Il cruciverba (1487)

I

Domenica scorsa faccio visita agli anziani genitori – per puro caso all’ora in cui vengono sfornati timballi, arrosti e torte di mele – per controllare che i loro cuori battano regolarmente e, come sempre da circa sessant’anni a questa parte, all’unisono. E così è.
Vengo accolto dai parcheggiatori, ovvero i gatti Bigini con tanto di gilet fluorescente, i quali ritirano le chiavi dell’auto e mi chiedono se voglio come al solito le orme su tutta la carrozzeria, cristalli compresi.
«Cambierebbe qualcosa se dicessi che preferirei non la toccaste proprio?» chiedo.
«No» mi dice il gatto Bigio mentre mi stacca la ricevuta.
«Anzi forse ti ritroveresti qualche zampettata supplementare» mi dice la gatta Bigia ticchettando con l’unghia sul cofano.
«Capisco» dico, e dopo averli salutati mi avvio all’ingresso.

II

Una volta dentro casa trovo l’anziano padre seduto sul divano con un libro, mentre l’anziana madre è come sempre nel sottosuolo a spignattare per un reggimento.
A una seconda occhiata, tuttavia, noto che il libro in mano all’anziano padre non è un libro ma un giornaletto di cruciverba. Almeno altri sei giornaletti simili sono sparsi per tutta la stanza. Ne prendo uno e gli do un’occhiata: un grande cruciverba a schema libero è fatto a metà. Leggo una definizione: “Ne andava matto Guglielmo il Conquistatore”. Prendo la penna e scrivo: chewing gum. Poi guardo la copertina, c’è una foto di Salma Hayek che sorride. Le faccio i baffetti, la benda da pirata e un dente nero. Quindi poso il cruciverba e saluto l’anziano padre, che mi risponde con un brontolio: troppo impegnato ad arrovellarsi il gulliver alla ricerca di soluzioni, penso.
La mia esperienza mi consentirebbe di evitare certe trappole, per esempio la tentazione di porre la domanda “Come mai adesso fai i cruciverba?”, perché l’anziano padre risponderebbe con “Ho sempre fatto i cruciverba!”. Se una persona avesse molto tempo da perdere, nervi d’acciaio e un certo gusto per le discussioni inutili, farebbe poi notare che, della suddetta frase, solo la “i” ha un barlume di veridicità. Si dà il caso che quella persona sia proprio io.
«Come mai adesso fai i cruciverba?» chiedo. Mi rendo conto che la domanda, posta così, lasci intendere che ci sia qualcosa sotto. Ma in fondo quando si tratta di esseri umani c’è sempre qualcosa sotto.
L’anziano padre dice: «Ho sempre fatto i cruciverba!».
Sorrido come a dire: dovevo pur tentare.
«Senti, potresti cercarmi come si chiamava la madre di Carlo V?» mi chiede a un certo punto con la nonchalance di un Lupin che chiede a Jigen di passargli la fiamma ossidrica.
Aggrotto la fronte e dico: «Eh ma...».
L’anziano padre mi guarda senza capire.
«Che c’è?» mi fa.
«Non dovresti farle senza aiuto?».
Apriti, cielo.
«Ma non vado mica a vedere le soluzioni!» risponde lui, indignato. «Qui in fondo ci sono tutte le soluzioni,» mi dice mostrando il retro del giornaletto, «ma io non le guardo».
Questa la chiamo logica a cubo di Rubik, perché rispondere a una proposizione incasinerà quasi certamente tutte le altre. Ci provo lo stesso:
«Sì, ma il punto non è “non guardare le soluzioni alla fine”,» gli dico, «è non cercare soluzioni in generale».
L’anziano padre è attonito.
«Ma io tanto questa definizione non la saprò mai» mi spiega. «Che cosa ne posso sapere io di come si chiama la madre di Carlo V? Non mi verrà mai in mente, capisci? Sono bloccato».
Naturalmente potrei dire “giusto” e chiuderla lì, ma il pranzo tarda ad arrivare, mi annoio, la glicemia scende e il mio cervello, che di solito mi dà una quantità di consigli, tace.
«Ma è questo il senso del cruciverba» dico allora. «Se non sai una parola puoi trovarla incrociandola con le altre».
A questo punto ecco il mio cervello arrivare di corsa dai meandri del cranio, tutto trafelato e abbottonandosi i pantaloni. Interviene nella tenzone dicendo: “Scusa, ero andato un attimo in bagno... ho seguito questa appassionante conversazione con l’anziano padre e ammiro la puntualità delle tue precisazioni, ma credo di essermi perso un piccolo tassello del puzzle: perché gli stiamo rompendo il cazzo?”.
«Non puoi cercarlo sul telefono?» mi chiede l’anziano padre.
Così alla fine cerco e glielo dico: «Giovanna La Pazza».
«Ah ecco, vedi?» mi dice cominciando a compilare le caselle tutto soddisfatto. «E senti un po’, già che ci sei, dimmi anche...».

