Il regionale (1508)

Sono sul binario 2 della stazione di San Paco Llorente con la mia amica Carla, stiamo per fare un breve viaggio tra i suggestivi paesaggi della pianura padana, direzione Bologna.
Un tempo mi piaceva viaggiare in treno, poi sono diventato suscettibile e se ora vedo una persona che si taglia le unghie dei piedi o che invece di mostrare il biglietto al controllore sfodera un machete, be’, mi dà noia. Carla ha una soglia di tolleranza anche più bassa: per lei tutti gli umani sono ontologicamente molesti, compresi gli amici, che però sopporta forse perché, come cantava il mio mentore delle medie Vasco Rossi, “Restare soli fa male anche ai duri”.

«Chi era il tuo mentore delle medie?» le chiedo mentre vediamo arrivare il treno.
«Gli Anthrax» mi fa lei.

Per quanto simili in sensibilità, abbiamo due filosofie diverse rispetto alle seccature: io cerco di non battere ciglio e passare oltre; Carla tende invece a reagire. Così, appena prima di salire sul treno, la istruisco: «Senti, non insultare nessuno e se a un certo punto mi alzo e faccio per andarmene, seguimi senza fare domande, ok?».
«Ok, Sheldon».

Quindi saliamo.
Ci mettiamo nella prima carrozza. Davanti a noi un uomo di mezza età e una ragazzina con una maglietta dei Pokemon. Mi dico che, tecnicamente, secondo le malelingue sarei anch’io un uomo di mezza età, ma scaccio subito questo brutto pensiero prima di rovinarmi la giornata.
«C’è una vespa» dice a un certo punto la ragazzina indicando preoccupata il finestrino. L’uomo guarda la vespa e dice: «Se la ignori, non ti fa niente».
Dico a Carla «Tu sai uccidere le vespe?».
Carla: «Se la ignori, non ti fa niente».
Il signore di mezza età le sorride. Carla non ricambia. Lo faccio io al posto suo, per gentilezza.
«Le vespe non vanno uccise, sono importanti per l’ambiente» mi spiega l’uomo (così imparo a essere gentile).

