Il raduno (1526)

Sono al bar a fare l’aperitivo con le mie amiche Paola e Carla, quando a un certo punto Paola dice: «Domani c’è un raduno di motociclisti. Ci andiamo?».
«Qui a San Paco?» chiede Carla.
«No, a Okinawa» le risponde Paola.
Carla le sorride.
«Ricordarmi perché ho la sensazione che sia inutile farti notare che nessuno di noi tre ha una moto?» le dico.
«Né ha mai mostrato interesse al riguardo» aggiunge Carla.
Qui guardo Carla, dubbioso, poi le dico: «Ma tu non uscivi con un motociclista, anni fa?».
«Sì, con lui, non con la moto».
«Come sapete io ho uno scooter» dice Paola.
Io e Carla la guardiamo con i rispettivi sopraccigli alzati.
«Dai, forza, come si chiama?» le chiede Carla.
«Ma chi?».
«Il motociclista che ti piace. Non può venire lui da noi?».
Paola alza le spalle.
«Ma si può andare a un raduno di motociclisti a piedi?» chiedo.
«Di certo sarà divertente vedere Paola andarci con lo scooter» dice Carla.
«Sì,» dico, «me la vedo che arriva, parcheggia tra due Harley-Davidson, si toglie il casco e fa: “Come butta, amici?”».
«Amici motociclisti» dice Carla.
«Esatto».
«Non ci vengo in scooter, scemi» dice Paola. «Ci andiamo a piedi: è aperto a tutti».
«Ah ok» dico. «Però farebbe ridere andarci a piedi pur avendo la moto, e quando ti chiedono dove hai lasciato la moto, dire: “A casa, abito qui”. O ancora meglio se invece abiti lontano: “Dove hai lasciato la moto?”. “A casa”. “Ah, sei di qui”. “Eh? No, vivo a Trenton, Connecticut”.
«Come sai che Trenton è nel Connecticut?» mi chiede Paola.
«Non lo so, infatti» le rispondo.
«Ma in quel caso non esserci andato in moto avrebbe senso, no?» dice Carla.
«Vero. Facciamo Trento, allora: “Ah, sei di qui?”. “No, vivo a Trento. Connecticut”. “E come sei venuto al raduno di motociclisti?”. “In macchina. Troppo sbatti, la moto”. “Sì, hai ragione, la moto è una gran rottura”. Eccetera».
Nel frattempo arrivano le nostre birre. Brindiamo alle moto. Paola beve un sorso, si asciuga i baffetti di schiuma e dice: «Ma poi, una volta che si sono radunati, cosa fanno?».
«Faranno una grigliata» le dice Carla. «Cosa vuoi che facciano?».
«È gente che non ho mai capito,» dico, «specie quando li vedo andare per strada zigzagando per scaldare le gomme come Valentino Rossi nel giro di ricognizione prima della gara».
«Solo che lui poi faceva la gara,» dice Carla, «il motociclista invece va a bersi una gazzosa al bar Da Luisa».
«Già. Secondo me i motociclisti non hanno alcun posto dove andare. Cioè dove vogliono veramente andare, intendo. L’unico posto dove vogliono andare è la moto, mentre i posti dove vanno sono il mezzo».
«Ma poi che senso ha fare un raduno?» dice Carla. «La ragione quale sarebbe?».
«Boh. Che tutti possiedono una moto?» le dico. «È esattamente come fare un raduno tra possessori di una caffettiera, l’unica differenza è che al raduno di chi possiede una moto ci vai in moto, a quello della caffettiera non ci puoi andare in caffettiera. Però, intendo, una volta arrivato non cambia niente».
«Dai, è un modo per conoscersi, per stare insieme» dice Paola. «Condividono la stessa passione, no?».
«Sai che da quando hai comprato lo scooter hai perso metà del tuo senso dell’umorismo?» le dice Carla rifilandole un calcetto alla sedia. Paola le tira un tovagliolino appallottolato.
«Ok, conoscersi, stare insieme… bello» dico. «Perciò quando sono lì cosa fanno? Parlano della moto? E, se sì, parlano ciascuno della propria o di quella degli altri?». «Secondo me non parlano di moto,» dice Carla, «mangiano salsicce e parlano del più e del meno. Se arriva qualcuno che vuole parlare di moto mentre due motociclisti stanno parlando di calcio o di figa, gli diranno: “Basta con le moto, hai rotto il cazzo”».
Ridiamo.
«Molto probabile» dico. «Sicuramente ci saranno quelli che parlano troppo di moto anche per chi parla di moto. Ci deve essere un modo giusto di parlare di moto, di amare le moto. O di amare le caffettiere o le cose in generale».
«Già…» dice Paola sospirando e poi mangiando qualche patatina. Nessuno le chiede niente. Se ci vuoi dire una cosa, la dici, altrimenti passiamo oltre.
«Almeno al raduno di quelli che hanno una caffettiera ci sarà il caffè buonissimo» dice Carla.
«Mm, quello è il raduno degli amanti del caffè».
«Sarà fatto con la caffettiera migliore del raduno» dice Paola.
«Non credo,» dico, «perché le loro caffettiere sono troppo preziose per essere usate: “Ehi amici, facciamoci un bel caffè!”. E tutti che ritraggono le caffettiere dicendo: “Ma sei pazzo? Le nostre caffettiere non hanno mai fatto un caffè in vita loro! Sono da collezione!”».
«Ovviamente quello che ha proposto di fare il caffè si è presentato con una caffettiera della Coop» dice Carla.
«Sì, un amante del caffè infiltrato a un raduno di amanti delle caffettiere. Sicuramente i due gruppi si odiano».
