782.

Stamattina alle sei esco per fare la mia consueta attività motoria fino al bidone della spazzatura, quando scorgo sul marciapiede un tizio senza mascherina. Mi avvicino e gli dico: sei senza mascherina, amico, qual è il problema? Lui mi guarda e allora mi accorgo che ha gli occhi arrossati e deve quindi aver pianto a lungo, oppure ha un’iperemia congiuntivale causata da un coronavirus, avrebbe senso. Considerate la temperatura, l’umidità e la velocità del vento, dati che controllo sempre prima di uscire, mantengo una distanza di tre virgola trentuno metri. Con voce piagnucolante lui mi dice: non trovo più la mia mascherina. Gli lancio una bacca, che prende al volo, mastica e inghiotte. Gli dico: ne hai sentito il sapore? Fa segno di sì con la testa e apre la bocca per averne un’altra. Le ho finite, gli dico mostrando le palme vuote (lui chiude la bocca, tira su col naso e fa spallucce come a dire tanto non mi piacevano), poi col mio bastone da passeggio allungabile gli gratto un po’ la schiena per rincuorarlo e con tono gentile gli chiedo: ti ricordi dove l’hai vista l’ultima volta? E lui: sì. E io: e quando è stato? (Bisogna avere pazienza). E lui: al bar. E io: questa è la risposta alla domanda “dove è stato?”, mascherino, io ti ho chiesto “quando?”. E lui: prima. E io: prima quando? C’era la luce, c’era il buio, c’era… E lui: buio. E io: va bene, quindi diciamo che l’ultima volta che hai visto la tua mascherina è stato al bar, ieri sera. Che cosa stavi facendo? Te lo ricordi? E lui: sì. E io: cosa? Stavi studiando? (Fa segno di no) Stavi controllando che tutti avessero la mascherina e mantenessero il distanziamento sociale? (Fa segno di no) Stavi lavorando? (Fa segno di no) E cosa stavi facendo, allora? E lui: la movida. E io: ah, la movida, bene. E mentre facevi la movida ce l’avevi, la tua mascherina? Ma qui smette di rispondere e si mette a piangere, cosa che interpreto come un no. La più probabile ricostruzione è che sia uscito con la mascherina sulla testa, si sia vantato con gli amici che tanto il virus non esiste o che ammazza solo i vecchi di merda eccetera e poi, dopo qualche drink l’abbia appallottolata e lanciata su un albero o in faccia a un amico per impressionare una ragazza (o l’amico stesso). Alla fine gli dico: senti, te la do io una mascherina nuova, va bene? Lui smette di piangere, mi guarda e fa segno di sì con la testa. Prendo una mascherina dalla tasca, una FFP3 con valvola e mirino e la scritta Fortnite, ancora sigillata, e gliela mostro. Ti piace questa? Lui annuisce febbrilmente. Bene, gli dico, ora te la lancio. E lancio la mascherina a qualche metro di distanza. Lui si volta e si muove verso la… be’, il resto è ovvio: quand’è di schiena lo infilo in un sacco, poi il sacco in un altro sacco e poi tutto quanto nel cassonetto, torno in casa, faccio colazione con caffè biologico e clorexidina e segno un’altra x sul grande tabellone che ho in soggiorno.

28.5.20

781.

Ma è normale, è questo che fanno gli scrittori: notano le cose.
Ah sì?
Ma certo.
Di che colore ho gli occhi?
Verdi.
No. E le mie scarpe?
Non porta scarpe.
Sì che le porto.
Blu.
No. Ora chiuda gli occhi. Indosso degli orecchini?
Sì.
No. Porto gli occhiali?
Sì.
No.
Mm.
Quindi…
Vede, signorina, ci sono gli scrittori, quelli più noiosi, che notano com’è vestita la gente, e poi ci sono gli scrittori, i veri scrittori, che non si fermano all'esteriorità ma notano ciò che avviene nelle profondità dell’animo umano.
Lei che tipo di scrittore è?
Profondità animo umano.
Che cosa sto provando nei suoi confronti in questo momento?
Ammirazione?
No.
Entusiasmo?
No.
Eccitazione?
No.
Invidia?
No.
Tenero affetto?
No.
Simpatia?
No.
Comprensione?
No.
Indifferenza?
No.
Mi arrendo.

780.

