Tonno carismatico (1159)

Ieri al supermercato a un certo punto vedo Osvaldo. Credo fosse Osvaldo, almeno. Se era lui, Osvaldo non lo vedevo da venticinque anni, più o meno, ma anche allora avevo il dubbio che non fosse lui, e comunque Osvaldo non lo vedo da venticinque anni anche se ieri non era lui, ma, mi rendo conto adesso, se non era lui nemmeno venticinque anni fa, quand'è l'ultima volta che ho visto Osvaldo? E l'ho davvero mai visto, Osvaldo? Intendo: e se non era lui nemmeno quando lo vedevo regolarmente? Se non l'ho mai visto, questo Osvaldo, nemmeno quando credevo, quando ero sicuro di vederlo? Non che fosse un fantasma, eh. Non credo ai fantasmi. Dico solo che c'è uno, in giro, che è il sosia di Osvaldo, e chissà invece dov'è Osvaldo, l'originale. E chi dice che quell'altro sia l'originale e non questo di ieri? Va be'. Comunque, mettiamo che, quando frequentavo regolarmente Osvaldo, si trattava proprio di Osvaldo. Ecco, saranno trent'anni, che non lo vedo. E poi ieri lo trovo al supermercato. È in tutto e per tutto uguale a Osvaldo, solo che è completamente ingrigito, come se gli avessero rovesciato in testa un secchio di cenere. Che poi mica lo frequentavo regolarmente, Osvaldo, eravamo una compagnia numerosa e c'era anche lui, ma era più grande e con me che ero più piccolo parlava poco, giusto qualche frase di uno che, a vent'anni, ha già capito tutto della vita, e io, che ne avevo quindici, pensavo fosse proprio così, Osvaldo aveva capito tutto della vita, anche se non diceva mai niente, non era uno che voleva condividerlo, il proprio sapere, te lo trasmetteva direttamente (non il sapere, ma che sapeva). Che tipo Carismatico, Osvaldo!, pensavo allora. Ma adesso, vederlo lì, completamente ingrigito, che faceva la stessa cosa che facevo io, cioè scegliere i pomodori, non so, non mi sembrava più tanto carismatico. Magari lui li sceglieva bene, però. Ma, certo, mi sembrava proprio Osvaldo. Così lo guardo e penso: Osvaldo! E lui mi sta guardando anche lui e secondo me sta pensando: Joey! E aspetto che mi saluti. Lo guardo con più insistenza, sorridendo. Osvaldo!, penso ancora. Lui però abbassa lo sguardo e riprende a esaminare i pomodori. Io penso: boh. Cioè, cazzo, Osvaldo, sono trent'anni che non ci vediamo. Butta lì un come va', fai un cenno col mento, che ne so. Ma niente. Allora me ne vado e continuo a fare la spesa senza più pensare a Osvaldo, e così lui (senza più pensare a Joey, dico, perché Osvaldo, a Osvaldo, ci penserà tantissimo, ci scommetto). Sarà stato veramente Osvaldo?, penso mentre non penso più a Osvaldo, mentre, nascosto dietro una cassetta di verze, lo osservo pesare le patate. Poi me ne dimentico, questa volta sì. Giusto un paio di occhiatine mentre prende il tonno in scatola in offerta (eh, mica tanto carismatico, Osvaldo, prendere il tonno in offerta). Poi basta, gli tiro giusto un pacchetto di cotton fioc, da lontano, lo manco. Poi basta, vado in cassa e faccio dire alla cassiera all'altoparlante "Il signor Osvaldo è pregato di recarsi carismaticamente alle casse", ma niente. Poi basta. Pago, esco, e, per puro caso, non per un preciso calcolo geometrico, nel parcheggio incontro ancora Osvaldo. Questa volta ci guardiamo per bene, negli occhi, mentre ci camminiamo incontro. E io lo guardo e penso: Osvaldo! E lui mi guarda. Mi aspetto che mi sorrida, ma niente, niente di niente, lo incrocio e se ne va, per sempre, per altri trent'anni o forse più. E allora mentre metto la spesa in macchina penso: non mi ha riconosciuto. Pazzesco. Sono così cambiato? Forse sì. In fondo quando mi ha visto avevo solo quindici anni. Un po' sarò cambiato. Per esempio a quindici anni non avevo la barba, penso. Né la patente. Cazzo, penso. Osvaldo! Così mollo la spesa, vado da Osvaldo, che sta per salire in macchina (un'utilitaria, un graffio sulla portiera), gli metto una mano sulla spalla, lui si volta e gli dico:
«Osvaldo, scusa, ma non mi hai riconosciuto!».
Osvaldo mi guarda e dice:
«Joey Baruffa, certo. Ti ho visto prima dai pomodori».
Mi ha fatto ridere.