«Facile».
La cameriera arriva e prende qualche piattino vuoto. Ne approfitto per guardare la gente seduta ai tavolini intorno a noi. Ci sono anche due motociclisti, un uomo e una donna. E due gazzose. Torno a rivolgermi a Paola e Carla:
«Comunque ho sempre pensato che, quando c’è una coppia di appassionati di qualcosa, ci sarà uno dei due che non è veramente un appassionato, uno che lo fa per fare un favore all’altro, o che magari credeva di esserlo ma poi ha capito di no».
«A me succede con gli uomini» dice Carla.
«Fingi che ti piacciano per far loro un favore?».
«Credo che mi piacciano ma poi capsico di no».
«Mia zia ha fatto finta di essere appassionata di montagna per tutta la vita,» dice Paola infilzando un’oliva, «ma in realtà la odiava».
«Perché?» chiede Carla.
«Perché la odiava?» dice Paola infilandosi in bocca l’oliva.
«No, quello è ovvio. Perché ha fatto finta».
«Be’…» dice Paola masticando e alzando le spalle, «perché mio zio era appassionato di montagna».
«E allora?».
Paola scuote la testa: «Lo amava, no? L’amore è anche questo».
«Fingere che ti piaccia la montagna?» chiedo.
«Non poteva andarci da solo, in montagna, tuo zio? Tua zia poteva continuare ad amarlo da casa» dice Carla.
«A parte che vivevano in montagna…».
«Allora tua zia poteva andare al mare e amarlo da là» dico io.
«Quando ami qualcuno sei anche disposto a sacrificarti, sapete?» dice Paola.
«Ah sì?» dice Carla.
«Ma no, quello era il vecchio concetto di Amore» dico. «Paola è ancora a Ludovico Ariosto».
«E il nuovo concetto di Amore com’è? Sentiamo…» dice Paola.
«Prendersi un gatto» le dico pescando un po’ di arachidi dalla ciotola. Intanto vedo i due motociclisti alzarsi, cominciare la solenne vestizione, montare in sella, pronti a partire verso l’ignoto o, più probabilmente, una pizzeria.
«Secondo me alla fine tutto gira intorno all’accoppiamento» dico lanciandomi in bocca qualche arachide.
«In amore? Teoria rivoluzionaria» dice Carla.
«No, intendo le moto, i raduni. Anche zigzagare per strada senza alcun motivo. Deve essere un segnale che il motociclista è pronto ad accoppiarsi».
«Il motociclista con cui uscivo io era sempre pronto ad accoppiarsi» dice Carla. «E sai qual era il suo segnale?».
«Zigzagava per casa?» dice Paola.
«Lo immagino» dico. «Ma fare i raduni, intendo, lo scopo sarà quello. Il tacito scopo di ogni raduno di qualunque accidente possa piacere a più di un individuo. Per esempio una volta ho visto un raduno di motrici di tir».
«Scherzi?» dice Carla, ridendo.
«Te lo giuro».
«Proprio quando stavo pensando che un raduno di moto fosse la cosa più noiosa del mondo…».
«E cosa facevano?» chiede Paola.
«E cosa fanno ai raduni di moto?» le dice Carla.
«Be’,» dico, «erano tutti lì con la loro motrice e per ammazzare il tempo, non lo so… in effetti quando arrivi a un raduno poi ti guarderai in faccia e dirai: “E adesso?!”. Comunque loro si sono messi a fare dei giri lungo un percorso improvvisato, tipo i kart, solo che le motrici dei tir vanno pianissimo e sono ingombranti e goffe e quindi non era molto interessante, per non dire che era proprio patetico. Come guardare… non so…».
«I mondiali di atletica per poltrone?» dice Carla.
«Esatto» dico. «Dunque anche al raduno per motrici di tir, come a tutti i raduni, sicuramente il tacito scopo segreto era accoppiarsi. Esattamente come a quello di moto». «O di caffettiere» dice Paola.
«Sì. Magari vai lì e speri di trovare una persona speciale che, oltre alle moto, sia appassionata di qualcos’altro. Perché non puoi andare a un raduno di moto sperando di incontrare qualcuno appassionato di moto come te, voglio dire, così hai ristretto il cerchio di zero».
«Giusto» dice Carla.
«Quindi sarà: ok, siccome qui tutti sono appassionati di moto e hanno una moto, vediamo se c’è anche qualcuno che, come me, è appassionato di caffettiere».
«Oppure: vediamo se c’è qualcuno che, come me, odia le moto» dice Carla.
Rido. «Esatto. E quella lì è la tua persona speciale. E, se la trovi, ci parli e magari ti innamori e poi finalmente ti accoppi. Fatto l’accoppiamento, le moto si possono buttare nella spazzatura e ci si può prendere una di quelle macchinette automatiche del caffè».
«Per me fila» dice Carla.
Paola invece sembra perplessa. Finisce la birra e comincia a raccogliere le sue cose. Poi ci guarda e dice: «Quindi non ho capito: ci andiamo o no, a ‘sto raduno?».
«No. Che altro c’è in zona?» le chiede Carla.
«A Puertarocca c’è la festa del raviolo».
«Per carità».
«Eh, ok, allora ci troviamo a casa mia a guardare un film?».
«Ok,» dice Carla, «io porto l’alcol».
«Io la pizza» dico.
«E la nostra persona speciale?» chiede Paola.
Carla si alza, spegne la sigaretta nella ciotola delle arachidi, soffia una nuvola di fumo e dice: «La cercheremo un’altra volta».

