A spasso con Paola (1497)

Sono sotto casa, aspetto la mia amica Paola: abbiamo appuntamento con gli altri per un aperitivo in centro e lei mi passa a prendere con la sua macchina nuova. Cioè, comprata sei mesi fa, ma possiamo dire nuova.
Come qualcuno forse ricorderà, l’estate scorsa avevo accompagnato Paola da un concessionario per ricevere informazioni e incoraggiamenti rispetto all’eventuale acquisto di una Bauletto Special verde fluo.
In genere ti aspetti che un venditore voglia vendere, ma noi ne avevamo trovato uno che invece no; uno simpatico come un orzaiolo, tra l’altro, perciò Paola si era allontanata con il più classico dei «Ci pensoooo!» e si era tenuta la sua vecchia Guendalina.
Tuttavia, Guendalina perdeva i pezzi, e quando Paola si è trovata con il cambio in mano nel bel mezzo di un sorpasso ha capito che era arrivato il momento di separarsene. Così è andata da un altro concessionario e, siccome in questo caso il venditore di auto voleva vendere auto ed era pure simpatico, l’affare è andato in porto.
Cambiare auto può essere una faccenda spinosa. Prima di tutto perché devi sborsare un bel po’ di soldi per avere una cosa che avevi già (se ce l’avevi già); in secondo luogo, su certe persone particolarmente suscettibili l’esborso di soldi combinato con la scintillante nuovezza dell’auto sembra creare più problemi di quanti avrebbe dovuto risolverne.
Paola è una di queste persone.

Vedo arrivare la Bauletto verde a passo di lombrico. Alla guida una Paola molto prudente, concentrata, quasi accigliata. Invece di fare come faceva con Guendalina, cioè piombare sull’obiettivo tipo Verstappen al pit-stop e poi montare con due ruote sul marciapiede senza neanche rallentare e fermarsi esattamente davanti a me come uno shinkansen, con la Bauletto Special Paola cerca di essere estremamente delicata e il marciapiede neanche lo sfiora.
Quando apro lo sportello, mi fa:
«Scarpe».
«Guarda che le mie scarpe sono più pulite di casa tua» le dico.
«Due giorni fa pioveva, fa’ vedere che non ci sia fango secco o cacche di cane».
«Ma per chi mi hai preso? Per quale ragione dovrei camminare nel fango? O nelle cacche di cane?» le dico mentre Paola mi esamina le suole con il flash del telefono.
«Ok, puoi salire» mi dice una volta terminato il test.

Ecco il primo grande cambiamento: Guendalina era sempre sporca: cacche di uccello come piovesse (come piovesse cacca di uccello), insetti spiaccicati ovunque, polvere, sabbia, fogliame, cipria. Paola non la metteva mai in garage perché le piaceva averla sempre pronta all’uso, il motore in moto, parcheggiata sotto una finestra del suo appartamento. Quando la faceva lavare, dopo sei giorni era di nuovo un cesso, quindi non la faceva lavare.
Comprata la Bauletto Special, alla prima goccia caduta sul cofano Paola ha scrutato il cielo e poi ha detto: «No». Siccome non ha smesso di piovere, ha cominciato a usare il garage.