5.2.23

Vino o pullover? (1158)

Periodicamente su un qualche quotidiano compare un'intervista al dottor Berrino, il quale ci dà consigli sul mangiar sano per restare sani (o diventarlo) e soprattutto vivi (restarlo o diventarlo). A Berrino non si può dir niente, perché sano è sano, e poi ha quattrocentotrentadue anni, quindi se non lo sa lui come si fa a restare sani e vivi, mi chiedo chi. Il problema con Berrino, o delle interviste a Berrino, è che i suoi suggerimenti dietetici per restare vivo ti fanno chiedere (non a Berrino) se sia poi davvero così male essere morti. In fondo Berrino che ne sa? Della morte, intendo. Perché il principio su cui si basa il voler evitare la morte è che la vita deve essere per forza meglio. Anzi no: che la vita ci piace. Della morte non sappiamo nulla, potrebbe essere anche meglio, ma della vita sappiamo che ci piace, dunque cerchiamo di continuare a vivere e poi si vedrà. Se però la vita smette di piacerci, a quel punto cominciamo ad accarezzare l'idea che la morte possa essere meglio, magari di poco. Per esempio: muori e scopri che la vita dopo la morte è esattamente come la vita prima della morte, ma non c'è Berrino. No, scherzo, a me Berrino è simpatico, ce ne fossero come Berrino, anzi se mi dicessero che la vita dopo la morte è come la vita prima della morte con l'unica differenza che gli esseri umani sono tutti come Berrino, sarei anche soddisfatto. Insomma brave persone, istruite, eccetera. Allora scegliamo un'altra ipotesi: muori e la vita dopo la morte è esattamente come quella prima, ma non c'è la diarrea. Il resto è tutto identico. Manca solo la diarrea. Meglio, no? Si potrebbero fare altri esempi, ma a che scopo? Quindi, Berrino. Come vivere in salute fino a cent'anni?, gli chiedeva il giornalista di turno. Facile, diceva Berrino: colazione con dieci semi di lino, spremuta di merluzzo e gusci di arachide. Pranzo con larve di falena, tortino di rapace e mezza scodella di ghiaia. Cena con spaghetti di iuta, marmellata di fegato, bucce di kiwi. E così via. Adesso non sono neanche proprio sicuro, non ho mai letto le interviste a Berrino, ma immagino fossero così le sue diete. No, una volta ne ho letta una, ci ho provato almeno, e la prima riga diceva: per colazione una tazza di tè verde o in alternativa uno yogurt. Non ci ho dormito la notte. Come uno che ti dice prendi l'autobus o in alternativa metti un pullover. Non so. (In realtà potrebbe aver senso, se uno avesse chiesto: c'è troppo freddo per camminare in t-shirt fino a casa tua, come faccio?). E oggi non sembrava fare eccezione: ecco l'intervista a Berrino, penso. Sentiamo!, penso. Titolo: Un bicchiere di vino a settimana non fa male. A settimana. Gesù, ho pensato, un bicchiere di vino a settimana è il regime che mi aspetto quando mi diranno che ho la cirrosi e che non posso più toccare alcol. O il regime che mi aspetto quando sarò morto. Lei è morto, signor Baruffa, dica addio all'alcol, al massimo un bicchiere a settimana. Berrino dice pure che lui beve, ogni settimana o due, uno o due (sembra avere difficoltà a distinguere tra uno e due, un problema se poi deve fare delle diete) bicchieri di vino (o era brodo?). Il limite di un bicchiere a settimana, va detto, è solo per le donne. Non sono neanche sicuro che lo abbia veramente detto, perché in realtà la giornalista ha chiesto se due bicchieri al giorno per gli uomini e un bicchiere a settimana per le donne fosse una soglia sicura. E Berrino ha detto sì. La giornalista però non ha provato a rosicchiare qualcosa (a Berrino non piace quando rosicchi), come avrei fatto io, chiedendo se due bicchieri a settimana potevano essere sicuri, e così via, di sì in sì, puntando alla bottiglia al giorno. Ma quello che volevo dire è che, quando la giornalista ha chiesto se è vero che il vino restringe il cervello (pare che qualcuno l'abbia detto, di recente), no!, ha detto Berrino versandosi un bicchiere di vino da un otre, niente affatto, anzi è protettivo per la demenza e per il cervello in generale. Tutto questo mentre io sono al terzo giorno senza alcol perché pensavo che bere facesse male. Quindi niente, vado a bermi la mia caraffa quotidiana di chardonnay, grazie dottor Berrino! (Volevo dire questo).