Oggi ho letto che «gli irriducibili della movida non sono mostri a tre teste, ma ragazzi che si sono stufati di stare in casa», che guarda caso è la mia definizione di mostri a tre teste. Be’, uno di questi mostri a tre teste, intervistato (da tre giornali differenti) ha detto: «Per settimane ci è stato imposto un distanziamento sociale che non era quello del metro del supermercato, ma delle relazioni umane» (delle relazioni mostruose, vorrai dire). Un altro, beccato mentre «faceva la movida», qualunque cosa voglia dire, per giustificarsi ha detto: «Sono fatalista» (col fato degli altri, in questo caso). Un altro ancora ha detto: «In Lombardia è successo di tutto, non penso di poter essere additato come colpevole se bevo qualcosa con persone che conosco bene» (e invece io ti addito lo stesso, sai, sono fatalista). Un altro ha detto: «Non possiamo più stare a casa, non è normale» (detto da un mostro ha senso: guarda gli Addams). Un altro ha detto: «Tendo a vedere solo persone di cui mi fido» (ok, Monstry, ma il pericolo non è di essere truffati, ma di passarsi un virus). Sarei andato avanti a leggere le dichiarazioni dei Matt per molto tempo ancora, ma purtroppo non avevo una relazione umana da dieci minuti, non era normale, così mi sono limitato a chiedermi quale fosse l’affermazione più stupida, e alla fine, dopo molte riflessioni, ho scelto proprio «Non possiamo più stare a casa, non è normale». Penso che la userò per tutto. Come mai guida senza patente? Non guidavo da un mese, cioè da quando me l'hanno ritirata, non era normale. Come mai mangi i funghi anche se sei allergico? Non li mangiavo da quindici anni, da quando sono finito in rianimazione, non era normale. Come mai indossa il casco solo su una delle tre teste? Dovrei andare in giro con tre caschi, non è normale. Sì sì, funziona, mi piace.

26.5.20

779.

Ti ho mai raccontato di Silvia?
Non mi pare. È una tua ex?
Sì. Di quando vivevo a Milano.
Quindi parliamo di…
Sei anni fa.
Sei anni. Non so quasi niente di quando non ci conoscevamo, sai? Eccetto che vivevi a Milano e che avevi un cane che si chiamava…

Si chiamava…

Aspetta, eh? Non me lo dire…
Non te lo dico, tranquillo.
Letizia, giusto?
No.
Leopolda?
No.
Ma era con la L.
No.
Ahh. No, niente, mi arrendo.
È la scelta migliore.
Come si chiamava?
Mai avuto cani.
Ah no? Ah ah. Strano.
Già.
Molto strano. Un’altra birra?
Certo.
Grande. Ehi! Scusa?! Ci porti altre due… ecco, altre due di queste, grazie. Letizia, eh?
No.

24.5.20

778.

Citando Pascal: «Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa: dal non saper restarsene tranquilli in una camera».

L’invenzione della solitudine, P. Auster


777.

Oggi dopo tre mesi sono uscito di casa. Bello, sì, ma è rientrando che ho notato il particolare più interessante: il nome sul mio campanello si è cancellato. Completamente. Sotto tutti gli altri nomi, dove prima c’era il mio adesso c’è una striscia bianca. Ho ripensato a quel corriere che, grazie a una sfuriata telefonica costellata di sottili manipolazioni, ho fatto licenziare la settimana scorsa. E a quell’altro a cui ho rovesciato in testa un secchio di Catsan già agglomerata. Credevo di aver ragione, e invece forse erano loro a non aver del tutto torto. Mai pensare di saperla più lunga degli altri!, diceva mio nonno mentre lo seppellivo dopo averlo legato come un salamino cotto. Così una volta in casa ho telefonato alla mia amica Carla. Carla, vuoi saperne una bella?, le ho detto. E lei: spara. E io: il nome sul mio campanello si è cancellato. E lei: non lo sapevi? E io: come sarebbe non lo sapevi? Tu lo sapevi? E lei: sì, è da un pezzo che lo so, infatti mi chiedevo come facessero ad arrivarti i pacchi. E io: non mi arrivano, ecco come facevano! Per caso ti sei anche chiesta se fosse una buona idea avvisarmi? E lei: Sì, certo. E io: e che cosa ti sei risposta? E lei: be', a questo credo tu possa arrivare da solo, Sherlock.

21.5.20

776.

In che momento una casa cessa di essere una casa? Quando il tetto viene scoperchiato? Quando si abbattono i muri? In che momento si trasforma in un ammasso di macerie? È soltanto diversa, diceva lui, non ha niente che non va. Poi un giorno finisce che le mura della tua casa crollano: ma basta che la porta sia ancora in piedi e non devi fare altro che oltrepassarla per poter essere di nuovo dentro. 

L’invenzione della solitudine, P. Auster

20.5.20

775.

