923.

Ieri ho letto di quella ragazza, Vittoria, che per errore ha ricevuto sei dosi di vaccino in un colpo solo. E ora? Che le succederà?, si chiedeva il Corriere della Sera. Questa mattina vedo lo stesso articolo, ma la ragazza ora si chiama Virginia. Sembra dunque che un sovradosaggio di vaccino possa cambiare i dati anagrafici, anche se di poco. Ma non solo, ieri le dosi iniettate per errore, come detto, se l’ho già detto, erano sei, oggi quattro, quindi forse un sovradosaggio del vaccino può anche modificare gli eventi del passato, sempre di poco. Non solo (l’ho già detto?): Virginia ieri era tirocinante di psicologia, nata a Pisa, ventitré anni, oggi è tirocinante di cardiologia, nata a Livorno, ventidue anni. Ieri era alta un metro e settantadue, oggi un metro e settantadue e mezzo. Potrebbero esserci altre piccole variazioni nei prossimi giorni, ha detto Riccarlo Verdone, attore e regista prima del vaccino, oggi immunologo, settanta e settantadue anni, nessuno può saperlo (ha detto Verdone, gli anni li sappiamo con esattezza: settanta prima del vaccino, settantadue dopo). Era già capitato qualcosa di simile in Germania, dove un signore di ottant’anni ha ricevuto per errore un intero camion di dosi di vaccino, ci sono voluti tre giorni per fargliele tutte, ma sono sviste che possono capitare, purtroppo. Com’è potuto accadere?, ha chiesto il Corriere al direttore dell’ospedale dove è avvenuto il pasticcio che ha coinvolto la povera Virginia. Ancora non lo sappiamo, ha detto il direttore, stiamo indagando, ieri le dosi erano sei, oggi quattro, la situazione è in fieri – in cosa?, ha chiesto il Corriere – se aspettiamo ancora qualche giorno potrebbero essere due, poi una, che tra l’altro sarebbe la dose corretta, poi forse zero e a quel punto Vittoria – Virginia, lo ha corretto il Corriere – forse dovrà farsi vaccinare da capo. Sono sviste che purtroppo possono capitare, ha continuato il direttore – strano, è la stessa espressione che ha usato il professor Verdone, ha detto il Corriere –, pensi che il mese scorso a un cittadino è stata inoculata prima la seconda dose e poi, tre settimane dopo, la prima. E che cosa è successo?, ha chiesto il Corriere. Niente, ha detto il direttore. Le due dosi sono differenti?, ha chiesto il Corriere. No, ha detto il direttore, sono identiche. Ho capito, ha detto il Corriere.

11.5.21

922.