30.10.26

1525.

Avevo l'impressione che Q. stesse parlando, in realtà, della natura del male della mezzanotte, che cominciava come una semplice sensazione di distacco dagli altri, una incapacità di «partecipare» non rara in uno scrittore, un senso di invidia e di incolmabile distanza dal resto del mondo, come quella che prova chi si rigira, inquieto, a letto, quando tutti dormono. Rapidamente, tuttavia, colui che era affetto dal male della mezzanotte cominciava ad amare quella sensazione di distacco, a coltivarla e anche a farla prosperare. Si teneva sempre più in disparte fino a quando, un brutto giorno, non scopriva che il proprio sguardo ostile era rivolto, prima che a chiunque altro, a se stesso.

Wonder Boys, M. Chabon

27.10.26

Orticaria (1524)

Colazione con la mia amica Paola. Le racconto che giorni fa ho avuto l’orticaria dopo aver mangiato al ristorante. «Istamina» dice Paola, nota ipocondriaca al pari del sottoscritto, «Sindrome sgombroide?» dice. «Reazione pseudoallergica» dico io, riportando il verdetto del medico. Paola annuisce, poi dice: «Guarda, mio cugino Andrea aveva continui episodi di orticaria e non riusciva a capire perché. La prima volta si spaventa e chiama un’ambulanza che lo porta in pronto soccorso, dove però non succede nulla: dopo due ore l’orticaria scompare e Andrea se ne torna a casa. La seconda volta va in pronto soccorso da solo, giusto per sicurezza. La terza resta a casa, cammina avanti e indietro davanti allo specchio, un po’ preoccupato, ma poi l’orticaria passa. La quarta volta nota l’orticaria, sente il prurito, fa spallucce e se ne va a dormire». Rido e le dico: «Giusto. E quando si è svegliato l’orticaria era scomparsa». E Paola: «Eh? No no, non si è più svegliato».

24.10.26

Stai scherzando (1522)

Ieri ero via. A un certo punto dopo un pranzo al ristorante mi viene una specie di reazione allergica e per sicurezza vado nel vicino pronto soccorso. La cittadina in cui mi trovo è piccola, in sala d’attesa non c’è nessuno, dunque mi visitano quasi subito e concludono che è una reazione pseudoallergica e decidono di tenermi semplicemente in osservazione per un po’. Siamo io, un medico, due infermiere e un altro paio di persone in camice. Mentre aspettiamo che io viva o muoia facciamo due chiacchiere, poi un’infermiera si mette al computer per inserire i miei dati anagrafici. Nome e cognome filano via lisci, ma poi si arriva al momento dell’indirizzo di residenza e so che San Paco Llorente genera sempre qualche difficoltà. Prima un classico «Eh?». E poi: attaccato, staccato, quante L, quante maiuscole?, eccetera. In questo caso l’infermiera sembra più in difficoltà del solito ma alla fine riesce a venirne a capo. «Allora, San Paco Llorente staccato con due L di cui solo una maiuscola» dice rileggendo, poco convinta. «Esatto» le dico io. «Bene,» dice lei, «e questa è fatta». «Poi. Via?» E io: «Via Wisława Szymborska». Silenzio. All’infermiera cadono letteralmente le braccia, appoggia la testa sulla tastiera, sconsolata, poi mi guarda e mi fa: «Stai scherzando…». Io le sorrido e le dico: «Sì».