III

La spiegazione di questa improvvisa fissa per l’enigmistica me la dà infine l’anziana madre, che arriva con una teglia di crespelle e, dovendo spostare uno dei giornaletti dell’anziano padre dalla tovaglia, sbuffa e dice: «Adesso fa i cruciverba tutto il giorno perché il neurologo gli ha detto che fanno bene».
Ora ha senso, mi dico. Inoltre non chiedo cosa siano andati a fare dal neurologo, sarebbe inutile: l’anziana madre andrebbe subito sulla difensiva e direbbe “non siamo andati dal neurologo!”, mentre l’anziano padre direbbe “vado sempre dal neurologo! Ci vado da quando ero bambino!”. Mi affido quindi all’osservazione e mi dico che finché l’anziana madre non sforna teglie di pantofole e finché l’anziano padre non cerca di cambiare il tempo con il telecomando, è tutto ok.
Quello che mi fa ridere è che se io do una dritta agli anziani genitori, essi sembrano provare un certo gusto nel fare l’opposto: “Dovreste perdere qualche chilo” ha generato una produzione di torte che neanche la pasticceria Vigoni; dopo innumerevoli “Limitate i salumi” li ho beccati che compravano di nascosto una mortadella intera da 14 kg al supermercato, e a nulla è servito rimproverare il commesso che, servendosi di un muletto, caricava il pesante cilindro rosa a bordo dell’anziana automobile; “Perché non metti un apparecchio acustico?” scritto su un cartello che mi appendo al collo quando pranzo da loro ha prodotto risposte come: «Sarà stato nel ‘78» o «mi è sempre piaciuto il cumino!».
Ma, appunto, non sono testardi e bastian contrari a priori, è proprio un fatto personale: costui è nostro figlio e il manuale di istruzioni fornitoci da Nostro Signore dice che il figlio è sotto, noi sopra; il figlio va educato, noi educhiamo; è lui che ascolta noi, non noi che ascoltiamo lui; poiché il figlio non sa, mentre noi sappiamo; il figlio ha torto, mentre noi ragione. Se dunque il figlio ci dice di fare una cosa, deve essere per forza corretto fare il contrario o, più in generale, quello che ci pare.
Riconoscono dunque figure autorevoli esterne: il già citato Nostro Signore, il prete suo ministro, ChatGpt, loro inseparabile amico tuttologo nonché grandissimo paraculo, la televisione, gli antenati, i medici e in particolare, nel caso specifico, il neurologo.
Naturalmente a guidarli non è quasi mai la razionalità, stiamo parlando di due persone che ogni anno in primavera vanno a Lourdes a toccare la parete di una grotta convinti che questo produrrà una quantità di eventi favorevoli nella loro vita e in quella successiva.
A questo, come detto, viene aggiunta ogni possibile ulteriore dritta purché venga da una fonte della suddetta lista.
Magari il neurologo dice di sfuggita, ma tanto per dire qualcosa mentre chiacchiera alla fine della visita, che le parole crociate tengono giovane la mente, e l’anziano padre sente: «In verità in verità ti dico: il segreto della vita eterna è fare le parole crociate tutto il giorno. Più ne fai e più vivrai. Non smettere mai di fare parole crociate. Fa’ parole crociate anche quando dormi, anche quando preghi… anzi non pregare ma fa’ le parole crociate, sempre».

IV

Mentre conduco in porto il pranzo senza ulteriori controversie, mi chiedo se posso sfruttare per il loro bene questa fiducia in certe figure di riferimento. Per esempio potrei parlare con il prete e chiedergli se può inventarsi una lettera ai Corinzi in cui Gesù a un certo punto dice di non mangiare gli affettati. E magari potrei chiedere al neurologo di aggiungere istruzioni tipo “non mettere l’apparecchio acustico impigrisce la mente, neutralizzando così gli effetti benefici dei giochi di enigmistica”.
«Di certo mi è chiaro che l’anziano padre non ha davvero voglia di fare i cruciverba» dico al gatto Bigio mentre attendo che la gatta Bigia mi riporti la macchina. Il gatto Bigio mi ascolta interessato stuzzicandosi una vibrissa.
E forse, penso mentre guido verso casa, non ha nemmeno compreso che il beneficio dato dai cruciverba, ossia la vita eterna, lo si ottiene spremendo il cervello in cerca di risposte utili a completare il cruciverba stesso, e non dal completamento in sé.
A questo punto allora perché non assumere una dozzina di persone che completano cruciverba tutto il giorno cercando le risposte su internet?

V

«Ecco a lei, signor Baruffa, questi sono i 280 cruciverba completati oggi».
«Grazie Giampiero, ecco la paga per te e gli altri».
«Grazie. Senta, posso farle una domanda?».
«Certo, dimmi».
«A cosa le servono tutti questi cruciverba?».
«Tu non ti preoccupare».
«Va bene, a domani».
«A domani».