«Credevo fossero le api» dico.
«Neanche le api, infatti» dice lui.
«Eh, allora non si può uccidere niente…» dice Carla.
L’uomo resta un po così. Io dico: «In realtà ho letto in un articolo che le api non stanno più diminuendo, stanno aumentando. La diminuzione delle api era una minaccia per l’ambiente? Ora sembra che lo sia il loro aumento».
L’uomo tentenna.
«Ma le api sono così,» continuo, «immagino che tra dieci o vent’anni si scoprirà che sono una minaccia per l’ambiente e basta, qualunque sia il loro numero. Restasse anche una sola ape, quell’ape lì può incasinare tutto». Poi, rivolto alla ragazzina: «Non ti sto dicendo di uccidere le api, ovviamente, ma se per sbaglio ne schiacci una è tutto ok. Per l’ambiente, intendo, non per l’ape. Né per i familiari dell’ape».
La bambina guarda l’uomo, forse in cerca di conforto. Lui saggiamente cambia discorso indicandole qualcosa fuori dal finestrino. Guardo anch’io, ma non vedo altro che campi e afa.
Quando il treno si ferma, i due scendono. La vespa se ne va con loro. Li guardiamo mentre lasciano la carrozza.
«Che fossero apicoltori?» dice Carla.
«Sarebbe una mia tipica gaffe» dico.
«Là comunque c’è un’altra vespa» mi dice Carla indicando non so bene cosa.
«Grazie, non l’avevo notata. Non sia mai che mi faccia tre minuti di viaggio senza pensieri. Forse sono vespe samurai».
«Mai sentite».
«Avevo letto che gli agricoltori emiliani tempo fa hanno liberato sul territorio un sacco di cosiddette vespe samurai» dico mentre davanti a noi si siede un tizio che sta ascoltando un video musicale a tutto volume senza auricolari.
«Sul territorio emiliano?» mi fa Carla strizzando gli occhi per il frastuono.
«Sì» le dico alzandomi. Anche Carla si alza. «Ma farebbe ridere se le avessero liberate sul territorio umbro» le dico mentre ci spostiamo in seconda carrozza.
«Lo scopo?» mi chiede Carla una volta che siamo seduti, finalmente senza rumori molesti. Davanti a noi intanto si siede una donna sulla sessantina. Tutta ordinata, graziosa. Sembra la mia maestra elementare. Le sorrido. Lei ricambia. Poi prende un libro e comincia a leggere. Brava ragazza, penso.
«Per combattere le cimici asiatiche» dico a Carla.
«Che erano state introdotte per combattere…» mi fa lei.
Rido.
«E ha funzionato?» mi chiede poi.
«No. Sembra che queste cosiddette vespe samurai, una volta liberate, abbiano completamente ignorato le cimici asiatiche, anzi abbiano fatto comunella con loro e chiesto alcune dritte sulla zona e si siano quindi sparpagliate su tutto il territorio, emiliano e no, nidificando a più non posso».
«Ottimo» dice Carla. «E perché “samurai”?».
«Non si sa» le dico. «Sembra che nulla, nel loro aspetto o comportamento, ricordi un samurai, quindi è probabile che il motivo per cui si chiamano così verrà scoperto in seguito, quando sarà troppo tardi. Speriamo sia perché si suicidano, ma è improbabile. Però mi ha detto Paola, che ha una zia…».
«Samurai?».
«Entomologa».
«Ah».
«Secondo questa zia non c’è alcun motivo di avere paura, primo perché lei vive a Stoccolma, secondo perché le vespe samurai non sono vere e proprie vespe, sono… aspetta, com’è che ha detto…».
«Coccinelle?» mi fa Carla.
«Parassiti… parassitoidi… qualcosa del genere».
«Mm… non sembra rassicurante».
«Insomma non pungono».
«Mi stupisce questo tuo interesse per le vespe. Che cazzo te ne frega, scusa?».
«Bah, lo sai: mi interessa tutto e non mi interessa niente».
A quel punto osservo meglio la signora davanti a me. Sembra una caramella. Come vorrei vivere in un mondo popolato solo da maestre elementari e api samurai!, penso. Poi vedo che sta leggendo Simenon. Be’, nessuno è perfetto, mi dico.
A quel punto la signora tira su col naso.
Sgrano gli occhi, serro le narici.
Lei mi guarda e solo ora noto che ha gli occhi lucidi e arrossati. Poi comincia a cercare qualcosa nella borsa, dalla quale zampillano fazzoletti giallognoli appallottolati. Ne trova uno meno incrostato degli altri, prova a dispiegarlo e lo usa per soffiarsi il naso a mitraglietta. Nei minuti successivi è colta da interminabili accessi di tosse. A ogni raffica trattengo il fiato per alcuni secondi, poi mi giro verso Carla e respiro, prendendo piccole boccate d’aria.
Lei mi guarda e mi fa: «Ce ne andiamo, immagino».
Annuisco. Quindi ci alziamo e ci spostiamo.
«Possibile che ogni volta che viaggio becco sempre quello malato?» dico una volta lasciata la carrozza. «Che sia gennaio, aprile, agosto. Sempre quello malato di fronte a me. Se non è malato, si ammala non appena mi siedo».
«La gente dovrebbe starsene a casa» dice Carla.
«Quando è malata, dici».
«Sempre».
«Già».
Troviamo posto in terza carrozza. Davanti a noi ci sono due donne che stanno chiacchierando, una dice all’altra che ha litigato con il marito perché quest’ultimo voleva mettere un pezzo di giardino dentro casa.
«Hai mai sentito una roba simile?» le dice.
L’amica ride scuotendo la testa.
Ma io l’ho già sentita, anzi vista: quando ero bambino e andavo a casa del mio amico Giorgio, la sua famiglia in soggiorno aveva proprio un rettangolo di terreno con degli alberelli. Questa cosa mi sembrava bizzarra e affascinante, in casa nostra non avevamo niente del genere, avevamo l’interno all’interno e l’esterno all’esterno – e con questo non voglio dire che fossimo normali, non lo eravamo –, ma a casa di Giorgio invece un pezzetto di esterno era all’interno.
Lo dico a Carla. Lei fa: «Mi sembra una stronzata».
Rido e poi guardo le signore per vedere se hanno sentito. Non ne sono sicuro, ma improvvisamente se ne stanno zitte. Poi però riprendono a parlare d’altro. Così dico a Carla: «A pensarci adesso, io in casa non potrei mai avere un pezzo di esterno all’interno, metti che sei sul divano che ti guardi un film e intanto un insetto esce dal terreno e viene sul divano con te? O una talpa».
«Meglio una talpa di un insetto» dice Carla.
«Ah sicuro» le dico. «Però se una sera fossi sul divano e a un certo punto vedessi una talpa, lì di fianco a me, seduta tranquilla che guarda la televisione, be’, sarebbe strano. Magari un documentario proprio sulle talpe. La televisione direbbe: «Le talpe sono gran dormiglione». E la talpa: «Vero». E la televisione, ancora: «E sono ottime al forno con del rosmarino». Allora tu guarderesti la talpa e la talpa direbbe: «Meglio che vada, ora».
Mi raddrizzo e guardo le signore. Zitte di nuovo. Dopo un po’ si alzano e fanno per scendere. O forse stanno solo usando la mia tattica.
«Detesto quando ci si ferma a una stazione» dico a Carla.
«Come mai?».
«Perché salgono nuove minacce».
«Questa ti piacerà» dice lei riferita a non so chi. Un minuto dopo lo capisco. Un tizio incappucciato con in spalla un grande sacco dell’immondizia si muove con difficoltà lungo il corridoio. Gli angoli del sacco, che dal rumore probabilmente contiene falangi e altri ossicini, strusciano contro teste, spalle e sedili. Ovviamente si siede di fianco a noi. Nulla contro i serial killer che si spostano in treno, per carità, ma questo odora di spigola.
«Ce ne andiamo» dice Carla, che odia i forti odori, dice che le fanno venire l’emicrania.
Ci alziamo e andiamo in quarta carrozza, ma duriamo poco: dall’odore sembra che qualcuno stia facendo cipolle stufate per tutti. In quinta non ci sono due posti liberi vicini, dunque proseguiamo: facciamo in tempo a vedere un tizio con i piedi nudi sul sedile, un altro che si deodora le ascelle, una donna che mangia un panino sbriciolando ovunque, una coppia che limona, lui con la riga del culo di fuori.
Ci sediamo allora in sesta.
«Questa va bene» le dico dopo una breve ispezione dei presenti. «Possiamo rilassarci».
«Anche perché non ce ne sono altre» dice Carla.
In effetti siamo in fondo al treno. Ma la carrozza è semivuota e vicino a noi c’è soltanto un tenero vecchietto con una facciotta buona. Somiglia a Anthony Hopkins. Mi guarda e mi sorride. Ricambio.
«Vorrei un mondo pieno di nonni» dico sottovoce a Carla.
«Che spasso» dice lei.
Quindi do un’altra occhiata al vecchietto. È ancora lì che mi guarda e mi sorride. Sembra voglia dirmi qualcosa. Mi limito a ricambiare di nuovo il sorriso e poi smetto di guardarlo. Poi però mi viene un dubbio. Controllo: mi sta guardando. Rifaccio un test poco dopo: mi sta guardando. Lascio passare più tempo, in modo che possa dimenticarsi di me. Poi altro controllo di sfuggita: mi sta guardando. Che mi abbia scambiato per suo nipote? Magari un nipote deceduto? Cerco di non guardarlo più.
Dopo un po’ dico sottovoce a Carla: «Senti, per caso il…».
«Sì, ci sta fissando» mi fa lei.
«Ah ecco».
A quel punto guardo ancora il vecchietto, sto per dirgli se per caso può voltarsi verso il finestrino e dedicare tutta quell’ammirazione allo splendido paesaggio emiliano, ma all’improvviso, senza ragione, lui si infervora e comincia a urlare frasi sconnesse.
Mi irrigidisco.
«Ma che cazzo…» dice Carla sporgendosi per esaminare il vecchietto svalvolato, che ora è paonazzo e urla al nostro indirizzo qualcosa riguardo a delle torte.
Se fossi da solo, procederei con la successiva carrozza, cioè i binari. Ruzzolerei giù dal treno con nonchalance. Ma c’è Carla e sarebbe poco elegante lasciarla in balia del pazzo, che tra l’altro ora è in piedi e continua a urlare agitando il pugno. Ora ce l’ha con gli dèi.
Ci alziamo anche noi per tornare dove c’era il serial killer, ma il vecchietto ci blocca il passaggio, poi allunga una mano e afferra Carla per il braccio.
«E che palle…» dice allora Carla, che infila una mano nella borsa, prende uno spray e lo vaporizza in faccia al vecchio, il quale, accecato, si ammutolisce e lascia in fretta la carrozza, purtroppo non nella direzione dei binari.
Torniamo a sedere.
Carla mette via lo spray.
«Cristo santo…» dico.
«Già» dice Carla mettendo in bocca un chewing gum. Ne passa uno anche a me.
«Brava, comunque» dico masticando. «Ma quel coso è al peperoncino?».
Carla ripesca lo spray dalla borsa e me lo mostra: «Detergente per lenti».
«Ah, forte». Poi le dico: «Pensa se era davvero Anthony Hopkins. Magari ci stava recitando un pezzo del Tito Andronico».
«Lo avrei spruzzato comunque».
«Però adesso immagino i titoli dei giornali: Anthony Hopkins aggredito in treno da due balordi. E poi lui, intervistato al tg: “Ho avuto paura, ma sul treno c’erano anche tante belle persone, come il mio amico Kirk, che sta girando l’Europa con il suo sacco di falangi”. E l’intervistatore: “Prenderà ancora i nostri treni?”. E Anthony: “Certo che sì, non mi farò intimorire da due mele marce. I treni italiani sono molto sicuri, le persone cordiali e sa una cosa? A bordo servono delle cipolle stufate assolutamente deliziose”».