Hanno chiesto a Caterina Balivo che cosa farà oggi, primo giorno senza il virus in circolazione (non c’è più, no? Io ho capito così). Caterina ha detto che andrà dal parrucchiere e al cinema con le amiche, in attesa di poter fare «quello che più sogna» e cioè andare a mangiare sushi con i figli nel ristorante preferito, «quello dove ci si siede tutti assieme e passa il rullo» (quanta tenerezza, Caterina: si chiama kaiten-zushi), riavere il pubblico in studio e soprattutto andare a trovare – e qui devo ammettere che ho pensato: bene, ci siamo, ora farà il mio nome – «i miei genitori». Peccato, Caterina, peccato. E dire che avevo fatto installare un nastro trasportatore solo per te, ti ci saresti sdraiata sopra e il nastro avrebbe fatto il resto, ma ti capisco, lo so, è per quella volta che alla gara di bellezza ho fatto vincere la Delogu, vero? Sì, va bene, ci sta. Ma è poi venuto fuori che la Delogu usa la pancera. Questo potrebbe rimettere tutto in discussione, no? Tu porti la pancera? La Delogu è comunque molto bella anche con la pancera, forse persino più bella. A chi dona di più la pancera? Questa, forse, l'unica vera domanda.

17.5.20

774.

Da un nuovo studio pubblicato su, be’, da qualche parte, è venuto fuori che parlando, ma che dico parlando, respirando, anzi, ancora peggio, anche solo pensando si possono generare goccioline che restano nell’aria per sempre. Per sempre. E non c’è modo di mandarle via. E non serve a niente restare in casa, ti vengono a cercare. Passano sotto la porta. Ma che dico sotto: attraverso. Sono goccioline, dopotutto, goccioline finissime, piccolissime, effervescenti naturali, passano attraverso il legno, attraverso l’acciaio, attraverso tutto ma non attraverso te. Eh no. Arrivate a te, ‘ste goccioline, ‘ste benedette goccioline nostre, si fermano. Si fermano e dicono: ahh, finalmente, eccoti qua, umanuccio mio. E cominciano a replicarsi. Mica il virus, no: le goccioline. Meglio il virus o la saliva della gente? A me le goccioline della gente hanno sempre fatto schifo, mica solo adesso. E mica solo le goccioline, ma la gente proprio. Il virus non ha cambiato molto sotto questo punto di vista, io dalla gente stavo distante anche prima. Praticamente adesso, imponendomi la distanza di un metro, dovrei avvicinarmi.

15.5.20

773.

Sono incappato in una foto del Buddha gigante di Leshan, la più grande statua di pietra di Buddha del mondo, statua che mi ha colpito però, più che per la sua grandezza, per la sua bruttezza, non me ne voglia il Buddha. Dicono che sia stata scolpita nell’ottavo secolo dopo Cristo da un monaco che intendeva con la sua opera placare le turbolente acque che scorrono lì nei pressi. Il suddetto monaco, però, poco prima di terminarla si è cavato gli occhi, secondo la leggenda, «per dimostrare la propria buona fede», ma secondo me perché se scavi nella roccia probabilmente a mani nude o con un cucchiaio di legno una statua alta settantuno metri e quando ormai hai finito ti rendi conto che fa irrimediabilmente schifo, cavarti gli occhi è il minimo. E magari la cosa della buona fede è anche vera:

Ehi, monaco, che cos’è quell’obbrobrio? 
Una statua del Buddha, l'ho fatta io!
Vorrai scherzare? È la cosa più brutta che abbiamo mai visto, e siamo cinesi. Hai fatto apposta a farla così brutta! 
No, fratelli, mi sono impegnato, ero in buona fede, lo giuro, e per dimostrarvelo mi caverò gli occhi! (Si cava gli occhi.)
Be', non era necessario. 
Ah, no?
Ma no. E poi non c'è alcun nesso logico. 
Mm.
E in fondo chi se ne frega.
Mm. Mm.
E poi sai cosa? Ti stavamo solo prendendo in giro.

Storia triste, vero? Ma c’è un finale inaspettato: i discepoli del monaco – ora che ci penso, forse il monaco ha scolpito la statua dopo essersi cavato gli occhi, avrebbe più senso: 
Amici, guardate cosa ho fatto: ho scolpito una statua del Buddha! 
Sai che roba. 
Ma l’ho fatto nella montagna. 
E allora?  (Oppure: hai rovinato la montagna?! La montagna sacra? La montagna sacra detta anche l'Intoccabile montagna sacra di Leshan?) 
Ed è alta settantuno metri! 
Hai rovinato la montagna? (Pensava di averla scampata, il vecchio.)
Ciliegina sulla torta, è dell'ottavo secolo dopo Cristo!
Silenzio. Poi:
A parte che siamo buddisti, vecchio, noi siamo nell'ottavo secolo dopo Cristo. Qualunque cosa, qui, è dell'ottavo secolo dopo Cristo, anche questo bastoncino di ovatta con cui mi sto pulendo l'orecchio.
Ok, ok, ma sentite la cosa più straordinaria di tutte: l'ho scolpita – si volta – senza occhi!