Dunque leggo che tra oggi e domani potrebbe caderci in testa un razzo cinese. Le autorità competenti dicono che è poco probabile che i frammenti del razzo provochino il crollo degli edifici. Dicono di stare in casa e di stare alla larga da finestre e vetrate. Dicono che stare sotto i muri portanti è più sicuro. Dicono che i frammenti possono sfondare i tetti, quindi meglio vivere ai piani bassi. Se vivete ai piani alti, meglio vivere ai piani bassi, ho telefonato per accertarmene, ho detto che io vivo ai piani alti e la signorina al telefono, molto gentile, mi ha detto che è meglio vivere ai piani bassi, limitatamente alla faccenda del razzo. Io le ho detto che ai piani bassi vivono altre persone, lei mi ha detto che quelle persone, vivendo ai piani bassi, vivono in piani migliori, sempre per quanto riguarda il razzo, l’ideale sarebbe in cantina, ha aggiunto, magari un bunker antirazzo, con molte provviste per il futuro, io le ho detto che il bunker antirazzo non ce l’ho, ma che posso scendere in garage, che è un garage sotterraneo, è sicuro il garage sotterraneo?, le ho chiesto. È un garage antirazzo?, mi ha chiesto lei. No, le ho detto io, è un garage normale, credo. Lei mi ha detto allora che il garage, limitatamente alla possibilità di essere colpiti da un frammento del razzo per esempio in un occhio, se il garage è sotterraneo, è abbastanza sicuro, ma per quanto riguarda la possibilità che il palazzo sopra il garage sotterraneo crolli dopo essere stato colpito dai frammenti del razzo e seppellisca il garage sotterraneo e quelli che ci stanno dentro, allora non lo è, in quel caso l’ideale sarebbe avere un garage sul tetto, lì sarebbe impossibile essere seppelliti dal crollo dell’edificio, mi ha detto. Pensa sia meglio chiudere le persiane?, ho chiesto poi. Ma no, ha detto la signorina, non ce n'è bisogno, stia tranquillo. Ah, ho detto, bene, allora non è così pericoloso. Scusi, mi ha detto la signorina, ma lei pensa che una persiana possa fermare un frammento di razzo cinese proveniente dallo spazio a ventinovemila chilometri l'ora? Mm, ho detto io, in effetti no. Ho anche letto, ho detto poi, che le autorità dicono di non raccogliere frammenti del razzo, anzi di mantenere una distanza di almeno venti metri dai frammenti del razzo. È corretto, mi ha detto la signorina, venti, venticinque, trenta metri per stare certi. Ho detto allora che se il frammento del razzo mi finisce in casa, mettiamo attraverso la finestra, siccome la mia casa, anche se non l’ho misurata, secondo me misura meno di trenta metri, dov’è che vado, in quel caso, signorina?, le ho chiesto. Lei mi ha detto di andare a trenta metri dal razzo. Anche se questo significa stare qualche metro oltre le pareti, dove, le ricordo, non c’è il pavimento? Certamente, mi ha detto lei, limitatamente al pericolo di essere contaminati dal frammento del razzo, è senza dubbio la soluzione migliore. Ma in quel caso precipiterei di sotto, ho detto io. Non sia pessimista, mi ha detto lei, non può saperlo. No, sa, ho detto io, vivo ai piani alti, come le ho detto, quindi precipiterei senza dubbio, mi creda. In quel caso, ha detto la signorina, emetteremmo un avviso dicendo ai cittadini di stare attenti perché un cittadino sta precipitando, di non toccare i frammenti del cittadino, eccetera, non si preoccupi, pensiamo noi a tutto. Grazie, ho detto allora, adesso mi sento molto più tranquillo. Mi fa piacere, mi ha detto la signorina, e poi la conversazione è terminata.

8.5.21

921.

A volte ho la curiosità di prendere un uccellino e darlo a Gateau. Certo per l’uccellino non sarebbe una gran giornata. Ma chi può dirlo? Magari si divertirebbe un mondo, dopotutto lui e gli altri suoi compari le svolazzano senza sosta davanti al portabaffi cinguettando, piroettando, eccetera, magari sperano che lei li acchiappi. Io non vado a fare piroette davanti ai leoni, no? Cioè, allo zoo sì, ma… mm, è proprio la stessa cosa, ora che ci penso, come quella volta che allo Zoo di Berlino ho eseguito un grand pas de deux davanti al recinto degli struzzi, quindi se non ci fosse il vetro della finestra gli uccellini non farebbero tanto i furbi, mi sa, non verrebbero a sgranocchiare le loro sgranocchiette proprio a cinque centimetri dalle fauci di Gateau. Detto questo, prendere un uccellino non è facile. Dico per me, per Gateau sarebbe uno scherzo, ovvio, tanto che forse potrei farmi aiutare da lei a prendere un uccellino da darle. Ma per un essere umano, benché intelligentissimo e spiritoso, no. Anzi l’intelligenza è un limite, se vogliamo, perché come diceva sempre mio nonno quando andavamo a fare spesa, per prendere un uccellino devi pensare come un uccellino (erano molto poveri). Tra l’altro questo mi fa venire in mente che giorni fa stavo facendo due passi con la mia amica Carla, vedo una farfalla e dico: quasi quasi la prendo e la porto a Gateau. E lei: non credo che riusciresti a prenderla. E io: be’, con un retino si prende. E lei: non credo ci riusciresti. Chissà cosa avrà voluto dire, mi sono detto tornando a casa, e poi ci ho pensato per giorni. Forse Carla pensa che io sia un incapace, pensavo. Così alla fine le ho telefonato, non mi piace avere delle cose che mi rodono. Carla, scusa, le ho detto, l’altro giorno forse spiegandoti male hai detto che secondo te non riuscirei a prendere una farfalla nemmeno col retino. Esatto, ha detto lei, sei un incapace. Per favore, ho detto io, non anticipare le mie domande, procediamo con calma nell’analisi della faccenda. Ok, ha detto lei. Per caso, ho ripreso io, così, per assurdo, pensi che io sia un incapace? Sì, ha detto lei. Ah ecco, ho detto io, mi sembrava.