3.8.26

La reunion (1507)

Dai quindici anni in poi ho ignorato tutti i miei parenti. Non sono andato ai loro matrimoni, ai loro battesimi, alle loro cresime, ai loro funerali. Non ho seguito le loro riproduzioni. Non conosco i nomi dei loro figli o nipotini. Alcuni non li vedo mai. Altri, invece, ogni tanto li incontro. Tipo questo lunedì, che ho incontrato lo zio Alberto. Ero in cassa al supermercato, appena dietro a un uomo che stava imbustando la spesa. A un certo punto lo guardo meglio e penso: “Ma è lo zio Alberto?”. Da sapere che lo zio Alberto ha litigato con il mio anziano padre negli anni Ottanta. Da allora non si sono più parlati, e nemmeno io ho più parlato allo zio, ma non per solidarietà con mio padre, non gli avrei più parlato comunque. Saranno vent'anni che non lo vedo, penso. Così, mentre imbusta, comincio a fissarlo. Per salutarlo, no? Perché con gli anni mi sono ammorbidito. Lui, sentendosi osservato, mi lancia un'occhiatina. Gli sorrido. Mi aspetto che mi sorrida a sua volta e, invece, zero. Riprende a imbustare come se fossi uno sconosciuto. “Eh, mamma mia!” penso. Continuo a guardarlo. Lui aumenta il numero di occhiatine di controllo, sempre senza mai ricambiare i miei sorrisi. Valuto se mettergli una mano sulla spalla e dirgli: «Aoh, zio! E che fai, non mi saluti?!». Fisso intensamente lo zio, il quale accelera l'imbustamento. Quando sta pagando, gli dico: «Come va? Tutto bene?». Lui mi fa un mezzo sorriso imbarazzato, non risponde e se la fila. “Che bel tomo!” penso. Per fortuna ho poca roba. Imbusto al volo, pago e via all'inseguimento dello zio Alberto, che nel frattempo procede con passo celere verso una Peugeot nera. Allora comincio a chiamarlo. «Zio! Zio!». Lui neanche si volta. Grido: «Zioooo! Le colpe dei padri non ricadano sui figli! Zio! Facciamo paceeee!». Ma niente. Alla fine sale sulla Peugeot più in fretta che può, mette in moto e proprio quando sto per abbrancare la maniglia dello sportello sgomma via. Osservo la Peugeot dello zio immettersi nel traffico e poi svanire. Sono lì in mezzo al parcheggio con la busta penzoloni. Un po' deluso, devo dirlo. Avevo immaginato tutt'altra reunion. Così chiamo l'anziana madre.
«Sì?».
«Senti, ho incontrato lo zio Alberto al supermercato, ma mi ha ignorato completamente! Anzi è proprio scappato!».
«Scappato?».
«L’ho inseguito».
Silenzio. Poi: «Lo zio Alberto è mancato una decina d’anni fa».
«Ah, sì?».
«Eh sì».
«Mm,» le dico, «ora ha più senso».

28.7.26

Un grave errore (1506)

Questa notte ho sognato che si giocava la finale di Coppa del Mondo di calcio Italia-Brasile qui da me. Atmosfera pazzesca, specialmente durante gli inni, anche se i tifosi italiani sbagliavano tutte le parole. Nell'Italia giocava pure il mio amico Roberto, in forma nonostante i suoi 48 anni, nel Brasile giocava Ancelotti. Cominciata la partita, sono andato un attimo in camera da letto a vedere se Gâteau stava bene. Era ok ma ovviamente un po' in allarme per il trambusto. Chiudevo la porta a doppia mandata e mi mettevo la chiave in tasca per evitare che qualche tifoso entrasse a curiosare. Poi andavo in bagno, quindi tornavo a bordo campo per seguire l'incontro. Facevo per chiudere la porta del corridoio ma a quel punto una signora brasiliana mi chiedeva dove fosse il bagno, glielo indicavo e lei andava a vomitare. Solo a quel punto realizzavo con sgomento che un bagno per 70.000 persone forse non era sufficiente, e che organizzare la finale dei mondiali nel mio appartamento era stato un grave errore.

