanzata con me (mm, contorto e inquietante ma, tecnicamente, lecito: sono soltanto chiacchiere) e poi a quel punto quando i quattro uomini stavano per raggiungere l’orgasmo (fatti loro!) Lucilla diceva che era tardi, si rivestiva, se ne andava e, in pratica, non aveva commesso tradimento, benché i quattro uomini avessero a quel punto il noto problema delle palle blu, ben descritto da Philip Roth in Indignazione (così ci diamo un tono). Non che servisse la descrizione di Philip Roth, comunque. Da notare che in certe culture far venire le palle blu a un uomo è già tradimento; in altre, per esempio tra i Korowai, è segno che è stato appeso per lo scroto e che di lì a poco verrà cucinato. In altre il colore delle palle di un uomo indica le variazioni meteorologiche. Succedeva per esempio a mio nonno Raymond, il cui sperma era idrocromico a causa del suo lavoro come canarino esplorativo in una miniera di cobalto durante gli anni Sessanta.

«Ma quindi se anche solo ho il desiderio di fare sesso con il collega è già tradimento?» chiede Paola.
«No, Paola,» le dice Carla, «in quel caso vivremmo in uno stato di tradimento permanente».
«Anche secondo me» dico. «I desideri son sogni».
«Massimo dice che da quando sta con me non desidera nessun’altra» dice Paola.
Io e Carla ridiamo.
«Mm, molto lusinghiero,» le dico, «gli stai facendo l’effetto del bromuro».
«Dite che mente?».
«Ma è ovvio, Paola. Mi stupisco di te. Secondo me quello che conta è che il desiderio per le altre donne resti confinato nel suo cranio».
«E quindi? Devo smettere di uscire con il mio collega?».
«Ci stai uscendo?!» dico, mostrandomi sconcertato.
«Solo se ordinate caffè, per un massimo di nove» dice Carla con un dito alzato.
Paola sospira. Poi dice: «Perché non si può stare con più persone?».
«Be’,» dice Carla, «ma si può…».
«Questo mi ricorda di quando stavo con…» faccio per dire.
«Basta» dice Carla.
«Alle medie, comunque» dico. Poi, rivolto a Paola: «Be’, potresti adottare questa soluzione: tradimento è ciò che viene considerato tale dalla persona tradita».
«Sì, ciao» dice Carla.
«E se la persona tradita considera tradimento prendere il tram?» chiede Paola.
«Allora non dovresti prendere il tram».
«Mi sembra folle».
«Allora non dovresti stare con quella persona».
«Continua a sembrarmi folle».
«In mancanza di altri criteri, almeno sarebbe cortese. Altrimenti potresti andare da Massimo e dirgli: “Massimo, io ti amo, però vorrei fare sesso con un altro uomo, quindi per correttezza, sebbene a malincuore, ti lascio”. Se Massimo si butta ai tuoi piedi in lacrime scongiurandoti di non lasciarlo, potresti dirgli, magari dandogli delle pacchette consolatorie sulla testa: “E va bene, e va bene… allora ci faccio sesso ma restiamo insieme, ok?”».

A quel punto comincia a fare freddo. Ci alziamo e andiamo a pagare.
Prima di salutarci, Carla e Paola fumano una sigaretta.
«Insomma ci hai scopato o no con questo nuovo collega?».
Paola ride.
«Visto?» mi dice Carla.
Sorrido e scuoto la testa.
«E sai la cosa buffa?» dice Paola.
«Ne so più di una» dice Carla.
«Non ha il pene?» dico io.
«No. Cioè sì, ce l’ha. La cosa buffa è che ora ho la sensazione di tradire lui con il mio ragazzo e di tradire il mio ragazzo con lui».
«La seconda non è una sensazione, Cicci» le dice Carla.
«Comunque è normale,» dico io, «te ne serve un terzo per sparigliare».
«Io farei così,» dice Carla, «porterei avanti le due storie e il primo che scopre il tradimento viene lasciato».
«Perché?» chiedo. «Lasci il più sveglio?».
«Ovvio».
«Ah, giusto. Comunque sarà lui a lasciare te, no?».
«Non credere…».
A quel punto Paola butta la sigaretta, si mette il casco e monta sullo scooter.
«Devo dire che mi siete stati come sempre di grande aiuto, amici».
Le sorridiamo. Carla le allaccia il casco, io le metto due capsule di caffè nella tasca della giacca.
«Qualunque cosa tu faccia, per noi è quella giusta» le dico.
«Ti vogliamo bene così come sei: lussuriosa, con il motorino e tutto quanto».
«Grazie, vi voglio bene anch’io» dice Paola, e poi schizza via nel traffico di San Paco (due automobili e una bici). La osserviamo allontanarsi, poi guardo Carla e le dico: «Caffè da me?»
E lei: «Volentieri».