7.5.21

920.

Oggi, per la rubrica Domande e Risposte, rubrica che sta riscuotendo un successo formidabile rispetto a tutte le altre rubriche (non ci sono altre rubriche) di questo taccuino elettronico – per dirne una, giorni fa mi ha telefonato mia zia Piera per dirmi che non si è persa «nemmeno una puntata», io le ho detto «sono solo due, signora» (non è realmente mia zia), lei mi ha detto «e tu sei la mia nipotina preferita», io le ho detto «sono un maschio, zia, e sono adulto», lei mi ha detto «ah, come cresci in fretta! Se solo tuo zio Claudio fosse ancora qui...», le ho detto «lo zio è vivo, zia, e si chiama Aldo e della mia crescita se ne strafrega», lei ha detto «bravo, bravo, ora ti saluto perché devo andare a preparare il pranzo per gli ospiti», io le ho detto «sei in una casa di cura legata a una sedia da nove anni, zia, che pranzo vuoi preparare?», lei qui ha riso, e anch’io –, dicevo, per la rubrica Domande e Risposte, oggi, puntata speciale, una sola domanda e una sola risposta: Il Corriere della Sera si chiede:

Ma i mici possono essere anche amici? Il mistero dell’affettività dei gatti.

Non c’è nessun mistero, basta con questa storia: i gatti provano sentimenti quanto i cani, i maiali, i polpi o i delfini e li esprimono chiaramente. Se ti ignorano, ti soffiano, ti graffiano o quando entri in una stanza si mettono gli auricolari, be', tira tu le somme.

4.5.21

919.

Su Wu magazine di questo mese, qui, esprimo il mio rammarico e la mia gioia per la mancata nascita della Superlega di calcio.

29.4.21

918.

Oggi, dopo un anno e due mesi asserragliato in casa, ho sentito il bisogno di sgranchirmi le gambe e sono uscito per fare una passeggiata. La passeggiata doveva avere una durata di cinque minuti (non volevo esagerare, essendo la prima, col rischio di strapparmi o che) e il percorso è stato studiato nei minimi particolari durante la notte, con mappe, pedine colorate e tutto. Le previsioni dicevano bel tempo. Ho indossato le mie scarpe da passeggiata – del tutto identiche a quelle che uso quando non passeggio, tanto che a un occhio poco attento potrebbero sembrare le stesse – e sono uscito. Il tempo era bello, niente da dire. Cielo azzurro, smog e vecchietti claudicanti. Comincio a passeggiare e sento il sangue che si spande per le arterie facendo il rumore dei termosifoni quando si accendono. Tutto sembra filare liscio, mi ricordo ancora come si passeggia e sembra emozionante. Poi, al chilometro zero virgola due (di zero virgola quattro complessivi), una cimice asiatica (sempre loro) mi cade nel colletto della camicia, probabilmente paracadutata da un piccolo velivolo zeppo di cimici kamikaze, si infila sotto di essa (sotto la camicia, intendo) e comincia a passeggiare a sua volta sul mio (splendido) corpo. Decido così di interrompere la passeggiata e di tornare a casa (per farlo, sono comunque costretto a percorrere i restanti zero virgola due chilometri, completando mio malgrado la passeggiata), e nel frattempo mi dico che probabilmente la cimice non si è davvero infilata sotto i miei indumenti, ma che dopo un breve atterraggio di fortuna era saggiamente volata via. Perciò, una volta a casa, non mi rotolo sul pavimento come mio solito, ma riprendo le mie attività. Mezz’ora più tardi, mentre sto scrivendo una poesia sui cincillà, una cimice asiatica esce da sotto il polsino destro, si leva il minuscolo cappello in segno di saluto, e, senza indugiare oltre, se ne va.

