Sangue blu (1516)

Mi fa molto ridere quando la mia gatta si sta lavando, io arrivo e le tocco una zampa o l’accarezzo in un punto qualsiasi e lei, dopo un istante di riflessione e sbigottimento, si lecca freneticamente quella stessa zona, come per liberarsi della mia lordura. Mi ricorda quell’aneddoto raccontato da Ninetto Davoli in merito a un suo incontro con Totò. Davoli, accompagnato da Pasolini, andò a casa di Totò ai Parioli, in un palazzo il cui portone “era più alto di casa mia”. Ragazzo di borgata, era in jeans e maglietta, Totò invece lo accolse in “vestaglia rosso cardinale”, con tanto di “pon-pon”, e lo fece accomodare. Come si venne a sapere dopo, terminato l’incontro e congedato l’ospite Totò andò nel ripostiglio, prese una bomboletta di DDT e, senza dire una parola, lo spruzzò sulla sedia dov’era stato seduto Davoli.

10.9.26

1515.

Al City College rimanevo a chiacchierare nella mensa del seminterrato fino alle dieci, alle undici di sera con un manipolo di altri che come me non aveva mai voglia di tornare a casa, nel Brooklyn o nel Bronx, e lì alla mensa la mia educazione mise radici. Lì imparai che Faulkner era l’America, Dickens la politica, Marx il sesso, Jane Austen l’idea di cultura, che io venivo dal ghetto e che D.H. Lawrence era un visionario. Lì venne tenuto a battesimo il mio amore per la letteratura, e lì sbocciò lo stupore per la vita della mente. Scoprii che le idee trasformano le persone, e che la conversazione intellettuale è altamente erotica.

Legami feroci, V. Gornick

6.9.26

Il raspino (1514)

Squilla il telefono, guardo il display: Anziana madre.
Penso: offerte di cibo? Richieste di supporto tecnologico? Acciacchi e malanni?
Rispondo.
«Mi dica».
«Tuo padre ha un po’ di raspino».
Malanni, dunque.
“Raspino” infatti è un termine che l’anziano padre usa al posto di “mal di gola”. “Ho il mal di gola” non lo dirà mai, per lui sarebbe come ammettere una sconfitta.
In realtà non dice nemmeno “ho il raspino”, al massimo dice che ha un po’ di raspino.
Attenzione, però: può dirlo lui, non tu. Se dopo tre ore gli chiedi «Come va il raspino?», lui ti guarda come se fossi scemo e ti fa «Che raspino?». E tu: «Il fastidio alla gola». E lui: «Ma va’ là…».
Questo atteggiamento non si limita al mal di gola: infatti nel corso della sua vita non ha mai detto “ho preso un virus”, “ho preso l’influenza”, “sono malato”. Devi saper interpretare certi segni e il suo modo di descriverli e, siccome non vivo con loro e lui non usa il telefono, a riferire tali segni è l’anziana madre, che però a sua volta ha tutto un linguaggio cripto-omertoso-difensivo teso a insabbiare informazioni che sta cercando di farti intuire senza però mai dirle né mostrarle direttamente.
Per esempio: l’anziano padre dice che sta bene, però ha messo il maglione. Ad agosto. Poi butta lì all’anziana moglie un «Mi verrà mica la tosse?». Significa che gli è già venuta, che sta già tossendo da giorni ma adesso è al punto in cui si è reso conto che non riuscirà più a nasconderlo, allora tanto vale passare da veggente, almeno.
Quindi: l’anziano paziente rifiuta di farsi misurare la febbre. Non solo. Rifiuta di essere considerato malato. La sua voce è rauca ma lui dice di no.
Spiego al telefono all’anziana madre che deve dirmi le cose oggettive.
«La voce è rauca?» chiedo. Un ingenuo giovane figlio potrebbe pensare che qui arrivi un sì o un no. Una voce è o non è rauca, giusto? Così direbbe Socrate in un dialogo platonico, probabilmente Il raspino.
A Socrate, Trasimaco risponderebbe: «Lo è, o Socrate». O Socrate. Che meraviglia. Quanti, oggi, ci riservano lo stesso rispetto? Hai ragione, o Joey. Parole magiche che nessuno di noi sente mai (specie chi non si chiama Joey).
Socrate potrebbe quindi agevolmente procedere. Comoda la vita nell’antica Atene. Ma vediamolo oggi, a San Paco Llorente, con gli anziani genitori:

Socrate: «E dimmi, anziana madre, la voce dell’anziano padre è rauca?».
Anziana madre: «Lui dice di no».
Socrate: «Ma lo è?».
Anziana madre: «Di solito ha sempre una voce bella forte».
Socrate: «Sì ok ma lo è?».
Anziana madre: «E dice che sta benissimo…».
Socrate: «Oh santo Apollo… ci hai parlato? L’hai sentita? Non sono forse orecchie quelle due protuberanze che fanno capolino fra i tuoi riccioli?».
Anziana madre: «Così mi metti ansia…».
Socrate: «Capisco. Allora ascolta, procediamo con calma. Concordi con me che se vogliamo sapere se la sua voce è rauca occorre prima stabilire cosa intendiamo con “voce rauca”?».
Anziana madre: «Io so solo che ieri sera gli ho dato la Tachipirina perché il cardiologo mi ha detto che non devono salire i battiti. Questo cardiologo è nuovo, è molto bravo, me l’ha consigliato la mia amica Stefania, che quando sua figlia…».
Socrate: «Ma chissenefrega!».
Anziana madre: «…».
Socrate: «Ehm… scusa. È che sei molto indisciplinata. Dialetticamente, dico. Proviamo così. La mia voce ti sembra rauca?».
Anziana madre: «Aspetta, devo andare giù perché ho le patate sul fuoco».
Socrate: «Rispondi solo a questa domanda, ti prego. La mia voce ti sembra rauca?».
Anziana madre: «Un po’ sì».
Socrate: «Ma come sì? Ma se sto benissimo… Questa è la mia voce normale…».
Anziana madre: «Be’, che cosa vuoi che ti dica? A me sembra rauca».
Socrate: «Va bene, non importa. Proviamo con te, anziano padre, sembri una persona ragionevole. Ti fa male la gola?».
Anziano padre: «Ma va’… ho un po’ di raspino».
Socrate (rivolgendosi all’anziana madre): «Che cos’è il raspino?».
Anziana madre: «Quando fai grr grrgrr grr…».
Socrate: «Grr grr? Non capisco».
Anziano padre: «Ho la saliva che non va ne su né giù».
Anziana madre: «Grr grr… così, senti? Grrgrr».
Socrate: «In che senso la saliva non…».
Anziano padre (alzandosi): «Sentite, mi avete stufato. Io vado nell’orto».
Anziana madre: «Tu non vai da nessuna parte! Socrate, fermalo!».
Socrate (all’anziano padre): «Hai per caso la cicuta, nell’orto?».
Anziano padre: «No. Ho i fagiolini, ho i peperoni, ho le…».
Socrate: «Allora andiamo a seminarla, sento che presto ne avrò bisogno».

Avere una risposta chiara sullo stato di salute dell’anziano padre è impossibile, l’anziana madre non osa formulare un simile verdetto, non osa prendersi tale responsabilità e, se lo facesse, sentirebbe di aver tradito il marito, il quale sostiene sempre di non avere nulla. Forse lei ha una memoria ancestrale che risale ai tempi della peste. O ha visto troppi film. Teme che, se dirà sì, arriverà un carretto zeppo di salme sul quale verrà caricato il marito per essere poi cosparso di calce e successivamente bruciato. Se dice no, teme che questo faccia abbassare la guardia al giovane figlio, che si recherà in visita e verrà infettato, caricato sul carretto e bruciato. La colpa si nasconde in ogni dove. Nel dire sì, nel dire no, nel non dire niente o nel dire non lo so. Quasi quasi le sembra desiderabile buttarsi direttamente lei, sul carretto, ed essere portata via da tutti questi guai.
«La voce è o non è rauca?» chiedo, già esasperato.
Alla fine, decisione salomonica dell’anziana madre, anzi ponziopilatesca: «Te lo passo».
«Vieni,» la sento dire all’anziano padre, «saluta tuo figlio».
Si odono quindi borbottii, un lieve trambusto, forse un’anziana colluttazione. Immagino lei che lo costringe a prendere il telefono e a portarlo all’orecchio.
«Sì?» dice infine una voce, rauca oltre ogni ragionevole dubbio.
«Allora,» dico, «come stai?».
Qui ingenuamente ti aspetteresti un ventaglio di possibili risposte: ho un po’ di mal di gola, ho un po’ di raspino, ho un po’ di tosse. Oppure tutte queste cose senza “un po’”. Ah, che bello sarebbe! Come stai? Ho mal di gola. Ah, bene! Cioè, mi dispiace, però bene: chiarezza, comunicazione, comprensione! Domanda e risposta. Altri sintomi? Ho i brividi. Ho la tosse. Ho la voce rauca, come avrai notato. Ok, ottimo! Cioè, mi dispiace. Però che bello! Riscontri oggettivi dal mondo fenomenico, lo userò come titolo del mio romanzo su di voi!
E invece:
«Come stai?».
«Io? Benone».
Vorrei dire: scusa, forse mi è stato passato l’anziano padre sbagliato. Ce ne dovrebbe essere uno che sta indossando un maglione di lana ad agosto.
«E la tosse?» chiedo.
«Ma che tosse…» mi fa lui tossendo.
«Misurati la febbre».
Qui si inalbera e sbotta: «Ma siete diventati matti? Volete farmi passare per malato? Sto benissimo!».
Il termometro è il nemico, poiché determina uno stato. Da lì in poi, niente più chiacchiere né giochi di prestigio.
Di fronte a questa reazione svalvolata, recedo. Chi me lo fa fare?, penso. Sono al telefono da tre minuti, ho ampiamente fatto il mio dovere di figlio premuroso.
«Ripassami l’anziana madre» gli dico.
Quando l’anziana madre torna al telefono, le dico: «Niente, il soggetto fa ostruzionismo. Mi farai sapere come va».
«Va bene» mi risponde lei.
Metto giù il telefono.
Dopo un paio d’ore, messaggio dell’anziana madre: “Ha 38.5”.
Le scrivo: “Immaginavo. Digli di riguardarsi”.
Lei: “È andato nell’orto”.
Io: “Immaginavo. Digli di andare nell’orto”.