1.3.26

Sono io (1481)

Quando esco la sera a San Paco non mi sento mai del tutto tranquillo: “Che bello essere un malintenzionato,” penso, “che puoi uscire quando ti pare perché, essendo già tu il malintenzionato, di cosa dovresti mai avere paura? Al massimo incontri un altro malintenzionato come te, un collega con cui fumare una sigaretta e confrontare le rispettive malefatte, altrimenti solo brava gente inoffensiva come me”. Questo mi ha fatto venire in mente quella volta che la mia amica Carla mi aveva detto che un sabato sera, prima di uscire, era passata a salutare sua nonna, e sua nonna le aveva detto di stare attenta, che c'era tanta brutta gente in giro, e allora Carla le aveva sorriso, le aveva dato un bacio sulla guancia e le aveva detto: «Tranquilla, sono io la brutta gente in giro, nonna».

24.2.26

La soluzione del mistero (1480)

Colazione con la mia amica Paola, nota ipocondriaca al pari del sottoscritto. Mi fa: «Ieri mi metto a fare il tapis-roulant. Mi sono anche comprata un orologio che mi segna pulsazioni, ossigenazione, tempo trascorso, tutto quanto. Comincio a camminare a passo moderato e dopo poco do un'occhiata alle pulsazioni: 108. Ok, penso, normale. Continuo e quando guardo di nuovo sono a 120. “Mm,” penso, “eppure sto solo camminando…”. Allora le tengo d'occhio. 124. 129. 135. 140. Cazzo, penso, ma che succede? Le pulsazioni continuano a salire inesorabilmente anche se sto rallentando. 142. 145. Immagino il mio cuore che si gonfia come un palloncino pronto a scoppiare. 147. 149. “Non le ho mai avute così alte in vita mia!”, penso. 151. 152. “Mi sta venendo un infarto?! Sto morendo?!”. 155. 157. “È dunque questa la morte?!”. A quel punto fermo tutto e mi sdraio. Sto per chiamare un’ambulanza. “Strano, però”, penso mentre mi tasto la carotide, “in realtà mi sento abbastanza bene”». Qui Paola si ferma e beve un sorso di cappuccino. Ne approfitto per dire: «Perché ho la sensazione che alla conclusione di questo aneddoto sarai completamente coperta di ridicolo?». E Paola: «Perché sei un ipocondriaco anche tu». «Ah già» le dico. Poi: «Ok, vai, sono pronto: soluzione del mistero?» E Paola: «Erano i metri percorsi».

18.2.26

Lo scoiattolo (1479)