13.10.26

Fame (1521)

L’altra sera faccio la pizza, non dico niente a nessuno. La vera felicità è quella condivisa, dicono. Ma non se hai fatto la pizza, dico io. Lì, la felicità è che ti mangi tutta la teglia da solo.
Proprio mentre sto per cominciare a mangiarla, mi telefona l’anziana madre. Rispondo, le chiedo che succede. Dice che le si è rotta la stampante e le serve supporto tecnico. Cerco di tagliare corto e qui lei forse intuisce che qualcosa non va, o forse sente il profumo della pizza attraverso il telefono. Mi chiede: «Cosa mangi stasera?».
Dovrei mentire, lo so. Ma quello che non so è proprio mentire. Perciò dico: «Niente di che, solo una grossa fetta di una sottospecie di pane secco condito alla bell’e meglio con pomodoro, olio e una roba biancastra molliccia filante». Mi mordo la lingua. Stavo andando benissimo fino a “filante”.
«Hai fatto la pizza?» mi chiede l’anziana madre.
Silenzio.
«Sì, possiamo chiamarla così» dico.
«Chissà che buona…».
«Ma no…» minimizzo. «Mancano 0.8 grammi di sale, la maturazione è imperfetta, l’incordatura deludente, la stesura approssimativa, l’origano secco».
«Domani ce ne porti un po’?».
Ed ecco qua, penso. Ma io dico: solo perché due persone ti hanno donato la Vita e preparato e servito milioni di pizze, non significa che adesso ogni volta che fai la pizza tu gliene devi dare un po’, giusto?
Valuto quindi un momento se rendere seduta stante la vita che mi hanno donato pur di non dar loro la pizza, ma poi mi dico che così non mangerei mai più pizza, e dunque cedo.
«Ok» le dico. Poi penso: ma sì, magari si dimentica, di mezzo c’è un’intera nottata. E poi è anziana, gli anziani dimenticano le cose, si sa. Ci vedono anche poco, potrei portare una bruschetta.
La mattina dopo alle 6.07 l’anziana madre mi telefona. Come un falco. Come un falco se i falchi avessero i telefoni e mangiassero la pizza.
«A che ora ci porti la pizza?» mi chiede.
«Ma che ore sono?».
«Stamattina?».
«Mm… no, nel pomeriggio» le dico. «Però, aspetta: la mangiate o la congeli?».
Perché hanno il vizio di congelare le cose. Di archiviare le cose congelandole. Non buttano via niente, queste anziane formichine. Gli porti una mozzarella? «Questa la congelo». Gli porti una busta di crudo? «Questo lo congelo». Gli porti un libro, un aspirapolvere, un rastrello? «Congelo, congelo, congelo!». (Mi aspetto un giorno di andare a trovarli e chiedere «L’anziano padre?». E l’anziana madre: «Congelato».)
«No no, la mangiamo!» mi fa.
«Ok. Ne è rimasta mezza teglia. La vuoi tutta tutta o giusto un assaggino?» chiedo. Ma perché è così difficile separarsi dalla pizza?, penso.
«Tutta!» mi fa lei.
E che cazzo, penso.
Nel pomeriggio allora porto ‘sta pizza.
Trovo gli anziani genitori che mi attendono, ansiosi, cosparsi di acquolina, seduti al tavolo da pranzo, posate in pugno. In cucina il forno preriscaldato dalle 6.08. L’anziano padre ha il tovagliolo infilato nel colletto della camicia. Neanche il tempo di entrare e la pizza mi viene strappata dalle mani e infilata nel forno. Gli anziani genitori si piazzano davanti allo sportello, chinati, e guardano dentro.
«È pronta?» chiede l’anziano padre ogni sette secondi.
«Quasi» lo calma l'anziana madre ogni quattordici.
Intanto mi faccio un caffè.
Dopo cinque minuti sfornano la pizza, apparecchiano la tavola, cominciano a mangiarla. Cominciano a mangiarla mentre apparecchiano la tavola.
«E aspetta!» dice l’anziana madre all’anziano padre assestandogli uno schiaffetto sulla mano tesa verso la pizza fumante. Poi lei stessa ne strappa un pezzetto rovente e se lo infila in bocca. «Scotta!» grida. Poi ne strappa un altro pezzetto e se lo infila in bocca. «Scotta!» grida.
Quando finalmente tutto è pronto, cominciano a sgranocchiare come due castorini pizzaioli.
Mi siedo e li osservo mentre bevo il caffè.
«Buona?» chiedo.
«Buonissima» mi fa l’anziana madre spalmando sulla pizza uno spesso strato di farcitoast.
«Veramente l’avrei fatta margherita» dico.
«Così ha una marcia in più» dice lei.
Alzo un sopracciglio.
Poi spalma uno strato di farcitoast anche su quella dell'anziano padre, che però non gradisce:
«Ferma! Non mi piace quella roba!» protesta.
«Mangia» gli fa, e lui mangia.
Finita la pizza, raccolgono anche le bricioline dal piatto, con i polpastrelli.
«Basta?» mi fa l’anziano padre. «Non ce n’è più?».
Intanto l’anziana madre sta mangiando il farcitoast con il cucchiaio direttamente dal vasetto.
«Gesù,» dico, «sembrate due che non mangiano da un mese».
Loro si scambiano un’occhiatina, poi l’anziana madre alza le spalle e dice: «Ma figurati, abbiamo finito le lasagne di ieri mezz’ora fa».