Una volta a bordo, faccio per smanettare con il display centrale per mettere un po’ di musica. Paola si irrigidisce.
«Puoi non toccare, per favore?».
Sospiro.
Paola ora è un militare: prima controlla se gli aspiranti passeggeri hanno i requisiti per salire a bordo, poi spiega loro le regole (non si mangia, non si beve, non si fuma, non ci si soffia il naso, non si tocca nulla), poi controlla che vengano rispettate. Se il passeggero non lo fa, purtroppo deve abbandonare il veicolo.
Prendo allora una caramella dalla tasca. Paola mi blocca.
«No, bello» mi fa.
«È vietato mangiare caramelle?» chiedo.
«Sì. E poi da quando in qua mangi caramelle? Chi sei, mio nonno?».
«Va be’ ma è solo una caramella, che ti fa alla macchina?» dico.
«Sì, e la carta? E se poi non ti piace? E se sbavi?».
«Ma perché dovrei sbavare?!».
«E le minuscole goccioline zuccherose appiccicose che uno spruzza quando parla mentre ha una caramella in bocca? Non puoi aspettare che siamo al bar?».
Rido e acconsento.
Le ricordo comunque che sotto i sedili di Guendalina nel corso degli anni sono stati ritrovati sacchetti con ortaggi disciolti, bottigliette; accendini; accessori per il trucco; mozziconi; scarpe; ombrelli; preservativi; persino una Vhs. Non tutto insieme ovviamente, non era una discarica, anche se in effetti le tasche laterali venivano usate a quello scopo e una volta infatti ci ho trovato una buccia di banana, oltre a numerose gomme da masticare, ormai dure come caccole di granito. Il cruscotto poi era sempre impolverato e aprire il vano portaoggetti significava perdere poi la giornata nel tentativo di infilare di nuovo tutto dentro com’era prima (incappando così nella ben nota Prima legge di Zymurgy sulla dinamica dei sistemi in evoluzione: “Una volta aperta una scatola di vermi, l’unico modo di rimetterli nella scatola è usarne una più grande”).
Paola fa spallucce. Poi dà un paio di colpetti isterici di clacson: Pet pet!
Davanti a noi non c’è nessuno.
«A chi suoni, scusa?».
«A quello dietro» dice Paola. «Mi sta addosso».
«Non credo che riuscirà a comprendere il significato della tua clacsonata» le dico. «Invece di pensare “oh, sono troppo vicino a questa bella macchina nuova” penserà “ma a chi cazzo suona ‘sta rincoglionita?"».
Paola non ride. Intanto osservo l’abitacolo della Bauletto, che è immacolato: a distanza di mesi è esattamente come quando Paola l’ha ritirata dal concessionario, continua a sentersi l’odore di nuovo e c’è ancora il venditore a bordo che ti illustra pregi e funzionalità del veicolo.
«E questo piccolo vano portaoggetti è per chiavi, monetine o caramelle masticate» mi dice.
«La macchina è già stata comprata, si rilassi» gli rispondo.
Il venditore mi sorride e dice: «Qui c’è anche un piccolo contenitore per le bucce di banana».

Quando arriviamo in prossimità del Cerveza Enojada, comincia la vera nota dolente di questa fissazione: il parcheggio.
Con Guendalina, Paola parcheggiava ovunque. Era sciolta, sbarazzina, audace. Guendalina permetteva a Paola di essere la versione migliore di sé stessa. Ogni pertugio era buono per infilarcela. Scalava senza ritegno marciapiedi, panettoni stradali, passeggini, passanti, altre automobili; metteva le ruote nell’erba, nel fango, nella ghiaia, nell’acqua. La sua frase classica era «Secondo te lì ci entra?» e, prima che tu potessi dire «Forse senza specchietti», lei ce l’aveva infilata. Una volta scesa dalla macchina, si allontanava sciorinando una camminata da bulletta di quartiere, ti guardava, allargava le braccia e, citando Mahoney in Scuola di polizia, diceva: «Alla fine c’è entrata!». Ammetto che una parte di me l’ammirava. Una parte inorridiva. Ma una parte l’ammirava. Sapeva di libertà.

  
(Paola che esce da Guendalina, felice, dopo averla parcheggiata.) 

