Bloody Mary (1092)

Ieri sera una ragazza che è la ragazza di un mio amico mi ha detto di essere bravissima a fare il Bloody Mary. Io devo dire che il Bloody Mary non l’ho mai bevuto perché ho sempre pensato che il succo di pomodoro va bene sulla pizza, sulla pasta, sulle bruschette, ma non in un cocktail. Lei invece mi ha detto che il succo di pomodoro è buonissimo e ci sta benissimo, con la vodka, il tabasco, il pepe, il sale e via dicendo, e mi ha detto che se volevo me ne faceva uno. Allora io le ho detto va bene, mi hai convinto, perché sotto sotto, devo ammetterlo, io mi sono sempre sentito attratto dal Bloody Mary, sono sempre stato uno che avrebbe voluto apprezzarlo, per via del fatto che mi sembra un cocktail stranissimo, a causa del succo di pomodoro, e a me le cose stranissime piacciono, è risaputo. Così la ragazza è andata dietro al bancone e si è messa a fare il Bloody Mary. Devo ammettere che faceva delle coreografie eccezionali, con i bicchieri o come si chiamano, e intanto il mio amico mi spiegava che non va shakerato ma va filtrato, o forse non era filtrato, non mi ricordo più che parola era, ma comunque per farlo creava in aria dei filamenti rossi e setosi molto spettacolari, tanto che ho pensato che doveva essere buono per forza, un cocktail così, preparato così, con quei colori lì. Perciò non vedevo l’ora di berlo, e quando finalmente lei me l’ha portato ha messo il bicchiere sul tavolo e mi ha detto di provare, mentre il suo ragazzo, il mio amico, mi ha detto fa schifo quella merda. Ma io l’ho provato lo stesso e in effetti l’ho trovato disgustoso, per via del succo di pomodoro, ovviamente. Allora ho detto alla ragazza che sicuramente era un Bloody Mary eccezionale, sotto un punto di vista tecnico, ma che mi faceva vomitare. Lei si è messa a ridere e mi ha detto che nemmeno lei l’avrebbe bevuto perché stava bevendo Gin Tonic da due ore, le avrebbe dato fastidio allo stomaco. Allora io le ho detto e quindi che si fa? E lei ha detto lo diamo a quella ragazza lì, che lo apprezza. Ha chiamato una ragazza che era lì nei paraggi e le ha detto se voleva un Bloody Mary. Certo, ha detto lei, e ha preso il Bloody Mary e lo ha bevuto di rigore. Buono, ha detto, e poi è andata via.

3.7.22

Dovremmo rifarlo (1091)

Ieri sera sono andato a cena con i miei amici Giorgio e Roberto e le mie amiche Paola e Carla, e a un certo punto Giorgio ci ha detto che suo cugino apre un ristorante a Barcellona, così abbiamo cominciato a dire di andare tutti a Barcellona per l'inaugurazione di questo ristorante del cugino di Giorgio e abbiamo cominciato a progettare il viaggio: gli aerei, gli alloggi, gli spostamenti, le cose da fare, da vedere, cosa mangiare, cosa bere, anche un po' cosa dire, quanto restare, c'era Paola che con il telefono cercava musei e alberghi e locali e spiagge e attrazioni e ce li faceva vedere, abbiamo visto decine di foto, di posti, di strade, mi facevano quasi male i piedi, a vedere tutti quei posti e tutte quelle strade, e sentivo un gran caldo e mi è venuta una gran sete, a vedere tutto quel sole, e poi abbiamo anche pensato a come tornare, quando, come, dove lo sapevamo, si sa sempre dove si torna, e insomma alla fine di questa progettazione ero stanco e se vogliamo anche soddisfatto, mi è proprio piaciuto questo viaggio a Barcellona, ho pensato mentre rincasavo, un giorno dovremmo rifarlo.

2.7.22

1090.

Per tanti anni, fortunatamente, nella mia vita non ci sono più stati dei baci seguiti da immediate sparizioni della baciata o ancor peggio della baciante. C'erano state tante sparizioni anche più importanti e più gravi, ma meno dolorose. Perché il non esserci più di quel che c'è stato è sempre doloroso, veramente doloroso ─ pensavo ─ ma il non esserci più di quel che non c'è stato è veramente micidiale.