Poi in primavera l’anziano padre va a Lourdes con un tir preso a noleggio. Arriva alla grotta e scarica 84.000 cruciverba completati nell’anno precedente.
Una suora esce, fa firmare un modulo all’anziano padre e smanettando su un tablet gli dice: «Quanti ha detto che sono?».
«84.206».
«Bene. Naturalmente dovremo contarli, ma se la cifra è corretta le verranno accreditati 842 giorni di vita in aggiunta alla vita prevista».
«Fantastico. E, mi scusi… mi ricorda quant’è la vita prevista?».
«Non faccia il furbo».
«No, era solo per…».
«Solo Nostro Signore lo sa».
«Chiaro. Non volevo fare il furbo».
«Certo, certo…».
«Bene, allora all’anno prossimo!» dice l’anziano padre risalendo lesto sul tir.
«Un attimo, giovanotto» lo ferma la suora, «non così in fretta».
«Che cosa c’è?».
«Manca la domanda di validazione».
«La cosa?».
«La domanda di validazione, signor Baruffa. Una semplice domanda a campione per verificare che abbia davvero risolto lei i cruciverba».
«Ah» dice l’anziano padre smontando dal tir.
«È un problema?» chiede la suora.
«No no».
«Bene. È pronto?».
«Mm, sì, certo».
«Ecco la domanda: come si chiamava la madre di Enrico V?».
«Giovanna la Pazza!» esclama l’anziano padre, rimontando gioiosamente sul tir.
«Quella era la madre di Carlo V, signor Baruffa. Qui parliamo della madre di Enrico V».
«Ah» dice l’anziano padre smontando di nuovo dal tir.
«Quindi?» lo incalza la suora.
«Posso chiederlo a mio figlio?».
«Chiederlo a…» comincia a dire la suora, perplessa. Poi muta di colpo espressione, fa un bel sorriso all’anziano padre e dice: «Oh ma certo, signor Baruffa... In fondo tutto quello che a noi serve è che la risposta corretta esca dalla sua bocca, non che sia proprio lei a trovarla».
«Ma appunto! Era quello che cercavo di spiegare anche a lui! Ah, questi figli… pensano di saperla tanto lunga e invece…» dice l’anziano padre prendendo il telefono dalla tasca della giacca e cominciando a scorrere la rubrica.
«Signor Baruffa…» gli dice la suora, tornata improvvisamente seria.
«Sì?».
«Metta giù quel telefono».

28.3.26

E tu? (1486)

Colazione con la mia amica Carla. A un certo punto si avvicina al nostro tavolo una tizia che non vedevo da un po’, mi saluta e mi fa: «Ce l’hai ancora la gatta?». È una formulazione tipica, a quanto pare. «Sì…» le dico. Quando se ne va, dico a Carla: «È una domanda che mi mette sempre i brividi». Carla dice: «Dovevi chiederle: “E tu ce l’hai ancora tuo figlio?”». Rido, poi le dico: «Se penso a un giorno in cui non ci sarà più Gâteau mi viene male, non so come farò». Carla resta impassibile. Allora aggiungo: «Ho letto non so più dove che il dolore per la perdita del proprio gatto può durare anche anni e può comportare disperazione, difficoltà a socializzare e la sensazione che una parte di te sia morta». Carla alza un sopracciglio. «Che c’è?» le chiedo. E lei: «Io mi sento così ogni giorno, e il gatto neanche ce l’ho».

23.3.26

Ego te eccetera (1485)

Ogni giorno scrivo almeno un appunto sul mio diario di scrittura. Se uno leggesse il mio diario di scrittura chissà quante volte penserebbe: “Che stronzo!”. Più di quanto la gente non lo pensi normalmente, intendo. Però, insomma, nessuno uscirebbe tanto bene dalla pubblicazione di un diario privato, no? Di scrittura e no. Altrimenti non sarebbe privato. Chissà com’è il diario del Papa, mi sono chiesto. Me lo immagino così: “Oggi è entrata la cameriera a rifare la Santa Stanza. Che bel bocconcino. Perdonami, Signore. Ma che ci devo fare se è un bel bocconcino? L'hai fatto tu, no? E hai fatto me. E hai fatto il desiderio. Eh eh. Se la gente sapesse che dico ‘bocconcino’! Ah, dovevo sposare Margaret... Mi amava, e io amavo lei. Ma no, io dovevo seguire la vocazione! E ora eccomi qua. Chissà che fine ha fatto… Dirò ai servizi segreti vaticani di cercarla e portarmela qui. Eh eh. Scherzo, Signore, lo sai, ma se non mi concedo un po' di battute, insomma, uno finisce per impazzire con tutti questi riti, queste preghiere, questi limiti, queste etichette. O no? Signore? Dico bene? Bah. Mai che risponda, quello là. Dobbiamo interpretare i segni, dicono. Cioè: dico! Guarda quella rondine, sarà un segno? E quella Polo parcheggiata in doppia fila? Vai a sapere. Ah, ecco che torna la donna delle pulizie. Ieri non aveva le mutande. Penso che lo faccia apposta. Io comunque ho fatto finta di niente, sono stato impeccabile. «Mi perdoni, Santo Padre, ho dimenticato le mutande anche oggi» mi ha detto. «Non fa niente, Lory,» le ho detto coprendomi gli occhi con una bibbia, «nemmeno io le porto mai. E poi il Signore ci ha fatto così». «Mi perdona?» mi ha chiesto guardandomi con quegli occhietti languidi (ho dato una sbirciatina, ok?). «Eh?» ho detto io, «Sì sì, perdonata, perdonata! Ora però vai!» le ho detto facendo un rapido segno della croce nell'aria e poi spingendola fuori dalla stanza. Il diavolo tentatore, come si dice. Ho chiesto ai servizi segreti se mi possono procurare quelle pilloline blu. Solo per curiosità, il sabato sera mi annoio un sacco. «Tutto quello che vuole, Santo Padre» mi hanno detto loro. Ci sono anche dei vantaggi nell'essere così potente, non posso negarlo. Va be', adesso vado a confessarmi. Fatalità: sono il Papa, posso confessarmi da solo. Eh eh: «Dimmi, figliolo. Santo Padre, ho avuto pensieri impuri e ho fatto battute impure e ho chiesto ai servizi segreti vaticani di procurarmi il Viagra, è molto grave? Grave? Ma no. Sei pentito? Sì sì! Allora a posto. Ego te absolvo eccetera eccetera. Grazie! Prego!”.