Con la Bauletto, invece, Paola è timorosa, dubbiosa. Quasi paranoica. Ecco infatti i requisiti che deve avere adesso un parcheggio perché si decida a lasciare incustodita la Bauletto senza che l’ansia per ciò che potrebbe succederle mentre è via la divori:

- Deve essere regolare, approvato dal ministero dei trasporti, con tanto di strisce appena fatte. Deve consentire alle auto di fianco alla Bauletto la completa apertura degli sportelli. Ancora meglio: deve essere del tipo “verticale”, come li chiama lei, cioè con le macchine allineate fronte-retro e non affiancate, ma, attenzione: Paola parcheggia in un parcheggio “verticale” solo se il posto libero è il primo o l’ultimo della fila e va in visibilio quando trova un posto singolo.
Infine, una volta scesa dall’auto, comincia a scrutare tetti e cornicioni e facciate dei palazzi alla ricerca di telecamere che possano aiutarla eventualmente a risalire all’identità di qualche pirata della strada.
Tutto questo, naturalmente, fa sì che se prima Paola arrivava in genere puntuale, ora può arrivare anche con mezz’ora di ritardo. O non arrivare affatto.
Vedo un posto libero e glielo indico.
«Quello è libero» le faccio.
«Troppo stretto» dice Paola passando oltre.
«Quello là?».
«Storto».
«Lì ci sta un tir».
«Troppo vicino all’incrocio».
«Lì riesci a metterla?» le chiedo indicando uno spazio di fianco a un furgoncino scassato.
«Neanche ti rispondo».
«Con i sensori di parcheggio non sarebbe stato un problema» dice il venditore facendo capolino tra di noi.
«Per favore,» gli dico, «è già nervosa. O vogliamo restare per sempre su questa macchina?».
«Mi scusi» dice il venditore tornando ad appoggiarsi al sedile posteriore.

Nel frattempo siamo già passati due volte davanti al Cerveza. Guardo gli altri, che bevono e mi salutano ridendo. Sospiro per la seconda volta, cosa che fa innervosire Paola: infatti lei è la prima a soffrire per questa sua perdita di spigliatezza e più tempo impiega a trovare un parcheggio che la soddisfi più si innervosisce e più si innervosisce più diminuiscono le sue capacità di parcheggiare. Ancora tre giri e le servirà un hangar.
La mia presenza non fa che amplificare il tutto, così a un certo punto si ferma.
«Se ci sei tu non ce la faccio» sentenzia. «Vai pure, poi vi raggiungo».
Cerco di non tradire la mia gioia per questa decisione, evito di chiedermi cosa farebbe un vero amico, accetto eventualmente di non esserlo e me la squaglio. Intanto la Bauletto riparte mestamente alla ricerca del parcheggio ideale.
Mentre sono seduto con gli altri, vediamo la Bauletto passare ripetutamente, con a bordo Paola, ingobbita sul volante, che scruta i lati della strada e intanto bestemmia.
«È fissata con questa macchina nuova» dico. «Già me la vedo quando dovremo farla internare: ci presenteremo in accettazione e diremo “Crediamo che la nostra amica Paola potrebbe beneficiare di un periodo in cura nel vostro istituto”, e l’impiegata dirà “La vostra amica immagino sia quella donna dentro l’automobile”, “Esatto” diremo noi, “Non c’era bisogno di portare l’auto qui dentro, ma va bene, ce ne occuperemo” dirà lei».
Ridiamo, poi Carla dice: «Con Guendalina era anche peggio, all’inizio».
Questo mi sorprende.
«Ah sì?» dico.
«Sì,» mi fa Carla, «pensa che andavamo per locali e la prima volta mi ha dato un passaggio, salvo poi mollarmi nel parcheggio di un pub alle tre del mattino».
«Perché?» le chiedo.
«Ero sbronza e aveva paura che le vomitassi in macchina».
«Senti senti» dico.
«Ora non ti dà neanche il passaggio all’andata» dice Giorgio. «Non so se è un miglioramento».
«A giudicare da come guida, per noi sì» dice Abigaille.
«E dopo quanto le passa?» chiedo a Carla.
Carla fa un tiro di sigaretta: «Quand’è che ha comprato questa?».
«Cinque o sei mesi fa».
«Allora secondo me quest’anno lo fa tutto così, poi si romperà il cazzo e tornerà quella di sempre».
«Mm, speriamo» dico.
«Se vogliamo accelerare il processo,» dice Carla, «la macchina va intaccata».
«Cioè?».
«Al primo sfregio o ammaccatura Paola molla. A quel punto la macchina ai suoi occhi diventa vecchia, la missione di conservazione dello stato iniziale è fallita e si rilassa. Entro sei mesi degenera e ritorna a dimenticare sacchetti di pomodori sotto i sedili».
«Quindi in pratica bisogna solo rompere il ghiaccio?» le chiedo, soppesando l’idea.
«Tipo».
«Ma è una vigliaccata tremenda!» dice allora Abigaille. «E poi chi vi dice che funzioni?».
Mentre vediamo Paola arrivare, a piedi, sfinita, Carla alza un braccio per segnalarle dove siamo, poi guarda Abigaille e dice: «Con Guendalina ho fatto così. E ha funzionato perfettamente».