11.10.26

Il ladro (1520)

Lunedì ho commesso il secondo furto della mia vita.
Il primo è stato a otto anni: un giorno entro al bar dell’oratorio, prendo un ghiacciolo dal freezer e me ne vado senza pagare. Non volevo rubarlo, ero solo distratto: i miei genitori mi hanno insegnato che non si ruba, ma perché me l’hanno insegnato? Ah, sì, per via di quegli altri furtarelli alla scuola materna. Ok, direbbe il mio avvocato se ne avessi uno, adesso lascia parlare me.
E così il barista dell’oratorio, il giorno dopo, aveva cominciato a chiamarmi “ladro”, cosa che mi feriva moltissimo perché già a otto anni facevo della rettitudine un punto d’onore e infatti, dopo aver manomesso i freni del motorino del barista – che la sera stessa si era schiantato contro un camion di pomodori e non aveva mai più potuto battere uno scontrino –, non ho più rubato.

Fino a lunedì, appunto.
Lunedì vado a fare la spesa al supermercato di Puertarocca, paese confinante e storicamente ostile a San Paco Llorente. Prendo un cestello ed entro fischiettando.
Riempito il cestello con tutti gli articoli della lista, mi dirigo alle casse automatiche. Il supermercato è semideserto e alle casse automatiche non c’è mai la sorvegliante, dunque se ti capita la rilettura devi trovare qualcuno che vada a cercarla; a volte il qualcuno è la sorvegliante stessa, che allora dice «Vado subito a cercarmi» e poi scompare. In entrambi i casi, dopo un po’ e in genere sbuffando, la sorvegliante arriva.

Ma perché dovrebbe capitarmi la rilettura?, mi dico mentre passo gli articoli. Già, perché?, mi risponde il display della cassa automatica.
Quando ho passato tutta la spesa premo il tasto Paga! e, ovviamente, mi capita la rilettura.
Sospiro, poi con un barattolo di fagioli intercetto il primo commesso a tiro e mentre lo aiuto a rialzarsi gli chiedo se può chiamarmi la sorvegliante, quindi resto lì in attesa e per puro caso mi accorgo di un particolare che mi raggela: in fondo al cestello giace una tavoletta di cioccolato che ho dimenticato di passare e che quindi, va da sé (mi dice il display della cassa automatica), non risulterà nello scontrino.
Comincio a sudare freddo. La sorvegliante arriverà a momenti, rifarà il conteggio e noterà l’ammanco.
«Ahi ahi» mi dirà. «E questo lo volevamo rubare?».
«Ma no è che…» proverò a difendermi.
«Ladro» taglierà corto lei, poi premerà un pulsante che farà spuntare dalla cassa un riflettore e un microfono nel quale dirà: «Attenzione, avviso a tutti i signori clienti onesti: ho pizzicato un LADRO. Chi vuole vederlo e fotografarlo si affretti, perché tra poco verrà portato via dagli agenti e mai farà ritorno».
Spaventato da questa eventualità, prima che la sorvegliante arrivi valuto le mie opzioni:

1. Fuggire.

Fuggire è sempre la soluzione migliore. Nella vita, intendo. Ma anche in caso di rilettura al supermercato. A meno che la sorvegliante non sia un orso: in quel caso non fuggite, restate fermi, allargate le braccia e gonfiate il petto per sembrare più grandi, emettendo suoni minacciosi. La sorvegliante dovrebbe pensare che non valga la pena di ingaggiare un duello con voi per del cioccolato al 78% e vi lascerà in pace.