26.1.23

Anch'io (1157)

Oggi parlavo con la mia fidanzata di quando, tra poco, le farò conoscere i miei genitori. Vedendola un po' emozionata, le ho detto: ma guarda che sono due persone semplici, eh. E lei: anch'io. E io: cosa? E lei: sono due persone semplici.

19.1.23

Freccette (1156)

Ho appena disdetto l'abbonamento a Dazn. Lo avevo fatto per seguire il campionato di freccette, uno sport che non ho mai praticato, capito o amato. Ma una volta il mio amico Roberto ha tirato una freccetta al mio amico Giorgio e la freccetta si è conficcata nella gamba di Giorgio, poi attraverso i jeans si è vista formarsi una macchia di sangue, poi Giorgio ha guardato Roberto e gli ha detto: ma che cazzo. Poi non ricordo. Io ero seduto sul divano di casa di Roberto che mangiavo Macine e bevevo Coca Cola e ho pensato: forse è meglio andare via da qui. Eravamo ragazzi, che so, trenta o trentacinque anni. Ora Roberto non ha più freccette in casa, ma una pistola. Detto questo. Quell'episodio mi ha messo una grande curiosità verso le freccette, dico proprio l'atto di tirare una freccetta in direzione di un bersaglio e colpirlo, meglio se un bersaglio che non sanguina e non ti dice ma che cazzo (no be', può dire quello che vuole, farebbe ridere un bersaglio che mentre tiri ti parla e cerca di deconcentrarti, o di demoralizzarti: non riuscirai mai a fare centro, fai schifo. Oppure: guarda che ti serve un 140, se sbagli questo tiro hai perso e tutti sapranno che sei una merda non solo nelle freccette ma nella vita. Eccetera). Una grande curiosità rimasta sopita per tanto tempo, questa per le freccette, diciamo pure tutto il tempo, fino al giorno in cui mi è stato detto che Dazn ne trasmetteva il campionato. Mi sembrava così assurdo che ci fosse un campionato di freccette, che qualcuno lo trasmettesse e che qualcun altro volesse guardarlo, che ho dovuto subito fare l'abbonamento. E credo che questo sia il principio che ha guidato ogni altro utente della piattaforma. Tuttavia dopo aver guardato qualche partita di freccette mi sono reso conto che era uno sport troppo complesso per me, specie il sistema di punteggio, che ancora oggi non sono riuscito del tutto a comprendere, neanche un pochino, a dire la verità, forse perché non mi interessa. Così ho pensato: poco male, metto in pausa l'abbonamento per un annetto o due e poi vediamo. Ma a questo punto scopro che Dazn ti permette di mettere in pausa l'abbonamento al massimo per due mesi. Ho pensato: in che senso al massimo per due mesi? È il mio abbonamento, ci faccio quello che voglio! Eh no, mi ha detto Dazn (con una pop-up), al massimo due mesi, dopodiché l'abbonamento si riattiverà automaticamente e anzi useremo la tua carta di credito per fare la spesa e comprarci delle belle macchine. Io ho detto: ma la carta ha un limite di 1.500 euro! E Dazn: belle macchinine radiocomandate. Oppure andremo al ristorante! E io: no! E loro: stiamo ordinando da asporto, tu vuoi qualcosa? A quel punto mi sono messo a riflettere. Mm, ho pensato, vediamo quali altre opzioni ci sono. E c'era l'opzione: Disdici abbonamento?!. Non so perché in forma di domanda sconvolta. Ottimo, comunque, ho pensato, ecco qua. Ho cliccato su Disdici abbonamento?! e a quel punto è comparsa una pagina con scritto: Attenzione! Stai inavvertitamente disdicendo il tuo prezioso abbonamento?! Sotto, in piccolo, c'era una scritta cliccabile: Sono uno sprovveduto e voglio davvero disdire. Ho cliccato ed è comparsa un'altra schermata con la scritta: Attenzione! Se disdici l'abbonamento poi non potrai mai più abbonarti a niente! E io: davvero? E loro: Ok, a niente no, ma non a Dazn! E io: mm, cioè se tra due mesi vengo a darvi i miei soldi, li rifiutate? E loro: Abbiamo già la tua carta, Joey. Comunque ok, forse puoi riabbonarti, però pagherai molto, molto, molto di più! E io: ma pago già molto di più! E loro: Rispetto a cosa? E io: rispetto al mio interesse per il vostro abbonamento. Comunque, sentite, non importa, voglio dare la disdetta. Così ho cliccato su Conferma la disdetta?!. Poi ho cliccato su un questionario per stabilire se sono capace di intendere e di volere al momento di Confermare la disdetta?!. Poi ho dovuto superare dodici captcha con immagini dove alcuni riquadri presentavano la mia faccia e l'istruzione diceva: Seleziona le foto dove c'è un coglione. Alla fine Dazn si è arresa e mi ha detto: Ok, la tua assurda richiesta di disdetta è in elaborazione, una commissione di tiratori di freccette valuterà se davvero è il caso di togliere soldi al mondo delle freccette e ti farà sapere con una freccetta in faccia il responso. A presto!

