857.

San Pietro Martire è raramente rappresentato senza una scure conficcata nel cranio a mo' di Spada nella roccia, anche se non è stato affatto ucciso a colpi di scure. Mentre veniva assassinato, come si vede nel dipinto di Giovanni Bellini alla National Gallery, una scure sfuggì a un boscaiolo che tagliava la legna lì vicino e in qualche modo gli sì piantò in testa. Secondo me il fatto che i santi non possano mai separarsi dagli strumenti del loro martirio e se li debbano portare appresso in ogni quadro è il sintomo di una grave insicurezza relazionale. Santa Caterina, se non si trascina dietro la sua ruota, è convinta (e a ragione) che nessuno la riconosca. E quel che San Pietro Martire sembra sempre dire è: «Ehi, salve a tutti! [e indicandosi la scure sulla testa] Sapete chi sono, no?».

Una visita guidata, A. Bennett

20.10.20

856.

Sono andato a pranzo dai miei. Prima, però, li ho fatti stare in un baule per quattordici giorni, con le mascherine (FFP3). Ma siamo noi la categoria a rischio!, hanno detto mentre li immergevo in un bidone di soluzione disinfettante. Certo, certo, ho detto spalmandoli di catrame e facendoli poi rotolare in un letto di piume (anche questo è per la sanificazione? – Mm? Ah, sì sì). Non sono state le uniche condizioni imposte per deliziarli con la mia presenza, ho anche preteso che mio padre spegnesse la Stufa. Avevo scritto della Stufa tempo fa, poco dopo l’installazione, qui. A casa dei miei ci sono solo due stagioni, da quando c’è la Stufa, estate e inverno, l’inverno comincia quando la Stufa viene accesa, il sedici agosto, e finisce quando viene spenta, il quattordici. Mio padre la fa andare alla massima potenza ventiquattro ore su ventiquattro, come la fornace di una locomotiva. Stai cercando di fare decollare la casa?, gli ho chiesto una volta. Credo abbia sofferto per lo spegnimento forzato della Stufa più che per il catrame e la quarantena. Se Dio gli chiedesse di spegnere la Stufa, lui direbbe: non posso uccidere mio figlio, invece? Ma così almeno in casa c’erano ventotto gradi, e non i soliti cinquantanove. Ora capisco perché mia madre gli vieta l’acquisto di un condizionatore: farebbe solidificare l’aria. Comunque l’ha spenta e sono andato. Da mangiare c’erano, tra le altre cose, i broccoli.
L’odore dei broccoli mi ricorda la nonna, ha detto mia madre, asciugandosi una lacrima.
Li cucinava spesso?
No, mai. Perché?
Questo mi ha ricordato quella volta che mi ha detto:
Lo zio Anselmo è andato a farsi togliere un'unghia, giovedì.
Santiddio! Che ha fatto?!
Niente, perché?
Poi mio padre ha cominciato a raccontarmi degli indovinelli, però non se li ricordava, quindi:
Lo sai l'indovinello delle mele?
Sì.
Te lo racconto lo stesso.
Ma lo so!
Allora, adesso non mi viene in mente di preciso, ma c'erano delle mele, un sacco, o dei sacchi, e tu dovevi fare qualcosa, con queste mele, insomma che alla fine il numero doveva essere un certo numero preciso.
Forte, gli ho detto. Poi, dopo un breve silenzio mi fa:
Secondo te è possibile che un giorno le macchine diventino così intelligenti da conquistare il mondo?
Be’ penso sia difficile visto che, per quanto intelligenti possano diventare, basta staccare la corrente per metterle k.o.
Eh eh, ma loro te lo impedirebbero.
Potremmo bombardarle.
Te lo impedirebbero.
Allora sì, è possibile.
Eh eh.

12.10.20

855.