Il mio anziano padre è un tipo molto scettico, a lui non la si fa.
Se gli dici qualcosa, mica ti crede solo perché l’hai detta, no no: ci ragiona, valuta, analizza, scandaglia.
«Ehi pa’, guarda la foto di questo tramonto!» gli dici mostrando la foto di un tramonto spettacolare a San Paco. E lui: «Ma sarà un vero tramonto? Sarà una vera foto? Tu sarai veramente mio figlio?». Oppure: «Ehi, pa’, sai che ho letto che hanno creato dei minicervelli in laboratorio per testare i farmaci?». E lui: «Ma per favore… lo so io chi ha un minicervello…».
Il che ha senso, anch’io se avessi ottant’anni diffiderei di tutto:
«Buongiorno, signor Baruffa, ecco il suo caffè».
(Tastando il cameriere con un bastone da passeggio e rivolgendomi a un altro avventore): «Senta, vede anche lei questo tizio col vassoio?».
«Certo» direbbe l’altro avventore, volando poi via come un passerotto.
Ma a dire il vero l’età non c’entra, l’anziano padre è così da sempre: impressionarlo è impossibile. Se non dubita di ciò che gli mostri, allora fa spallucce per minimizzare l’informazione, che so:
«Anziano padre, lo sai che il campione del mondo di scacchi sa giocare, bendato, dieci partite contemporaneamente?».
«E allora?».
«Come sarebbe e allora? Va bene, chiudi gli occhi. Di che colore è il mio pullover?».
«Rosso».
«È blu. E non hai nemmeno chiuso gli occhi!».
Per contro, l’anziano padre è sempre pronto a entusiasmarsi per cose che è venuto a sapere o che ha visto o fatto in prima persona: una foto da lui scattata, anche di una buccia di banana (o di un tramonto!); un libro che ha letto, fosse anche di George Cincischiarello; un borborigmo.
Ma da quando è in pensione la cosa che più di tutte lo manda in brodo di giuggiole è l’avvistamento di un qualche animale o insetto nel suo giardino, ed è proprio per questo che anni fa ha buttato giù una parete del soggiorno (mentre l’anziana madre dormiva) e ha tirato su una grande vetrata a specchio.
Fatta la vetrata, l’anziano padre ha potuto finalmente godersi la sua natura autoctona direttamente dal divano: si è comprato un binocolo, una macchina fotografica e un libro intitolato Come attirare gli uccelli (che non ho mai sfogliato ma immagino contenga le istruzioni di montaggio di una vetrata a specchio).
E così in questo giardino si possono ammirare: uccellini di vario colore, merli, tortore, ghiandaie, conigli, bisce, talpe, ricci, oltre a farfalle, libellule, api e ovviamente i gatti Bigini (in mimetica e piccolo fucile a tracolla), forme di vita straordinarie ma, insomma, viste e riviste. Si capisce allora l’entusiasmo mostrato dall’anziano padre un paio di settimane fa quando ha avvistato per la prima volta uno scoiattolo.