C’è un finale inaspettato, dicevo, anzi due: prima di tutto, novant’anni dopo, i discepoli del monaco hanno finito la statua (e a quel punto qualcuno sarà arrivato e avrà detto: ah, bravi, avete distrutto quella statua orribile. E loro: veramente l’abbiamo completata secondo i dettami del maestro); inoltre (forse funziona anche al contrario: ah bravi, avete completato quella statua orribile. E loro: veramente l'abbiamo distrutta), sembra che i detriti della lavorazione finiti nelle acque le abbiano davvero rese più miti. O forse è un miracolo del Buddha. Ma più probabilmente è una balla. Va be', adesso mi spiace aver detto che è così brutta. Non è così brutta. Non è il Ratto delle Sabine del Giambologna, diciamo.

772.

Oggi invece leggo di un tizio in Turchia che ha ucciso il figlio di cinque anni soffocandolo con un cuscino mentre erano in quarantena in ospedale. Non lo avevano scoperto, attribuendo la morte a una crisi respiratoria, ma lui ha detto: no, sono stato io. Loro hanno detto: o forse una reazione allergica ai farmaci. E lui: sono stato io. E loro: o è stato ucciso da qualcuno. E lui: per esempio io. E loro: ma chi poteva aver accesso alla sua stanza? Era in quarantena. E lui: io avevo accesso, anzi ero proprio dentro la stanza, mi ci avete messo voi. E loro: probabilmente questo è il classico caso destinato a restare irrisolto, la tipica misteriosa morte ospedaliera. E lui: va be'. Alla fine però devono avergli creduto, perché l’hanno arrestato. Quando gli hanno chiesto il motivo del suo gesto, ha detto: non lo amavo. Nessun problema con mia moglie e con l’altro mio figlio, ha aggiunto, ma questo qui, non so, non mi è mai piaciuto.

14.5.20

771.

Oggi ho letto sul giornale: «"Le comunità virtuali non costruiscono nulla. Non ti resta niente in mano. Gli uomini sono animali fatti per danzare" scriveva Kurt Vonnegut, uno dei più grandi scrittori americani scomparso 84nne nel 2007 inciampando su un gradino». Mi ha fatto ridere.

12.5.20

770.