Quasi amore, U. Cornia

1.7.22

Toelettatura (1089)

La mia amica Paola ha trovato lavoro in un posto dove fanno la toelettatura ai cani. Mm, ho pensato quando me l'ha detto, la gente fa i lavori più incredibili. Ma in fondo ci sono persone che fanno la toelettatura agli anziani. O alle salme! Ricordo il tizio che ha abbellito il cadavere di nonno Raymond. Mentre era lì nel suo laboratorio che piallava, lucidava e verniciava il cadavere del nonno, ascoltava musica e masticava una gomma con estrema naturalezza.
«Le piace il suo lavoro?» gli avevo chiesto.
«Non è male» aveva detto lui.
«Che cosa le piace di più?».
«Non avere a che fare con le persone» aveva detto strappando un’unghia alla mano destra del nonno.
«Ma mio nonno è una persona» avevo detto io passandogli un pacchettino di unghie di tasso.
«Come no» aveva detto lui inserendo un'unghia di tasso nel dito del nonno, dopodiché non era stato detto più niente. Una persona sgradevole, il tizio che aveva fatto la toelettatura al nonno, anche se il nonno era venuto benissimo, questo va riconosciuto.

30.6.22

1088.

Questo fatto di essere per metà dove sono e per metà non so dove, guardando gli spazi aperti attendendo che ci succeda dentro qualcosa che mi riguarda, è una cosa che mi ammazza. Qualcosa deve avermi disturbato veramente, anche perché da un certo momento in poi le cose non sono più state le cose, ma hanno iniziato a essere dei segni di qualcos'altro che non so neanche cosa sia, stando io in primo luogo ad aspettare. Ma il fatto di guardare un albero pensando che potrebbe diventare di un'importanza risolutiva per la tua vita, è una cosa che uno normale lo disturba. Uno sta bene quando vede il mondo come mondo e basta.

Quasi amore, U. Cornia

Ginseng (1087)

Ieri mattina mi scrive l'assicuratore: oggi grandine, occhio. Non ho neanche capito cosa volesse dire. Occhio cosa? Tipo occhio metti la macchina al riparo? No. L'ho assicurata apposta perché tu mi risarcisca in caso di grandinata, quindi se c'è un giorno dell'anno in cui lascio la macchina all'aperto è questo, il giorno in cui tutto il mondo sa che grandinerà. Infatti poi mi chiama anche mia madre: sentito? Oggi grandina. E allora?, le rispondo. Subito mi pento. E allora vince un secondo messaggio. E infatti: plin! Seguono preoccupazioni tipo metti la sciarpa, però alla macchina. Non mi sarebbe dispiaciuto: esci con una pentola in testa, sei importante. A parte che una pentola in testa forse ti trasforma immediatamente in un parafulmine. Me la vedo, al funerale, che piange ma, insomma, non troppo. Si avvicina zia Mariuccia e le fa: certo che uscire di casa col temporale e una pentola in testa, che razza di idea. E mia madre: ma infatti. Da qui le lacrime contenute. Poi caffè con il mio amico Giorgio. Ieri, dico. E lui: oggi in arrivo grandinata epocale. Intanto una cameriera con tatuato sul braccio I don't care mi serve la colazione sbagliata. Mi avevi detto ginseng, vero? No. La brioche era vuota? Era fetta di torta. Il succo di mirtilli con ghiaccio? Era un toast. A Giorgio dico: va bene, mi avete convinto. Una volta a casa prendo la macchina e la metto in garage. Sono le undici del mattino. Chiudo tutte le imposte. Stacco gli elettrodomestici per gli sbalzi di tensione. Indosso scarpe con la suola in gomma e metto la gatta nel trasportino. Poi aspetto la grandinata del secolo. Grosse nuvole nere stazionano nel cielo come astronavi per tutto il giorno, non cade una goccia. La sera, alle 22, tutto calmo. Apro un'imposta e vedo bambini che giocano a calcio, gente che mangia e beve, macchine scintillanti parcheggiate ovunque, un tizio che surfa. Allora dico: basta. Esco. Arrivo al pub. Prendo una birra. Mi siedo. Davanti a me c'è un tizio con una caraffa da un litro e mezzo di gin tonic. Un dobermann mi gira intorno come uno squalo, o come un dobermann, in effetti. Dal collo penzola il guinzaglio. Quanti ne bevi di quelli?, chiedo al tizio. Cinque o sei, mi fa. Intanto arriva un'amica. Prende un amaro. Lo beve. Dice: sono sbronza. Quanto hai bevuto?, le chiedo. Un amaro, mi risponde. Quando ordino la seconda birra arriva la tempesta.