Ora, per carità, amo gli animali e potrei guardare uno scoiattolo per ore – ok, per ore magari no, ma per cinque minuti sì – traendone tutta una serie di conclusioni sulla Natura, la Vita e l’Universo, però se la persona che mi dice “c’è uno scoiattolo!” è la stessa che quando le ho detto che sono stati creati dei minicervelli in laboratorio è rimasta impassibile, quasi annoiata, la voglia di mostrare interesse per lo scoiattolo cala.
Una domenica arrivo a casa degli anziani genitori e l’anziano padre, invece di essere placidamente immerso nella lettura di un libro intitolato Come attirare gli scoiattoli cullato dal gradevole pigolio del saturimetro, se ne sta in piedi dinanzi alla vetrata intento a scrutare il giardino col binocolo.
Entro, prendo un pezzo di focaccia appena sfornata e mi avvicino cercando di simulare una genuina curiosità per il mondo e per chi mi ci ha messo.
«Che succede?» chiedo.
L’anziano padre rimane impassibile, troppo concentrato su un affare troppo più importante dell’essere umano che ha generato. Poi, senza smettere di guardare nel binocolo, dice solo:
«Scoiattolo».
«Sicuro che fosse uno scoiattolo e non uno dei tuoi gatti?» dico.
L’anziano padre non risponde, troppo provocatoria la mia domanda. Lo scoiattolo però non si vede.
«L’hai spaventato» dice allora l’anziano padre.
Gli sorrido benevolmente.
Quando poi ci mettiamo a tavola provo a parlare d’altro: filosofia, calcio, politica internazionale, prosciutto. L’anziano padre non sembra ascoltare, mentre l’anziana madre sembra ascoltare ma probabilmente sente solo cose inerenti al cibo, tipo “ho sentito al telegiornale che secondo l’Iran le tue polpette sono squisite”.
Poi l’anziano padre riattacca con lo scoiattolo. Quanto era bello, quanto era veloce, quanto era intelligente. Al che io penso: aspetta un attimo, ma perché dovrei credergli? Cioè, gli credo. Ma perché dovrei? Certo, sarebbe più facile non credergli se invece dello scoiattolo avesse visto un ghepardo ma, comunque, io scoiattoli non ne ho visti, e il mio minicervello non riesce a fidarsi degli altri esseri umani, specie con i tramonti accecanti che ci sono a San Paco di questi tempi.
Ma non credere alla sua storia non mi basta. Guido verso casa e rimugino. Entro in casa e rimugino. Leggo un libro e rimugino. Vado a dormire e rimugino.
Così il giorno dopo mi sveglio con un’idea. Mi sveglio sempre con un’idea. A volte buona, a volte meno buona. Questa mi sembra buona.
Quindi di prima mattina esco, vado al negozio di chincaglierie del signor Gianni, entro e gli dico: «Ciao Gianni, vorrei uno scoiattolo finto».
«Ciao Joey, ne ho proprio uno che fa al caso tuo» mi dice il signor Gianni senza sapere quale sia il caso mio. Ma forse gli scoiattoli finti servono solo a uno scopo.
Il signor Gianni va nel retro e riemerge dopo qualche minuto: «Che ne pensi?» mi chiede mostrando uno scoiattolo finto, molto realistico, che se ne sta lì a fissarmi nella posizione di uno scoiattolo che, sentendosi osservato, dice “Che cazzo è stato quel fruscio?” un istante prima di fuggire. Solo che, ovviamente, non può fuggire.
«È perfetto» dico al signor Gianni.
Rideranno gli anziani genitori?, mi chiedo poi. Sono persone con un senso dell’umorismo non particolarmente spiccato: la battuta preferita dell’anziano padre è “io prendo l’ala” quando in tavola c’è il coniglio; l’anziana madre è una che ride molto ma quando fa una battuta non si capisce mai che è una battuta e allora lei si fa seria, ti mette una mano sul braccio e in tono confidenziale dice: «Era una battuta».
Quando la domenica successiva vado a pranzo da loro, mentre l’anziano padre è impegnato nei sotterranei con l’anziana madre mi precipito in giardino e posiziono lo scoiattolo nei pressi di una magnolia, alla maggior distanza possibile ma sempre nel campo visivo del binocolo dell’anziano padre.
Lo lascio nell’erba, girato in modo che l’occhio dello scoiattolo punti dritto all’occhio dell’anziano padre nel momento in cui quest’ultimo riprenderà l’osservazione.
Fatto questo, rientro e mi metto a tavola e comincio a guardare dei video di scacchi sul telefono.
Dopo un po’ l’anziano padre ritorna, si mette subito alla vetrata, inforca il binocolo e comincia a scandagliare il giardino, finché a un certo punto, sopraffatto dall’emozione, grida: «Eccolo!».
Io mi fingo poco interessato.
«Chi?» dico distrattamente.