27.7.26

Vederne di ogni (1505)

Vado al negozio di prodotti per animali, devo fare un reso. In coda alla cassa davanti a me c'è una signora con un furetto al guinzaglio. La signora sta parlando con la cassiera e le dice che ha da poco portato il furetto dal "guru dei furetti". Mi immagino un grosso furetto con lunghi baffi come un maestro di kung-fu che ascolta in silenzio i problemi del furetto e ogni tanto dice «mm». Poi la conversazione finisce, la signora con il furetto paga e se ne va. Quindi tocca a me. Arrivo e la cassiera mi guarda. Sorride, scuote la testa. Io sorrido e scuoto anch'io la testa. «Il guru dei furetti non me l'aspettavo» le dico. Lei ride e dice: «Guarda, qui ne sentiamo di ogni». Rido anch'io scuotendo la testa e dico: «Certa gente è strana», quindi mi faccio serio e le metto sul banco tre scatole di cibo umido per gatti e le dico: «Allora, senti, l'altro giorno ho comprato sei scatole dello stesso prodotto ma devo fare il reso di queste tre perché la mia gatta non mangia tutti i lotti, benché il prodotto sia in apparenza identico agli altri che mi hai dato, ma che ci posso fare? Lei riconosce gli stabilimenti, credo senta un odore diverso. Forse quel giorno lo chef dei gatti si è dimenticato i bocconcini sul fuoco? O magari gli è scappata la mano con la salsa gravy. Si sarà dimenticato il sale? Vedi, questo qui è fatto in Polonia, non lo mangia. Questo in Ungheria e, mm, quelli dell'Ungheria a volte li mangia a volte no, hanno anche un colore leggermente più scuro. Me li potresti cambiare? Lei preferisce gli stabilimenti francesi, ma solo quelli della valle della Loira prodotti tra aprile e settembre, sai, credo per la migliore ventilazione. Ah, ne hai uno che scade nel 2029? Perché il 2028 non lo digerisce».

25.7.26

Il labirinto (1504)

Sto facendo la seconda colazione al bar con la mia amica Paola quando mi chiama l’anziana madre. Sembra nervosa.
«Devi andare a fare la spesa?» mi chiede un po’ bruscamente.
Negli ultimi anni la ragione di quasi tutte le sue alterazioni si può condensare in due parole: anziano padre. E tutto quello che a me interessa è non farmi risucchiare.
«Dai, dimmi cosa ti serve» taglio corto.
Paola intanto mi scruta da dietro gli occhiali da sole sorseggiando il suo cappuccino, tenendo la tazza con entrambe le mani. Le faccio segno che le è rimasto un baffo di schiuma. Lei allora beve un altro sorso e inclina la testa fino a intingere il naso. Le faccio “ok” con le dita.
«No, è che tuo padre adesso lo strozzo» continua l’anziana madre.
Sospiro. Difficile non fare domande, a questo punto. Anche solo per sicurezza. E intendo la mia. Immagino il giudice che mi chiede:

«E quando sua madre le ha detto che voleva strozzare suo padre, lei non ha chiesto il perché?».
«No, vostro onore. Sa, cerco di non farmi risucchiare».
«Quand’è così, lei è complice, la condanno a dieci anni di domiciliari insieme a sua madre».
Al che io grido «La prego, noooooooo…» mentre due poliziotti mi trascinano via.

Tornando all’anziana madre: «Come mai?» butto lì.
Ma in fondo che importanza ha? Questa cosa succede tutti i giorni dal 1970, anno del loro matrimonio: suona la sveglia, l’anziano padre apre gli occhi, dice o fa qualcosa che fa innervosire l’anziana madre, l’anziana madre prova il desiderio di strozzarlo. E fu sera e fu mattina.
Inutile cercare di capire chi dei due abbia ragione, la risposta è: nessuno. Sono due persone miti, tuttavia una ti fa effettivamente venire voglia di strozzarla, l’altra è una trivella encefalica.
«Ha chiesto al signor Palladini se vuole un po’ di melanzane fritte» mi dice l’anziana madre. «E adesso mi tocca farle. Solo che non ho l’olio altoleico».
Giudico improbabile che l’anziano padre di punto in bianco chiacchierando con il vicino – con cui di solito parla di orti, strutture metalliche, fertilizzanti, gettate di cemento, articolazioni – all’improvviso gli offra delle melanzane fritte. Come potrebbe mai svilupparsi un dialogo simile?

«Ciao Palladini, che fai di bello?».
«Costruisco un box».
«Per cosa?».
«Per costruire un box».
«Giusto».
«Poi magari costruisco un box più piccolo».
«Così lo metti nel box più grande».
«Sì».
«Vuoi delle melanzane fritte?».
«Ok».

Manca almeno un tassello. So che dovrei lasciar perdere, ma purtroppo in me alberga un piccolo tenente Colombo e ora devo sapere dove si annida l’omissione dell’anziana teste.
«Senti, giusto per curiosità…» le dico, «ma tu, prima che lui parlasse con il vicino, hai per caso pronunciato un qualsivoglia discorso che contenesse la parola “melanzane” e la parola “fritte”?».
«Allora…» comincia l’anziana madre, e per me “allora” è già un segno di colpevolezza. “Portatela via!”, direi alle guardie. «Stamattina a colazione ho solo detto “oggi faccio le melanzane fritte”».
Quel “solo” mi conferma che l’anziano padre è, almeno in parte, innocente. Almeno in parte, perché se offri a qualcuno del cibo che dovrà preparare un altro, qualche notte al fresco te la meriti.
«Ok,» dico, «quindi non è così strano che abbia poi chiesto al vicino se ne volesse un po’. Per quanto, ne convengo, seccante, visto che a doverle friggere sei tu».
«Sì, ma subito dopo gli ho detto “Ah no, mi manca l’olio, allora niente”. Però lui questa parte ovviamente non l’ha sentita».
In effetti negli ultimi anni l’anziano padre ha sviluppato una blanda sordità selettiva opportunistica intermittente. Se sussurri «Vuoi gli gnocchi?» mentre sei sotto la doccia e lui è in giardino che taglia rami con la motosega, ti sente; se gli sei a cinque centimetri e gli urli nelle orecchie con un megafono se può accompagnarti a bere il tè da zia Mariuccia: sordo.
«Quindi ti serve l’olio» dico all’anziana madre.
«Sì, se puoi andare alla Coop».
«Certo».
«È quello nella bottiglia nera».
«Ok».
Istruzioni chiare. Non chiedo altro.