15.1.23

Affettato (1155)

Ho preso al supermercato una confezione di prosciutto, cioè i resti di un animale tenuto in prigionia, trattato chimicamente, ingannato, ucciso, squartato, affettato, ritrattato chimicamente, impacchettato, venduto al fine di essere masticato, cagato e scaricato nel cesso. C'era un'etichetta con scritto: noi teniamo alla salute dei nostri animali! Mi ha fatto ridere.

11.1.23

Così (1154)

Vado dal medico per il mal di stomaco. Entro e lo trovo che gioca a campo minato. Non si volta a guardarmi e dice: avanti, avanti. Io: sono qui, dottore. Lui continua a clicchettare sul mouse. Dica, dice dopo un po'. Allora gli dico: dottore, ho male qui. Lui non mi guarda, dice solo: passerà. Io: ma non ha neanche guardato dove. Lui: può usare una parola per indicare la parte interessata, per favore? Io: ho mal di stomaco. Lui: e allora? Mi guardo intorno. Poi: pensavo potesse, che so, individuare la causa. Lui clicchetta ancora, poi smette, sospira. Borbotta qualcosa. Finalmente si volta a guardarmi, si appoggia alla poltrona da gamer. Individuare la causa, dice, pensieroso, accendendosi una sigaretta. Sì, gli dico, sedendomi. Mi offre la sigaretta, la prendo e la spengo nel posacenere. Lui ne accende un'altra. La causa, caro Baruffa, dice, è lo stomaco. Ho capito, dico io, ma perché mi fa male? Lui: capisco. Domanda leggittima, aggiunge. Accademica, quasi. Io lo guardo senza dire niente. Quindi si gira verso il computer, lo vedo aprire un broswer e andare su Google e digitare cose. Apre una pagina, legge. Passa un minuto, forse due. Poi senza staccare gli occhi dal monitor dice: il dolore nocicet… nocicettivo si sviluppa a livello periferico in seguito alla stimolazione dei recettori periferici del dolore, noci…cettori, i quali, attraverso le fibre nervose del sistema somato-sensoriale, inviano lo stimolo al midollo spinale, raggiungendo il talamo e quindi la corteccia cerebrale… Chiude il browser, sotto il browser c'è l'ultima partita a campo minato. Resta lì un istante a fissare lo schermo. Dottore?, lo richiamo. Allora si volta di nuovo. Sì, dice come risvegliandosi. Mi dica, chiede. Ma che cosa provoca il dolore?, gli chiedo. Qui lui sbuffa. Ma insomma, Baruffa, dice, di cosa ha paura? E io: che sia dovuto a un tumore. Lui: mm, potrebbe essere. Io: ah sì? E lui: ma certo. Io: però, ecco, deve sapere che recentemente mangio Pringles, merendine, cibi urticanti, sassolini, uccellini e bevo grandi quantità di alcol e collutorio a stomaco vuoto. Forse è questa alimentazione che… Lui, scuotendo la testa: tumore, tumore. Io: ma in realtà non mi fa neanche così male, eh, potrebbe essere solo suggestione. Lui: invece mi sa proprio che è un tumore, caro mio. Ne vedo a centinaia ogni giorno. E io: ora che ci penso mi sono sbagliato, sa? Non ho avuto alcun mal di stomaco, era mia zia. Lui: ho qui già i risultati degli esami, Baruffa. E io: quali esami?! Lui: gli esami per vedere se è un tumore. Lo dice mentre la stampante sputa fogli su fogli, senza che lui abbia fatto nulla. Dice: sono arrivati or ora, freschi di laboratorio. Io: ma non ho fatto esami! E lui: ma i risultati parlano chiaro, bello mio! E io: e… e cosa dicono? E lui, inforcando gli occhiali e scartabellando i fogli: tumore, tumore, tumore… E io: ma in che senso tumore?! Che esami?! E lui: che so, trigliceridi, prendiamo i trigliceridi. E io: sì, prendiamoli. E lui: guardi qui. Devono essere inferiori a 150. E io: 150 cosa? E lui: ma che ne so. 150. E io: e io quanto ho? E lui: non so, qui c'è scritto solo: tmr. E cosa vuol dire?, gli chiedo. Lui mi guarda come a dire: secondo te? A quel punto chino la testa sulla scrivania, sconsolato. Lui mi strappa un capello. Ahi!, dico. Lui mi guarda senza espressione, poi si mette il capello in tasca. Io: è per fare ulteriori accertamenti? Lui: eh? No. Quindi riprende a giocare a campo minato. A quel punto mi alzo, mi metto il cappotto e la sciarpa, probabilmente del dottore, visto che ero entrato senza e in generale non ne possiedo. Allora arrivederci, dottore, dico. Addio, dice lui. Poi, proprio quando sto per uscire, mi richiama: Baruffa? Io mi giro. Sì?, gli chiedo. E lui: Ho i risultati delle analisi del suo capello. Sì?, chiedo. Buone notizie, dice lui, il tumore è sparito. E io: Ah. Così? Lui clicchetta un po' col mouse. Poi impreca. Poi frettolosamente mi dice: sì, sì, così. Arrivederci!, dico allora io, tutto allegro. E lui ancora: Baruffa. Io: sì? Lui: Cappotto e sciarpa, lavati e stirati per mercoledì. E io: sì, certo, dottore. E lui: bravo.