Ricevo questo SMS: È ufficiale! Ti abbiamo selezionato per un’offerta unica!
Rispondo: È ufficiale! Chi se ne frega!
Poi penso: che selezione accurata. Avranno fatto anche delle riunioni:
Allora, avete selezionato il fortunato cliente destinatario dell’Offerta Unica?
Sì, capo, ci sarebbe questo tizio, ha lo stesso contratto da undici anni, paga un euro per due giga e ne usa zero.
Come mai zero?
Secondo i nostri detective non esce mai di casa.
Come mai?
Dice che fa freddo.
Offritegli una coperta.
Non risponde alle telefonate dei nostri centralini.
SMS ne usa?
Zero.
Come mai?
Non li usa più nessuno.
Minuti?
Ne ha mille, ne usa quattordici.
Sembra proprio il tipo giusto.
Sì.
Procediamo.

7.10.20

854.

Guardo il cellulare, chiamata persa di mia madre. La chiamo, non risponde. La chiamo a casa, occupato. Lascio perdere. Dopo un po’ mi arriva un messaggio: è lei che dice: richiamami. La richiamo: non risponde. Chiamo a casa: occupato. Vado a vedere se nella mia fuciliera ci sono dei fucili: non ci sono. Cerco un cappio, non lo trovo. Del cianuro, nemmeno. Scrivo la solita lettera al papa, Caro santo padre volevo sapere come sta e se ha tutto quello che le occorre eccetera eccetera. Dopo un po’ mia madre richiama. Le dico: quale buon vento! Lei: eh? Io: spiegami una cosa. Lei: spara. Io: mi scrivi con il tuo cellulare «richiamami». Lei: sì. Io: ti chiamo su quello stesso cellulare dopo zero virgola zero tre secondi. Lei: sì. Io: ma tu non rispondi. Lei: no. Io: com’è possibile? Lei: che cosa? Io: com’è possibile che tu non risponda, cioè, quanta distanza potrai mai aver messo tra te e il telefono in zero virgola zero tre secondi? Chi sei, Bolt? Lei: ero al telefono. Io: ma come eri al telefono? Mi hai scritto «richiamami». Lei: sì, te l’ho scritto mentre ero al telefono. Io: ah, ho capito. Lei: bene, sono contenta che abbiamo risolto. Io: e senti un po’. Lei: dimmi tutto, tesoro. Io: secondo te che cosa succede se scrivi a una persona di richiamarti? Lei: ma no è che io vedi insomma stavo… Io: che. cosa. succede. Lei: ehm, uhm… Io: ti aiuto? Lei: sì. Io: succede che ti? Lei: che ti? Io: che ti ri? Lei: che ti ri? Io: che ti richià? Lei: che ti richià? Io: che ti richiammmm. Lei: a! Io: esatto! Lei: ho indovinato. Io: sì. Ma c’è un secondo quesito per te, mamma. Lei: oh no. Io: cosa succede se mentre quella ti richiama tu sei al telefono con un’altra persona? Lei: silenzio. Io: su su. Lei: mmm. Io: allora? Lei: mi dici perché ogni volta che parlo con te mi sento una rimbambita? Io: è la medesima mia sensazione. Per caso a scuola hai ripetuto qualche classe? Lei: no. Io: ti mettevano un cappello conico sul capo? Lei: no. Io: molto strano.

3.10.20

853.