20.5.26

Ma per favore (1496)

Ho visto un video in cui Sinner fermava l’allenamento, se non la partita, per andare a salutare Andrea Bocelli. Poi ho visto un video (non faccio apposta, sono casualità mentre navigo in rete) di Sinner che saluta Dua Lipa. E così via. Ho l’impressione che ci sia una categoria di persone che si piacciono, si frequentano, diventano amiche non perché si sono simpatiche ma perché sono: famose, milionarie, molto brave in qualcosa. Tra l’altro in questo modo si creano combinazioni assurde. Sinner e Bocelli, dai. Ma cos’hanno da spartire? Mi fanno ridere. O Magnus Carlsen e Pep Guardiola. Ma per favore. Comunque anche io vorrei essere amico di Dua Lipa, ma non lo sarò mai, a meno che io non diventi famoso, milionario e molto bravo in una qualche arte o disciplina, cosa che ovviamente spero ancora di diventare, non si sa mai nella vita, sognare non costa nulla, eccetera. Però, ecco, voglio fare una promessa a tutte voi brave persone che, come me, non siete famose, non siete milionarie e non siete molto brave in niente (altrimenti sareste famose e milionarie): quando sarò famoso, milionario e molto bravo in qualcosa, snobberò i vari Sinner, Bocelli e… ok, Dua Lipa no, ma gli uomini sì, intendevo questo, e invece diventerò amico delle persone “normali”, definiamovi così. Quando alla presentazione di una mia Grande Opera o prima della finale del campionato del mondo di scacchi verrà a salutarmi Bocelli, io lo scaccerò. Lui probabilmente comincerà a cantare un’aria per impressionarmi, ma io mi tapperò le orecchie urlando «La la la la!» e poi dirò alla sicurezza di portarlo via e loro prenderanno Bocelli o Sinner e, di forza, lo porteranno fuori dal teatro o dall’edificio e lo butteranno per strada facendolo rotolare nella polvere, poi sceglieranno una persona a caso tra i miei fan, una qualunque, diciamo una donna sotto i trenta e di un’accecante bellezza e le diranno: «Vuoi conoscere il grande Cigorin?». E lei sverrà.

16.5.26

Che dire? (1495)

Nel 1996 pensavo di essere un gran dritto che la sapeva lunga e faceva tutto giusto, ma poi nel 2006 ho capito che nel 1996 ero solo un pischello arrogante che non sapeva un cazzo della vita e brancolava miserabilmente nel buio della propria ignoranza, mentre ora, mi dicevo, ora sì che ho capito tutto e sono una vera volpe che sa sempre cosa fare e come e quando. Ma poi è arrivato il 2016 e, ahinoi, mi è risultato improvvisamente chiaro come nel 2006 io non avessi compreso nulla di me o degli altri e non ne stessi azzeccando una neanche per sbaglio ma, per fortuna, mi dicevo, ora ho finalmente afferrato come gira il mondo, sono pronto a capitalizzare tutta l’esperienza accumulata! Ed eccoci nel 2026: non ci sono dubbi, nel 2016 ero un povero pirla, come testimonia del resto in modo piuttosto implacabile la sterminata sequenza di errori infilata senza sosta con la massima fiducia. Certo, niente a che vedere con la persona misurata e intelligente, intrisa di profonda saggezza che, senza ombra di dubbio, sono infine diventato. Che dire, dunque? Attendo con ansia il 2036 per sapere cosa sto sbagliando adesso.