10.1.23

Cigni quadrumani (1153)

Questa mattina ho restituito delle scarpe acquistate online. Farlo è molto semplice!, diceva il sito. Poi più niente. Foto di giovani felici con scarpe. Foto di scarpe. Altre foto di altre cose. Un cigno. Provo a cliccare su Farlo è molto semplice! Si apre una pagina. Ah ecco, penso. La nuova pagina mostra un giovane sorridente con indosso delle scarpe. Anche le scarpe sorridono. Non come le mie, le mie sembrano le scarpe di un vecchio che deve camminare dopo un ictus. Clicca qui, c'è scritto sotto il giovane. Clicco. Si apre una nuova pagina. E qui, c'è scritto. Clicco. Finalmente le istruzioni per il reso. Rendere le nostre scarpe è semplicissimo!, dice un testo, non devi fare altro che farcele avere entro 30 giorni dal terzo novilunio a partire dal mezzogiorno in cui le hai ricevute o acquistate, ora non ricordiamo. Poi più niente. Clicca qui, dice una scritta. Clicco. No, scusa, qui, dice un'altra scritta. E mi riporta alla home. I giovani sembrano ancora più sorridenti. Uno indossa le mie scarpe, ha i denti molto bianchi e dice: «Sono bellissime». Non è vero. Così contatto l'assistenza tramite chat e mi viene spiegato da un certo Sammy che per rendere le scarpe - che è semplicissimo, Joey!, dice Sammy - non devo fare altro che rimettere le scarpe nella loro scatola («Hai conservato la scatola originale, Joey? Mi raccomando, deve essere perfettamente integra, anche con il sigillo di sicurezza in ceralacca con impresso lo stemma del casato di Meclemburgo»), applicare l'etichetta precompilata di reso e spedirle. Come?, chiedo. Ah vedi tu, dice Sammy. Poi aggiunge: «Mi raccomando, Joey, non dimenticare di inserire nella scatola il modulo di reso, ben compilato, indicando il motivo esatto del reso». Mi fanno schifo, Sammy, scrivo nella chat. Ma una scritta dice: Sammy si è disconnesso. Come giudichi il suo lavoro? Eccezionale; strepitoso; mitico. Chiudo tutto e prendo le scarpe, le rimetto nella scatola e resto un momento a esaminare il foglio di reso. Ci sono varie opzioni:

Il mio piede è troppo piccolo.
Il mio piede è troppo grande.
Ho un piede grande e un piede piccolo.
Il mio piede ha la forma di una mano.
Sono quadrumane.
Lo stile è troppo moderno e audace per uno come me.
Non mi so allacciare le scarpe.
Ho indossato le scarpe ma non sono diventato bello come i ragazzi del sito, né come il cigno.
Le scarpe erano un regalo per mio zio, che però nel frattempo è morto (nonostante la puntualità del corriere), e sono troppo belle per lasciarle in una bara.
Le scarpe sono fantastiche ma non le merito.
Le scarpe sono fantastiche ma mi stanno male o forse dovrei dire che sono io che sto male a loro.
Le scarpe sono fantastiche non me le posso permettere ma ci tenevo a indossarle una volta.
Le scarpe sono fantastiche.
Le scarpe sono scarpe.