29.6.22

Forse è così (1086)

A una ragazza dico: «Sai, nelle relazioni di solito prima c'è il giardino dell'Eden e successivamente catene montuose e crepacci, ma forse nel tuo caso prima ci sono le catene montuose e i crepacci, e poi il giardino dell'Eden».
La ragazza dice: «Sì, forse è così».
Io penso: e poi altre catene montuose. Altri crepacci.

28.6.22

1085.

Chi sono, io? Se per una volta mi rifacessi a un proverbio: in fondo potrei forse domandarmi semplicemente qui je hante: chi frequento, chi infesto.

Nadja, A. Breton

Come sono secondo noi (1084)

Quando una persona mi dice come sono, io, ho notato, di solito nego. «Non è vero» le dico, se per caso quella persona mi ha detto che sono in un modo che non mi piace, che non mi soddisfa, che non corrisponde all’idea di come penso di essere e specialmente di come vorrei essere. «Non è vero» le dico, e poi comincio a spiegarle perché non sono come lei dice che sono e porto una serie di esempi che testimoniano il mio non essere in quel modo ma il mio essere come dico io, «ad esempio quella volta in quella circostanza ho fatto così» le dico, «mentre se fossi come dici tu avrei fatto cosà» le dico, intanto pensando «mm, meglio se questo particolare lo tralascio, perché sebbene io lo sappia gestire e vedere nella giusta luce, per questa persona potrebbe essere fuorviante e dare l’impressione che l’episodio che sto citando confermi, invece di smentire, il fatto che sono come lei dice che sono», e a quel punto la persona può avere diverse reazioni: può tacere, può ascoltarmi e poi ribattere per riaffermare la sua convinzione su come in realtà secondo lei io sono, può addirittura mettersi a discutere, a discutere con me, cioè opporsi ai miei tentativi di spiegarle come io sono per affermare il modo in cui io sono secondo lei, il mio punto di vista contro il suo, una vera e propria contrattazione, una lotta, una contesa dove io sono la materia del contendere, in quel momento lì non mi appartengo più, e in effetti l’immagine che gli altri hanno di me è cosa del tutto diversa dal me, e forse anche l’immagine che io ho di me è cosa diversa dal me, c’è questo me che – ma insomma chi è? che cosa vuole? –, come qualsiasi altro oggetto o accidente della realtà, deve essere definito mediante scontro o, visto che alla fine non c’è modo di venirne a capo, mediante accordo, avviamo una constatazione amichevole su come sono, su come sarei, su come potrei o dovrei essere, secondo noi.

27.6.22

La gang del Tesserino (1083)