13.5.26

Miao! (1494)

Con Gâteau faccio lunghe chiacchierate. Dopotutto il gatto siamese è detto “gatto parlante” mi ha detto una volta un gatto siamese. Lei arriva e dice «Miao», e io «Miao a te», e lei «Miao», e io «Ma miao a te», e lei «Miao!» e io «Miao!» e andiamo avanti così per un po’, felici. Spero che i vicini non mi sentano (e comunque se mi sentissero e mi fermassero sulle scale per chiedermi «Ma sei tu che miagoli al tuo gatto?” io alzerei un sopracciglio e risponderei «Miao» (Sì). Confesso, però, di non capire davvero il gattese. Vediamo infatti la traduzione del dialogo citato prima:
Gâteau: «Ehi tu: crocchette».
Io: «Ma ciao!».
Gâteau: «Crocchette».
Io: «Hai fatto il sonnellino?».
Gâteau: «Dammi le crocchette».
Io: «E adesso sei venuta a salutarmi?».
Gâteau: «Dammi. Le cazzo. Di. Crocchette».
Io: «Ma grazie!».
Gâteau: «Dammele!».
Io: «Ma ciao anche a te».
Gâteau: «Perché tutte le volte questa manfrina, santiddio!».
Io: «Ma tu e io ci parliamo, vero?».
Gâteau: «Ho fame!».
Io: «Ci facciamo lunghe chiacchierate, vero?».
Gâteau: «Va bene, io vado a leccare la ciotolina, vediamo se così capisci».
Io: «Altro che se le facciamo! Ma che ne sanno gli altri, eh?».
Gâteau (dal corridoio): «Muoviti!».
Io: «Ciao anche a te!».

5.5.26

Che bello (1493)

Ieri pranzo dai miei anziani genitori. Li trovo stranamente nervosi. Sicuramente c’è qualcosa sotto, penso, ma la situazione regge. I panni sporchi si lavano in casa, e io non vivo in quella casa. O forse è solo un'impressione. A volte, però, mi sembra di vedere nitidamente questa scena: un minuto prima del mio arrivo l’anziana madre sta inseguendo intorno alla casa con una mezzaluna l’anziano padre urlando chissà cosa, o l’anziano padre sta inseguendo con una roncola l’anziana madre urlando chissà cosa, e il gatto Bigio e la gatta Bigia appresso, peli dritti e artigli fuori miagolando isterici nel tentativo di morderli e graffiarli. Poi però all'improvviso tutti e quattro sentono la mia auto entrare nel cortile e di colpo si fermano, si ricompongono, si fanno miti, soffici, sorridenti: l’anziana madre corre a prendere posizione in cucina davanti ai fornelli, l’anziano padre corre a prendere posizione sul divano immerso in un cruciverba, i gatti Bigini corrono ad accoccolarsi una su un davanzale, l’altro su una tettoia da cui, placidi e sonnacchiosi, mi osservano entrare in casa. Così entro, mi siedo a tavola, «Che si dice?» chiedo all’anziano padre, lui fa spallucce, «Niente di che» risponde. Poi arriva l’anziana madre con una teglia di qualche prelibatezza. «C’è pronto!» dice, gaia. Mangiamo in armonia. Io cerco di scambiare opinioni, loro intanto si scambiano polpette e sguardi amorevoli. Che bravi, penso. Che bella coppia, penso. «Guarda,» dico a un certo punto all'anziano padre, «ti sanguina il collo». Lui, senza dare importanza alla cosa, dice: «Oh, mi sarò punto in giardino. Non c'è rosa senza spine!» aggiunge, ridendo, accarezzando una gote dell'anziana madre, alla quale dico: «Ehi, ma ti penzola l'orecchio destro!». E lei, senza perdere il buonumore e riposizionando l'orecchio in sede: «Uh, mi succede sempre! Magari tagliando le zucchine?» dice stringendo la mano dell'anziano padre. Mm, penso. «State attenti, però» dico. E loro: «Ma certo, figliolo, tranquillo!». Poi, dopo il caffè, li saluto e me ne vado, e loro, tutti e quattro, se ne stanno allineati sul terrazzo e mi osservano mentre esco in retromarcia dal cortile. Intanto mi salutano sventolando mani e zampe. Quindi, appena ho svoltato l’angolo, si guardano e si dicono: «Dove eravamo rimasti? Ah, sì… ma come ti è saltato in mente di…» e dopo aver sfoderato roncole, mezzelune e artigli, riprendono a braccarsi per giorni e giorni.