Più tardi, me li vedo tutti e tre a cena:

Anziana madre: «Questo brodo ti fa bene. Poi ti metti sul divano e guardi il tuo Netflix. Domani stai in casa e poi sarai come nuovo».
Anziano padre: «Domani devo tagliare l’erba».
Anziana madre: «Ma non esiste, hai la febbre! Socrate, digli qualcosa tu!».
Socrate: «Eh, uhm… certo, certo… ci penso io. Allora, vediamo un po’… Dimmi, anziano padre, non è forse vero che l’erba sarà lì anche dopodomani?».
Anziano padre: «Di sicuro non si taglia da sola».
Socrate: «Ma anche se la tagli, ricresce. O sbaglio?».
Anziano padre: «Che discorsi. Qualcuno comunque deve tagliarla. Vuoi farlo tu?».
Socrate: «Ehm, io? Veramente non ho mai fatto niente di… di pratico, ecco… non saprei da dove cominciare».
Anziano padre: «Comincia dai lati».
Socrate: «Ma, uhm, cioè… prima dovremmo definire cos’è un “lato”, no?».
Anziano padre (all’anziana madre): «Mi sa che questo qui non ha voglia di fare niente».
Anziana madre: «Lascialo stare, è un ospite. Socrate, vuoi altra minestrina?».
Socrate: «Minestrina? Non ci sarebbe qualcosa di più, come dire… sostanzioso?».
Anziano padre: «Pure…».
Anziana madre: «Posso farti dei toast».
Socrate: «Toast? Mai sentiti. Di che si tratta?».
Anziana madre: «Pane tostato, formaggio fuso e fettine di carne di maiale. Posso metterci anche dei funghetti, se vuoi».
Socrate: «Sembrano deliziosi».
Anziana madre: «Oh sì, lo sono».
Socrate: «Lo sospettavo. In questo caso accolgo la tua offerta, fammene dieci».

3.9.26

Colleghi (1513)

Mi chiama l’anziana madre, dice che l’anziano padre ha tosse, febbricola, raucedine. Le dico che se è preoccupata può portarlo dal medico, così lo visita. Lei mi fa: «Eh ma poi lo sai il dottor Paraurti com’è, ti dà subito l’antibiotico, però se gli dà lo Zitromax non va bene con i farmaci che prende tuo padre, sarebbe meglio l’Augmentin». Silenzio. Poi le dico: «Scusa, mi ricordi il tuo titolo di studio?». Lei ride e mi fa: «Casalinga». Io: «Ok. Allora fa’ così: telefona al dottor Paraurti, gli esponi il caso e se lui ti dice di dargli lo Zitromax, gli dici: “Esimio collega, come lei ben saprà lo Zitromax non è indicato per i pazienti cardiopatici che assumono x e y”. Poi gli dici: “Anche il mio assistente, qui, il dottor Chad Jeepety, ne conviene. Suggeriamo dunque l’Augmentin”. E vedi cosa ti risponde». Lei ride e mi fa: «Va bene, adesso andiamo». Io le dico: «Brava. Ah, e porta con te anche il dottor Jeepety, mi raccomando».

24.8.26

Lo scrittore (1512)

Giorni fa ero in giro per San Paco con il mio amico Tiberio Scolapigna, scrittore nonché proprietario di un negozio di cravatte (o viceversa), autore di Vendo gatto persiano praticamente nuovo e I dolori del giovane Spezzetti, entrambi editi da Spezzetti Editore (li trovate al banco dei libri alla festa della zucca di San Paco Llorente, verso la metà di ottobre).

«Devo passare un attimo in banca, vieni anche tu?» mi chiede Tiberio.
«Ok» gli dico.
Così andiamo.
Mentre siamo lì, ci si presenta il nuovo direttore, tale signor Callisti. Che è nuovo ce lo dice lui stesso. Evito di dirgli che non conoscevo nemmeno quello vecchio. Scambiamo due chiacchiere e a un certo punto il signor Callisti ci chiede che cosa facciamo nella vita.
«Sono un animale da compagnia di una gatta siamese» dico.
«Deve essere un lavoro di grande responsabilità» dice Callisti.
«Abbastanza».
«E lei?» chiede a Tiberio.

E qui penso: ahi ahi. Perché so che questa domanda porta scompiglio nell’animo del mio amico. Tiberio infatti dice sempre a tutti di essere uno scrittore. Incassa lo stupore, l’incredulità, l’ammirazione o lo scetticismo degli astanti, poi aggiunge en passant che come hobby ha un negozio di cravatte. Qualcuno ride, ma Tiberio non sta scherzando: si sente scrittore e non venditore di cravatte.

«Sono uno scrittore» dice Tiberio al direttore, che cerca di mostrarsi impressionato come se Tiberio avesse detto “petroliere”.
«Ah, uh… e cosa scrive?».
«Narrativa».
«Ah, ecco… e… dove trovo i suoi libri?».
«Be’, in libreria» dice Tiberio, un po’ indispettito.
Che non è proprio vero, comunque. Cioè, se vai alla cartolibreria Opossum del signor Giampiero, sì, tiene i libri di Tiberio. Ma già se ti sposti a Puertarocca e vai alla cartolibreria L’Airone della signora Marisa chiedendo i romanzi di Tiberio Scolapigna, inforcherà gli occhiali, ti guarderà perplessa e ti dirà: «Chi?». O, peggio: «Quello che vende cravatte?».

«Ed è un’attività redditizia?» chiede il direttore.
«Nel tempo libero gestisco un negozio di cravatte» dice allora Tiberio.
«Ah, ecco» dice il direttore, finalmente soddisfatto.

Usciti dalla banca, noto che Tiberio sta rimuginando.
«“Ah ecco” cosa?» dice tirando un calcio a una pietruzza.
«Ti dispiace se mi prendo un gelato?» dico, ignorando i suoi tormenti. Lui, sovrappensiero, annuisce.
Così andiamo al Cerveza Enojada, dove troviamo anche Carla e Paola. Ci sediamo con loro e il discorso finisce rapidamente sui dolori del non più tanto giovane Scolapigna.
Carla affronta il tema con la consueta delicatezza:
«Ma davvero gli hai detto “scrittore”? E chi sei, Agatha Christie?».
Io e Paola tratteniamo una risata.
«Scusa,» le dice lui, risentito o, trattandosi di uno scrittore, impermalito, «io scrivo da quando ero bambino. Scrivo poesie, racconti, romanzi, ho pubblicato libri e…».
«Sì, con la tipografia di tuo zio Piero» gli dice Carla.
«Guarda che la Spezzetti Editore è una realtà in crescita».
«Dai, Tiberio,» gli dice lei, «hanno pubblicato anche il libro di memorie del barbone Doretto».
«Che comunque aveva un sacco di storie incredibili da raccontare» dice Paola, che poi mi guarda mentre mangio il mio gelato e mi fa: «E tu non intervieni?».
«Mm?» le dico. «Per dire cosa? A parte che la crema che fanno qui è pazzesca: è identica a quella che faceva la signora Mariella quando ero bambino».
Paola allora si rivolge a Carla e dice: «Per me, se uno scrive, è uno scrittore. Punto. Non è che sei scrittore solo se ti pubblica Mondadori».
«Quindi se adesso vado a casa e scrivo una pagina del mio diario segreto, sono una scrittrice» dice Carla.
«Tieni un diario segreto?» le chiedo. Pagherei la cifra di cento Meridiani per leggere il diario segreto di Carla.
«No, era per dire» mi fa lei in modo quantomeno sospetto. Mi segno mentalmente di frugare nei cassetti di Carla, la prossima volta che mi intrufolo in casa sua.
«Comunque sì,» dice Paola, «saresti una scrittrice».
«Eh va be’,» dice Carla, «allora siamo tutti scrittori, grazie».
«Non mi pare una questione così importante» dice Tiberio, mentendo: so che per lui è una questione esistenziale.
«Noi parliamo solo di cose non importanti» lo tranquillizza Paola.