Sono andato al museo con la mia amica Carla. Arriviamo in cassa – si chiamerà cassa anche quella del museo? Sembra una cosa troppo prosaica una cassa, per un museo; ti aspetteresti che, quando porgi loro dei soldi, i cassieri si ritraggano sdegnati dicendo: «Cosa sono quelli? Soldi?! In un museo? Li metta via!». Tra l'altro non c'è una cassa, alla cassa di un museo, c'è solo una persona che quando le dai i soldi li prende e se li mette in tasca – e chiedo due biglietti. La cassiera che forse non è una cassiera, d'ora in avanti cassiera, stampa due biglietti (le escono dalla tasca dopo un bzz-bz-bz) e dice: «22».
«Quanto?» mi fa Carla mentre fruga nella borsa.
«22» le dico.
«Euro?».
«Non conchiglie».
A questo punto Carla sfila dalla borsa un tesserino. Anzi dovrei dire il tesserino. O il Tesserino. Il famoso Tesserino dell'altrettanto famosa truffa del Tesserino. Tutt'ora in corso, mi ritrovo a pensare mentre la vedo porgere il Tesserino alla cassiera con la massima nonchalance. Osservo la cassiera prendere il Tesserino, esaminarlo per un istante, poi renderlo a Carla e applicare lo sconto studenti. A questo punto osservo Carla rimettere il tesserino (ancora fumante) nella borsa. Sempre con la massima nonchalance. Mi rendo conto che il mio silenzio mi rende complice. Ora, mi piaccia o no, faccio parte della gang del Tesserino. Poi entriamo. Guardiamo i quadri. Commentiamo i quadri. Alla fine usciamo.
«Sul serio?» le dico una volta in strada.
«Cosa?».
«Ancora la truffa del Tesserino».
«Truffa? Non capisco» dice cercando le chiavi della macchina nella borsa.
«La vecchia truffa del Tesserino, Carla. Ancora».
«Mm?».
Saliamo in macchina, Carla mette in moto, partiamo.
«Sei una studentessa?».
«Certo».
«Ah sì? E cosa studi?».
«Mi sono iscritta a un corso di fotografia, la settimana scorsa».
«E ti hanno dato un Tesserino».
«No».
«E quand'è che ti hanno dato il Tesserino che hai usato oggi per usufruire dello sconto studenti?».
«Anni fa».
«Tipo?».
«Alcuni anni fa».
«Tipo?».
«Ma che ne so. Nel 2002».
«Quindi possiamo ipotizzare che il Tesserino non sia più valido?».
Carla ferma la macchina.
«Senti, sul tesserino non c'è una data, ok? Questo significa che è valido per sempre».
«No, questo signi –
«Inoltre c'è la mia foto e io non sono invecchiata di un solo giorno dai tempi dell'università».
«Dovrebbe essere invecchiata la ragazza nella foto, allora».
«Mm».
Ripartiamo. Carla guida senza dire una parola per un po'. Quindi parliamo d'altro e alla fine arriviamo davanti a casa mia. Si ferma.
«Nessuno ha mai rifiutato il Tesserino?» le chiedo prima di scendere.
«Solo una tizia in Germania».
«In Germania, giusto. Che ti ha detto?».
«Mi ha chiesto se ero attualmente iscritta all'Università di Milano».
«E tu?».
«Le ho detto che ci poteva scommettere i baffi».
«Ah ah. E lei?».
«Ha telefonato all'Università di Milano».
«Ah ah. Stai scherzando».
«Ha telefonato alla merdosa Università di Milano».
«E tu che hai fatto?».
«Sono rimasta a guardarla, impassibile, finché non ha formulato la sua richiesta e loro le hanno detto di attendere. A quel punto me ne sono andata».
«Potevano arrestarti».
«Certo. E la vuoi sapere una cosa? Non mi sono mai nemmeno laureata, probabilmente ho pagato solo la prima rata di tasse».
«Le hai ammortizzate, direi».
«Oh sì».

25.6.22

Clara (1082)