L’anziano padre però è ormai preda di una febbrile concitazione.
«Lo scoiattolo! Eccolo là!» dice.
«Ma per favore…» dico io.
«È là, ti dico! Vieni!» grida l’anziano padre, così eccitato che il saturimetro comincia a emettere un isterico segnale acustico dal chiuso del cassetto. Poi l’anziano padre chiama a gran voce l’anziana madre, che in breve ci raggiunge e, quando lui le indica lo scoiattolo, lei, forse commossa dalla gioia del consorte, o forse perché anziana, neanche per un momento mette in dubbio la veridicità della faccenda.
«Ma è bellissimo!» dice. «Che meraviglia!» dice, forse già pensando a come farlo con le patate.
E l’anziano padre le descrive lo scoiattolo minuziosamente.
«Vedi come ha la coda? Guarda che bel colore il mantello».
«Ma perché sta lì fermo?» chiede lei.
«E come perché?» le dice lui con fare da esperto. «Perché ha intuito che qualcuno lo sta osservando. Ha un istinto finissimo. Allora sta fermo perché il movimento potrebbe attirare lo sguardo di un predatore» le spiega.
Io dico: «Ma se c’è un predatore non gli converrebbe fuggire?».
Immagino un predatore che vede uno scoiattolo da lontano e dice: «Ma quello è uno scoiattolo?». Lo scoiattolo non si muove. Il predatore dice: «Mm». E si avvicina. Lo scoiattolo non si muove. «Sembra proprio uno scoiattolo» dice il predatore avvicinandosi ancora un po’. Lo scoiattolo non si muove. «Strano che non scappi» dice il predatore, ormai a pochi passi dallo scoiattolo. Che non si muove. Quando il predatore è sopra lo scoiattolo dice: «Eh sì, è uno scoiattolo», e lo mangia.
L’anziano padre scuote la testa come a dire: ma perché mia moglie non ha partorito uno scoiattolo?
L’anziana madre invece mi guarda. Io le sorrido. Lei allora forse intuisce che qualcosa non torna, ma si rimette ad ammirare lo scoiattolo e io penso: “Ottimo, lo scherzo è riuscito proprio bene. Molto bene. Forse troppo bene”.
In effetti ora il problema è farlo finire. Come facciamo a uscirne?, mi chiedo.
Poco probabile che lo scoiattolo a un certo punto se ne vada. Impossibile staccare l’anziano padre dal binocolo e dalla vetrata. Me lo immagino, tre giorni e tre notti dopo, con la barba lunga e gli occhi arrossati, che mangia carne secca e beve caffè da una tazza di latta, ancora accampato in soggiorno dove ha acceso un focherello senza perdere mai di vista lo scoiattolo neanche per un secondo.
Così a un certo punto penso: “Va bene, basta così”.
Vado verso la porta che dà sul giardino, giro la maniglia.
«No, fermo! Così lo spaventi!» dice l’anziano padre.
«Non credo» dico. Quindi esco e attraverso il giardino, puntando dritto allo scoiattolo mentre l’anziano padre mi osserva, atterrito, col binocolo.
Sono a dieci metri dallo scoiattolo, lo scoiattolo non si muove.
Cinque metri, niente.
Un metro, neanche un plif.
Sono sopra lo scoiattolo, che non mi degna di uno sguardo e continua invece a guardare lontano come a dire: «Perché quell’anziano mi osserva col binocolo?».
Mi chino, prendo lo scoiattolo, torno verso la casa.
Quando rientro, l’anziano padre, che da un pezzo ha ormai abbassato il binocolo, mi guarda e fa un sorriso di un’amarezza tale che strazierebbe il minicuore del figlio, se questi ne avesse uno.
«Era uno scherzo…» dice senza neanche la forza di mettere un punto di domanda, anche perché io risponderei: “No, padre, è uno scoiattolo vero. Scoiattolo, parla!”, e poi, facendo una vocina da scoiattolo: “Piacere di conoscerla, signor Baruffa, è stato bravissimo ad avvistarmi, non era per niente facile! Noi scoiattoli siamo molto veloci”. L’anziana madre cerca di non ridere. Anch’io cerco di non ridere. Consegno lo scoiattolo all’anziano padre, così che possa esaminarlo, e poi ormai è suo, gli ha fatto la posta per così tanto tempo…
L’anziano padre a questo punto guarda lo scoiattolo, se lo rigira tra le mani. Sa di avere due opzioni: dire “Aspetta qui” e poi andare a prendere la fiocina. Oppure, ed è quella che sceglie, scuotere la testa, pensare “Devo comprarmi una fiocina” e poi andare a sedersi a tavola, dove poco più tardi l’anziana madre porta una teglia appena sfornata.
«Che si mangia?» chiedo fregandomi le mani.
«Scoiattolo arrosto» dice l’anziana madre, ridendo. «Ce ne sono così tanti, in giardino…».
«E sono facili da catturare!» dico io.
Ridiamo.
L’anziano padre ci guarda, scuote ancora la testa, poi si alza, si avvicina con il piatto alla teglia e, un po’ mestamente, dice: «Io prendo l’ala».