Terminata la telefonata, espongo il caso a Paola.
«La tratti male» mi fa lei. Paola è molto protettiva con tutte le persone che non sono me. Qui penso: a parte che anche Paola tratta male sua madre. Ma poi uno dovrebbe sapere che i genitori hanno dei modi molto sottili per farti saltare i nervi, troppo facile fare i Buddha con quelli degli altri.
Le dico: «Ma perché non mi può semplicemente chiamare e dire “Vammi a prendere l’olio”? Lo preferirei. Invece deve prima fare quattordici domande intermedie. Appartiene a quella categoria di persone che fanno molta fatica a essere dirette; io alla categoria di persone…».
«Stronze?» suggerisce Paola.
Le sorrido. Non sto a spiegarle che il mio «Cosa ti serve?» aiuta a evitare il seguente dialogo inutile:

«Joey, tu per caso devi uscire?».
«Sì».
«Ma devi proprio uscire o potresti anche non uscire?».
«Be’, potrei anche non uscire ma se ti serv…».
«Allora niente».
«Ma no, dimmi».
«No no, se non devi uscire non fa niente, farò senza, me la caverò, in un modo o nell’altro mi arrangio, certo che se chiedo un favore io una volta, per carità, però io ci devo sempre essere quando gli altri mi…».
«Dimmi cosa ti serve, dai, non stiamo qua tre giorni».
«Serve… non mi serve niente, figurati. Sono io che servo agli altri. E che servo gli altri. Sono io che…».
«Ok. E tornando invece a cosa vuoi che ti prenda?».
«Se puoi… mi prendi l’olio altoleico, grazie».
«Ok, vado».
«Ma non uscire apposta».
«Devo comunque uscire, tranquilla».
«Ma se quando esci non devi andare al supermercato, non andarci apposta».
«Devo andare al supermercato, tranquilla».
«Ma se quando sei al supermercato non devi andare nella corsia degli oli, non andarci apposta».
«Lo vuoi questo cazzo di olio o no?».
Silenzio. Poi, con voce rotta e suonando un violino: «Guarda… lascia stare… mi trattate sempre male… io tratto bene tutti ma tutti trattano male me. Volevo solo fare le melanzane fritte per il tuo compleanno ma…».
«Faccio gli anni in gennaio».
«Sei cattivo».
«Ma se faccio gli anni in gennaio!».

Eccetera. Insomma tanto tempo perso, uno screzio, malumori, dispiaceri, sensi di colpa. Vediamo invece con il mio metodo:

«Per caso devi…».
«Dimmi solo cosa ti serve».
«Olio altoleico».
«Arriva».

Non sarebbe un mondo migliore? Lo sarebbe.
«Cerco solo di essere efficiente» dico a Paola. «Perché io, a differenza loro, non credo in una prossima vita, una vita eterna dove le melanzane si friggono senza olio, senza padella, senza melanzane, credo solo in questa vita qui, e di conseguenza ho una clessidra dentro la testa che ogni giorno mi dice: “Presto, Joey, la sabbia sta per finire!”».

«Mm…» mi fa Paola. «È per questo che siamo qui da un’ora a grattarci le palle bevendo cappuccini?».
«Be’ ma…».
«È per questo che l’altro giorno abbiamo guardato per tre ore due tizi in calzoncini che si tiravano una pallina da tennis? È per questo che…».
«Sì, Paola, per questo. Cerco di rendere il mio tempo piacevole, ok? Meno tempo spreco, più cappuccini posso bere. Perché poi lo sai: un giorno, forse oggi stesso, il dottor Paraurti mi dirà: “Joey, ho una buona notizia e una cattiva. Quale vuoi prima?”. E io: “Perché sono qui?!”. E lui: “La buona è che ora puoi bere tutti i cappuccini che vuoi, anche cinquanta al giorno!”. E io: “Temo di aver intuito quale potrebbe essere la cattiva”».
«Dai,» mi fa Paola alzandosi, «andiamo a prendere l’olio».

Così ci incamminiamo verso la Coop, che se non altro è vicina.
Entriamo e, una volta nella corsia degli oli, cominciamo a setacciare gli scaffali alla ricerca di una bottiglia nera.
«Che marca ha detto?» chiede Paola.
«Non l’ha detto, ovviamente. Lei dà così le indicazioni, è come vivere dentro un quiz di un Mike Bongiorno bulgaro. Se ti deve consigliare un ristorante non ti dice il nome, ti dice “quello con l’albero grande nel parcheggio”. Ha detto che la bottiglia è nera, però».
«Non vedo bottiglie nere» dice Paola mentre esamina lo scaffale.
«Nemmeno io. Senti, la chiamo».
Prendo il telefono e chiamo l’anziana madre, che stranamente risponde. In genere è impossibile rintracciarla nonostante i suoi nove telefoni.
«Sì?».
«Ma sei sicura che alla Coop abbiano l’olio che cerchi?».
«Alla Coop? Ah non so».
Ah non so. Ma certo, errore mio. Mi immagino l’interno del suo cervello come un condominio disegnato da Escher.
«Mi hai chiesto se potevo andare alla Coop a prendere l’olio. Tu lo prendi alla Coop, no?».
«No».
Un condominio foderato di specchi.
«E, di grazia, solitamente dove lo prendi?».
«Al Famila».