Signora, dunque, abbiamo finito adesso di operare suo marito.
E come sta?
Be’. Intanto abbiamo estratto il frammento di porcellana dall’addome e siamo riusciti a
Quale frammento di porcellana?
Se mi fa parlare…
Mi scusi.
Io l’ho fatta parlare, adesso lei fa parlare me.
Veramente non ho mai parlato.
Be’, allora prima fa parlare me e poi parlerà lei. Prima mi fa parlare del mio paziente e poi lei mi parlerà del suo.
Ma io non ho pazienti.
E come mai?
Perché non sono mica un medico.
Appunto.
Ho capito, scusi.
Bene. Allora, dicevo: siamo riusciti a salvare il fegato.
Ah, meno male, grazie.
Lo abbiamo scollegato da tutti gli altri organi e dal sistema circolatorio e adesso non corre più alcun pericolo. Solo una domanda: suo marito è thailandese, no?
Eh? No.
Cinese? Giapponese? Malese?
No, è di Busto Arsizio.
Mm. Comunque il problema è un altro: abbiamo trovato un’emorragia piuttosto importante nell’emitorace sinistro.
Quanto importante?
Eh, abbastanza importante, sì.
Per farmi un’idea?
Be’, guardi, le faccio questo esempio: stasera dovevo andare a cena e ho chiamato per disdire.
Abbastanza importante, allora.
Sì.
Era una cena di lavoro o...
No no, con amici. Però, insomma, siamo riusciti a intervenire anche qui, con grande professionalità e tempestività, abbiamo suturato quello che c’era da suturare e insomma le solite cose, adesso non voglio entrare in dettagli tecnici, non vorrei annoiarla, diciamo.
No, ma non mi annoia, è mio marito!
Ah va bene, no pensavo che… comunque abbiamo riportato i valori nella norma e
Bene.
Abbiamo amputato quello che c’era da amputare e
Come amputato?
Eh, signora, ma sa in che condizioni era suo marito quando è arrivato qui?
Ma veramente mi ha solo accompagnato a ritirare degli esami.
Eh ho capito, però poi, sa com’è, mentre era lì che aspettava, un medico lo ha notato e gli ha detto come va? E suo marito: mah, insomma. Allora il medico si è preoccupato. Sa, il giuramento di Ippocrate e tutto, in pratica siamo costretti a occuparci di chi non si sente bene, così il medico gli ha detto venga, venga che le do un’occhiata.
E mio marito è venuto? Mi sembra strano perché lui non
All’inizio non voleva.
Ah ecco.
Si divincolava, all’inizio.
Ma come?
Mordeva, graffiava, urlava.
Ma
Scappava, persino. Ma poi si è calmato, è diventato docile, ubbidiente, e ha seguito il medico nell’ambulatorio, si è disteso sul lettino, si è fatto visitare, e poi, sa, noi medici siamo dei perfezionisti, il medico ha notato una pellicina su un dito del piede, l’ha tolta, zac, poi un’altra, ha tolto anche quella, zac, poi togli un lembo di pelle qua, un lembo là, be', è insorta un’infezione.
Oddio. Ma così presto?
Fulminante.
Oh no.
Eh sì. Per quello abbiamo dovuto – a malincuore, signora – prendere la nuova sega idraulica a catena diamantata arrivata proprio ieri da Colonia e amputare.
Ma cosa? Un dito?
Ah ah, signora mia, un dito… lei ha sempre voglia di scherzare.
Mi scusi, sa, non so cosa mi credevo, ma sentendo parlare di amputare ho pensato che
L’intero arto.
Come… cioè, quale?
Quali.
Ma ha detto arto.
Dapprima.
E poi?
E poi sembrava tutto a posto, abbiamo rimesso suo marito in piedi ma, come una sedia senza una gamba, traballava.
Lo credo!
E così ci siamo consultati e abbiamo deciso di parificare. Siamo degli esteti, in fondo. Ma anche per lei: le avrebbe rotto chissà quanti vasi, strappato chissà quante tende e poi, non so, faceva venire il mal di mare anche a noi.
Parificare mettendo un arto artificiale?
E con che soldi? Con che competenze?
Eh, non so, pensav
Ma no, abbiamo tagliato anche
Anche l’altro?
Gli altri, signora.
Quali?
Tutti.
Tutti e quattro?
Quattro? Suo marito aveva arti ovunque, signora, abbiamo perso il conto.
Ma è terribile.
Eh sì, insomma, bello non è. Però l’importante è questo: suo marito adesso risponde agli stimoli.
Meno male.
Non so, per farle un esempio, se cade rimbalza, se lo incendiamo brucia, se gli versiamo addosso dell’acqua si bagna, eccetera. E questa è una buona notizia, ci fa essere ottimisti.
Ma è cosciente?
E come potrebbe.
Ma tornerà a casa?
Non scherziamo.
Potrò venire a trovarlo?
A che scopo.
Ma allora, scusi, ottimisti per cosa?
Vede, signora, lei mi sta facendo le domande sbagliate.
Domande sbagliate.
Sì.
E quali sono le domande giuste?
Qual è, vorrà dire.
Sì, qual è la domanda giusta?
Semplice: e per quanto riguarda invece i miei esami, professore, va tutto bene?
Ma
Avanti, me la faccia.

11.5.20

769.

Oggi è la festa della mamma e avevo detto a mia madre che sarei andato a trovarla – lei e mio padre, ovvio, ma soprattutto lei – ma poi non avevo voglia e le ho telefonato per dirglielo, ovviamente con il tatto che mi contraddistingue: «Senti, non vengo, non ho voglia». Può sembrare un comportamento biasimevole, forse, è peggio di quando le ho regalato un panino con la coppa, ok, ma è meglio di quando le ho detto «sei una rimbambita». Forse lì avevo esagerato. La sera comunque le avevo scritto per rimediare: «Scusa se oggi ti ho detto che sei una rimbambita, volevo dire gran pasticciona ma in realtà sei la mamma migliore del mondo e sono fortunato ad averti». Anche perché, avevo pensato, se non l’avessi avuta non sarei esistito e ora non sarei qui a sorseggiare questo delizioso champagne. Lei mi aveva risposto: «Grazie, questo è il regalo più bello che potessi ricevere». In realtà la mia era solo una gag, ma, avevo pensato, ok, meglio così.

10.5.20

768.

Sul nuovo numero di Wu magazine, qui, la virologarchia e il cono gelato come sua inevitabile degenerazione.


9.5.20