15.2.26

Fiodor Dastaiefski (1478)

Vado in libreria qui a San Paco e chiedo un libro di Salinger pronunciandolo salinger. Il libraio, il signor Pencolini, mi ascolta e subito dopo dice anche lui "Salinger" solo che lui non lo pronuncia salinger ma salingher, e mentre lo dice mi fa pure un sorrisetto che è un misto di saccenteria e di clemenza, un sorriso che sinceramente non so bene cosa voglia dire, visto che in effetti Salinger si pronuncia all'incirca salinger, con la “g” dolce. Faccio finta di niente, chi è senza peccato eccetera eccetera, finisco di parlare con il signor Pencolini e me ne vado. Tempo dopo torno e gli dico che sto cercando un libro di Roland Barthes, pronunciandolo come va pronunciato, cioè all'incirca bart, e il signor Pencolini mi corregge dicendo «ah, bartz» e io, anche lì, finta di niente. Quindi, giorni dopo, torno perché, guarda un po', voglio prendere un libro di Houellebecq, pronunciando Houellebecq come va pronunciato, cioè all'incirca uelbèc. Il signor Pencolini si mette subito alla ricerca del titolo richiesto e, mentre cerca sul computer, dice ad alta voce: «Dunque, vediamo... hollebèc... hollebèc», e io gli sorrido. «Guardi,» mi dice a un certo punto, «proviamo a chiedere a mia moglie» e fa un cenno a sua moglie, che subito arriva in soccorso. «Abbiamo questo libro?» gli chiede il signor Pencolini. «Ulbéc?» dice la moglie, «Credo di no», e tutti e due mi guardano. «Non importa, grazie» dico loro, e me ne vado, torno a casa, quindi mi metto al computer e penso subito a un altro autore e mi viene in mente Coetzee, cerco su internet la pronuncia corretta, mi alleno a dirla e due giorni dopo torno in libreria e chiedo al signor Pencolini che cosa mi consiglierebbe di cotzii, e lui mi guarda con gli occhietti piccoli, aggiustandosi gli occhiali sul naso, «Come, prego?» mi chiede, e io gli ripeto che vorrei proprio leggere un bel libro di cotzii, e lui va al computer e mi chiede «Come si scrive?» e io allora gli dico «ci», «o», «e», «ti», «zeta», «e», «e», e il signor Pencolini, vedendo sullo schermo il nome “Coetzee”, mi guarda e dice «Ah, coezze» e io sorrido e scappo via, tutto contento, pensando al prossimo autore, magari, che ne so, visuàva scimbòrsca o fiodor dastaiefski.

11.2.26

Operazione Kathleen Turner (1477)

Ieri sera invece ho visto Operazione Valchiria, del 2008, in cui Tom Cruise è un nazista, però buono. In realtà l’avevo già visto ma uno dei lati positivi di invecchiare e di bere è che cominci a dimenticare le cose e quindi in pratica è stato come vedere un film completamente nuovo: racconta del fallito attentato a Hitler del 1944. Nonostante lo spettatore sappia che l’attentato è fallito, guarda tutto il film sperando che invece Tom e gli altri congiurati riescano a uccidere il führer. Come ben sappiamo, Hitler in quell’occasione si salvò perché la valigetta con l’esplosivo che Tom Cruise aveva lasciato sotto il tavolo dove si teneva la riunione strategica venne spostata per caso all’ultimo momento, ma anche perché Tom, invece di piazzare la valigetta sul tavolo davanti alla faccia di Hitler, la piazzò sotto, e il tavolo fece da scudo.
Ora, io dico: sono l’unico a trovare un pochino da pusillanime aver lasciato la valigetta sotto il tavolo ed essersela svignata per mettersi in salvo e tornare a Berlino in tempo per fare bisboccia con gli amici? Tsk tsk, Tom. Se fossi rimasto nella stanza, Hitler sarebbe morto.
Dopo lo scoppio della valigetta, le unità di riserva, credendo Hitler morto, vanno ad arrestare le più alte personalità naziste, compreso Goebbels, ma Goebbels non intende farsi prendere vivo e si mette tra i denti una capsula al cianuro, pronto a morderla nel caso la situazione volga al peggio. Lì ho pensato: “Gesù, anch’io vorrei una capsula al cianuro sempre a portata nel caso la situazione volga al peggio”. E questo perché, per un ansioso ipocondriaco con una fervida immaginazione catastrofista come il sottoscritto, la situazione può volgere al peggio in qualunque momento, senza preavviso (cioè, è oggettivamente così per tutti, ma un ansioso non riesce a dimenticarlo). Anzi, tecnicamente la vita è una situazione che sta volgendo al peggio.
Naturalmente l’immaginazione catastrofista non lavora solo sui problemi ma anche sulle eventuali soluzioni agli eventuali problemi:

a) Il medico dice: «Ho qui i tuoi esami, Eugenio, e mi dispiace dirti che (mordo la capsula) ho la stampante rotta, quindi dovrai accontentarti di una e-mail».

b) Il mezzobusto del Tg dice: «È appena arrivata la notizia che una testata atomica è stata lanciata verso l’Italia (mordo la capsula). È così che comincia l’ultimo appassionante thriller di Lars von Trier».

c) Il mezzobusto del Tg dice: «È uscito l’ultimo film di Lars von Trier (mordo la capsula)».

d) Macron dice: «Da oggi è in vigore una legge che vieta la produzione di champagne (mordo la capsula). Questo è quello che direi se, come sostengono i miei oppositori, fossi un totale idiota».

e) Una mia ex qualunque si presenta con alcuni esseri umani identici tra loro e dice: «Questi sono i nostri figli, Eugenio (mordo la capsula), miei e di Giulio, dico, ma… ragazzi, dove si è cacciato vostro padre? Era qui un secondo fa!».

f) Il colonello von Tresckow dice: «Eugenio, il piano è chiaro, no? Qualcuno deve posizionare la valigetta con la bomba sotto il tavolo della riunione strategica, il più possibile vicino a Hitler. Abbiamo votato ed è stato deciso all’unanimità che quel valoroso eroe sei (mordo la capsula) tu».

Nota, pensando a Brivido caldo: Kathleen Turner avrebbe senza dubbio portato a termine la missione, poiché, per citare William Hurt, «lei fa quello che è necessario». Kathleen si sarebbe avvicinata a Hitler stringendo la valigetta, avrebbe messo un braccio attorno alle spalle del führer e gli avrebbe sussurrato all’orecchio: «Drei, zwei, eins…». E Hitler: «Ma non è l’ultimo dell’ann…».

2.2.26

Intuizione (1476)

Ieri sera, nella solita e un po' snervante ricerca di qualcosa da vedere, dopo un paio di film cominciati e interrotti, alla fine mi imbatto in Brivido caldo, un thriller noir del 1981 che a quanto pare mi era sfuggito. C’è una giovane Kathleen Turner semplicemente meravigliosa, eccola qui:
(Dio era in forma, quel giorno)

E poi c’è un William Hurt che probabilmente dovrebbe essere un irresistibile latin lover ma a me sembra più che altro un tizio con un facciotto un po’ tonto, che comunque è perfetto per il ruolo (immagino il casting, il regista che dice a Will «Sei perfetto!» e Will pensa di essere perfetto in quanto “bellissimo latin lover”, invece è perfetto in quanto “bellissimo tontolone”).
Entrambi hanno la fossetta sul mento, che di solito la gente trova sexy o carismatica ma forse solo perché si chiama “fossetta” e non “incompleta fusione dei due emisferi mandibolari”.
Comunque. A un certo punto, in una delle prime scene, William e Kathleen stanno passeggiando sul lungo mare, in città, e visto il gran caldo si prendono un bel gelato. Kathleen indossa una camicetta bianca molto leggera che lascia intravedere ogni suo pensiero, William le dà il gelato, lei comincia a mangiarlo ma un po’ le cade sulla camicetta, proprio all’altezza del seno, così dice a William: «Mi prendi un fazzoletto di carta o qualcosa da strofinare sulla macchia?». Lui le dice: «Subito. Anzi te la strofino io». E lei: «Non la vuoi leccare?».
Lì ho capito che la mia serata era salva.

29.1.26