19.3.26

Essere Joey Baruffovich (1484)

Sto passeggiando per il centro di San Paco e chi ti incontro? Lucentini, un mio vecchio compagno di liceo.
Di solito quando scorgo un vecchio compagno di liceo cambio strada o entro nel primo negozio a tiro, fosse anche un parrucchiere per barboncini. Ma nel caso di Lucentini è diverso: non faccio in tempo.
Appena mi vede mi sorride e si ferma per salutarmi, così sorrido e mi fermo anch’io.

A quei tempi, ricordo che la prof di artistica mi scambiava sempre per Lucentini. Non ha mai imparato il mio nome, era un po' svampita ma anche molto severa, almeno con me, cioè volevo dire con Lucentini. E dire che Lucentini, quello vero, non parlava mai e, se parlava, aveva una voce flebile che a malapena lo si sentiva. Io, invece, parlavo sempre.
«Basta, Lucentini!» mi sgridava allora la prof.
«Scusi, prof,» dicevo io, «però il fatto è che…» e polemizzavo. Tanto la reputazione era di Lucentini, e anche i voti sul registro e, in definitiva, la vita.
«Oggi mi hai proprio stufato, Lucentini!» gridava la prof.
E io protestavo o, semplicemente, proseguivo.
«Ti metto una nota?» gridava lei.
«E me la metta! Anzi me ne metta due!» dicevo io, mentre Lucentini sudava freddo.
O altri commenti strani, se era in buona, del tipo: «Lucentini, ma cosa vorresti dire con quella faccia da intellettuale?». Eccetera.
E il vero Lucentini? Troppo educato e timido per protestare e, se anche avesse protestato, nessuno l'avrebbe sentito.
«Cos'è questo cigolio? Lo sentite anche voi?».
«Non è niente, prof» dicevamo noi.
Ogni tanto comunque Lucentini provava a rimettere ordine nella realtà, alzava timidamente un dito e abbozzava un: «Ma… ehm.. veramente…».
E io, subito, sottovoce: «Zitto tu!».
E lui rinunciava.

Tuttavia Lucentini, a dispetto della sua timidezza e della sua flebile voce, aveva delle peculiarità e, perché no, una personalità.
Sì, Lucentini era una persona con una sua vita esteriore e interiore: Lucentini, quando suonava la campanella e usciva da scuola e, dopo pochi metri, pure dalla mia visuale, non andava ad accatastarsi insieme alla maggior parte degli altri alunni in un magazzino per comparse e manichini che immaginavo situato da qualche parte appena dietro il liceo, in attesa che venisse il momento di rifare una scena, a scuola o altrove, nel grande film della mia vita. No, Lucentini continuava a muoversi, continuava a vivere.
Ma c'è di più: Lucentini aveva una madre.
Lo avevo scoperto con estremo sgomento un giorno, quando una donna minuta gli si era avvicinata all’uscita, lo aveva fatto chinare, gli aveva messo una sciarpa intorno al collo, lo aveva baciato e lui l’aveva chiamata “mamma”.
E le sorprese non erano finite lì: la madre di Lucentini non somigliava a me, somigliava a Lucentini. E la madre di Lucentini non voleva bene a me, voleva bene a Lucentini. Come se io non avessi nulla a che fare con le loro esistenze.

Possibile che nel mondo esistessero mamme che volevano bene ai loro figli come la mia voleva bene a me?, pensavo, perplesso, mentre correvo intorno al palazzetto durante l’ora di ginnastica. L'amore di mia madre per me era la naturale conseguenza del mio valore e della mia unicità. E allora, pensavo mentre il prof di storia spiegava non so bene cosa, se Lucentini non solo aveva una mamma ma questa mamma gli voleva pure bene, pensavo mentre aspettavo che il bicchierino del caffè delle macchinette si riempisse, voleva dire che anche Lucentini aveva un valore? Anche Lucentini aveva una sua unicità?, mi chiedevo durante il compito di matematica. La mamma di Lucentini non avrebbe dovuto volere più bene a me?, chiedevo al professore di filosofia. Il bene suscitato non era direttamente proporzionale alla qualità assoluta di un individuo?, scrivevo nel tema di italiano. Si poteva voler bene così, arbitrariamente, a un Lucentini qualunque?, chiedevo ai bulli ripetenti mentre ci fumavamo una sigaretta nei cessi della scuola durante il cambio d’ora. Se la mamma di Lucentini mi avesse conosciuto, avrebbe capito che io ero meglio di Lucentini?, chiedevo a Lucentini stesso, che rideva e non capiva. Avrebbe cominciato a voler bene a me, invece che a lui?, chiedevo per lettera a Marino Bartoletti, direttore del Guerin Sportivo. E, soprattutto, anche mia madre mi voleva bene a priori?