2. Prendere la tavoletta di cioccolato e riportarla sullo scaffale.

Questo eliminerebbe il problema ma è un rischio. Sono gli scacchi a dirmelo. Considera sempre il tuo avversario intelligente, mai stupido. Chiediti che mossa potrebbe fare e che la risposta non sia: “Cadere nella mia trappola come un salamino cotto”. Quindi mi dico: cosa potrebbe fare la sorvegliante? E visualizzo nitidamente la scena: la sorvegliante, quando torno, mi dice: «Che cosa sei andato a fare?». E io: «Niente, lo giuro!». E lei: «Ah sì? Ora controlliamo i filmati, e se viene fuori che sei andato a riporre articoli non compresi nello scontrino, be’, sei fregato, caro mio, fre-ga-to».

3. Nascondere la tavoletta lì alle casse.

Può funzionare, certo, ma la cassiera potrebbe scovarla frugando sotto la cassa con un bastoncino di pesce e dire: «E questa?». E io: «Mai vista prima». E lei, aprendo la zip del marsupio: «Sfortunatamente per te, noi sorveglianti abbiamo in dotazione un kit per le impronte digitali e pure un taser». Bzzzz!

4. Lanciare la tavoletta come un frisbee.

Pessima idea: tanto vale sparare un razzo segnalatore.

5. Nascondere la tavoletta in tasca.

A quel punto, rubare per rubare, rubo.

6. Dichiarare subito la presenza fuori scontrino della tavoletta, presentandola come pura accidentale innocente adorabile dimenticanza.

Che poi è la verità. E la verità vince sempre, no? A meno che non siate colpevoli: in quel caso perde.

Scelgo dunque l’opzione 6 e attendo fiducioso il dipanarsi degli eventi.
L’importante, penso, è che, di tutte le sorveglianti alle casse automatiche, non arrivi Carmela. Perché Carmela è molto lunatica. Le altre commesse vanno bene. Non sto qui a elencarne i nomi perché tanto non le conoscete. Luisella, per esempio. Luisella andrebbe benissimo, le sono molto simpatico. Chiudo gli occhi e chiedo all’Ente Regolatore di Tutte le Cose: per favore, Ente, mandami Luisella.
E chi mi arriva? Carmela. Perché ci sono giorni in cui tutti gli elementi convergono voluttuosamente verso la completa catastrofe.
«Che succede?» mi fa Carmela.
«Rilettura…» le dico cercando di mostrarmi disinvolto.
Lei avvia la procedura e io dico: «Ehm, quella tavoletta di cioccolato non l’avevo passata».
«Sì, io però devo conteggiarla» mi fa lei.
«Ok,» le dico, «ma intendo che non risulterà, me l’ero dimenticata, l’avrei lasciata qui». Insomma non l’ho rubata!, vorrei dirle scuotendola per il bavero della polo, ma taccio. Excusatio non petita, eccetera.
A quel punto Carmela comincia a passare la spesa. Ma oggi è in buona, infatti mi dice: «Il cioccolato lo lascio fuori».
«Ok» le dico. Non ringrazio perché non mi sta facendo un favore: sono innocente.
«Ecco fatto» mi dice sorridendo.
Le sorrido anch’io. Carmela si congeda, io pago ed esco canticchiando.