Questa notte ho sognato che vincevo il Nobel mentre vincevo alla lotteria. Che giornata, pensavo, è dunque questa la giornata più bella della mia vita? Per il momento in testa alla classifica c'era quella in cui avevo aggiustato da solo la doccia senza chiamare l'idraulico. La vittoria del Nobel passava quasi in secondo piano, poi, rispetto alla lotteria, dico. Una volta incassati i cinquantotto milioni di euro direttamente dalle tasche del tabaccaio, prendevo un giornale (ormai ero ricco: me ne dia sei!) e leggevo: Mauro Zucconi insignito del premio Nobel (velocissimi questi giornali, oggi). Ovviamente c’era un errore, lo sapevo. Che cosa avevo fatto per meritarmi il Nobel? E poi che Nobel? Per la chimica no, anche se in effetti faccio le torte, si possono considerare esperimenti chimici. Per la pace? Forse dovevo far sparire quel pamphlet intitolato Elogio della schiavitù. O forse no, se era per la letteratura. Ma lo consideravo prematuro, sono troppo giovane, tra l’altro ho scoperto il segreto dell’eterna giovinezza, frequentare solo gente con trent’anni in più, se vi interessa. Magari me l'avevano dato per quello. Comunque sapevo di essere un impostore, sapevo che se lo sarebbero ripreso, il mio Nobel, quindi essere sui giornali era anche peggio, nome e cognome e poi la mia foto mentre ritiro il Nobel (come avevano fatto ad averla? Non c’ero ancora andato!), che figuraccia. No, ho detto al tabaccaio, devo rifiutarlo. Devo chiamare io per dirlo?, ha detto lui. Sì, grazie, ho detto io, molto gentile. Vuole altri giornali?, mi ha chiesto lui. Ma sì, ho detto io, me ne dia altri cinque. Glieli incarto?, mi ha detto lui. Sì, ho detto io, grazie. Glieli incarto in carta da giornale?, mi ha detto lui (era un tabaccaio molto preciso). Sì, ho detto io. Glieli incarto in carta da giornale dai giornali che ha comprato o vuole altri giornali per incartare i giornali precedenti?, mi ha detto lui. Me li incarti in quelli che ho già comprato, ho detto io, va bene che sono ricco ma se comincio a sperperare tutto il denaro così…, ho detto io. Eh eh, ha detto lui, allora glieli appallottolo direttamente, ha detto poi. Sì, grazie, ho detto io. E siamo andati avanti così finché non mi sono svegliato, molte ore dopo.

1.10.20

852.

Farei un referendum, uno in cui si deve votare solo Sì o No. Ma mica per qualcosa. Sì o No e basta. Un grande referendum nazionale. Mondiale, se volete. Per vedere quanti sono per il Sì e quanti per il No. Poi direi: hanno vinto i Sì. O hanno vinto i No. Io ci dovrei pensare, a cosa votare, ci dovrei pensare moltissimo.

28.9.20

851.

Giorni fa ho visto la partita di Fognini, che è un giocatore di tennis. No ragazze, aspettate! Non andate via. Non parleremo di sport ma di psicologia e fisica (no, non andate via!). Considerate che Fognini è oggettivamente un bell’uomo, come dimostra questa foto, tanto che Federer, ha confessato (be’) lo stesso Fognini, quando lo vede gli dice sempre: Fabio, ma quanto sei bello?! Come sapete su questo taccuino elettronico si tengono gare di bellezza tra belle (sto divagando, ma comunque per ora il primo trofeo Bellezza delle Bellezze è andato a Caterina Balivo, nonostante abbia perso la finalissima con Andrea Delogu). Non mi metterò a fare gare maschili, per ovvi motivi, ma posso dire a tutte le raccattapalle che vanno in brodo di giuggiole quando vedono Fognini che il tennista ligure non supera il metro e settantotto, mentre il sottoscritto arriva a uno e novanta se non oltre. Ma torniamo all’argomento principale che queste prime deliziose righe non hanno neppure scalfito – a ogni modo sono stanco, perciò taglierò corto. Fognini ha un secondo difetto: perde le staffe. La mia amica Carla mi ha detto che, quando lo ha visto giocare, sembrava posseduto dal diavolo. In effetti parla da solo, se la prende con tutti, sfascia la racchetta, eccetera, il solito repertorio. Però giorni fa, quando l’ho visto agli Internazionali d’Italia (faccio l’arbitro), Fognini a un certo punto ha sparato la pallina fuori dallo stadio o come si chiama. Anche qui, nessuna novità. Però ho pensato mentre dall’alto del mio seggiolone seguivo l’altissima traiettoria della pallina: mm, da qualche parte, prima o dopo, quella pallina dovrà pur atterrare. Mi sono immaginato di camminare tranquillo fuori dallo stadio, magari il tennis mi fa pure schifo, respiro l’aria fresca, mi godo il sole e penso: che bella giornat – e a quel punto sbam!, una cosa pelosa, forse una ruota di un Boeing, mi precipita dritta sugli occhiali (da sole), frantumandoli, un frammento (frammentandoli, allora, o un frantume) di vetro mi finisce dentro l’occhio, entra nel circolo sanguigno, arriva dritto al cuore e sbam!, infarto, ambulanza, ricovero, cure, convalescenza, conosco una bella infermiera che mi dice: ma lo sa che lei è proprio alto? E io: grazie! E sbam!, colpo di fulmine, andiamo a vivere insieme ma… ok, chiudo tornando alla pallina. Ho telefonato al cugino del mio amico Giorgio, che di lavoro fa il fisico balistico, oltre ad avere un negozio che vende ferri da stiro (capirete perché), e gli ho chiesto che velocità raggiunge una pallina sparata da un tennista fuori da uno stadio e che danno può fare se precipita in faccia a un essere umano o sul cofano di una macchina e così via. Il cugino di Giorgio ha fatto un po’ dei suoi conti di cui non capisco assolutamente nulla, velocità verticale, velocità orizzontale, massa, accelerazione, eccetera, e mi ha detto che in pratica è come se ti cadesse in testa un ferro da stiro da due metri di altezza. Siamo rimasti un po’ in silenzio. Poi ha aggiunto che, certo, la pallina è morbida, elastica, e, mm, comunque se ti arriva sul naso può rompertelo. O sugli occhiali da sole, ho detto io. Sì, ha detto lui. Sbam!, gli ho detto. E lui: cosa? E io: niente.