22.4.21

917.

Ieri sono andato a bere il caffè dai miei genitori perché festeggiavano centocinquantasette anni di matrimonio. La storia vuole che mio padre si sia presentato un giorno a casa di mio nonno comunicandogli l’intenzione di intrattenere una relazione sentimentale con la figlia, di cui era, a suo dire (di mio nonno, intendo), pazzamente innamorato. Quale delle due?, ha chiesto mio nonno mentre guardava mia nonna sbucciare il granturco. Scelga lei, ha detto mio padre. Al che mio nonno ha chiamato mia madre e le ha detto: senti, da oggi questo è il tuo nuovo padrone, fa’ tutto quello che ti dice e non creare problemi. E mia madre si è adeguata. Sembra tra l’altro che mio padre si fosse presentato quel giorno perché, la settimana prima, mio nonno lo aveva preso per il bavero davanti a tutti al bar Roma dicendogli: ehi bel tomo, se vuoi uscire con mia figlia devi venire da me e chiedermelo! Era un uomo all’antica. Solo che non era mio padre che voleva uscire con mia madre, ma un altro, un certo Belletti, che quel giorno, sapendo che il nonno lo cercava, si era dileguato. E mio padre si era presentato lo stesso. I miei mi raccontano questa storia ogni anno. Poi tutte le volte mi dicono: e sai invece chi ha sposato Belletti? Chi?, dico io. La Rossana Spilla, la figlia del fruttivendolo, che un anno dopo il matrimonio, mi dicono i miei, lo ha ammazzato col batticarne. E ridiamo.

19.4.21

916.

Leggo che un gruppetto di artisti – come Picasso, per intenderci –, tra cui Ambra Angiolini, Neri Marcorè, Corrado Guzzanti, eccetera, ha fondato un gruppo (e non gruppetto, stranamente) con tanto di slogan (tipo Più lo mandi giù e più ti tira su) e sta protestando contro Netlifx, Amazon (e chi non protesta contro Amazon, oggigiorno?), Timvision, eccetera, perché «offrono compensi gravemente insufficienti» nonostante i «sostanziosi ricavi». Ma ragazzi, ho pensato io, l’artista non deve guadagnare o deve guadagnare pochissimo, è la prassi, la condizione necessaria, forse, non deve capire il valore del denaro e non deve sapere cosa farsene una volta che per qualche ragione, per qualche disguido, diciamo, ce l’ha, e a quel punto deve liberarsene nel modo più veloce e stupido possibile, perché ogni minuto che un artista trascorre pensando al denaro e in compagnia del denaro è un minuto sottratto al pensiero artistico e all’arte, è un passo verso la gente comune, un passo lontano dalla gente artistica, un passo verso la bruttezza, non verso la bellezza. Fondare un gruppo, poi, dargli un nome, creare uno slogan, mio Dio, quale sarà il passo successivo? Una pagina Facebook? Un blog? Un account Instagram? Delle sneaker?

16.4.21

915.

Ecco la seconda puntata (o terza, non le sto contando) di Domande e Risposte (non ho scelto un titolo). Qui la prima.