3.5.26

1492.

Su Wu magazine di questo mese, qui, spiego perché Quel che resta del giorno è uno dei film più irritanti che abbia mai visto.

20.4.26

Volere volare (1491)

La settimana scorsa decido di fare un salto a Tokyo a comprare i KitKat alla fragola.
Volare non mi piace, anzi mi terrorizza, anzi diciamo pure che è per me ogni volta un’esperienza di morte e rinascita con reincarnazione in un me stesso più stanco benché temporaneamente euforico ma, primo, mi dicono che tra un po’ non ci sarà più carburante (forse neanche più passeggeri) e mi dà fastidio che lo usino tutto gli altri; secondo, «non dobbiamo permettere che le nostre paure ci impediscano di vivere» diceva sempre mio nonno Raymond quando si faceva un cicchetto dopo che (se non mentre) il medico gli aveva detto «se tocchi ancora un goccio di alcol ci resti secco».
Così mi faccio forza e organizzo il viaggio.

Un piccolo trucco che uso per volare nonostante la mia fobia è quello di portare con me una persona che non abbia alcuna paura né di volare né di morire in generale, in questo caso la mia amica Carla. Un’altra qualità di Carla che la rende particolarmente adatta all’attuazione di idee impulsive è che è sempre annoiata e pronta a partire, infatti in casa sua non manca mai una valigia aperta sul pavimento.
Perciò la chiamo due sere prima della partenza:
«Dopodomani Tokyo?» le dico.
«Ma come fai a mangiare quei cosi?» dice lei. «Fanno vomitare».
Lo prendo per un sì, compro i biglietti e due giorni dopo siamo a Malpensa.

La persona che non ha paura di volare né di morire ha, tra gli altri, il compito di impedirmi di fuggire all’ultimo momento, cosa in cui sono un vero asso e che mi dà quell’inebriante sensazione che si provava da ragazzi quando arrivavi a scuola e ti dicevano «oggi niente lezione, qualcuno ha intasato i bagni con le carte dei KitKat», e avevi il giorno libero e tutto quello che facevi in quelle ventiquattro ore ti sembrava magico. In questo caso quello che farei invece di volare sarebbe “non morire”, che è magico sempre.
E così, mentre siamo al gate in coda per l’imbarco, Carla rintuzza ogni mio tentativo di svignarmela.
«Avrò chiuso la macchina?».
«Non ci provare».
«Secondo te faccio in tempo ad andare in bagno?».
«Ci vai sull’aereo, ammesso che tu debba andarci, e non devi».
«Mi chino un attimo ad allacciarmi una scarpa, ok?».
«Se ti muovi ti meno, poi uso i lacci per legarti e ti stivo».
Così alla fine salgo sul velivolo.