Finito il gelato, appoggio la coppetta sul tavolo, mi pulisco le dita con il tovagliolo e mi sento pronto a dare il mio contributo alla conversazione:
«Io introdurrei un sistema di punteggi e categorie come negli scacchi. Negli scacchi la millanteria è ridotta al minimo» dico.
«Ma millanteria a chi?» dice Tiberio.
«Non parlo di te, amico mio,» gli rispondo, «sei tra i miei scrittori preferiti, lo sai».
Tiberio se la beve e si calma.
«Negli scacchi,» continuo, «un Candidato Maestro con 2000 punti non si sognerebbe mai di paragonarsi a un Gran Maestro con 2500 e, se lo facesse, basterebbe metterli alla scacchiera e assistere alla completa distruzione e mortificazione tecnica, sportiva, psicologica, geometrica e intellettuale del primo a opera del secondo. Con la scrittura questo non succede. Ma, pensavo, si potrebbe istituire un sistema di punteggi: pubblichi con Mondadori, tot punti; vendi 5.000 copie, tot punti; vinci il premio Salamella, tot punti… eccetera. E poi le corrispondenti categorie: Sedicente Scrittore, Aspirante Scrittore, Candidato Scrittore, Scrittore, Gran Scrittore».
«Però anche quello con 2000 punti è uno scacchista» dice Paola. «Anche se meno bravo».
«Senza dubbio» le dico.
«Be’, qui la conversazione si è fatta troppo colta, vedo. Vi lascio» dice Tiberio alzandosi.
Nessuno cerca di trattenerlo: meglio lasciare che vada a cuocere nel proprio brodo per un po’. Domani, dopo aver venduto una decina di cravatte, starà meglio. Oppure scriverà un bel sonetto che tra duecento anni verrà mandato con una sonda nello spazio, chi può dirlo? E qualcuno girerà Trentadue piccoli film su Tiberio Scolapigna. A meno che gli extraterrestri, disgustati dal sonetto di Tiberio, non decidano di attaccarci e distruggerci.
Lo guardiamo allontanarsi.
«Porta sempre delle cravatte stupende, però» dice Carla.
«Già» confermo.
«Ma davvero è tra i tuoi scrittori preferiti?» mi chiede Paola.
«Ma secondo te…».
«Ah. Peccato, ci avevo creduto».
«Resta il fatto che il suo lavoro è vendere cravatte, non scrivere» dice Carla.
«Ok, dai,» dico, «stabiliamo qualche criterio, tanto per».
«Va bene,» dice allora Carla, «primo: sei uno scrittore se vivi con le vendite dei tuoi libri».
«Mi sta bene,» le dico, «ma mi sa che in Italia allora ci sono sei scrittori. E poi ipotizziamo che uno scrittore guadagni con i libri mediamente trecento euro al mese. Non riesce a vivere del suo scrivere, quindi non è uno scrittore, giusto? Ma se torna a vivere con i genitori e mangia solo barbabietole e gira in bici, allora ci sta dentro, quindi lo è? Insomma si può barare. Dovremmo forse dire: sei uno scrittore se vivi con le vendite dei tuoi libri e senza avere altre entrate e però hai almeno: un affitto o un mutuo, un figlio, un’automobile, un animale domestico e un abbonamento a Netflix senza pubblicità. Che ne dite?».
Paola ride. Carla no.
«Allora,» dice, «per me deve anche pubblicarti un editore vero».
«Ma editore vero chi lo decide? Spezzetti Editore è vero?».
«No» dice Carla.
«Perché lo dici tu. Cioè, capisco cosa intendi ma, anche qui, dovremmo fare una lista di editori “veri”?».
«Approvati da Carla» dice Paola. «Ogni tre mesi le mandiamo la lista aggiornata e attendiamo il suo timbro in ceralacca».
Carla ride e scuote la testa: «Cretina».
«Sentite,» continua Paola, «per me se uno scrive racconti e romanzi è uno scrittore. Anche se non lo pubblica nessuno. Che vuol dire se ti pubblicano o no? E gli scrittori postumi?».
«Esatto. Io sono uno scrittore postumo, ad esempio» dico.
«Paola, tesoro,» le dice Carla, «se tu la sera nel tuo stanzino scrivi quindicimila romanzi e nessuno ti pubblica, non te ne vai in giro a dire ai direttori di banca che sei una scrittrice, no?».
«Ok» dice Paola. «Ma una scrittrice la sono, su questo non ci piove».
«Sì, ma se una persona che non vive nel paese dei balocchi ti chiede cosa fai nella vita, non puoi dire “scrittrice”».
«Ma è quello che faccio!».
«Ma ti sta chiedendo come campi!».
«Eh no, aspetta,» intervengo, «dubito che Gabriele Malinverno campi con i propri libri, ma sfido chiunque a dire che non è uno scrittore».
«Ci credo, pubblica con Adelphi…» dice Carla.
«Quindi è l’editore che fa lo scrittore?».
«Per me sì».
«Ma il direttore della banca stava chiedendo a Tiberio come campa. Se al posto di Tiberio ci fosse stato Gabriele Malinverno, cosa avrebbe dovuto rispondere? Secondo te non avrebbe potuto dire “sono uno scrittore”, il che è assurdo».
«Non lo so. Però siamo d’accordo che Tiberio doveva rispondere che vende cravatte?» dice Carla.
«Siamo d’accordo» le dico.
«Oh, meno male» dice Carla, che poi guarda Paola.
«Paola?».
«Ma sì, lo so,» dice Paola, «la risposta giusta era quella. Però mi faceva tenerezza».
«Bene, a questo punto direi che posso andare a casa, il lavoro mi attende» dico.
«Cioè?» mi chiede Carla.
«Devo cambiare la sabbia alla gatta».
«Bello».

Così mi alzo e le saluto.
Mentre cammino verso casa, lungo il viale, immagino Tiberio che, nel suo studiolo, alla scrivania, scrive un nuovo romanzo che magari un giorno farà il botto. Poi me lo immagino mentre va da Fabio Fazio dopo aver vinto tutti i premi e venduto tredici milioni di copie in tutto il mondo e alla domanda «Cosa si prova a essere uno scrittore di successo interplanetario?» dirà: «Sai una cosa, Fabio? Io in realtà vendo cravatte». Risate nello studio, applausi, pubblicità.
L’immagine di Tiberio che scrive in attesa della gloria mi fa ripensare a quel famoso aneddoto su Stephen King, quando era un aspirante scrittore esattamente come Tiberio e stava lavorando alla stesura di Carrie.
Un giorno, pensando che il romanzo non valga niente, si ferma, prende il manoscritto e lo getta nell’immondizia. Sua moglie però lo recupera dal bidone, lo legge, quindi torna da lui e gli fa:
«Questo qui è buono, finiscilo».
King lo finisce e Carrie viene pubblicato. E vende milioni di copie.
Allora mi torna alla mente quando vivevo con Consuelo, qualche anno fa. Anch’io al tempo lavoravo a un romanzo e anch’io, dopo averlo stampato e riletto, lo avevo buttato nella spazzatura.
Consuelo lo aveva recuperato, era venuta da me e mi aveva detto:
«Questo qui…».
E io: «Sì?».
E lei: «Va nella carta».

19.8.26

La vera ricchezza (1511)

Ieri ho visto Good Fortune, un film in cui un angelo maldestro nel tentativo di aiutare un povero incasina la vita del povero stesso oltreché di un ricco. Il film – se si riesce a ignorare che è prodotto da ricchi, scritto da ricchi, girato da ricchi e interpretato da ricchi con la finalità di spillare altri soldi ai poveri e diventare ancora più ricchi parlando di quanto, da un lato, i ricchi siano degli stronzi e trovino ogni modo subdolo e cinico per spillare altri soldi ai poveri e diventare ancora più ricchi e, dall'altro, la vita dei poveri, pur essendo apparentemente una merda, non sia in realtà poi così inutile specialmente se il povero si concentra bene bene bene sul fatto che la vera ricchezza alla fine dei conti come tutti sappiamo è l'amore e, che non guasta, se il povero alza le chiappe e si dà da fare – è simpatico.

16.8.26

Farsi i fatti propri (1510)

Mio nonno Raymond lavorava in una fabbrica fuori paese. Per andarci si svegliava tutte le mattine alle 5, si vestiva, beveva il caffè e partiva con il motorino alle 5.30 per essere davanti ai cancelli della fabbrica alle 6. Tutte le sere, prima di andare a letto, mia nonna Rachele gli preparava i vestiti da lavoro per il giorno dopo e metteva a scaldare le scarpe vicino alla stufa. Tutto già pronto per non sprecare un minuto di sonno. Ma una sera di dicembre nonno Raymond va a cena con gli amici, fa bisboccia e torna a casa ubriaco, il che fa imbufalire nonna Rachele. Un breve battibecco, nonno Raymond che dice a nonna Rachele «Fatti i fatti tuoi!», nonna Rachele che risponde con un «Agli ordini!» un po' troppo sibillino per una mente obnubilata dall’alcol come quella del nonno, che senza ribattere si inerpica su per le scale e se ne va a dormire. Alle 2 del mattino, per puro caso, nonno Raymond si sveglia e, ancora mezzo ubriaco, convinto che siano già le 5, si alza e va a prepararsi per andare al lavoro. Il trambusto sveglia anche nonna Rachele, la quale esce dal letto e, intuendo l’errore del marito, si comporta come se fosse tutto normale: scende di sotto, riaccende la stufa, mette su il caffè. Alle 2.30, bevuto il caffè e tutto intabarrato, nonno Raymond ancora un po’ ciondolante esce di casa. Fuori ci sono meno tre gradi e un buio pesto. Nonno Raymond non si accorge di nulla: sale sul motorino, lo accende e parte alla volta della fabbrica sotto lo sguardo compiaciuto di nonna Rachele, che poi torna a letto.

9.8.26

1509.