Una volta in auto, in viaggio verso casa, penso: “Ahh… tutto è bene quel che finisce bene!”.
Dopo circa sette minuti, però, mentre sono nel traffico sulla statale verso San Paco, rivedo Carmela che mi fa: Il cioccolato lo lascio fuori… lo lascio fuori… lo lascio fuori… fuori… fuori…
Fuori da cosa?, mi chiedo. E poi realizzo: oh mio Dio, dovevo fare uno scontrino a parte!
Che ovviamente non ho fatto: ho messo il cioccolato nella busta e me ne sono andato.
Suono lungamente il clacson per la frustrazione. Rallento cercando un punto dove invertire la marcia, punto che non c’è. Un tir mi suona. «Non ho pagato il cioccolato!» protesto. Metto le quattro frecce, abbasso i cristalli, parabrezza compreso, e mentre passo davanti a una stazione di servizio grido: «Ho rubatooooooo!».
Guardo nello specchietto e vedo dei lampeggianti blu, sento la sirena. “Ci siamo” penso. “Mi stanno venendo a prendere. Carmela avrà dato l’allarme”. Anche se poi è un camion dei pompieri. Mi vedo a bordo strada mentre mi ammanettano. «Ma voi potete arrestare la gente?» chiedo. Loro mi ricoprono di schiuma dell’estintore.
Vedo già i titoli sul Periodico, il più importante quotidiano della provincia. Titolo a tutta pagina: Il ladro. Sottotitolo: Sanpacollorentese beccato a rubare. Poi la mia foto mentre vengo condotto in prigione, senza una scarpa, un occhio nero. Una scritta dice: Sul nostro canale YouTube il video dell’arresto. E delle percosse. In piccolo, nel riquadro a fondo pagina, la foto del barista dell’oratorio: “Sempre detto, io”. Segue alle pagine 4 e 5. “Eh," penso, "addirittura due pagine!”. A pagina 5 c’è la storia di come gli ho manomesso i freni del motorino. Voleva uccidermi, il titolo. Questo è vero, penso. Poi intervista a Carmela: “Ho capito subito che qualcosa non andava. Rubava da mesi”. C’è anche una dichiarazione di Luisella: “Grande delusione. Stavo per chiedergli di uscire”.

Arrivato finalmente in uno spiazzo, faccio inversione e mi appresto a sgasare verso il supermercato quando penso: “Ragiona, Joey: è solo una tavoletta di cioccolato. Un’inezia. Inoltre non hai fatto apposta. E avevi dichiarato per tempo la sua presenza. E sei un tipo distratto. Se torni ad autodenunciarti, immagina la scena: il supermercato si sarà ovviamente riempito di gente, avranno anche montato delle tribune, ci saranno le telecamere, Corrado Augias, la tua maestra delle elementari. Dovrai andare alla cassa e, davanti a tutti, dire: «Ehm, uhm, allora…». Tutto questo mostrando la tavoletta. «Ho dimenticato di…». «Ladro!» griderà un cliente, additandoti. «Ladro!» grideranno gli altri clienti in coro. «Ladro!» dirà la commessa all’altoparlante. Arriverà Carmela, che racconterà tutto: «Io gli ho fatto un favore e lui se n’è approfittato! La volevi proprio rubare, eh, ‘sta tavoletta! E ora la mangi tutta» dirà infilandomela in bocca. Che umiliazione. No, la cosa migliore è fare finta di niente, nessuno se ne accorgerà”.

Sto per invertire di nuovo la marcia, quando un’altra scena mi si presenta: sono io che torno al supermercato qualche giorno dopo. Sorridente, tranquillo. Entro e vedo le commesse e i commessi che mi guardano in modo strano. La tizia della gastronomia mi dà un etto di prosciutto dicendo: «Lo paga adesso?». E io: «Mm?». Una volta in cassa, ad attendermi ci sarà Carmela. Mi guarderanno tutti con riprovazione. Luisella, i clienti. E, quando sarò lì, Carmela dirà: «L’ultima volta hai dimenticato di pagare qualcosa?». E io, imbarazzato, farfuglierò un: «No ma ecco non ho fatto apposta è che…».
«E hai deciso che andava bene così» dirà lei.
«Questi li paghi o li rubi?» mi chiederà Luisella passando gli articoli.
«Lui un po’ li paga e un po’ li ruba» dirà Carmela. «È così che fronteggia il caro prezzi».
«Ah, bella soluzione! Potessimo adottarla anche noi comuni mortali…».

Perciò alla fine decido: andrò a costituirmi. Consegnerò la tavoletta e dirò che ho dimenticato di passarla. Ma sì, penso mentre guido verso il supermercato, immagina gli onori che ti verranno tributati. Titolo del Periodico: L’onesto. Sottotitolo: Sanpacollorentese torna a pagare una misera tavoletta. Insignito della Mortadella d’Oro. Anzi no, della Mortadella al Valore. Nel riquadro, il barista dell’oratorio: “Un po’ è anche merito mio”. Luisella: “Il mio eroe. Spero accetti il mio invito a cena”. Carmela: “Sapevo che era una persona onesta, ma non fino a questo punto!”. Immagino i clienti che, disposti su due file ordinate, mi faranno un lungo applauso. Persino i taccheggiatori abituali mi stringeranno la mano e restituendomi il portafoglio diranno: «Seguiremo il tuo esempio: ruberemo e poi riporteremo la merce».