«La tua paura di volare si spiega facilmente, Joey: non sopporti di non avere il controllo delle cose» mi ha detto una volta a cena Brigitta, la mia amica psicologa, mentre cercava di farmi uscire dalla cucina del Glotón, un ristorante qui a San Paco Llorente, dove mi ero intrufolato per verificare di persona con un termometro alimentare la cottura del mio filetto.
«È assolutamente vero,» le ho detto mentre tornavamo al tavolo, «specie il controllo delle cose che vanno a novecento all’ora».
In effetti, però, se fossi un pilota volerei senza problemi e userei l’aereo anche per andare a fare la spesa.
«Basta vedere come faccio con la macchina,» ho detto a Brigitta, «che guido senza pensieri».
«Anche se statisticamente è cinquanta volte più pericolosa dell’aereo» mi ha fatto notare lei.
«Così mi fai avere più fobie, Brigitta, non meno» le ho detto io. «Comunque non è un gran problema, visto che non voglio volare».
«Con qualche seduta si potrebbe risolvere, però».
«Ah sì?».
«Assolutamente».
«Mm, interessante. Così potrei finalmente volare».
«Ma… hai detto che non vuoi…».
«Così potrei finalmente volere volare».

Una volta a bordo, io e Carla prendiamo posto. Mentre gli assistenti ci spiegano come fare il nodo della cravatta del completo funebre in caso di ammaraggio, lei si rilassa e io mi tendo.
Il mio viaggio è molto diverso dal suo. Durante il volo lei dormirà, sognerà, leggerà, ascolterà musica, guarderà film, mangerà, berrà, digerirà, si annoierà (!), andrà e tornerà dal bagno come nulla fosse; io invece non riuscirò a fare nessuna di queste cose, neanche a deglutire o a sbattere le palpebre, perché una volta decollati entro in modalità di emergenza, tutti i miei sistemi si bloccano e a quel punto il mio compito è uno solo: tenere l’aereo in quota controllando costantemente l’altitudine, la rotta, il cielo, l’inclinazione del mezzo, i rumori, oltre alle espressioni, ai movimenti e alle occhiatine delle hostess e degli steward.
Per esempio: si sente un rumore strano e poi un forte sballottamento.
Guardo la hostess: perfettamente serena.
Guardo lo steward: perfettamente sereno.
Ma è normale, penso, sono addestrati a precipitare con il sorriso. Yuki Himawara, hostess della All Nippon Airways, nel 1981 servì il tè con l’aereo in avvitamento senza mai smettere di sorridere e senza versare una sola goccia fino a centodieci piedi, record ancora oggi imbattuto.
Ma le occhiatine dicono di più.
La hostess guarda lo steward come a dire: Jason, sentito quel rumore?
Lo steward guarda la hostess come a dire: Mi chiamo Richard. Comunque sì, l’ho sentito.
Che facciamo? Diciamo a queste brave persone che stanno per morire?
La hostess: No, continuiamo a servire il tè: Voglio battere il record della Himawara.
Lo steward: Credo in te. Per ovvie ragioni non posso dirti che, se dovessi fallire, farai meglio la prossima volta.
La hostess: Ehi, credo che quel tipo sappia leggere le occhiatine.
Lo steward: Ah sì? Buon per lui, tra poco potrà leggere le occhiatine dei pesci lumaca.

Chiaramente so di essere in preda alla mia fobia e quindi non li tormento, perché a ogni rumore strano (per me lo sono tutti), fermerei una hostess e chiederei «Questo sibilo è normale?». La hostess mi direbbe che è il motore dell’aereo.
«È un bene che si senta» mi direbbe con un sorriso.
E infatti quando a un certo punto il sibilo cessa è anche peggio, perché allora ho la netta sensazione di stare silenziosamente planando verso il fondale marino.
Mi immagino i piloti, in cabina, che dopo essersi tolti le cuffie si abbracciano e si danno affettuose pacche sulle spalle, con il comandante («trent’anni di servizio e diecimila ore di volo, lascia una moglie e due figli» mi aveva sussurrato la hostess all’orecchio al momento dell’imbarco) che dice al copilota: «È stato un piacere volare con te», come in Apollo 13.