«Potrei venire con te».
«Sai già come fare?».
«Dovremmo partire immediatamente, neanche passerei da casa».
«Non ne avresti il tempo. Dovremmo correre in aeroporto, volo diretto per l'America».
«Trovare un appartamento cool».
«Poi ci imbottiamo di alcol».
«Prosciughiamo l'intera nazione».
«Ci troviamo un pusher».
«Per poi degenerare nell'eroina».
«E nel crack, se lo vendono».
«Finiremmo strafatti di roba».
«E di sesso. Continuo».
«Una vita di inesauribile sesso e droghe».
«Entro un mese saremmo morti».
«Ma che gran mese sarebbe».
All of you, B. Goldstein - W. Bridges

8.8.26

Il regionale (1508)

Sono sul binario 2 della stazione di San Paco Llorente con la mia amica Carla, stiamo per fare un breve viaggio tra i suggestivi paesaggi della pianura padana, direzione Bologna.
Un tempo mi piaceva viaggiare in treno, poi sono diventato suscettibile e se ora vedo una persona che si taglia le unghie dei piedi o che invece di mostrare il biglietto al controllore sfodera un machete, be’, mi dà noia. Carla ha una soglia di tolleranza anche più bassa: per lei tutti gli umani sono ontologicamente molesti, compresi gli amici, che però sopporta forse perché, come cantava il mio mentore delle medie Vasco Rossi, “Restare soli fa male anche ai duri”.

«Chi era il tuo mentore delle medie?» le chiedo mentre vediamo arrivare il treno.
«Gli Anthrax» mi fa lei.

Per quanto simili in sensibilità, abbiamo due filosofie diverse rispetto alle seccature: io cerco di non battere ciglio e passare oltre; Carla tende invece a reagire. Così, appena prima di salire sul treno, la istruisco: «Senti, non insultare nessuno e se a un certo punto mi alzo e faccio per andarmene, seguimi senza fare domande, ok?».
«Ok, Sheldon».

Quindi saliamo.
Ci mettiamo nella prima carrozza. Davanti a noi un uomo di mezza età e una ragazzina con una maglietta dei Pokemon. Mi dico che, tecnicamente, secondo le malelingue sarei anch’io un uomo di mezza età, ma scaccio subito questo brutto pensiero prima di rovinarmi la giornata.
«C’è una vespa» dice a un certo punto la ragazzina indicando preoccupata il finestrino. L’uomo guarda la vespa e dice: «Se la ignori, non ti fa niente».
Dico a Carla «Tu sai uccidere le vespe?».
Carla: «Se la ignori, non ti fa niente».
Il signore di mezza età le sorride. Carla non ricambia. Lo faccio io al posto suo, per gentilezza.
«Le vespe non vanno uccise, sono importanti per l’ambiente» mi spiega l’uomo (così imparo a essere gentile).

«Credevo fossero le api» dico.
«Neanche le api, infatti» dice lui.
«Eh, allora non si può uccidere niente…» dice Carla.
L’uomo resta un po così. Io dico: «In realtà ho letto in un articolo che le api non stanno più diminuendo, stanno aumentando. La diminuzione delle api era una minaccia per l’ambiente? Ora sembra che lo sia il loro aumento».
L’uomo tentenna.
«Ma le api sono così,» continuo, «immagino che tra dieci o vent’anni si scoprirà che sono una minaccia per l’ambiente e basta, qualunque sia il loro numero. Restasse anche una sola ape, quell’ape lì può incasinare tutto». Poi, rivolto alla ragazzina: «Non ti sto dicendo di uccidere le api, ovviamente, ma se per sbaglio ne schiacci una è tutto ok. Per l’ambiente, intendo, non per l’ape. Né per i familiari dell’ape».
La bambina guarda l’uomo, forse in cerca di conforto. Lui saggiamente cambia discorso indicandole qualcosa fuori dal finestrino. Guardo anch’io, ma non vedo altro che campi e afa.
Quando il treno si ferma, i due scendono. La vespa se ne va con loro. Li guardiamo mentre lasciano la carrozza.
«Che fossero apicoltori?» dice Carla.
«Sarebbe una mia tipica gaffe» dico.
«Là comunque c’è un’altra vespa» mi dice Carla indicando non so bene cosa.
«Grazie, non l’avevo notata. Non sia mai che mi faccia tre minuti di viaggio senza pensieri. Forse sono vespe samurai».
«Mai sentite».
«Avevo letto che gli agricoltori emiliani tempo fa hanno liberato sul territorio un sacco di cosiddette vespe samurai» dico mentre davanti a noi si siede un tizio che sta ascoltando un video musicale a tutto volume senza auricolari.
«Sul territorio emiliano?» mi fa Carla strizzando gli occhi per il frastuono.
«Sì» le dico alzandomi. Anche Carla si alza. «Ma farebbe ridere se le avessero liberate sul territorio umbro» le dico mentre ci spostiamo in seconda carrozza.
«Lo scopo?» mi chiede Carla una volta che siamo seduti, finalmente senza rumori molesti. Davanti a noi intanto si siede una donna sulla sessantina. Tutta ordinata, graziosa. Sembra la mia maestra elementare. Le sorrido. Lei ricambia. Poi prende un libro e comincia a leggere. Brava ragazza, penso.
«Per combattere le cimici asiatiche» dico a Carla.
«Che erano state introdotte per combattere…» mi fa lei.
Rido.
«E ha funzionato?» mi chiede poi.
«No. Sembra che queste cosiddette vespe samurai, una volta liberate, abbiano completamente ignorato le cimici asiatiche, anzi abbiano fatto comunella con loro e chiesto alcune dritte sulla zona e si siano quindi sparpagliate su tutto il territorio, emiliano e no, nidificando a più non posso».
«Ottimo» dice Carla. «E perché “samurai”?».
«Non si sa» le dico. «Sembra che nulla, nel loro aspetto o comportamento, ricordi un samurai, quindi è probabile che il motivo per cui si chiamano così verrà scoperto in seguito, quando sarà troppo tardi. Speriamo sia perché si suicidano, ma è improbabile. Però mi ha detto Paola, che ha una zia…».
«Samurai?».
«Entomologa».
«Ah».
«Secondo questa zia non c’è alcun motivo di avere paura, primo perché lei vive a Stoccolma, secondo perché le vespe samurai non sono vere e proprie vespe, sono… aspetta, com’è che ha detto…».
«Coccinelle?» mi fa Carla.
«Parassiti… parassitoidi… qualcosa del genere».
«Mm… non sembra rassicurante».
«Insomma non pungono».
«Mi stupisce questo tuo interesse per le vespe. Che cazzo te ne frega, scusa?».
«Bah, lo sai: mi interessa tutto e non mi interessa niente».
A quel punto osservo meglio la signora davanti a me. Sembra una caramella. Come vorrei vivere in un mondo popolato solo da maestre elementari e api samurai!, penso. Poi vedo che sta leggendo Simenon. Be’, nessuno è perfetto, mi dico.
A quel punto la signora tira su col naso.
Sgrano gli occhi, serro le narici.
Lei mi guarda e solo ora noto che ha gli occhi lucidi e arrossati. Poi comincia a cercare qualcosa nella borsa, dalla quale zampillano fazzoletti giallognoli appallottolati. Ne trova uno meno incrostato degli altri, prova a dispiegarlo e lo usa per soffiarsi il naso a mitraglietta. Nei minuti successivi è colta da interminabili accessi di tosse. A ogni raffica trattengo il fiato per alcuni secondi, poi mi giro verso Carla e respiro, prendendo piccole boccate d’aria.
Lei mi guarda e mi fa: «Ce ne andiamo, immagino».
Annuisco. Quindi ci alziamo e ci spostiamo.
«Possibile che ogni volta che viaggio becco sempre quello malato?» dico una volta lasciata la carrozza. «Che sia gennaio, aprile, agosto. Sempre quello malato di fronte a me. Se non è malato, si ammala non appena mi siedo».
«La gente dovrebbe starsene a casa» dice Carla.
«Quando è malata, dici».
«Sempre».
«Già».
Troviamo posto in terza carrozza. Davanti a noi ci sono due donne che stanno chiacchierando, una dice all’altra che ha litigato con il marito perché quest’ultimo voleva mettere un pezzo di giardino dentro casa.
«Hai mai sentito una roba simile?» le dice.
L’amica ride scuotendo la testa.
Ma io l’ho già sentita, anzi vista: quando ero bambino e andavo a casa del mio amico Giorgio, la sua famiglia in soggiorno aveva proprio un rettangolo di terreno con degli alberelli. Questa cosa mi sembrava bizzarra e affascinante, in casa nostra non avevamo niente del genere, avevamo l’interno all’interno e l’esterno all’esterno – e con questo non voglio dire che fossimo normali, non lo eravamo –, ma a casa di Giorgio invece un pezzetto di esterno era all’interno.
Lo dico a Carla. Lei fa: «Mi sembra una stronzata».
Rido e poi guardo le signore per vedere se hanno sentito. Non ne sono sicuro, ma improvvisamente se ne stanno zitte. Poi però riprendono a parlare d’altro. Così dico a Carla: «A pensarci adesso, io in casa non potrei mai avere un pezzo di esterno all’interno, metti che sei sul divano che ti guardi un film e intanto un insetto esce dal terreno e viene sul divano con te? O una talpa».
«Meglio una talpa di un insetto» dice Carla.
«Ah sicuro» le dico. «Però se una sera fossi sul divano e a un certo punto vedessi una talpa, lì di fianco a me, seduta tranquilla che guarda la televisione, be’, sarebbe strano. Magari un documentario proprio sulle talpe. La televisione direbbe: «Le talpe sono gran dormiglione». E la talpa: «Vero». E la televisione, ancora: «E sono ottime al forno con del rosmarino». Allora tu guarderesti la talpa e la talpa direbbe: «Meglio che vada, ora».
Mi raddrizzo e guardo le signore. Zitte di nuovo. Dopo un po’ si alzano e fanno per scendere. O forse stanno solo usando la mia tattica.
«Detesto quando ci si ferma a una stazione» dico a Carla.
«Come mai?».
«Perché salgono nuove minacce».
«Questa ti piacerà» dice lei riferita a non so chi. Un minuto dopo lo capisco. Un tizio incappucciato con in spalla un grande sacco dell’immondizia si muove con difficoltà lungo il corridoio. Gli angoli del sacco, che dal rumore probabilmente contiene falangi e altri ossicini, strusciano contro teste, spalle e sedili. Ovviamente si siede di fianco a noi. Nulla contro i serial killer che si spostano in treno, per carità, ma questo odora di spigola.
«Ce ne andiamo» dice Carla, che odia i forti odori, dice che le fanno venire l’emicrania.
Ci alziamo e andiamo in quarta carrozza, ma duriamo poco: dall’odore sembra che qualcuno stia facendo cipolle stufate per tutti. In quinta non ci sono due posti liberi vicini, dunque proseguiamo: facciamo in tempo a vedere un tizio con i piedi nudi sul sedile, un altro che si deodora le ascelle, una donna che mangia un panino sbriciolando ovunque, una coppia che limona, lui con la riga del culo di fuori.
Ci sediamo allora in sesta.
«Questa va bene» le dico dopo una breve ispezione dei presenti. «Possiamo rilassarci».
«Anche perché non ce ne sono altre» dice Carla.
In effetti siamo in fondo al treno. Ma la carrozza è semivuota e vicino a noi c’è soltanto un tenero vecchietto con una facciotta buona. Somiglia a Anthony Hopkins. Mi guarda e mi sorride. Ricambio.
«Vorrei un mondo pieno di nonni» dico sottovoce a Carla.
«Che spasso» dice lei.
Quindi do un’altra occhiata al vecchietto. È ancora lì che mi guarda e mi sorride. Sembra voglia dirmi qualcosa. Mi limito a ricambiare di nuovo il sorriso e poi smetto di guardarlo. Poi però mi viene un dubbio. Controllo: mi sta guardando. Rifaccio un test poco dopo: mi sta guardando. Lascio passare più tempo, in modo che possa dimenticarsi di me. Poi altro controllo di sfuggita: mi sta guardando. Che mi abbia scambiato per suo nipote? Magari un nipote deceduto? Cerco di non guardarlo più.
Dopo un po’ dico sottovoce a Carla: «Senti, per caso il…».
«Sì, ci sta fissando» mi fa lei.
«Ah ecco».
A quel punto guardo ancora il vecchietto, sto per dirgli se per caso può voltarsi verso il finestrino e dedicare tutta quell’ammirazione allo splendido paesaggio emiliano, ma all’improvviso, senza ragione, lui si infervora e comincia a urlare frasi sconnesse.
Mi irrigidisco.
«Ma che cazzo…» dice Carla sporgendosi per esaminare il vecchietto svalvolato, che ora è paonazzo e urla al nostro indirizzo qualcosa riguardo a delle torte.
Se fossi da solo, procederei con la successiva carrozza, cioè i binari. Ruzzolerei giù dal treno con nonchalance. Ma c’è Carla e sarebbe poco elegante lasciarla in balia del pazzo, che tra l’altro ora è in piedi e continua a urlare agitando il pugno. Ora ce l’ha con gli dèi.
Ci alziamo anche noi per tornare dove c’era il serial killer, ma il vecchietto ci blocca il passaggio, poi allunga una mano e afferra Carla per il braccio.
«E che palle…» dice allora Carla, che infila una mano nella borsa, prende uno spray e lo vaporizza in faccia al vecchio, il quale, accecato, si ammutolisce e lascia in fretta la carrozza, purtroppo non nella direzione dei binari.
Torniamo a sedere.
Carla mette via lo spray.
«Cristo santo…» dico.
«Già» dice Carla mettendo in bocca un chewing gum. Ne passa uno anche a me.
«Brava, comunque» dico masticando. «Ma quel coso è al peperoncino?».
Carla ripesca lo spray dalla borsa e me lo mostra: «Detergente per lenti».
«Ah, forte». Poi le dico: «Pensa se era davvero Anthony Hopkins. Magari ci stava recitando un pezzo del Tito Andronico».
«Lo avrei spruzzato comunque».
«Però adesso immagino i titoli dei giornali: Anthony Hopkins aggredito in treno da due balordi. E poi lui, intervistato al tg: “Ho avuto paura, ma sul treno c’erano anche tante belle persone, come il mio amico Kirk, che sta girando l’Europa con il suo sacco di falangi”. E l’intervistatore: “Prenderà ancora i nostri treni?”. E Anthony: “Certo che sì, non mi farò intimorire da due mele marce. I treni italiani sono molto sicuri, le persone cordiali e sa una cosa? A bordo servono delle cipolle stufate assolutamente deliziose”».