Tutte queste domande mi frullavano in testa continuamente e mi turbavano non poco. E allora, mi chiedevo mentre prendevo in giro Lucentini perché aveva sbagliato un congiuntivo o mentre gli tiravo il cancellino perché si era portato la merenda da casa, quando prendevo in giro Lucentini prendevo in giro anche sua madre? Quando facevo soffrire Lucentini – «Lucentini soffriva?!» chiedevo al mio compagno di banco scrollandolo istericamente –, facevo soffrire anche sua madre?
Questo mi sarebbe dispiaciuto.
Lucentini poteva anche restarci male, era stato messo lì apposta dall’Ente Regolatore, ma sua madre no, perché la madre di Lucentini mi faceva tenerezza in quanto madre e, in secondo luogo, perché nella vita le era capitato di essere la madre di Lucentini e non la mia. Nessuno meglio di me poteva cogliere la tristezza di questa sua condizione. Non tanto per Lucentini, che era una persona normale, ma per me, che ero una persona straordinaria.

Un'altra cosa che mi turbava era il fatto che Lucentini avesse una sua qual certa sicumera o spavalderia che sciorinava seguendo distrattamente le lezioni e gingillandosi la testa con la biro mentre guardava fuori dalla finestra. Lo faceva senza accorgersene, era un tic nervoso o da pensatore. Durante la lezione sembrava a metà tra l'annoiato e l'assorto e intanto con la biro si tormentava il cuoio capelluto.
Noi, preoccupati, gli dicevamo: «Lucentini, smettila! Diventerai calvo!».
Le ragazze glielo dicevano ridendo, specialmente le più belle. Più erano belle e più ridevano. Lui però faceva spallucce, con quel sorrisetto che voleva dire chissà cosa. Forse che lui la ragazza ce l'aveva già, ed era la più forte della cascina, si chiamava Giovanna e guidava il trattore. Perché Lucentini aveva il suo sistema di valori – fondato sulla forza, sulla pragmaticità, sul lavoro nei campi, e infatti di Giovanna, quando voleva decantarne le lodi, diceva sempre «è un muletto» – e noi, per lui, eravamo solo un branco di imbranati buoni a nulla che non avrebbero saputo tirare il collo a una gallina e che, senza i Lucentini di questo mondo, sarebbero morti di fame in una settimana, il che era vero, anzi nel mio caso anche prima.
Lucentini accettava dunque le prese in giro di buon grado, con la tranquillità di chi sta seguendo un piano e di chi può permettersi di ignorare l’affronto. L’eventuale rispetto di gente come me, o forse di tutti i suoi compagni, non gli interessava: neanche noi godevamo della sua considerazione e quando ogni giorno andava via da lì e se ne tornava a casa, veniva accolto dai suoi compari con terrine di stracotto d’asino e grandi salamelecchi, e tanto gli bastava.

E così ieri, circa due Lucentini dopo, come detto lo incontro.
Pare sempre lo stesso, e non è diventato calvo.
Ci stringiamo la mano. Mi dice che si è laureato e ora ha un'azienda tutta sua, ha sposato Giovanna e hanno sei figli e tanti amici.

«Mi chiamano il Professore» mi fa.
«E tua madre?» gli chiedo. «Era davvero tua madre?».
Lui aggrotta la fronte in quel suo modo così perfetto. Come riesce a rendere Lucentini la non-comprensione del reale, nessuno mai, penso.
«Mia mamma lavora con me nell'azienda» dice.
Questo mi fa piacere.
«Ti vuole bene?» gli chiedo.
Ecco ancora la fronte che si aggrotta.
«Baruffa,» mi dice con la sua voce da uccellino senza piume, «fai sempre delle domande inconsuete. Certo che mi vuole bene!».
Anche questo mi fa piacere. Alla fine voglio che Lucentini sia felice, penso. Lucentini si merita la felicità.
«Sei un bravo ragazzo,» gli dico, «scusa per il furto di identità e per le battute a tue spese e per quegli scherzi e le ruote del motorino e per averci provato con tua sorella».
«Ma no, figurati,» dice lui, «sei sempre stato un po’ matto».
Matto?, penso. Questa è nuova.
«A me sei sempre stato simpatico» aggiunge.
Che brava persona, Lucentini, penso. Proprio una persona come si deve. Se è diventato così, però, è un po’ anche merito mio, penso, essendo stato io stesso Lucentini per un lungo periodo, probabilmente il suo periodo più bello e glorioso. Ricordo anche di aver baciato una ragazza, a una festa, e quando prima di andare via lei mi aveva chiesto il nome, io le avevo detto: «Lucentini!». Usavo il suo nome anche per prenotare in pizzeria.
«Ho saputo che hai scritto dei libri» mi dice. Mai che trovi uno che mi dice che li ha letti, penso. Non mi sembra però che sia particolarmente colpito dal fatto in sé. Forse per lui scrivere è una perdita di tempo, una tipica cosa da buono a nulla. In effetti come dargli torto?
«Ma… il tuo scopo qual è?» mi chiede.
Non capendo la domanda ma trovandola deliziosamente assurda e, al tempo stesso, lucentinesca, dico: «Il mio scopo? Scrivere un libro ogni volta che tu fai un figlio». Silenzio.
Poi Lucentini ride.
Se il mondo fosse popolato di Lucentini, penso, sarebbe un mondo di gente che vive in pace.
«Bene, adesso devo andare» dice poi. Perché Lucentini è indaffarato. C’è così tanto da fare prima di tornare a essere polvere per l’eternità!, penso.
Lo saluto e gli auguro tante buone cose.
Una volta tornato solo, mentre passeggio, penso: inconsuete? Ma come parla? Ma chi è, davvero, questo Lucentini? Poi mi giro e lo guardo allontanarsi. Il professore, penso. Scuoto la testa e, tra me e me, rido.