Non faccio sesso da prima della pandemia, riuscirò ancora a lasciarmi andare?
È la stessa cosa che mi chiede mia nonna Rachele ogni volta che le telefono, ma lei si riferisce alla pandemia del 1918. Io comunque la rassicuro: fare sesso è come andare in bici, nonna!, le dico (in realtà non è un buon esempio: mio nonno è morto in un incidente di bici, dopo anni che non la usava, cercando di frenare suonando il campanello). E lei: vale anche per il sesso orale? E io: certamente.

Quanto ingrassa una pinta di birra?
Esattamente quanto fa dimagrire una pinta di tumore epatico.

Perché Bologna non riesce a liberarsi dallo smog?
Fino a smog ero convinto che avrei letto «studenti straccioni e molesti convinti di essere artisti», e invece no, smog. Boh, non so, probabilmente perché non lo vuole veramente.

Come saranno i viaggi post Covid?
Come quelli pre Covid, ma con meno anziani.

I vicini festeggiano, che cosa fare?
Quello che si è sempre fatto: chiamare la polizia.

Guarita dalla Covid, soffro di formicolio al petto, tachicardia e nausea: devo preoccuparmi?
Sarebbe inutile.

Vuoi creare un’app e non sei un programmatore?
No.

Le sneakers di Fedez?
No.

15.4.21

914.

La mia amica Paola mi ha chiesto di dirle una cosa che mi rende felice, era per un gioco, o un test, non lo so. Mi ha telefonato alle tre di questa notte e mi ha detto: scusa, ti disturbo? Ci mancherebbe, le ho detto io. Volevo farti una domanda per un gioco, mi ha detto. O un test, le ho detto io. Spara, le ho detto poi. Sicuro che non ti disturbo?, mi ha chiesto. Sicuro, le ho detto. Guarda che se ti disturbo, se stai facendo qualcos’altro, ti chiamo un’altra volta, ha detto lei. In realtà ero qui a pensare: è un po’ che non sento Paola, le ho detto, e in quel preciso istante hai chiamato. Davvero?!, ha detto lei. No, le ho detto io. Vai col test, le ho detto poi. Ok, ha detto lei, dimmi una cosa che ti rende felice. Mm, ho detto io, la… Magari ci vuoi pensare un attimo, ha detto lei. No no, ho detto io, lo so: la colazione, ho detto. La colazione?, ha detto lei, scettica, forse sconvolta. Sì, le ho detto, la colazione mi rende proprio felice, apro gli occhi la mattina e penso: uh, la colazione! Oppure vado a letto la sera e penso: uh, domani faccio colazione! A volte vado a letto un po’ prima, sperando di addormentarmi subito, perché quando mi sveglierò ci sarà il momento della colazione, le ho detto, oppure nel bel mezzo del pomeriggio penso: potrei quasi fare colazione, e spesso la faccio, e sono felice. Qui Paola è rimasta un attimo in silenzio, e allora anch’io. Stavo quasi per addormentarmi, poi lei mi fa: ma che colazione fai, scusa? E io: Una tazza di orzo solubile e sei biscotti. Ancora silenzio. Un bel po’ di silenzio, tanto che mi sono addormentato, credo, e quando mi sono svegliato, questa mattina, Paola aveva messo giù.

12.4.21

913.

Ho letto che in Russia hanno consigliato a chi ha fatto il vaccino di non bere alcol per i quarantacinque giorni successivi, in quanto l’alcol compromette il funzionamento del sistema immunitario. I russi non l’hanno presa bene. Tra i tanti, una donna ha commentato: «Allora che senso ha vaccinarsi? Così è peggio che prendere il virus». Mi ha fatto ridere.

10.4.21

912.