Arrivato al supermercato, sono felice, quasi elettrizzato: non vedo l’ora di fare questa buona azione e di ricevere i meritati riconoscimenti.
Entro con la tavoletta in mano. Sarebbe stato un errore tenerla in tasca. Un istante dopo qualcuno mi avrebbe fermato dicendo: «E questa?».
Entro quindi con la tavoletta in bella vista, la mostro a tutti quelli che incontro, come un distintivo. Poi scorgo un commesso in piedi davanti allo scaffale delle carote.
«Mi scusi,» gli dico, «ho dimenticato di pagare questa».
Lui si acciglia.
«Non si accigli» dico cercando di stendergli le rughe. «Sorrida, è una cosa bella!».
Lui però resta accigliato.
«Come ha fatto a dimenticarsi?» mi chiede.
Mamma mia, penso, che gravosità! Intanto l’occhio mi scappa sul cartellino. Direttore. Mm, penso.
Gli spiego la vicenda nel dettaglio, compresa la parte dell’orso.
Lui sembra interessato. Troppo interessato. E per nulla sollevato.
«Chi era la commessa, ha detto?».
Io dico: «No, ma che c’entra? Non si focalizzi sulla cosa sbagliata, quello che conta è il mio bel gesto».
«Carmela, no?» dice lui.
In quel mentre passa proprio Carmela che prima si sente nominare, poi vede me, poi il cioccolato. Non sa, ma intuisce.
«Vieni un po’ un attimo…» le fa il direttore con tono per nulla amorevole.
Lei si avvicina, preoccupata.
«Che succede?» chiede.
«Hai fatto tu la rilettura a questo signore, no?».
«Signore…» dico io. «Guardi che non ho nemmeno cinquant’anni, sono un giovanotto».
«Sì, perché?» dice Carmela.
«Perché mi ha denunciato l’omissione di un articolo» le dice il direttore.
«No, aspetti,» dico, «non ho “denunciato”, ho solo…».
«E poi dice che ha dovuto farti chiamare. Perché non eri alle casse?» continua il direttore.
Carmela mi guarda come a dire “ma che cazzo!”. Io le sorrido come a dire “temo sia fuori luogo sperare nella Mortadella al Valore, a questo punto”.
«Lo sai quanta merce perdiamo ogni mese…».
Eh eh, Carmelina, penso io guardando Carmela, mettendomi di fianco al direttore e battendomi la tavoletta sul palmo della mano.
«Lo so… ma…» balbetta lei.
«Va be’, poi passa in ufficio».
Carmela mi guarda torva. Io le sorrido.
«Dai, vai» le dice lui. E Carmela se ne va.
«E quanto a lei…» mi fa il direttore.
«Sì?» dico, pensando che forse è questo il momento della consegna della Mortadella al Valore o, che so, di un buono spesa da 1.500 euro. O forse mi vuole assumere. “Quanto a lei, la eleggo Sorvegliante Capo”. Sto per inginocchiarmi per ricevere l’investitura con due tocchi di carota sulle spalle, ma il direttore invece abbassa la voce e mi fa: «Per lei ho solo una parola».
E io: «Una parola? Che parola?». Eroe?, penso. Esempio? Cliente modello? (Ne usi pure due!).
Ma lui, sfilandomi il cioccolato dalle mani, dice: «Ladro».

1.10.26

Taccuino di un giovane lettore (1519)

Vado a cena da amici. Entro e c'è la figlia undicenne che legge un libro sul divano. «Ah, bello, una lettrice» dico al padre. Lui sorride soddisfatto e le chiede di farci vedere cosa sta leggendo. Lei resta un po' così, quindi mostra la copertina: Dieci piccoli indiani. Sorrido. Sorrido e poi mi torna alla mente questo ricordo di quando ero ragazzo: sono sul divano e sto leggendo. A un certo punto entra mio padre con un cliente importante, forse per presentargli la famiglia, non lo so più. Comunque si avvicinano e mio padre, non sapendo come elogiarmi visto che le uniche due cose buone che facessi in quel periodo erano non drogarmi e per l’appunto leggere, dice «Questo è mio figlio, un vero intellettuale, legge sempre!», e il cliente «Complimenti, bravo» e mio padre, soddisfatto, «Che cosa stai leggendo?», forse aspettandosi che io scatti in piedi e dopo aver eseguito il saluto militare dica a voce altissima «Gödel, Escher, Bach: un'eterna ghirlanda brillante, signore!» o «Come diventare uguale al mio papà che, detto tra noi, è il numero uno, signore!». Invece senza quasi nemmeno guardarli giro il libro per mostrare la copertina. Il libro è Taccuino di un vecchio porco di Bukowski. Gelo, poi mio padre cambia rapidamente discorso e i due se ne vanno. (Non so come sia finita con il cliente, però magari era un vecchio porco, quindi bene).

28.9.26