L’identità di Lucentini me l’ero poi tenuta per tutta la quinta.
Alla fine dell’anno, a giochi fatti, ero andato dalla prof.
«Che cosa vuoi, Lucentini?» mi aveva detto lei, china sulla cattedra intenta a compilare schedine del Lotto, senza degnarmi di uno sguardo.
E io: «Non sono Lucentini, prof. Mi chiamo Joey Baruffa».
Lei aveva sollevato la testa e, guardandomi come appena ridestata da un lungo sonno, mi aveva chiesto, confusa: «E allora Lucentini chi è?».
E io, indicando Lucentini, al banco, che stava sgusciando un uovo sodo: «È quel tipo là in fondo, con la maglietta bianca».
E lei, dopo averlo scrutato per un paio di secondi: «Mai visto». Quindi aveva riabbassato la testa e aveva ripreso a compilare schedine.
Ero tornato al banco e, mentre infilavo il libro nello zaino, avevo guardato Lucentini, che mi guardava a sua volta speranzoso masticando il suo uovo, e con un bel sorriso gli avevo detto: «Ora sei libero».

17.3.26

Il metro (1483)

Mi telefona l'anziana madre, dice che si è rotta la piastra per fare panini tostati. L'anziana madre va matta per i panini tostati, sono la sua principale fonte di sostentamento, quindi urge comprare subito una piastra nuova. E chi è l'incaricato di fare acquisti online per gli anziani genitori? Bingo. Per fortuna ha già individuato la piastra ideale. Unica cosa, dice, non ha capito quanto misura, teme sia piccola. Piccola piastra, piccoli panini. «Capisci che sarebbe un problema» mi fa. «Capisco» dico. Così cerco le misure. Evito di dirle "ma… curiosità: perché non le hai cercate tu stessa?". Evito perché ormai sono grande. Dunque trovo le misure e le comunico alle anziane orecchie: «27 x 24 x 14». Lei mi fa: «E quant'è 27? È grande o piccola?». Le dico: «Potresti, che so, prendere un metro e misurare?». Perché non si è mai abbastanza grandi. Un po' come i panini tostati. Lei dice: «No, aspetta, c'è tuo padre, chiedo a lui». Mentre sto per dirle "ma che cosa chiedi a lui? Non è mica un metro…", sento che chiede: «Quanti sono 27 centimetri?». Silenzio. Poi mi fa: «Mi ha fatto vedere con le dita. È perfetta, prendila».

10.3.26

Il tradimento (1482)

Un paio di sere fa mi ritrovo a fare l’aperitivo con le mie amiche Paola e Carla.
A un certo punto la conversazione finisce su “che cosa consideri tradimento?”.
Dico: «Ragazze, se a quasi cinquant’anni non abbiamo ancora definito che cos’è tradimento, direi che possiamo lasciar perdere: è evidente che non ci riusciremo mai».
«Quasi cinquant’anni li avrà tua sorella» dice Carla, che sostiene da quando la conosco di averne ventinove.
«Vale per tutte le questioni irrisolte, allora» dice Paola.
Io: «Esatto. Vedi, Carla? Paola ha colto lo spirito».
Carla china leggermente il capo e dice: «Grazie, sensei».
«Io ne so quanto ne sapevo a quindici anni» dice Paola. «Della vita, intendo. Di tutto».
«Non c’era bisogno che lo specificassi» dice Carla.
Paola le fa un ghigno. Carla sorride. Poi Paola torna sul punto: «E, insomma, voi che cosa considerate tradimento?».

Non è la prima volta che sento questa domanda. Racconto loro di quando, anni fa, stavo con Sharon, una ragazza bionda con le sneaker verdi. Dopo il classico idillio iniziale in cui si cerca di essere persone meravigliose che sorridono sempre e dicono “che sarà mai, l’unica cosa che conta sei tu!” anche quando l’altro squarcia il tuo Kandinsky facendo la ruota in salotto, eravamo tornati a essere noi stessi. Se nel mio caso la differenza non era poi molta, essendo io in effetti una persona meravigliosa di natura, nel caso di Sharon il decadimento era evidente. A un certo punto aveva infatti cominciato a comportarsi in modo ambiguo: la sera usciva senza dire dove andasse e tornava a tarda notte con un tizio sempre diverso. Le dicevo: «Posso chiederti che succede?». E lei, smettendo di baciare il tizio di turno: «Senti, non ne possiamo parlare domani? Sono molto stanca, voglio solo andare in bagno e infilarmi a letto». Dopo aver detto così andava in bagno e cominciava a struccarsi e intanto discutevamo. Il tizio di turno non diceva nulla e non veniva mai nominato. A un certo punto magari si metteva sul divano e smanettava con il cellulare o veniva da noi e diceva «Posso farmi un panino?», «Non eri a dieta?» gli diceva Sharon, «Se aspetti un attimo te lo faccio io» gli dicevo io. Finita la discussione, andavamo tutti e tre a letto, dove li sentivo amoreggiare, il che era fastidioso perché con tutti quei sobbalzi non riuscivo a prendere sonno. «Potreste almeno mantenere lo stesso ritmo?» chiedevo, ma venivo ignorato. Poi finalmente tornava la quiete, era il momento in cui ci sentivamo tutti e tre felici, e mi addormentavo. Tempo dopo Sharon era venuta da me e mi aveva chiesto: «Senti, per curiosità… che cosa consideri tradimento?». E io: «Mm, questa domanda, per esempio», e allora, siccome era una persona di altissima levatura morale, un anno dopo mi aveva lasciato.