Sto scendendo in bici dalla strada dell’ospedale e vengo giù fortissimo, e in quel momento lì mi viene in mente una cosa su Clara, visto che come sempre sto pensando a Clara, ma una cosa molto semplice e però terribile, e cioè che sono innamorato di lei ma lei sta con un altro.
Ma le hai detto che sei innamorato di lei?, mi chiedo mentro vengo giù con la bici. Mi faccio sempre delle domande. No, mi rispondo, e intanto mi avvicino sempre di più al semaforo, con la strada che è deserta, e il semaforo che è verde.
Se glielo dicessi, penso, lei potrebbe rispondermi guarda, Eugenio, lascia perdere, non hai speranza, io amo Pietro. Che poi è il suo ragazzo, Pietro, ma farebbe ridere se fosse un altro. Cioè, ridere, farebbe ancora più male del male che fa, invece, perché ormai a Pietro mi sono un po’ abituato: Clara sta con Pietro da due anni e ormai non mi dà quasi più fastidio che la baci, che la tocchi, eccetera, insomma Pietro è uno di casa, diciamo, una specie di fratello di entrambi, magari solo il fratello più fortunato, il preferito, che è una cosa che uno alla fine impara a sopportare. Dunque, dicevo, sarebbe molto peggio se mi dicesse: guarda, Eugenio, lascia perdere, non hai speranza, io amo… e io a quel punto interverrei dicendo lo so! Pietro!, e lei farebbe una faccia strana come a dire eh? Ma che cavolo dici?, e direbbe invece: no no, io amo, che ne so, Esteban. Ecco, quello lì sarebbe un colpo mortale, credo.
Ma a parte tutto, anche sentirmi un semplice lascia perdere, non hai speranza, potrebbe distruggermi perché in un istante svuoterebbe di senso tutta la mia vita. E io a quel punto come potrei fare, senza speranza? Che a ben vedere non è affatto l’ultima a morire, mi dico mentre scendo con la bici; dopo la speranza vieni tu, la speranza è la penultima a morire, poi vieni tu, penso, così dovrebbero dire quelli che dicono queste cose, se fossero persone perbene.
Intanto il semaforo diventa giallo e io però come al solito sento che devo proprio segnarmi questa cosa della speranza e allora stacco una mano dal manubrio, sempre mentre vengo giù fortissimo dalla discesa, la bici oscilla nervosamente ma io mantengo in qualche modo l’equilibrio, prendo il taccuino dalla tasca posteriore dei pantaloni, stacco anche l’altra mano, la bici oscilla di nuovo, mi scoda tutta con il didietro, però mantengo sempre l’equilibrio, sfilo il pennino dal taccuino e comincio a scrivere almeno l’inizio della frase, confidando poi di recuperare il resto, intanto sfreccio e oltrepasso il semaforo senza neanche sapere di che colore sia ma quasi del tutto certo che non può essere verde – si è mai visto un semaforo che fa verde-giallo-verde? – e così come un razzo mi sparo dritto attraverso il conseguente immancabile incrocio, sulla bici senza mani perché impegnate a scrivere sul taccuino, e quando ho finito guardo finalmente la strada e allora la vedo: una macchina della polizia che procede lentamente verso di me facendo scricchiolare con le gomme i sassolini sull’asfalto bollente di un altro pomeriggio di agosto, e un braccio in divisa blu che sbuca dal finestrino e una mano attaccata al braccio che mi fa un segno: fermati.
Allora metto via il taccuino, rimetto subito le mani sul manubrio e mi fermo.
La mano mi fa un altro segno: vieni qua.
Così mi avvicino alla macchina della polizia e vedo i due poliziotti, dentro, che, poliziottescamente, mi guardano, seri.
Finché una testa si sporge.
Le sorrido.
È una testa con una faccia appiccicata sopra. Una faccia ricoperta di pelle bucherellata da una mitragliata di acne giovanile, il che mi fa venire voglia di dirgli: fratello, vieni qui, abbracciami forte, so cosa hai passato. Ma non si può, penso, ci sono delle gerarchie da rispettare. E La faccia ha una bocca che in quel momento dice: «Lo sai che c’è un codice della strada anche per le biciclette?».
E lei lo sa che ho diciassette anni, sono un ribelle e fanculo le regole?, penso.
«Sono mortificato» dico abbassando il capo in segno di profonda e umile costrizione.
Non dico mai quello che penso, anche se la gente intorno a me crede di sì, anzi mi dicono tutti che ho la lingua lunga, quando invece me la tengo quasi sempre tutta arrotolata dentro la gola come una di quelle manichette dei pompieri, con la differenza che le manichette spruzzano acqua per spegnere gli incendi, mentre la mia lingua spruzza benzina, perciò la tengo a bada.
«Sei passato con il rosso, là» dice il poliziotto indicando con un movimento della testa la discesa alle mie spalle. «Vuoi farti ammazzare?».
Mmm, farmi ammazzare?, penso. Io non so proprio cosa rispondergli, è una domanda difficile: sono innamorato non corrisposto voglio morire, penso. Quindi sì, farmi ammazzare. Però è anche vero che il pensiero mi fa ridere, e non credo di voler morire finché riesco a ridere, dunque forse dovrei dirgli di no, voglio vivere, agente. Vivere e lottare, perché sa come si dice, finché c’è vita c’è speranza, anche se nel mio caso, per tutto un discorso piuttosto lungo che adesso non sto qui a farle, è più corretto dire che finché c’è speranza c’è vita.
Farmi ammazzare? Per rispondere alla domanda dovrei parlargli di Clara.
Ah, la mia bellissima Clara… dovrebbe vederla, agente! Occhi da cerbiatta, capelli rossi, un culo piccolo e sodo e due tette grandi così, anche se a me non interessano queste cose, voglio dire, sa, l’aspetto fisico, esteriore, l’involucro, diciamo. Insomma è più una questione di anime gemelle fatte per stare insieme, sa, il mito platonico delle due metà che si cercano, ma forse voi poliziotti non fate filosofia. Certo, se una di queste anime gemelle ha anche un bel culo e due grosse tette, insomma, non penso che Platone avrebbe avuto niente da obiettare, no? Be’, il succo è che però purtroppo la mia anima gemella, la mia metà, Clara, sta con un altro, e io ne soffro, questo riuscirà a capirlo. Dopotutto si è mai sentito di tre metà? Non avrebbe senso. Hai mai pensato, potrebbe chiedermi qui l’agente, mi dico, che la metà di questa Clara potrebbe essere quell’altro con cui già sta? Agente, gli direi io, non sia faceto.
Sì, mi piacerebbe tanto condividere la mia storia e il mio dolore con questi due tutori dell’ordine. Salire in macchina con loro e farmi un giro mentre parlo di Clara mentre arrestano malviventi. Parlerei di Clara anche ai malviventi, seduti dietro con me, ammanettati e del tutto dimentichi dei loro problemi. E loro capirebbero, è gente passionale, in fondo, mi direbbero: devi tirarci una rivoltellata, a quell’altro. Una a lui e una a lei, direbbe il suo socio. E dopo averli ascoltati parlerei di Clara anche al loro avvocato, e poi al giudice, alla giuria, al pubblico ministero. Parlerei di Clara a tutti ma non posso parlarne a nessuno. Potrei parlarne alla mia migliore amica, ma è sempre lei, Clara, tanto varrebbe dirlo direttamente a Clara, che amo Clara, e lei mi direbbe lascia perdere, sei senza speranza, amo Pablo, e saremmo da capo.
«Hai mai scopato?» mi chiede a bruciapelo. (Il poliziotto, non Clara. Magari me lo chiedesse Clara! Hai mai scopato?, mi immagino che mi chieda mentre siamo a casa sua, nella sua camera, e lei va verso il letto togliendosi i vestiti, anche se forse potrebbe essere una domanda a trabocchetto, perché se dici sì lei può dire ah, pensavo di essere la tua metà, allora non ti voglio più! E se dici no lei potrebbe dire ah, ma io non ci scopo con un verginello inesperto, aspetta che telefono a Marcos).
«Ehi, giovane».
Riapro gli occhi: il poliziotto mi sta fissando con il tipico fare indagatore di chi passa la vita cercando di scoprire che cosa ha fatto la gente di male. Forse vuole farmi un test antidroga, visto quanto sono con la testa tra le nuvole, ma non troverebbe niente nelle mie vene, solo amore. Non sono drogato, signore, solo scemo.
«No,» gli dico «mai».
Lui mi sorride.
«Ma guarda che è bellissimo!» mi fa.
Io mi metto a ridere, lui anche.
«Non ne dubito» dico sospirando, rattristato, lasciando intuire tutto il mondo di sofferenza adolescenziale che mi opprime e che non vedo l’ora di esprimere nella maniera più dettagliata possibile a questi due solerti tutori dell'ordine. Così lui fiuta il pericolo e decide di svignarsela.
«Va bene, va bene... Senti, stai attento, ok? Ciao» taglia corto, e poi la macchina riprende a scricchiolare sull’asfalto e si muove alla ricerca del prossimo delitto. «Salve» dico io, sorridendo.
Li guardo allontanarsi, poi prendo il taccuino e scrivo:

Hai mai scopato?
No, signore.
Ma guarda che scopare è bellissimo!
Non ne dubito, signore. Stavo giusto andando a scopare per la prima volta proprio adesso, per questo ho bucato il semaforo.
Sul serio?
Sì, signore.
E chi stai per scoparti, se posso?
Sua madre, signore. È la mia metà platonica, guardi qui, i numeri di serie combaciano.
Ma è stupendo, magnifico. Quand’è così ti scortiamo noi.
(Accende la sirena e parte a passo di bici, e io dietro.)

24.6.22

1081.

«He probably memorized already the whole fucking song and he hasn't even heard it yet».

23.6.22

Amore (1080)

Invece oggi la mia amica Carla mi ha detto: «Ti voglio felice, ma da solo; infelice, se con qualcuna». Questo è amore, ho pensato.

22.6.22

Nani (1079)

Ieri il mio amico Giorgio mi ha detto che i nani del film Il mago di Oz, del 1939, erano depressi perché guadagnavano meno di Toto, il cane di Dorothy. Uno si è anche impiccato. Mi ha fatto ridere.

21.6.22

Cianuro (1078)

«Stai lavorando a un nuovo libro?».
«Diciamo di sì».
«E sai già quando uscirà?».
«No. Potrebbe uscire l'anno prossimo o potrebbe uscire postumo. Le due cose tra l'altro non si escludono, dovessi morire quest'anno».
«Hai intenzione di suicidarti?».
«Per ora no, ma come sai non esco mai di casa senza la mia camicia con il bottone al cianuro».
«Hai su una polo».
«Non esco mai di casa senza il mio bottone al cianuro».
«Ok».

20.6.22