A un certo punto del nostro volo, quando manca ancora un po’ all’arrivo, guardando fuori dal finestrino mi sembra che siamo troppo bassi.
Ogni qualvolta l’aereo scende di quota poco prima dell’atterraggio e si cominciano a vedere le tegole dei tetti mi sembra di averla scampata. “È fatta”, penso, “guarda quanto siamo vicini al suolo”. Mi verrebbe già da scendere. Mi alzerei, prenderei la mia valigia, aprirei il portellone e saluterei tutti prima di fare un passo nel vuoto. In realtà non mi rendo conto che nemmeno a dieci centimetri da terra un aereo potrebbe dirsi al sicuro, figuriamoci a un chilometro.
Questa volta però non siamo ancora in fase di atterraggio, perciò la bassa quota mi sembra un’altra anomalia. Faccio un cenno alla hostess, indico il finestrino e dico: «Mi scusi, non è che stiamo volando un po’ troppo basso?». (Nota: qualche ingenua persona potrebbe pensare che io non abbia davvero fatto questa domanda alla hostess)
La hostess dà un’occhiata fuori e dice: «No, stia tranquillo, è l’altezza giusta per quando c’è un foro nella fusoliera».
La guardo atterrito.
«Niente paura,» mi fa lei, «un aereo può volare con un foro nella fusoliera e un solo motore senza problemi, specie se sta scaricando il carburante e un pilota è svenuto».
«Abbiamo perso anche un motore?!» chiedo con la voce strozzata.
La hostess ride e scuote la testa: «Ah ah… no, non l’abbiamo perso, sappiamo esattamente dov’è. Guardi, si vede ancora da qui: è quel puntino scuro fumante su quel pendio».
In effetti si vede nitidamente, così mi calmo.
«Vuole del tè?» mi chiede poi.
Io le afferro il polso, do una scrollata così che un po’ di tè si rovesci e le dico: «No, grazie».

Poco più tardi il comandante annuncia che sta per cominciare le manovre per l’atterraggio, nonostante manchi un’ora all’arrivo.
«Per una scommessa tra piloti» precisa.
Il tizio seduto di fianco a me scuote la testa e dice, seccato: «Inaccettabile».
Io gli dico: «Può scendere dal velivolo, se non le sta bene».
Lui mi ignora e si mette invece a dormire con il laptop sulle ginocchia, che io gli rimbocco.
Più tardi passano le hostess con il carrellino.
«Desidera qualcosa?» mi chiede una di loro.
«Gradirei una bottiglietta d’acqua e un KitKat, grazie» le dico.
«Il KitKat lo vuole classico o alla fragola?» mi fa lei.
«Cosa?! Lo avevamo alla fragola sin dall’inizio?».
«Certo» dice la hostess, sorridendo.
Guardo subito Carla, che senza smettere di guardare il suo film dice: «Col cazzo».
«Ma non sai neanche cosa volevo dire» protesto.
«Adesso che siamo qui, un giro a Tokyo lo voglio fare» mi dice lei.

Così, una volta atterrati, invece di aspettare comodamente in aeroporto il volo di ritorno, andiamo a fare due passi a Tokyo. Carla si sente a proprio agio con i giapponesi perché non ti rivolgono la parola.
«Anzi per me sono fin troppo calorosi» dice.
«Calorosi perché i commessi ti fanno l’inchino quando entri nei negozi?» le chiedo.
«Mm? No, quello mi piace, anzi lo vorrei anche in Italia».
«E non solo dai commessi, immagino».
«No no, da tutti».

Quando ci troviamo a Shibuya le dico:
«Vuoi fare la foto con la statua del cane Hachiko?».
«Ma per favore…» mi dice Carla.
«Per Paola» dico. «Sai che va pazza per quella storia. Tu e Hachiko siete i suoi idoli, per quanto così diversi. In effetti penso che tu sia l’unica persona al mondo che Hachiko non avrebbe aspettato».
Carla ride, poi dice: «Probabile. Io comunque l’avrei scacciato già al primo giorno».
Alla fine però decide di accontentare Paola, così andiamo a fare la foto con Hachiko, io compro e mangio la mia confezione di KitKat alla fragola, Carla compra un ventaglio nero (a Natale le regalerò una mano in una scatola) e, il giorno dopo, torniamo a casa.
Sorprendentemente, neanche questa volta l’aereo precipita.

11.4.26