Con Paola e Carla, invece, siamo finiti su questo discorso perché Paola sta da un po’ di tempo con un certo Massimo, ma ora dopo qualche tentennamento ha cominciato ad accettare gli inviti a “bere dei caffè” da parte di un nuovo collega che ella stessa definisce “molto simpatico”.
«Si parte sempre dal caffè» dico. «Caffè alle dieci del mattino. Caffè alle tredici. Caffè alle diciannove. Al caffè delle due di notte Paola chiede: “Ma non è che per caso mi vuoi scopare?”».
Carla dice: «E allora quell’altro: “Eh? No no, è solo che mi piace tanto il caffè!”».
Rido. E aggiungo: «Poi beve il caffè delle due di notte, salta sul motorino e fila via».
«“Ciao!!!”» dice Carla facendo il verso del motorino e fingendo di tenere un manubrio.
E io: «Allora Paola: “Ma no, aspetta, io ci stavo!”».
E Carla: «Lui: “Mi dispiace, sta per chiudere il caffè Roma e lì usano una miscela eccezionaleeee!”».
Io: «“Miscela del caffè o del motorino?!” gli grida Paola, “Perché se è del motorino ho qui una tanica pronta al 3%!”, ma ormai lui è lontano e non può sentirla».
Paola ci guarda con la fronte aggrottata, poi dice: «Fila via in motorino anche se era dentro il mio appartamento?».
«Sì, esatto,» le dico, «scoda sul tappeto, sfonda la porta-finestra e si catapulta giù in strada direttamente dal terrazzo».
«Comunque la qui presente ci ha già scopato con il collega che la fa “tanto ridere”, eh» dice Carla spegnendo la sigaretta in un salatino.
«Ah sì?» dico rivolto a Paola.
Paola beve un sorso di Spritz e dice: «Ho solo detto che è simpatico».
«Ahi ahi…» dice Carla.
«Povero Massimo…» dico scuotendo la testa.
Paola dice: «Ma per chi mi avete preso? Io non faccio mai sesso prima del decimo appuntamento».
Rido. «A parte che la frase giusta era “io non tradirei mai Massimo, lo amo troppo”, adesso immagino uno che ti chiede di uscire nove volte, tu accetti ma per nove volte non gliela dai e allora quello mentre ti scarica sotto casa dice: “Sai cosa? Mi arrendo, addio!”. E tu: “Ma no, invitami ancora una volta, Giampiero, una volta sola, c’eri quasi!”. E lui: “Naa… ormai ho capito l’antifona, addio cocca!”».
«E se ne va in motorino» dice Carla.
«Perché tutti quelli con cui esco io hanno il motorino? Non ho capito» dice Paola.
«Ci sembri una da motorino, tutto qui» le rispondo.
«Certo non da Jaguar o da yacht» dice Carla.
Paola le tira una patatina.
«Quindi ammetti che il caffè con tizio era un appuntamento» dice Carla.
«Parlavo in generale. Non faccio mai sesso prima del decimo caffè, va bene così?».
«Ma fai sesso automaticamente dopo il decimo caffè? Chiunque sia lì a tiro in quel momento?» le chiede Carla.
«Quasi sempre un barista, immagino» dico. «In ogni caso la domanda è: fai sesso anche quando sei impegnata? Perché questo sarebbe decisamente tradimento».
«Ah, è la tua risposta al quesito?» mi chiede Carla. «Tradimento è quando fai sesso?»
«No no,» le dico, «per me il tradimento scatta molto ma molto prima, sono della vecchia scuola».
«Un bacio?» chiede Paola.
«Prima».
«Tenersi per mano?» chiede Carla.
«Prima, prima».
«Uno sguardo? Un sorriso?» chiede Paola.

Qui racconto loro di Lucilla, la mia quattordicesima fidanzata. Al tempo ero molto meno fiscale: mentre stava con me, Lucilla usciva spesso con altri uomini (fino a qui, niente tradimento), ci andava a cena (niente tradimento), rideva alle loro battute (niente tradimento), poi saliva sulla loro automobile (è solo un’automobile, niente tradimento), si spogliavano tutti e cinque (niente tradimento, non c’è contatto fisico) e cominciavano ad accarezzarsi (ah) zone non compromettenti (tipo?), per esempio le tibie o i gomiti (ok, niente tradimento, c’è contatto ma non sembra sessuale, sembra più ortopedico), poi Lucilla montava a cavalcioni su uno di questi uomini (non è tradimento se non c’è penetrazione!) e si faceva penetrare (mm, qui, pur con tutta la buona volontà, sembra proprio essere tradimento) dal suo sguardo (ah, allora no, il fidanzamento è salvo!), ascoltavano musica (bene, la musica eleva lo spirito) rap (ah, no, preferivo se scopavano, allora), parlavano del sesso che avrebbero fatto se lei non fosse stata fidanzata con me (mm, contorto e inquietante ma, tecnicamente, lecito: sono soltanto chiacchiere) e poi a quel punto quando i quattro uomini stavano per raggiungere l’orgasmo (fatti loro!) Lucilla diceva che era tardi, si rivestiva, se ne andava e, in pratica, non aveva commesso tradimento, benché i quattro uomini avessero a quel punto il noto problema delle palle blu, ben descritto da Philip Roth in Indignazione (così ci diamo un tono). Non che servisse la descrizione di Philip Roth, comunque. Da notare che in certe culture far venire le palle blu a un uomo è già tradimento; in altre, per esempio tra i Korowai, è segno che è stato appeso per lo scroto e che di lì a poco verrà cucinato. In altre il colore delle palle di un uomo indica le variazioni meteorologiche. Succedeva per esempio a mio nonno Raymond, il cui sperma era idrocromico a causa del suo lavoro come canarino esplorativo in una miniera di cobalto durante gli anni Sessanta.