3.8.26

La reunion (1507)

Dai quindici anni in poi ho ignorato tutti i miei parenti. Non sono andato ai loro matrimoni, ai loro battesimi, alle loro cresime, ai loro funerali. Non ho seguito le loro riproduzioni. Non conosco i nomi dei loro figli o nipotini. Alcuni non li vedo mai. Altri, invece, ogni tanto li incontro. Tipo questo lunedì, che ho incontrato lo zio Alberto. Ero in cassa al supermercato, appena dietro a un uomo che stava imbustando la spesa. A un certo punto lo guardo meglio e penso: “Ma è lo zio Alberto?”. Da sapere che lo zio Alberto ha litigato con il mio anziano padre negli anni Ottanta. Da allora non si sono più parlati, e nemmeno io ho più parlato allo zio, ma non per solidarietà con mio padre, non gli avrei più parlato comunque. Saranno vent'anni che non lo vedo, penso. Così, mentre imbusta, comincio a fissarlo. Per salutarlo, no? Perché con gli anni mi sono ammorbidito. Lui, sentendosi osservato, mi lancia un'occhiatina. Gli sorrido. Mi aspetto che mi sorrida a sua volta e, invece, zero. Riprende a imbustare come se fossi uno sconosciuto. “Eh, mamma mia!” penso. Continuo a guardarlo. Lui aumenta il numero di occhiatine di controllo, sempre senza mai ricambiare i miei sorrisi. Valuto se mettergli una mano sulla spalla e dirgli: «Aoh, zio! E che fai, non mi saluti?!». Fisso intensamente lo zio, il quale accelera l'imbustamento. Quando sta pagando, gli dico: «Come va? Tutto bene?». Lui mi fa un mezzo sorriso imbarazzato, non risponde e se la fila. “Che bel tomo!” penso. Per fortuna ho poca roba. Imbusto al volo, pago e via all'inseguimento dello zio Alberto, che nel frattempo procede con passo celere verso una Peugeot nera. Allora comincio a chiamarlo. «Zio! Zio!». Lui neanche si volta. Grido: «Zioooo! Le colpe dei padri non ricadano sui figli! Zio! Facciamo paceeee!». Ma niente. Alla fine sale sulla Peugeot più in fretta che può, mette in moto e proprio quando sto per abbrancare la maniglia dello sportello sgomma via. Osservo la Peugeot dello zio immettersi nel traffico e poi svanire. Sono lì in mezzo al parcheggio con la busta penzoloni. Un po' deluso, devo dirlo. Avevo immaginato tutt'altra reunion. Così chiamo l'anziana madre.
«Sì?».
«Senti, ho incontrato lo zio Alberto al supermercato, ma mi ha ignorato completamente! Anzi è proprio scappato!».
«Scappato?».
«L’ho inseguito».
Silenzio. Poi: «Lo zio Alberto è mancato una decina d’anni fa».
«Ah, sì?».
«Eh sì».
«Mm,» le dico, «ora ha più senso».

28.7.26

Un grave errore (1506)

Questa notte ho sognato che si giocava la finale di Coppa del Mondo di calcio Italia-Brasile qui da me. Atmosfera pazzesca, specialmente durante gli inni, anche se i tifosi italiani sbagliavano tutte le parole. Nell'Italia giocava pure il mio amico Roberto, in forma nonostante i suoi 48 anni, nel Brasile giocava Ancelotti. Cominciata la partita, sono andato un attimo in camera da letto a vedere se Gâteau stava bene. Era ok ma ovviamente un po' in allarme per il trambusto. Chiudevo la porta a doppia mandata e mi mettevo la chiave in tasca per evitare che qualche tifoso entrasse a curiosare. Poi andavo in bagno, quindi tornavo a bordo campo per seguire l'incontro. Facevo per chiudere la porta del corridoio ma a quel punto una signora brasiliana mi chiedeva dove fosse il bagno, glielo indicavo e lei andava a vomitare. Solo a quel punto realizzavo con sgomento che un bagno per 70.000 persone forse non era sufficiente, e che organizzare la finale dei mondiali nel mio appartamento era stato un grave errore.