Il Famila è fuori San Paco, dista alcuni chilometri, ergo non è raggiungibile a piedi. Capisco all’istante che l’anziana madre ha omesso questo dettaglio, benché cruciale per il compimento della missione, allo scopo di minimizzare il mio disturbo. Tipica gentilezza d’intralcio. Purtroppo, in questo modo, dovrò andare in due supermercati. Sette, se non avesse risposto al telefono. Alla fine mi sarei cosparso di olio altoleico e avrei chiesto a Paola di darmi fuoco.
«Qui non c’è» le dico. «Vado al Famila».
«No, ma non disturb…».
«Vado al Famila, madre, non vi preoccupate» le dico sapendo che una bestemmia finale sarebbe stata la ciliegina sulla frase.
Paola scuote la testa.
Chiudo la chiamata e le dico: «Famila».

Alla fine troviamo questo fantomatico olio altoleico per le melanzane per il vicino che costruisce box per box. Ci dirigiamo a casa degli anziani genitori. Arriviamo e troviamo solo l’anziana madre. Le consegno la bottiglia di olio. Lei vuole darmi i soldi. Io rifiuto. Mi infila una banconota da cinque euro in tasca. La restituisco. Mi fa un bonifico. Poi dice a Paola:
«Grazie, eh».
«Prego, signora».
Non raccolgo.
«Ti fermi a pranzo?» le chiede l’anziana madre.
«Guarda che io non mi fermo a pranzo» dico, raccogliendo.
«Magari lei sì» dice l’anziana madre. Ridono entrambe.
«Senti, ma dov’è l’anziano padre?» le chiedo, insospettito dalla totale assenza di incendi e crateri freschi intorno alla casa. L’anziana madre sorride come una bambina che ha appena fatto una marachella.
«L’hai strozzato?» le chiedo.
«Siccome mi ha fatto arrabbiare con questa storia delle melanzane,» mi spiega, «l’ho mandato a portare la macchina dal meccanico e gli ho detto “poi torni a piedi”».
«Cioè, fammi capire: hai mandato un uomo cardiopatico di ottant’anni a farsi una passeggiata sotto il sole con i trentasette gradi di luglio?» chiedo giusto per conferma, annotando l’informazione sul taccuino che consegnerò al coroner. «E poi, quando torna, tutto stanco e accaldato, lo rimpinzi di melanzane fritte, dico bene?» le chiedo, sempre scrivendo sul taccuino.
«Sì» conferma lei.
«Bene, signora,» le dico, «ora vado a recuperare suo marito, spero non sia troppo tardi. Potrebbe già essere una frittella di melanzana incollata all’asfalto. Lei nel frattempo non lasci la città».
«Poi vi fermate a mangiare le melanzane?» ci chiede lei.
Paola mi guarda come a dire: ma lo sai che ho giusto un posticino per un bidone di melanzane fritte?
Sospiro. Sospira anche la clessidra nella mia testa. Vedo distintamente il dottor Paraurti che, strappando la mia tessera sanitaria, lancia i pezzetti in aria come coriandoli e dice: «Ora puoi mangiare tutte le melanzane fritte che vuoi!».
Rimetto il taccuino in tasca, apro la porta e, prima di andarmene, dico: «Va bene».

17.7.26

Un pomeriggio a Wimbledon (1503)

Lunedì è cominciato il torneo di Wimbledon – per me un appuntamento immancabile – e per la partita che inaugura il campo centrale, quella tra il detentore del titolo, Sinner, e una vittima sacrificale a caso (tale Kecmanović), ho invitato le mie amiche Paola e Carla.
Paola è elettrizzata perché non segue il tennis ma è curiosa di vedere questo fantomatico Sinner all’opera; Carla non è mai elettrizzata per nulla (e di certo non potrebbe esserlo per il tennis) ma, se lo fosse, lo sarebbe per l’aria condizionata e lo chardonnay.

Chardonnay

Non appena entrano, si guardano intorno e mi chiedono: «Gâteau?».
Io: «In camera, sotto il letto. Intorno al terzo set dovrebbe fare capolino per venire a ispezionarvi».
Paola va allora a sedersi sul divano. Carla invece si dirige alla cantinetta, la apre, prende una bottiglia e me la mostra dicendo: «Questa è speciale?». Io: «No».
Quindi apre la bottiglia, se ne versa un bicchiere e viene a sedersi.
«Ma sono le due del pomeriggio» le dice Paola.
«Dici che è troppo presto per rompermi i coglioni?».
Paola fa uno sbuffetto risentito col naso, io vado a prendere altri due bicchieri e riempio una ciotolina di pretzel.
«C’è la principessa?» chiede Paola mentre vengono inquadrate le tribune, dove l’unica persona prestigiosa sembra essere David Beckham.
«Non saprei» dico. «Di solito viene per la finale».
«Credevo guardasse tutte le partite».
«Se tu fossi una principessa guarderesti tutte le partite?» le chiede Carla.
«Se fossi una principessa abolierei il tennis».
«Infatti».
Le guardo e dico: «Voi sì che sapete creare il clima giusto prima di una partita».

Sentirsi in forma

Mentre i giocatori si riscaldano palleggiando, dico: «Pensate al povero Kecmanović…».
«Chi?» mi chiede Paola.
«L’altro giocatore».
«Ah».
«Si sarà detto: “Quest’anno faccio Wimbledon. Sì, lo faccio! Mi preparerò tantissimo. Spero di arrivare lontano. Chi lo dice che non posso arrivare lontano? Niente è impossibile se lo vuoi davvero. E io lo voglio! Magari arrivo alla seconda settimana. Magari in semifinale. E poi, crack!, il mio avversario inciampa e si rompe tutti i legamenti, braccia, gambe, collo e, per sicurezza, anche il naso. E io me ne vado dritto in finale. E forse, a quel punto, potrei vincere? Sì, ce la posso fare. Le finali fanno storia a sé. E io mi sento in forma quest’anno. E poi l’erba è la mia superficie. E poi la pallina è rotonda. E poi sento che gli astri sono dalla mia e poi…”. A quel punto escono i sorteggi, guarda il tabellone. Primo turno: Sinner».