24.9.20

850.

Ieri chiamo mia madre e le dico che Cracco ha detto che, quando si fa il sugo, la passata va ridotta fino alla metà. Oggi mia madre mi chiama e mi dice che in tv hanno detto che Cracco ha detto che, quando si fa il sugo, la passata va ridotta fino alla metà. In che trasmissione?, le chiedo. Quella che guardo sempre, mi dice, con Benedetta Parodi. Ah, le dico, è stata Benedetta Parodi a dire questa cosa della passata? Sì, dice lei. Molto interessante, le dico. E lei: davvero? E io: sì.

21.9.20

849.

La vita in campagna per un uomo come me è la forma di vita più spaventosa, se per quanto mi riguarda si possa poi parlare di una forma di vita, probabilmente no.

, T. Bernhard



18.9.20

848.

Ieri il nuovo allenatore della Juventus, Pirlo, che fino alla settimana scorsa aveva fatto l’allenatore in zero (0) partite, ha superato l’esame per il conseguimento del patentino di allenatore – facevo prima a dire: Pirlo, che fino a ieri non aveva neanche il patentino di allenatore – con una tesi dal titolo Il calcio che mi piace. La tesi è disponibile in formato PDF sul sito della Lega calcio, se avete del tempo libero o siete una sequoia. Io ne ho letto un pezzettino. Nel capitolo intitolato Fase difensiva, paragrafo 1, dice:

Gli obiettivi della fase difensiva sono due:
- non prendere goal

Ok. Non ho letto il secondo, ma non vedo a cosa serva, è sufficiente che nel capitolo intitolato Fase offensiva venga detto che l'obiettivo della fase offensiva è:

- fare goal.

E sei a posto.
Si poteva comunque concentrare tutto il discorso in un solo capitolo in cui si diceva che l'obiettivo è:

- vincere.

Tra l’altro, sempre nella tesi di Pirlo – l’ho sfogliata–, in pratica ci sono tutti i principi di gioco che vuole trasmettere alla Juventus, per esempio, che so, «Cerchiamo di isolare l’avversario portandolo verso la linea laterale», con tanto di disegno, perciò suppongo che tutti gli avversari della Juventus non dovranno fare altro che scaricarsi la tesi di Pirlo e prendere le dovute contromisure, io farei così. Certo, sarà un duro colpo per loro leggere al capitolo 2, paragrafo 1, quel «non prendere goal». E adesso come facciamo?, penseranno. Speravamo si fosse dimenticato di questo importante obiettivo, e invece no. Ma allora non è un principiante, ecco perché gli hanno affidato la Juventus, avevano ragione, è un predestinato, siamo fregati, etc.