27.7.26

Vederne di ogni (1505)

Vado al negozio di prodotti per animali, devo fare un reso. In coda alla cassa davanti a me c'è una signora con un furetto al guinzaglio. La signora sta parlando con la cassiera e le dice che ha da poco portato il furetto dal "guru dei furetti". Mi immagino un grosso furetto con lunghi baffi come un maestro di kung-fu che ascolta in silenzio i problemi del furetto e ogni tanto dice «mm». Poi la conversazione finisce, la signora con il furetto paga e se ne va. Quindi tocca a me. Arrivo e la cassiera mi guarda. Sorride, scuote la testa. Io sorrido e scuoto anch'io la testa. «Il guru dei furetti non me l'aspettavo» le dico. Lei ride e dice: «Guarda, qui ne sentiamo di ogni». Rido anch'io scuotendo la testa e dico: «Certa gente è strana», quindi mi faccio serio e le metto sul banco tre scatole di cibo umido per gatti e le dico: «Allora, senti, l'altro giorno ho comprato sei scatole dello stesso prodotto ma devo fare il reso di queste tre perché la mia gatta non mangia tutti i lotti, benché il prodotto sia in apparenza identico agli altri che mi hai dato, ma che ci posso fare? Lei riconosce gli stabilimenti, credo senta un odore diverso. Forse quel giorno lo chef dei gatti si è dimenticato i bocconcini sul fuoco? O magari gli è scappata la mano con la salsa gravy. Si sarà dimenticato il sale? Vedi, questo qui è fatto in Polonia, non lo mangia. Questo in Ungheria e, mm, quelli dell'Ungheria a volte li mangia a volte no, hanno anche un colore leggermente più scuro. Me li potresti cambiare? Lei preferisce gli stabilimenti francesi, ma solo quelli della valle della Loira prodotti tra aprile e settembre, sai, credo per la migliore ventilazione. Ah, ne hai uno che scade nel 2029? Perché il 2028 non lo digerisce».

25.7.26

Il labirinto (1504)

Sto facendo la seconda colazione al bar con la mia amica Paola quando mi chiama l’anziana madre. Sembra nervosa.
«Devi andare a fare la spesa?» mi chiede un po’ bruscamente.
Negli ultimi anni la ragione di quasi tutte le sue alterazioni si può condensare in due parole: anziano padre. E tutto quello che a me interessa è non farmi risucchiare.
«Dai, dimmi cosa ti serve» taglio corto.
Paola intanto mi scruta da dietro gli occhiali da sole sorseggiando il suo cappuccino, tenendo la tazza con entrambe le mani. Le faccio segno che le è rimasto un baffo di schiuma. Lei allora beve un altro sorso e inclina la testa fino a intingere il naso. Le faccio “ok” con le dita.
«No, è che tuo padre adesso lo strozzo» continua l’anziana madre.
Sospiro. Difficile non fare domande, a questo punto. Anche solo per sicurezza. E intendo la mia. Immagino il giudice che mi chiede:

«E quando sua madre le ha detto che voleva strozzare suo padre, lei non ha chiesto il perché?».
«No, vostro onore. Sa, cerco di non farmi risucchiare».
«Quand’è così, lei è complice, la condanno a dieci anni di domiciliari insieme a sua madre».
Al che io grido «La prego, noooooooo…» mentre due poliziotti mi trascinano via.

Tornando all’anziana madre: «Come mai?» butto lì.
Ma in fondo che importanza ha? Questa cosa succede tutti i giorni dal 1970, anno del loro matrimonio: suona la sveglia, l’anziano padre apre gli occhi, dice o fa qualcosa che fa innervosire l’anziana madre, l’anziana madre prova il desiderio di strozzarlo. E fu sera e fu mattina.
Inutile cercare di capire chi dei due abbia ragione, la risposta è: nessuno. Sono due persone miti, tuttavia una ti fa effettivamente venire voglia di strozzarla, l’altra è una trivella encefalica.
«Ha chiesto al signor Palladini se vuole un po’ di melanzane fritte» mi dice l’anziana madre. «E adesso mi tocca farle. Solo che non ho l’olio altoleico».
Giudico improbabile che l’anziano padre di punto in bianco chiacchierando con il vicino – con cui di solito parla di orti, strutture metalliche, fertilizzanti, gettate di cemento, articolazioni – all’improvviso gli offra delle melanzane fritte. Come potrebbe mai svilupparsi un dialogo simile?

«Ciao Palladini, che fai di bello?».
«Costruisco un box».
«Per cosa?».
«Per costruire un box».
«Giusto».
«Poi magari costruisco un box più piccolo».
«Così lo metti nel box più grande».
«Sì».
«Vuoi delle melanzane fritte?».
«Ok».

Manca almeno un tassello. So che dovrei lasciar perdere, ma purtroppo in me alberga un piccolo tenente Colombo e ora devo sapere dove si annida l’omissione dell’anziana teste.
«Senti, giusto per curiosità…» le dico, «ma tu, prima che lui parlasse con il vicino, hai per caso pronunciato un qualsivoglia discorso che contenesse la parola “melanzane” e la parola “fritte”?».
«Allora…» comincia l’anziana madre, e per me “allora” è già un segno di colpevolezza. “Portatela via!”, direi alle guardie. «Stamattina a colazione ho solo detto “oggi faccio le melanzane fritte”».
Quel “solo” mi conferma che l’anziano padre è, almeno in parte, innocente. Almeno in parte, perché se offri a qualcuno del cibo che dovrà preparare un altro, qualche notte al fresco te la meriti.
«Ok,» dico, «quindi non è così strano che abbia poi chiesto al vicino se ne volesse un po’. Per quanto, ne convengo, seccante, visto che a doverle friggere sei tu».
«Sì, ma subito dopo gli ho detto “Ah no, mi manca l’olio, allora niente”. Però lui questa parte ovviamente non l’ha sentita».
In effetti negli ultimi anni l’anziano padre ha sviluppato una blanda sordità selettiva opportunistica intermittente. Se sussurri «Vuoi gli gnocchi?» mentre sei sotto la doccia e lui è in giardino che taglia rami con la motosega, ti sente; se gli sei a cinque centimetri e gli urli nelle orecchie con un megafono se può accompagnarti a bere il tè da zia Mariuccia: sordo.
«Quindi ti serve l’olio» dico all’anziana madre.
«Sì, se puoi andare alla Coop».
«Certo».
«È quello nella bottiglia nera».
«Ok».
Istruzioni chiare. Non chiedo altro.

Terminata la telefonata, espongo il caso a Paola.
«La tratti male» mi fa lei. Paola è molto protettiva con tutte le persone che non sono me. Qui penso: a parte che anche Paola tratta male sua madre. Ma poi uno dovrebbe sapere che i genitori hanno dei modi molto sottili per farti saltare i nervi, troppo facile fare i Buddha con quelli degli altri.
Le dico: «Ma perché non mi può semplicemente chiamare e dire “Vammi a prendere l’olio”? Lo preferirei. Invece deve prima fare quattordici domande intermedie. Appartiene a quella categoria di persone che fanno molta fatica a essere dirette; io alla categoria di persone…».
«Stronze?» suggerisce Paola.
Le sorrido. Non sto a spiegarle che il mio «Cosa ti serve?» aiuta a evitare il seguente dialogo inutile:

«Joey, tu per caso devi uscire?».
«Sì».
«Ma devi proprio uscire o potresti anche non uscire?».
«Be’, potrei anche non uscire ma se ti serv…».
«Allora niente».
«Ma no, dimmi».
«No no, se non devi uscire non fa niente, farò senza, me la caverò, in un modo o nell’altro mi arrangio, certo che se chiedo un favore io una volta, per carità, però io ci devo sempre essere quando gli altri mi…».
«Dimmi cosa ti serve, dai, non stiamo qua tre giorni».
«Serve… non mi serve niente, figurati. Sono io che servo agli altri. E che servo gli altri. Sono io che…».
«Ok. E tornando invece a cosa vuoi che ti prenda?».
«Se puoi… mi prendi l’olio altoleico, grazie».
«Ok, vado».
«Ma non uscire apposta».
«Devo comunque uscire, tranquilla».
«Ma se quando esci non devi andare al supermercato, non andarci apposta».
«Devo andare al supermercato, tranquilla».
«Ma se quando sei al supermercato non devi andare nella corsia degli oli, non andarci apposta».
«Lo vuoi questo cazzo di olio o no?».
Silenzio. Poi, con voce rotta e suonando un violino: «Guarda… lascia stare… mi trattate sempre male… io tratto bene tutti ma tutti trattano male me. Volevo solo fare le melanzane fritte per il tuo compleanno ma…».
«Faccio gli anni in gennaio».
«Sei cattivo».
«Ma se faccio gli anni in gennaio!».

Eccetera. Insomma tanto tempo perso, uno screzio, malumori, dispiaceri, sensi di colpa. Vediamo invece con il mio metodo:

«Per caso devi…».
«Dimmi solo cosa ti serve».
«Olio altoleico».
«Arriva».

Non sarebbe un mondo migliore? Lo sarebbe.
«Cerco solo di essere efficiente» dico a Paola. «Perché io, a differenza loro, non credo in una prossima vita, una vita eterna dove le melanzane si friggono senza olio, senza padella, senza melanzane, credo solo in questa vita qui, e di conseguenza ho una clessidra dentro la testa che ogni giorno mi dice: “Presto, Joey, la sabbia sta per finire!”».

«Mm…» mi fa Paola. «È per questo che siamo qui da un’ora a grattarci le palle bevendo cappuccini?».
«Be’ ma…».
«È per questo che l’altro giorno abbiamo guardato per tre ore due tizi in calzoncini che si tiravano una pallina da tennis? È per questo che…».
«Sì, Paola, per questo. Cerco di rendere il mio tempo piacevole, ok? Meno tempo spreco, più cappuccini posso bere. Perché poi lo sai: un giorno, forse oggi stesso, il dottor Paraurti mi dirà: “Joey, ho una buona notizia e una cattiva. Quale vuoi prima?”. E io: “Perché sono qui?!”. E lui: “La buona è che ora puoi bere tutti i cappuccini che vuoi, anche cinquanta al giorno!”. E io: “Temo di aver intuito quale potrebbe essere la cattiva”».
«Dai,» mi fa Paola alzandosi, «andiamo a prendere l’olio».