Body shaming

La partita comincia e ben presto i telecronisti elogiano Kecmanović dicendo che ha personalità, che gioca con un bel piglio, che non è affatto in soggezione, che non ha timori reverenziali.
Io guardo Paola e Carla e dico: «Niente male questo Kecmanović, non è per niente in soggezione! Poi: 6-1, 6-1, 6-0».
Ridiamo. Tiriamo anche un pretzel all’indirizzo di Kecmanović.
«Ha pure la pancetta» dice Carla.
«E ha avuto un’acne importante, mi sembra» dice Paola.
«Non credo influisca sulle prestazioni» osservo.
«Eh, non credere, sai?» mi fa Paola. «I difetti estetici minano il cervello, le prestazioni ne risentono».
Rido. «Può essere» dico.
Carla fa: «Ma quindi al primo turno trovi uno basso con la pancetta, poi al secondo solo con la pancetta, poi al terzo uno in forma, e poi finalmente cominciano i belli? Funziona così?».
«Sì, proprio così,» le dico, «trovi gli avversari in ordine di bellezza».
«Questo ha senso» dice Carla bevendo un po’ di vino.

Rilassati

La partita comincia e dopo non molto Sinner, sul proprio servizio, perde un punto, Paola mi guarda. Le sorrido. Poi Sinner perde un altro punto. Altra occhiata di Paola, altro sorriso. Quando Kecmanović si guadagna addirittura due palle break, Paola mi fa: «Ma non è che perdiamo, eh?».
Allora le dico: «Rilassati. Il bello di guardare Sinner è che magari si trova sotto 15-40 e se fosse un altro diresti: “Ecco, è andata, ha perso, ora tutto il mondo dirà che noi italiani siamo degli incapaci, specialmente Joey Baruffa o Paola Paolinovic”, ma con Sinner questo non succede: non devi fare altro che prendere il telefono, guardare un paio di reel di panda che mangiano bambù, o che tempo farà domani, bere un sorso di vino, tornare a guardare la tv e, magia, Sinner ha vinto il game.
«Se lo dici tu…» dice Paola, poco convinta.
«Perché non ci siamo trovati a guardare reel di panda che mangiano bambù?» dice Carla.

Dubbi

Poi però Sinner perde all’improvviso un game di servizio e subito dopo addirittura l’intero set. Brusio in soggiorno. Paola e Carla mi guardano. «Dicevi?» dicono. E io, simulando tranquillità in quanto unico esperto di tennis nella stanza (mi basta sapere le regole, per esserlo), rispondo: «Tranquille: quello che ho detto per un game, vale anche per l’incontro. Sinner vince sempre, è per questo che siamo qui».
«Io non sono qui solo per vederlo vincere,» dice Paola, «voglio vederlo strapazzare l’avversario».
«Lo strapazzerà» la rassicuro.
«Io sono qui perché la piscina è chiusa» dice Carla.
«Riaprirà» la rassicuro.
Gâteau miagola dall’altra stanza.
«Tra un po’ se ne vanno!» la rassicuro.

Consigli utili

A un certo punto vengono inquadrati gli allenatori di Sinner, Vagnozzi e Cahill. Sinner è in difficoltà e loro parlottano.
(Cahill e Vagnozzi si chiedono se saranno licenziati per il set appena perso).
 
«Secondo voi cosa si dicono?» chiede Paola.
«Me lo chiedo sempre anch’io» le rispondo. «Secondo me si stanno dicendo questo:
Vagnozzi: “Jannik sta sbagliando molte battute”.
Cahill: “Molte”.
Vagnozzi: “Di solito non le sbaglia”.
Cahill: “Di solito no”.
Vagnozzi: “Dovrebbe tirare la pallina in quel quadrato appena dopo la rete, come si chiama…?”.
Cahill: “Quadrato?”.
Vagnozzi: “Esatto. Invece spesso tira fuori. E questo gli costa il punto”.
Cahill: “Ottima analisi, Vagnozzi”.
Vagnozzi: “Grazie, Cahill. Ehi, ci sta guardando. Che cosa gli diciamo?”.
Cahill: “Potremmo dirgli di non sbagliare le battute”.
Vagnozzi: “Sì, concordo. E anche di non tirare contro la rete”.
Cahill: “Ottimo consiglio”.
Vagnozzi: “Aggiungo anche un ‘non mollare!’?”.
Cahill: “Assolutamente”».

Ramazzare

Come tutti sanno, le partite di Sinner vengono spesso interrotte dagli spot di Sinner. Sinner sponsorizza tutto lo sponsorizzabile, per arrotondare. Molti dicono: «Ma non ha già abbastanza soldi?!». In soldi non c’entrano. Non fino a quel punto. Per prima cosa è lavoro. Le conosciamo tutti, le persone così: non sanno fare altro che lavorare. Non sono tutte milionarie, anzi quasi nessuna lo è, ma il principio è lo stesso: lavoro, lavoro e ancora lavoro. Una volta una di queste persone, ovvero il mio anziano padre, è stata finalmente portata in vacanza. Non faceva una vacanza da trent’anni. Tre striminziti giorni al mare, organizzati dalla moglie per far contenta la moglie (parte della contentezza era dovuta all’illusione di far contento anche il marito. Le illusioni sono cruciali, per le contentezze). L’anziano padre, al secondo giorno di villeggiatura, trova non si sa come una scopa e comincia a ramazzare il cortile dell’albergo. L’anziana madre, attonita, gli dice: «Ma cosa fai?!» E lui, felice, continuando a ramazzare: «Non mi sembra vero di fare qualcosa!».