847.

Sul nuovo numero di Wu magazine, qui, il mio progetto open source e non profit del banco-cupola, per una scuola sicura e fumé.

17.9.20

846.

Vorrei giorni di cinquantasei ore, ore di cento minuti, minuti di tremila secondi. Stamattina mi sono svegliato alle sei e mezzo con un obiettivo: scrivere. Avevo anche il titolo: xx xxxxx xx xxx xxxxx xxxx’xxxxxxxxxxxx. Chissà cos’era? Un racconto? Avevo anche l’incipit: xx xxxxx xx xxx xxxxx xxxx’xxxxxxxxxxxx. Bello, no? Ma uno non può saltar giù dal letto e scrivere, non funziona così, anche se dovrebbe. Questa notte alle quattro non dormivo e pensavo: sarà la Coca Cola? Devo smetterla di bere Coca Cola alle tre e cinquantanove del mattino. Ma è così buona. Mi ricorda le gommose alla Coca Cola. Comunque mi sono alzato alle sei e trenta e ho dovuto occuparmi di alcune piccole incombenze, quando ho finito erano le sedici e trentasei. A quel punto l’ispirazione era svanita. Avrei dovuto scrivere quando ne avevo l’occasione. Così ho fatto una torta: uova, olio, acqua, zucchero, scorza di limone, lievito vanigliato e, perché no?, mi sono detto, un bel bicchierone di Coca Cola. Se è buona divento ricco. Se divento ricco posso assumere una governante e dirle: senti, fai tutto tu, io devo scrivere. Poi pensarci e dirle: senti, no, faccio tutto io, scrivi tu. Sarebbe perfetto, non ci avevo mai pensato.

14.9.20

845.

Oggi pranzo di famiglia per un totale di cinque persone compreso il sottoscritto. Cucina mia madre. Menù: focaccine al latte con mozzarelline fatte in casa; lasagne; maialiano da latte con crema di latte; budino di latte; Kinder fette al latte fatte in casa; latte fritto. Alla fine del pranzo fa: non lo prendo più quel latte lì. Come mai?, le chiedo. E lei: era rosa.

13.9.20

844.

Ho visto un pezzettino di The Rossellinis, il documentario di Alessandro Rossellini aka figlio di Roberto Rossellini, con la partecipazione non so se straordinaria o no di Isabella Rossellini aka Isabella Rossellini e altri Rossellini. Questo tra l’altro mi dà l’occasione, finalmente (è da anni che aspetto), di parlare di quando Ingrid Bergman scrisse questa lettera a Roberto Rossellini, suo futuro marito (be’ ma la conoscerete senz’altro):

«Caro Signor Rossellini,
ho visto i suoi film Roma Città Aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo. Se ha bisogno di un’attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo “ti amo”, sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei.»

Chi non sogna di ricevere una lettera così? Io me la immagino sempre indirizzata a me, Caro signor eccetera eccetera ho letto i suoi libri eccetera eccetera, se ha bisogno di un’attrice svedese eccetera eccetera. Un giorno capiterà. Comunque, tornando al documentario, ho visto questo pezzettino. Ci sono Isabella Rossellini e Renzo Rossellini davanti alla tomba di famiglia che decidono le posizioni, Isabella dice «io voglio andare lì vicino a papà, o se no sopra», e Renzo le dice «ma incenerita», e lei «sì, incenerita io, ho lasciato tutto scritto. Ma anche te, no?», e lui: «Sì sì». Mi ha fatto ridere.

11.9.20

843.

Un mio amico pasticciere mi manda le foto dei libri che scrive. Io gli mando le foto delle torte che faccio.

9.9.20