Una nota dice: per ricevere il rimborso è necessario indicare uno dei motivi sopraelencati. Il motivo del rimborso verrà esaminato dalla nostra commissione di giovani sorridenti e soddisfatti e, nel caso fosse riscontrata una responsabilità del cliente, il rimborso non verrà emesso ma verrà emessa una penale. Cancello Le scarpe sono fantastiche, scrivo Altro, due punti, Le scarpe fanno schifo. Non a me. In generale. Metto il modulo nella scatola, poi vado a consegnare le scarpe a un punto di ritiro. Il rimborso dovrebbe arrivare a momenti.

5.1.23

Piccola pasticceria (1152)

Oggi sono passato da zia Mariuccia. Mi sono seduto al tavolo e lei ha aperto una bottiglia di champagne. Zia Mariuccia beve champagne dall'8 dicembre, quando si fa l'albero, fino a quando lo si smonta, il 6 gennaio. Solo che Zia Mariuccia non fa l'albero, si limita allo champagne. Questa volta era un rosé molto secco. Ci siamo seduti e abbiamo cominciato a bere. Una cosa che mi piace del fatto di bere con zia Mariuccia durante le feste è che ci si siede, si beve e non si dice niente di importante, non si comincia un vero discorso. Magari si dicono cose come lo vuoi un po' di panettone? O cose come le vuoi due noccioline? E cose come no, o sì. Poi da zia Mariuccia ci sono sempre dei tramezzini, quando si beve champagne, e questa volta c'erano i miei preferiti: pancarré, maionese e patatine. Le patatine del sacchetto. Rustiche, se possibile. Abbiamo parlato, in effetti, della possibilità di sostituire la maionese con l'insalata russa. Quello che mi è quasi sembrato un vero discorso. Poi a un certo punto è arrivata la mia amica Paola. Le avevo detto che ero da zia Mariuccia. Paola si è seduta e ha cominciato a bere anche lei, ma senza mangiare i tramezzini. Zia Mariuccia ha aperto una seconda bottiglia e ha messo sul tavolo del pane e delle uova di lompo. Mentre mangiavamo le uova di questo lompo, zia Mariuccia ha detto che il lompo è ricoperto di tubercoli ossei. Sono le cose che dice zia Mariuccia quando è brilla. Poi è arrivata la mia amica Carla. Paola le aveva detto che eravamo da zia Mariuccia. Carla si è accesa una sigaretta e intanto sorseggiava lo champagne. Le ho chiesto se sentisse gli agrumi e la piccola pasticceria dello champagne, con la sigaretta, lei bevendo un sorso e sbuffando una nuvola di fumo dalle narici ha detto ma certo. Quindi sono arrivati anche Giorgio e Roberto. Nessuno ha chiesto a zia Mariuccia quante bottiglie di champagne avesse in fresco, perché ci era bastato aprire il frigorifero dello champagne, che viene installato per le feste al posto dell'albero, e che contiene solo bottiglie di champagne. Lo champagne era sufficiente. Roberto ha chiesto a zia Mariuccia ma quanto prendi di pensione, Zia Mariuccia? Zia Mariuccia ha preso una cucchiaiata di uova di lompo rosse e come se fosse una piccola catapulta le ha sparate sul pullover nuovo di Roberto dicendo: non sono tua zia. Roberto non ha battuto ciglio. Abbiamo riso. Considerando che erano le tre del pomeriggio. Poi qualcuno deve aver detto perché sei così silenzioso, Joey? Sapevo di essere silenzioso, è una cosa di cui mi accorgo subito, e il motivo era molto semplice, mi mancava la mia fidanzata. Allora ho detto: perché mi manca la mia fidanzata. Silenzio. Nessuno aveva idea che avessi una fidanzata. In effetti le cose mi piace tenerle per me. E poi abbiamo bevuto in silenzio per un po' e infine io ho pensato che forse dovevo spiegare meglio questa cosa della fidanzata e ho detto: quando la bacio mi sento in parte come se mi stessi liquefacendo, in parte come se stessi precipitando, ma precipitando non nel vuoto, precipitando in lei, ed è bellissimo. Quando la bacio non penso più a niente, sento le sue labbra, la sua lingua, il suo sapore, una volta ci siamo baciati credo per un'ora, un'ora senza smettere, e quando abbiamo smesso mi sono chiesto perché avevamo smesso, che senso aveva un minuto senza baciarla. Silenzio. A quel punto la bottiglia di champagne, che forse era la quarta, era finita. Paola si è alzata, è andata al frigorifero e ha preso una quinta bottiglia. L'ha stappata ed è tornata al tavolo e ha riempito i bicchieri di tutti. Abbiamo bevuto e mangiato in silenzio. Poi zia Mariuccia ha detto: ho sonno, vado a letto. Ed è andata di sopra. Noi siamo rimasti a bere. Poi Carla mi ha chiesto: quand'è che ci presenti questa fidanzata, Joey? E io: presto.