«Ma quindi se anche solo ho il desiderio di fare sesso con il collega è già tradimento?» chiede Paola.
«No, Paola,» le dice Carla, «in quel caso vivremmo in uno stato di tradimento permanente».
«Anche secondo me» dico. «I desideri son sogni».
«Massimo dice che da quando sta con me non desidera nessun’altra» dice Paola.
Io e Carla ridiamo.
«Mm, molto lusinghiero,» le dico, «gli stai facendo l’effetto del bromuro».
«Dite che mente?».
«Ma è ovvio, Paola. Mi stupisco di te. Secondo me quello che conta è che il desiderio per le altre donne resti confinato nel suo cranio».
«E quindi? Devo smettere di uscire con il mio collega?».
«Ci stai uscendo?!» dico, mostrandomi sconcertato.
«Solo se ordinate caffè, per un massimo di nove» dice Carla con un dito alzato.
Paola sospira. Poi dice: «Perché non si può stare con più persone?».
«Be’,» dice Carla, «ma si può…».
«Questo mi ricorda di quando stavo con…» faccio per dire.
«Basta» dice Carla.
«Alle medie, comunque» dico. Poi, rivolto a Paola: «Be’, potresti adottare questa soluzione: tradimento è ciò che viene considerato tale dalla persona tradita».
«Sì, ciao» dice Carla.
«E se la persona tradita considera tradimento prendere il tram?» chiede Paola.
«Allora non dovresti prendere il tram».
«Mi sembra folle».
«Allora non dovresti stare con quella persona».
«Continua a sembrarmi folle».
«In mancanza di altri criteri, almeno sarebbe cortese. Altrimenti potresti andare da Massimo e dirgli: “Massimo, io ti amo, però vorrei fare sesso con un altro uomo, quindi per correttezza, sebbene a malincuore, ti lascio”. Se Massimo si butta ai tuoi piedi in lacrime scongiurandoti di non lasciarlo, potresti dirgli, magari dandogli delle pacchette consolatorie sulla testa: “E va bene, e va bene… allora ci faccio sesso ma restiamo insieme, ok?”».

A quel punto comincia a fare freddo. Ci alziamo e andiamo a pagare.
Prima di salutarci, Carla e Paola fumano una sigaretta.
«Insomma ci hai scopato o no con questo nuovo collega?».
Paola ride.
«Visto?» mi dice Carla.
Sorrido e scuoto la testa.
«E sai la cosa buffa?» dice Paola.
«Ne so più di una» dice Carla.
«Non ha il pene?» dico io.
«No. Cioè sì, ce l’ha. La cosa buffa è che ora ho la sensazione di tradire lui con il mio ragazzo e di tradire il mio ragazzo con lui».
«La seconda non è una sensazione, Cicci» le dice Carla.
«Comunque è normale,» dico io, «te ne serve un terzo per sparigliare».
«Io farei così,» dice Carla, «porterei avanti le due storie e il primo che scopre il tradimento viene lasciato».
«Perché?» chiedo. «Lasci il più sveglio?».
«Ovvio».
«Ah, giusto. Comunque sarà lui a lasciare te, no?».
«Non credere…».
A quel punto Paola butta la sigaretta, si mette il casco e monta sullo scooter.
«Devo dire che mi siete stati come sempre di grande aiuto, amici».
Le sorridiamo. Carla le allaccia il casco, io le metto due capsule di caffè nella tasca della giacca.
«Qualunque cosa tu faccia, per noi è quella giusta» le dico.
«Ti vogliamo bene così come sei: lussuriosa, con il motorino e tutto quanto».
«Grazie, vi voglio bene anch’io» dice Paola, e poi schizza via nel traffico di San Paco (due automobili e una bici). La osserviamo allontanarsi, poi guardo Carla e le dico: «Caffè da me?»
E lei: «Volentieri».

1.3.26

Sono io (1481)

Quando esco la sera a San Paco non mi sento mai del tutto tranquillo: “Che bello essere un malintenzionato,” penso, “che puoi uscire quando ti pare perché, essendo già tu il malintenzionato, di cosa dovresti mai avere paura? Al massimo incontri un altro malintenzionato come te, un collega con cui fumare una sigaretta e confrontare le rispettive malefatte, altrimenti solo brava gente inoffensiva come me”. Questo mi ha fatto venire in mente quella volta che la mia amica Carla mi aveva detto che un sabato sera, prima di uscire, era passata a salutare sua nonna, e sua nonna le aveva detto di stare attenta, che c'era tanta brutta gente in giro, e allora Carla le aveva sorriso, le aveva dato un bacio sulla guancia e le aveva detto: «Tranquilla, sono io la brutta gente in giro, nonna».

24.2.26