Prospettiva

C’entrano anche i soldi, sì, ma chi critica Sinner dicendo «Ma non ne ha già abbastanza?» sbaglia forse prospettiva. Il discorso non è «Ho già cento milioni di euro, Lavazza me ne dà uno per pubblicizzare il caffè, cosa me ne faccio?» ma «Oggi pomeriggio sono finalmente libero, posso andare al mare, dormire o giocare alla Playstation, però Lavazza mi offre un milione di euro per rinunciare a un sonnellino: rifiutare avrebbe senso?».
Inoltre dagli sponsor Jannik ricava decine di milioni l’anno. Di questo passo, spot qui, spot lì, finirà per guadagnare più dagli spot che dal tennis e a quel punto si potrà dire che il suo lavoro principale sono gli spot, non il tennis, e la gente si lamenterà dicendo: «Ma non ha già abbastanza soldi? Deve proprio giocare anche a tennis?».

Dopplegänger

Qualcuno si chiede anche: «Ma dove lo trova il tempo?». Lunedì forse lo abbiamo capito: per un attimo la regia, infatti, rovistando tra gli spalti ha scovato il suo doppelgänger.
Jannik Sinner alla partita del suo idolo Jannik Sinner.

Occhio di falco

«Ma non fanno più quella cosa di chiedere la verifica quando la pallina è fuori?» chiede Carla.
«L’occhio di falco? No, non ci sono più nemmeno i giudici di linea, il controllo elettronico adesso è permanente».
«E chi è che urla ogni volta che la pallina esce, allora? Io sento qualcuno che urla» dice Paola.
«Chi è che… Be’, i giudici, Paola. Sono in quelle buche a fondo campo, bendati, e quando una pallina rimbalza oltre la linea il sistema elettronico aziona un pungolo che li colpisce nel fianco. È per mantenere un legame con la tradizione».
«A volte mi dimentico che sei uno stronzo» mi fa lei bevendo un sorso di vino.
«Ma non potrebbero far chiedere ugualmente la verifica ai giocatori?» dice Carla. «Almeno creava un po’ di suspense».
«Chiedere all’occhio di falco di verificare la chiamata dell’occhio di falco? Che cosa potrebbe mai dire? Chiamata corretta! Confermo! Ottimo lavoro, occhio di falco! Lunga vita all’occhio di falco!».
Vedo Paola scuotere la testa e, con il labiale, dire: stron-zo.
Carla invece alza un sopracciglio e dice: «Potrebbero metterne due. Uno che fa la chiamata e uno che verifica».
«Bell’idea» dice Paola prendendo una manciata di pretzel.
«E magari, se sono in disaccordo, entrano due robottini in campo e si azzuffano» dico.
Paola ride.
«Comunque è un peccato,» dice Carla, «avrebbero dovuto lasciare i giudici e permettere al giocatore di chiedere sempre la verifica».
«Ma così le partite sarebbero durate troppo».
«Le partite durano già troppo» dice Paola.
«Già» dice Carla.
«Sarebbero durate ancora di più» dico.
«Be’, non mi sembra che le persone che guardano il tennis abbiano tutti questi impegni» dice Carla.
«Probabilmente devono guardare altri tornei di tennis» dice Paola.
E Carla: «Mi sa anche a me».

Finale

Alla fine Sinner vince.
«Visto?» dico, soddisfatto.
«Mm» dice Paola un po’ delusa. «Speravo di vedere un dio che surclassava un comune mortale, invece mi sono dovuta sorbire una normale partita di tennis». Intanto Carla vede Sinner lanciare i polsini tra il pubblico e fa una smorfia:
«Tutti sudati, ma che schifo… Io glieli rilancerei indietro».
«Se non ti facesse schifo toccarli» dice Paola.
«Già. Lo farei fare a te».
«Comunque bisogna anche riconoscere i meriti dell’avversario» suggerisco.
«Ma per favore» mi fa Paola, alzandosi.
Ci avviamo alla porta. Intanto arriva Gâteau.
«Eccola!» dice Paola. Carla si china ad accarezzarla.
Gateau le annusa brevemente, miagola e se ne va.
«Comunque è stato divertente» dice Paola. «Quando gioca ancora?».
«Dopodomani».
«Ok, non così divertente. Magari torniamo per la finale. Ci arriva in finale, no?».
«Sì, certo» dico.
«Bene. Allora poi riorganizziamo» dice Paola e, prima che io possa mettere le mani avanti dicendo che nello sport niente è sicuro, lei e Carla stanno già scendendo le scale, ridendo e parlottando, quasi certamente facendo body shaming a tutte le persone inquadrate nelle tre ore di partita, a cominciare da David Beckham.

1.7.26

Stupor mundi (1502)

Aperitivo con la mia amica Carla e sua cugina Lisa. Parlando del più e del meno, viene fuori che Lisa tempo fa ha scoperto che la Chiesa cattolica annovera tra i suoi milioni di cattolici tutti i battezzati, compresi gli atei, e questo non le andava giù.
«E quindi?» le chiedo.
«E quindi mi sono fatta scomunicare» mi dice Lisa.
Rido. «E come?».
«È molto semplice. Ho scritto una lettera al parroco esprimendo la mia volontà di recidere il mio legame con la Chiesa cattolica, lui ha scritto al vescovo, il quale mi ha inviato una bellissima pergamena decorata che mi informava che rinunciando al battesimo incorrevo nella giusta pena di scomunica latae sententiae, con conseguente inevitabilità dell'Inferno dopo la mia morte».
Guardo Carla, che mi fa: «Tutto vero, ho visto la pergamena nel suo studio».
«L’ho fatta incorniciare» dice Lisa.
«Ma è stupendo» le dico. «Posso vederla?».
«Certo!» mi fa lei.
«E ora che sei scomunicata come ti senti?».
«Molto sollevata. Ora quando morirò – se l'Inferno esiste e io mi sono sbagliata – potrò passare il mio tempo con Federico II, stupor mundi, nel girone degli atei scomunicati. Era il mio primo amore delle elementari».

25.6.26