28.12.22

1151.

Sul nuovo numero di Wu Magazine, qui, spiego con insistente arrendevolezza perché i Jalisse dovrebbero prima o poi vincere di nuovo il Festival di Sanremo.

Come vuoi (1150)

Ho appena finito di impacchettare i regali di Natale per i miei genitori. A mio padre ho regalato dei cioccolatini anche se sotto il loro albero ci sono ceste piene di cioccolatini. Ma i miei sono speciali? I miei cioccolatini, dico. No. Sono cioccolatini. E i miei genitori? Se sono speciali, dico, non se sono cioccolatini. Questa domanda è più difficile. Naturalmente ciascuno ritiene i propri genitori speciali, il proprio gatto speciale, e se stesso speciale. A volte a ragione e a volte a torto. Per esempio mia madre me lo ha sempre detto: Joey, sei speciale. Mio padre allora scuoteva la testa. Io allora dicevo a mio padre: scusa, babbo, scuoti la testa perché, pur ritenendomi speciale anche tu, pensi che non sia il miglior metodo pedagogico quello di dirmelo esplicitamente? E lui allora mi guardava e scuoteva ancor di più la testa. La scuoteva. Ma in effetti io ero speciale. Anche adesso, chiaro. Non è che uno smette di esserlo. Quindi il caso dei miei genitori, pensavo e penso tutt'ora, è il fortunato ma forse raro caso di un genitore (due, a dire il vero) che pensa mio figlio è speciale perché ovviamente in quanto genitore non può che pensarlo ma, essendo guarda caso il figlio effettivamente speciale, ci prende. Per cortesia quindi dovrei dire lo stesso dei miei. E perché non dirlo? Non costa nulla. Ma non lo dico mai a loro, perché penso che non sia un buon metodo pedagogico, non vorrei venissero su degli anziani smidollati. Così li tengo sulla corda. A volte potrei sembrare duro, con loro, ma è per il loro bene. Per esempio oggi mia mia madre mentre serviva il cotechino ha detto: ma i miei figli mi vogliono bene? Qui avrei dovuto dire: ma certo, mami! Ma questo non le avrebbe giovato. È un mondo duro là fuori. Così le ho detto: vuoi bene ai tuoi figli perché loro te ne vogliano? Lei ha detto: no, certo che no, mi basta vederli. Per questo sono qua, le ho detto prendendo cinque o sei fette di cotechino. A lei comunque ho regalato un profumo. Regalo un profumo a mia madre da quando avevo cinque anni. Lei è contenta e le dura un anno preciso. Non importa se è da 30, da 50, da 100. Millilitri, dico, non euro, il prezzo non dovrebbe influire sulla durata, o forse sì. Quante precisazioni, oggi, comunque. Be', il 25 lo finisce e io arrivo con quello nuovo. Quest'anno l'ho chiamata e le ho detto: «Senti, ma', non prendiamoci in giro, ti regalo un profumo». «Non c'è cosa che mi renda più felice!» ha detto lei. Mm, ho pensato, e se le regalassi l'Eterna Giovinezza? Che poi sarebbe l'unico regalo che potrebbe mai interessare a mio padre. Ecco perché gli regalo cioccolatini anche se ha già ceste di cioccolatini, anzi potrei prendere direttamente quelli, andare a casa loro il giorno di Natale con un sacchetto di quelli trasparenti da freezer, riempirlo sotto i suoi occhi con manciate dei suoi stessi cioccolatini, chiuderlo con l'apposito gancetto metallico e darglielo dicendo buon Natale, lui prenderebbe il sacchetto dicendo grazie con un sorriso. Ma così anche con l'Eterna Giovinezza. Grazie. Poi aprirebbe il flaconcino, berrebbe la pozione (me la immagino una pozione) d'un fiato e tornerebbe a lavorare. Ma a parte questo credo che i miei genitori siano davvero speciali: il cotechino era molto buono e anche mio padre non è male. A proposito: mia madre mi fa: per Natale preferisci le lasagne coi carciofi o… Qui ho pensato: Gesù benedetto e misericordioso, grazie che le hai fatto cambiare idea su questa cosa dei carciofi! Ma lei conclude la frase dicendo: o le crespelle ai carciofi? Ho pensato: e che cazzo, Gesù! Come vuoi, le ho detto con disinteresse, lasciando l'abitazione. Credevo proprio che il periodo dei carciofi fosse finito.