Nella prassi strategica, però, nemmeno le fortezze a stella, costruite e perfezionate dappertutto nel corso del XVIII secolo, raggiunsero il loro obiettivo: tale era la concentrazione su questo schema, infatti, da indurre a trascurare la circostanza che le fortezze più imponenti attirano, com’è nella natura delle cose, anche le forze nemiche più imponenti; che quanto più ci si trincera, tanto più risolutamente ci si mette sulla difensiva, costretti alla fine ad assistere, da una postazione fortificata con ogni mezzo immaginabile e senza poter fare nulla, a come le truppe nemiche, aprendosi altrove una zona di combattimento scelta da loro, ignorino bellamente le fortificazioni, trasformate in arsenali a regola d’arte, sovraccariche di bocche da fuoco e sovraffollate di uomini. È perciò accaduto più volte che, proprio mentre si intraprendevano opere di fortificazione, fondamentalmente segnate, disse Austerlitz, da una tendenza allo sviluppo paranoide, si sia lasciato scoperto un punto decisivo, spalancando così le porte al nemico. 

Austerlitz, W.G. Sebald

911.

Ho visto un film con Ben Affleck in cui Ben Affleck è un ex giocatore di basket alcolizzato. Cioè, è un alcolizzato che in passato ha giocato a basket, non uno che beveva quando giocava, anche se forse sarebbe stato più interessante. Naturalmente Ben beve perché nella sua vita c’è stato un dramma – ah, il film si intitola Tornare a vincere e sto per rivelarne il finale, quindi se non lo avete ancora visto potete continuare a leggere e guadagnare due ore di tempo –, mai che uno beva solo perché bere è divertente, o forse Ben beve perché è divertente e usa la scusa del suo dramma personale per far sì che la gente non gli rompa troppo l’anima (Ehi Ben, vacci piano con l'alcol – Ascolta, ho perso un figlio, ok? – Non lo sapevo, scusa, è per questo che bevi, allora – Mm? Sì sì, mi ha reso molto triste eccetera eccetera, amavo quella bambina – Ma non hai detto figlio? – Sì sì, quel bambino. Era tutto per me). Comunque un giorno viene chiamato ad allenare una squadra di ragazzini, una squadra scarsa, a questo punto ho messo in pausa e sono andato vedere se per caso era un film del 1980, non del 2020, perché ormai non so quanti film abbiano fatto su un coach problematico che allena ragazzi problematici e poi alla fine dopo qualche tensione sia lui sia i ragazzi ne escono arricchiti e un po’ meno problematici e così via, insomma la solita roba, ho pensato, e invece no, Ben arriva e comincia ad allenare la squadra, intanto continua a bere, la squadra perde tutte le partite, Ben continua a bere, a un certo punto anche i ragazzi cominciano a bere, e così dopo le partite Ben e i ragazzi vanno a bere tutti insieme, e poi invece di allenarsi vanno ancora a bere tutti insieme, le prestazioni ne risentono pochissimo perché facevano già molto schifo prima, nessuno si accorge di nulla, alla fine grazie all'alcol diventano veramente amici e passano molte belle nottate, a parte qualche rissa e qualche incidente, ma lasciano perdere il basket e si concentrano sul bere, fanno un sacco di feste, conoscono gente e il tempo passa così, spensierato, il film finisce così, spensierato, e loro non lo sanno ma un giorno, tra tanti anni, ricorderanno i tempi delle sbronze con Ben come un periodo molto bello della loro vita, e anche Ben ogni tanto ci ripenserà, finché i danni dell’alcol non gli avranno cancellato completamente la memoria, ovviamente, ma a quel punto, per Ben, dal punto di vista di Ben, niente sarà più un problema. Un bel film, tutto sommato.

6.4.21

910.