Così ci incamminiamo verso la Coop, che se non altro è vicina.
Entriamo e, una volta nella corsia degli oli, cominciamo a setacciare gli scaffali alla ricerca di una bottiglia nera.
«Che marca ha detto?» chiede Paola.
«Non l’ha detto, ovviamente. Lei dà così le indicazioni, è come vivere dentro un quiz di un Mike Bongiorno bulgaro. Se ti deve consigliare un ristorante non ti dice il nome, ti dice “quello con l’albero grande nel parcheggio”. Ha detto che la bottiglia è nera, però».
«Non vedo bottiglie nere» dice Paola mentre esamina lo scaffale.
«Nemmeno io. Senti, la chiamo».
Prendo il telefono e chiamo l’anziana madre, che stranamente risponde. In genere è impossibile rintracciarla nonostante i suoi nove telefoni.
«Sì?».
«Ma sei sicura che alla Coop abbiano l’olio che cerchi?».
«Alla Coop? Ah non so».
Ah non so. Ma certo, errore mio. Mi immagino l’interno del suo cervello come un condominio disegnato da Escher.
«Mi hai chiesto se potevo andare alla Coop a prendere l’olio. Tu lo prendi alla Coop, no?».
«No».
Un condominio foderato di specchi.
«E, di grazia, solitamente dove lo prendi?».
«Al Famila».

Il Famila è fuori San Paco, dista alcuni chilometri, ergo non è raggiungibile a piedi. Capisco all’istante che l’anziana madre ha omesso questo dettaglio, benché cruciale per il compimento della missione, allo scopo di minimizzare il mio disturbo. Tipica gentilezza d’intralcio. Purtroppo, in questo modo, dovrò andare in due supermercati. Sette, se non avesse risposto al telefono. Alla fine mi sarei cosparso di olio altoleico e avrei chiesto a Paola di darmi fuoco.
«Qui non c’è» le dico. «Vado al Famila».
«No, ma non disturb…».
«Vado al Famila, madre, non vi preoccupate» le dico sapendo che una bestemmia finale sarebbe stata la ciliegina sulla frase.
Paola scuote la testa.
Chiudo la chiamata e le dico: «Famila».

Alla fine troviamo questo fantomatico olio altoleico per le melanzane per il vicino che costruisce box per box. Ci dirigiamo a casa degli anziani genitori. Arriviamo e troviamo solo l’anziana madre. Le consegno la bottiglia di olio. Lei vuole darmi i soldi. Io rifiuto. Mi infila una banconota da cinque euro in tasca. La restituisco. Mi fa un bonifico. Poi dice a Paola:
«Grazie, eh».
«Prego, signora».
Non raccolgo.
«Ti fermi a pranzo?» le chiede l’anziana madre.
«Guarda che io non mi fermo a pranzo» dico, raccogliendo.
«Magari lei sì» dice l’anziana madre. Ridono entrambe.
«Senti, ma dov’è l’anziano padre?» le chiedo, insospettito dalla totale assenza di incendi e crateri freschi intorno alla casa. L’anziana madre sorride come una bambina che ha appena fatto una marachella.
«L’hai strozzato?» le chiedo.
«Siccome mi ha fatto arrabbiare con questa storia delle melanzane,» mi spiega, «l’ho mandato a portare la macchina dal meccanico e gli ho detto “poi torni a piedi”».
«Cioè, fammi capire: hai mandato un uomo cardiopatico di ottant’anni a farsi una passeggiata sotto il sole con i trentasette gradi di luglio?» chiedo giusto per conferma, annotando l’informazione sul taccuino che consegnerò al coroner. «E poi, quando torna, tutto stanco e accaldato, lo rimpinzi di melanzane fritte, dico bene?» le chiedo, sempre scrivendo sul taccuino.
«Sì» conferma lei.
«Bene, signora,» le dico, «ora vado a recuperare suo marito, spero non sia troppo tardi. Potrebbe già essere una frittella di melanzana incollata all’asfalto. Lei nel frattempo non lasci la città».
«Poi vi fermate a mangiare le melanzane?» ci chiede lei.
Paola mi guarda come a dire: ma lo sai che ho giusto un posticino per un bidone di melanzane fritte?
Sospiro. Sospira anche la clessidra nella mia testa. Vedo distintamente il dottor Paraurti che, strappando la mia tessera sanitaria, lancia i pezzetti in aria come coriandoli e dice: «Ora puoi mangiare tutte le melanzane fritte che vuoi!».
Rimetto il taccuino in tasca, apro la porta e, prima di andarmene, dico: «Va bene».

17.7.26

Un pomeriggio a Wimbledon (1503)

Lunedì è cominciato il torneo di Wimbledon – per me un appuntamento immancabile – e per la partita che inaugura il campo centrale, quella tra il detentore del titolo, Sinner, e una vittima sacrificale a caso (tale Kecmanović), ho invitato le mie amiche Paola e Carla.
Paola è elettrizzata perché non segue il tennis ma è curiosa di vedere questo fantomatico Sinner all’opera; Carla non è mai elettrizzata per nulla (e di certo non potrebbe esserlo per il tennis) ma, se lo fosse, lo sarebbe per l’aria condizionata e lo chardonnay.

Chardonnay

Non appena entrano, si guardano intorno e mi chiedono: «Gâteau?».
Io: «In camera, sotto il letto. Intorno al terzo set dovrebbe fare capolino per venire a ispezionarvi».
Paola va allora a sedersi sul divano. Carla invece si dirige alla cantinetta, la apre, prende una bottiglia e me la mostra dicendo: «Questa è speciale?». Io: «No».
Quindi apre la bottiglia, se ne versa un bicchiere e viene a sedersi.
«Ma sono le due del pomeriggio» le dice Paola.
«Dici che è troppo presto per rompermi i coglioni?».
Paola fa uno sbuffetto risentito col naso, io vado a prendere altri due bicchieri e riempio una ciotolina di pretzel.
«C’è la principessa?» chiede Paola mentre vengono inquadrate le tribune, dove l’unica persona prestigiosa sembra essere David Beckham.
«Non saprei» dico. «Di solito viene per la finale».
«Credevo guardasse tutte le partite».
«Se tu fossi una principessa guarderesti tutte le partite?» le chiede Carla.
«Se fossi una principessa abolierei il tennis».
«Infatti».
Le guardo e dico: «Voi sì che sapete creare il clima giusto prima di una partita».

Sentirsi in forma

Mentre i giocatori si riscaldano palleggiando, dico: «Pensate al povero Kecmanović…».
«Chi?» mi chiede Paola.
«L’altro giocatore».
«Ah».
«Si sarà detto: “Quest’anno faccio Wimbledon. Sì, lo faccio! Mi preparerò tantissimo. Spero di arrivare lontano. Chi lo dice che non posso arrivare lontano? Niente è impossibile se lo vuoi davvero. E io lo voglio! Magari arrivo alla seconda settimana. Magari in semifinale. E poi, crack!, il mio avversario inciampa e si rompe tutti i legamenti, braccia, gambe, collo e, per sicurezza, anche il naso. E io me ne vado dritto in finale. E forse, a quel punto, potrei vincere? Sì, ce la posso fare. Le finali fanno storia a sé. E io mi sento in forma quest’anno. E poi l’erba è la mia superficie. E poi la pallina è rotonda. E poi sento che gli astri sono dalla mia e poi…”. A quel punto escono i sorteggi, guarda il tabellone. Primo turno: Sinner».

Body shaming

La partita comincia e ben presto i telecronisti elogiano Kecmanović dicendo che ha personalità, che gioca con un bel piglio, che non è affatto in soggezione, che non ha timori reverenziali.
Io guardo Paola e Carla e dico: «Niente male questo Kecmanović, non è per niente in soggezione! Poi: 6-1, 6-1, 6-0».
Ridiamo. Tiriamo anche un pretzel all’indirizzo di Kecmanović.
«Ha pure la pancetta» dice Carla.
«E ha avuto un’acne importante, mi sembra» dice Paola.
«Non credo influisca sulle prestazioni» osservo.
«Eh, non credere, sai?» mi fa Paola. «I difetti estetici minano il cervello, le prestazioni ne risentono».
Rido. «Può essere» dico.
Carla fa: «Ma quindi al primo turno trovi uno basso con la pancetta, poi al secondo solo con la pancetta, poi al terzo uno in forma, e poi finalmente cominciano i belli? Funziona così?».
«Sì, proprio così,» le dico, «trovi gli avversari in ordine di bellezza».
«Questo ha senso» dice Carla bevendo un po’ di vino.

Rilassati

La partita comincia e dopo non molto Sinner, sul proprio servizio, perde un punto, Paola mi guarda. Le sorrido. Poi Sinner perde un altro punto. Altra occhiata di Paola, altro sorriso. Quando Kecmanović si guadagna addirittura due palle break, Paola mi fa: «Ma non è che perdiamo, eh?».
Allora le dico: «Rilassati. Il bello di guardare Sinner è che magari si trova sotto 15-40 e se fosse un altro diresti: “Ecco, è andata, ha perso, ora tutto il mondo dirà che noi italiani siamo degli incapaci, specialmente Joey Baruffa o Paola Paolinovic”, ma con Sinner questo non succede: non devi fare altro che prendere il telefono, guardare un paio di reel di panda che mangiano bambù, o che tempo farà domani, bere un sorso di vino, tornare a guardare la tv e, magia, Sinner ha vinto il game.
«Se lo dici tu…» dice Paola, poco convinta.
«Perché non ci siamo trovati a guardare reel di panda che mangiano bambù?» dice Carla.