Oggi ho quasi scritto, dunque sono quasi felice. Vino pugliese sempre ok, frutti tropicali ancora lì. Perché poi uno invece di bersi del vino che sa di frutti tropicali non si mangia direttamente i frutti tropicali, chiede l’inesperto. La risposta è: per la luccicanza. Il dito ha smesso di sanguinare. Mi ha chiamato il mio amico Roberto, era un po’ che non lo sentivo, siamo tutti e due patofobici, quindi ci siamo raccontati tutte le malattie che potremmo avere, poi abbiamo parlato di donne, poi mi ha detto se per caso volevo suo figlio, gli ho detto che ho già una gatta, mi ha detto che suo figlio sa leggere, gli ho detto che la mia gatta dorme diciotto ore al giorno, mi ha detto ok, meglio la tua. Abbiamo concordato su quasi tutto, per il resto, io e Roberto, ci conosciamo dall’asilo, la prima volta che l’ho visto ho cercato di cavargli un occhio con un pezzo Lego, sua madre subito dopo ha chiamato mia madre e le ha detto se tuo figlio si avvicina ancora a mio figlio sono guai. Risultato: amici per sempre. E gli occhi di Roberto sono ancora nelle apposite cavità oculari, signora.

27.3.21

909.

Oggi ho scritto otto cartelle, sono felice. Sto anche bevendo un vino pugliese che sa di frutti tropicali, sono felice anche per quello. Mi sono tagliato (infelice, qui) con un bicchiere mentre cercavo di lavarlo, ho messo subito il dito sotto l’acqua corrente ma il sangue non la smetteva di sgorgare, fortunatamente è il mignolo, dito che mi serve solo per lavare i bicchieri, cosa che ovviamente non farò mai più, forse non userò più bicchieri, in fondo che senso ha? Comunque poi ho scoperto che la prima cosa da non fare è mettere la ferita sotto l’acqua corrente. Poi ho chiamato la mia amica Paola, che per ogni malanno o accidente ha un caso uguale che si è risolto con la guarigione, non importa di che si tratta, lei ce l’ha, il caso uguale, e si è risolto con la guarigione. Ma di questo parleremo un’altra volta, in realtà volevo parlare di Sonia, una mia compagna di classe delle medie di cui ero innamorato. Sonia mi è venuta in mente perché in pratica è l’ultima volta che sono uscito di casa senza sapere che c’era in giro il virus, parliamo di metà febbraio dell’anno scorso. Ho incontrato Sonia al supermercato, trent’anni dopo che avevo cercato di farmela a quella festa quando eravamo praticamente dei bambini. Avevamo passato tutta la notte chiusi in bagno, io e Sonia e una bottiglia di vodka, ma niente, lei mi aveva detto che le piacevo (non era vero) ma che stava con un certo Riccardo, al che io avevo fatto un passo indietro, per questioni etiche, e poi, quella sera stessa, avevo cercato di farmi la sorella (per questioni etiche) la quale mi aveva detto che le piacevo (non era vero) ma che, mm, qui aveva tossicchiato qualcosa, e io le avevo creduto. C’era una terza sorella e, ironia della sorte, se l’era fatta il mio amico Giorgio, con cui sono ancora amico dopo tutto questo tempo. Com’è che hai fatto, Giorgio?, gli avevo chiesto. È stato facilissimo!, mi aveva detto lui, in realtà non volevo neanche provarci, è stata lei a dirmi ho una voglia pazzesca di scopare, scopiamo?, e io le ho detto sì. Io naturalmente c’ero rimasto di sasso, considerando che le sorelle erano gemelle, Sonia, Sabrina, Samanta, indistinguibili l’una dall’altra, infatti tra l’altro io ero convinto di stare tampinando Samanta, invece era Sonia, va be’. Ma di cosa stavo parlando? Non lo so più. Ah sì, che un anno fa ho incontrato Sonia al supermercato. Ogni tanto ci rivediamo, io e Sonia, e io penso sempre a quella sera, a quella notte, poi diventata alba. O era Samanta? Ironia della sorte, stanotte ho sognato Sabrina. Eravamo in casa sua e lei mi diceva ti amo, Andrea, e anche se io non mi chiamo Andrea stavo zitto, tutto grasso che cola, ho pensato nel sogno, e a quel punto le dovevo dire anch'io ti amo, Sonia, o Sabrina, o Samanta, non sapevo chi fosse, delle tre, non sarebbe più facile fare sesso con tutte voi?, stavo per dire, ma poi non l'ho detto.

26.3.21