Dubbi

Poi però Sinner perde all’improvviso un game di servizio e subito dopo addirittura l’intero set. Brusio in soggiorno. Paola e Carla mi guardano. «Dicevi?» dicono. E io, simulando tranquillità in quanto unico esperto di tennis nella stanza (mi basta sapere le regole, per esserlo), rispondo: «Tranquille: quello che ho detto per un game, vale anche per l’incontro. Sinner vince sempre, è per questo che siamo qui».
«Io non sono qui solo per vederlo vincere,» dice Paola, «voglio vederlo strapazzare l’avversario».
«Lo strapazzerà» la rassicuro.
«Io sono qui perché la piscina è chiusa» dice Carla.
«Riaprirà» la rassicuro.
Gâteau miagola dall’altra stanza.
«Tra un po’ se ne vanno!» la rassicuro.

Consigli utili

A un certo punto vengono inquadrati gli allenatori di Sinner, Vagnozzi e Cahill. Sinner è in difficoltà e loro parlottano.
(Cahill e Vagnozzi si chiedono se saranno licenziati per il set appena perso).
 
«Secondo voi cosa si dicono?» chiede Paola.
«Me lo chiedo sempre anch’io» le rispondo. «Secondo me si stanno dicendo questo:
Vagnozzi: “Jannik sta sbagliando molte battute”.
Cahill: “Molte”.
Vagnozzi: “Di solito non le sbaglia”.
Cahill: “Di solito no”.
Vagnozzi: “Dovrebbe tirare la pallina in quel quadrato appena dopo la rete, come si chiama…?”.
Cahill: “Quadrato?”.
Vagnozzi: “Esatto. Invece spesso tira fuori. E questo gli costa il punto”.
Cahill: “Ottima analisi, Vagnozzi”.
Vagnozzi: “Grazie, Cahill. Ehi, ci sta guardando. Che cosa gli diciamo?”.
Cahill: “Potremmo dirgli di non sbagliare le battute”.
Vagnozzi: “Sì, concordo. E anche di non tirare contro la rete”.
Cahill: “Ottimo consiglio”.
Vagnozzi: “Aggiungo anche un ‘non mollare!’?”.
Cahill: “Assolutamente”».

Ramazzare

Come tutti sanno, le partite di Sinner vengono spesso interrotte dagli spot di Sinner. Sinner sponsorizza tutto lo sponsorizzabile, per arrotondare. Molti dicono: «Ma non ha già abbastanza soldi?!». In soldi non c’entrano. Non fino a quel punto. Per prima cosa è lavoro. Le conosciamo tutti, le persone così: non sanno fare altro che lavorare. Non sono tutte milionarie, anzi quasi nessuna lo è, ma il principio è lo stesso: lavoro, lavoro e ancora lavoro. Una volta una di queste persone, ovvero il mio anziano padre, è stata finalmente portata in vacanza. Non faceva una vacanza da trent’anni. Tre striminziti giorni al mare, organizzati dalla moglie per far contenta la moglie (parte della contentezza era dovuta all’illusione di far contento anche il marito. Le illusioni sono cruciali, per le contentezze). L’anziano padre, al secondo giorno di villeggiatura, trova non si sa come una scopa e comincia a ramazzare il cortile dell’albergo. L’anziana madre, attonita, gli dice: «Ma cosa fai?!» E lui, felice, continuando a ramazzare: «Non mi sembra vero di fare qualcosa!».

Prospettiva

C’entrano anche i soldi, sì, ma chi critica Sinner dicendo «Ma non ne ha già abbastanza?» sbaglia forse prospettiva. Il discorso non è «Ho già cento milioni di euro, Lavazza me ne dà uno per pubblicizzare il caffè, cosa me ne faccio?» ma «Oggi pomeriggio sono finalmente libero, posso andare al mare, dormire o giocare alla Playstation, però Lavazza mi offre un milione di euro per rinunciare a un sonnellino: rifiutare avrebbe senso?».
Inoltre dagli sponsor Jannik ricava decine di milioni l’anno. Di questo passo, spot qui, spot lì, finirà per guadagnare più dagli spot che dal tennis e a quel punto si potrà dire che il suo lavoro principale sono gli spot, non il tennis, e la gente si lamenterà dicendo: «Ma non ha già abbastanza soldi? Deve proprio giocare anche a tennis?».

Dopplegänger

Qualcuno si chiede anche: «Ma dove lo trova il tempo?». Lunedì forse lo abbiamo capito: per un attimo la regia, infatti, rovistando tra gli spalti ha scovato il suo doppelgänger.
Jannik Sinner alla partita del suo idolo Jannik Sinner.

Occhio di falco

«Ma non fanno più quella cosa di chiedere la verifica quando la pallina è fuori?» chiede Carla.
«L’occhio di falco? No, non ci sono più nemmeno i giudici di linea, il controllo elettronico adesso è permanente».
«E chi è che urla ogni volta che la pallina esce, allora? Io sento qualcuno che urla» dice Paola.
«Chi è che… Be’, i giudici, Paola. Sono in quelle buche a fondo campo, bendati, e quando una pallina rimbalza oltre la linea il sistema elettronico aziona un pungolo che li colpisce nel fianco. È per mantenere un legame con la tradizione».
«A volte mi dimentico che sei uno stronzo» mi fa lei bevendo un sorso di vino.
«Ma non potrebbero far chiedere ugualmente la verifica ai giocatori?» dice Carla. «Almeno creava un po’ di suspense».
«Chiedere all’occhio di falco di verificare la chiamata dell’occhio di falco? Che cosa potrebbe mai dire? Chiamata corretta! Confermo! Ottimo lavoro, occhio di falco! Lunga vita all’occhio di falco!».
Vedo Paola scuotere la testa e, con il labiale, dire: stron-zo.
Carla invece alza un sopracciglio e dice: «Potrebbero metterne due. Uno che fa la chiamata e uno che verifica».
«Bell’idea» dice Paola prendendo una manciata di pretzel.
«E magari, se sono in disaccordo, entrano due robottini in campo e si azzuffano» dico.
Paola ride.
«Comunque è un peccato,» dice Carla, «avrebbero dovuto lasciare i giudici e permettere al giocatore di chiedere sempre la verifica».
«Ma così le partite sarebbero durate troppo».
«Le partite durano già troppo» dice Paola.
«Già» dice Carla.
«Sarebbero durate ancora di più» dico.
«Be’, non mi sembra che le persone che guardano il tennis abbiano tutti questi impegni» dice Carla.
«Probabilmente devono guardare altri tornei di tennis» dice Paola.
E Carla: «Mi sa anche a me».

Finale

Alla fine Sinner vince.
«Visto?» dico, soddisfatto.
«Mm» dice Paola un po’ delusa. «Speravo di vedere un dio che surclassava un comune mortale, invece mi sono dovuta sorbire una normale partita di tennis». Intanto Carla vede Sinner lanciare i polsini tra il pubblico e fa una smorfia:
«Tutti sudati, ma che schifo… Io glieli rilancerei indietro».
«Se non ti facesse schifo toccarli» dice Paola.
«Già. Lo farei fare a te».
«Comunque bisogna anche riconoscere i meriti dell’avversario» suggerisco.
«Ma per favore» mi fa Paola, alzandosi.
Ci avviamo alla porta. Intanto arriva Gâteau.
«Eccola!» dice Paola. Carla si china ad accarezzarla.
Gateau le annusa brevemente, miagola e se ne va.
«Comunque è stato divertente» dice Paola. «Quando gioca ancora?».
«Dopodomani».
«Ok, non così divertente. Magari torniamo per la finale. Ci arriva in finale, no?».
«Sì, certo» dico.
«Bene. Allora poi riorganizziamo» dice Paola e, prima che io possa mettere le mani avanti dicendo che nello sport niente è sicuro, lei e Carla stanno già scendendo le scale, ridendo e parlottando, quasi certamente facendo body shaming a tutte le persone inquadrate nelle tre ore di partita, a cominciare da David Beckham.

1.7.26

Stupor mundi (1502)

Aperitivo con la mia amica Carla e sua cugina Lisa. Parlando del più e del meno, viene fuori che Lisa tempo fa ha scoperto che la Chiesa cattolica annovera tra i suoi milioni di cattolici tutti i battezzati, compresi gli atei, e questo non le andava giù.
«E quindi?» le chiedo.
«E quindi mi sono fatta scomunicare» mi dice Lisa.
Rido. «E come?».
«È molto semplice. Ho scritto una lettera al parroco esprimendo la mia volontà di recidere il mio legame con la Chiesa cattolica, lui ha scritto al vescovo, il quale mi ha inviato una bellissima pergamena decorata che mi informava che rinunciando al battesimo incorrevo nella giusta pena di scomunica latae sententiae, con conseguente inevitabilità dell'Inferno dopo la mia morte».
Guardo Carla, che mi fa: «Tutto vero, ho visto la pergamena nel suo studio».
«L’ho fatta incorniciare» dice Lisa.
«Ma è stupendo» le dico. «Posso vederla?».
«Certo!» mi fa lei.
«E ora che sei scomunicata come ti senti?».
«Molto sollevata. Ora quando morirò – se l'Inferno esiste e io mi sono sbagliata – potrò passare il mio tempo con Federico II, stupor mundi, nel girone degli atei scomunicati. Era il mio primo amore delle elementari».

25.6.26