23.12.22

Botswana (1149)

Ho letto che sono in arrivo le bombe intelligenti dagli Usa. Ho pensato per Natale. Le bombe nei supermercati. Su Amazon, non so. La bomba intelligente me la immagino che apri la scatola di Amazon e quando fai per tirarla fuori ti dice: lascia perdere. E tu: eh? E la bomba intelligente: guardiamoci un film di Peter Greenaway. Non stare a farmi esplodere. E tu: mm? E la bomba intelligente: la sai usare una bomba? E tu: veramente… E la bomba: ecco, dai. E si disinnesca. O fa il reso. Oppure la bomba intelligente ti risolve dei problemi, credo. La agiti come la palla magica e lei ti dà una soluzione per un problema, o va al lavoro al posto tuo, e la promuovono, e tu invece esplodi. O le bombe intelligenti esplodono, sì, ma sanno dove, e come. Tu la piazzi sotto la macchina del vicino che fa schiamazzi a ogni ora del giorno e della notte, e la bomba intelligente si sposta, si piazza sotto la tua e poi la fa saltare in aria. Tu ovviamente non capisci perché, ma è intelligente, quindi fidati. O sotto il tuo letto. La piazzi sotto la macchina del vicino e la bomba intelligente subito dopo si sgancia e comincia a seguirti. Ma che cazzo, pensi. Ma lo sa lei. Quando vai a letto, te la ritrovi sulla pancia. Tic, tic, tic. Nel caso dell'articolo in questione, le bombe intelligenti arrivano però in Ucraina, dagli Usa. Il principio è lo stesso. Non esplodiamo, siamo intelligenti. Giochiamo a scacchi, invece. O quando le spari verso la Russia, invece di esplodere vanno a parlare con Putin. E lo convincono. Putin dice: porca puttana, è vero. E si arrende. O tira sette nucleari su obiettivi strategici e vince la guerra. O anche non strategici, dopotutto sono nucleari, tirale un po' dove vuoi. Probabilmente Putin la guerra la vince anche se tira una sola nucleare in Botswana. Senza tra l'altro sapere dov'è. Chissà perché le bombe intelligenti non sono anche nucleari. Oppure tornano in Usa. Prendono l'aereo, dopo aver fatto il biglietto online. Fast check-in, speedy boarding. Passano i controlli. Volano. Arrivano. Bevono un drink. Poi si trovano un lavoro. O trovano un modo per non lavorare. Una invece esplode. Suicida.

15.12.22

Il tempo dei cotechini (1148)

A proposito del giardino di mio padre, ieri vado a pranzo dai miei e noto una grande novità: un'aiuola. Fatta di pietre, o delimitata da pietre, fatta di niente. Terra. Quindi: terra, pietre, terra. Altre pietre all'interno. La guardo un attimo e mi rendo conto che ha la forma di una vagina. Le pietre all'interno formano un cerchio, come a rimarcare l'idea. Rido. Scuoto la testa. Chissà cosa pensa di aver disegnato o rappresentato, con la sua aiuola, mi chiedo. Una mandorla? Un fiore? L'occhio di un angelo? Entro e lo trovo seduto a tavola. Ci salutiamo come sempre: Allora?, mi dice lui. Siamo qua, dico io. Mi tolgo la giacca e mi siedo. Mio padre mi fa: senti, saresti capace di ordinare altri bulbi? Mi fa ridere che non riesca a dire: mi ordini altri bulbi? Lui mette giù la domanda come una piccola trappola coperta di foglie. Uno dovrebbe dire: ma certo che sono capace! Cosa credi? Ora ti faccio vedere io! E gli ordina cinquecento bulbi. Gli dico: certo che sono capace (senza punto esclamativo). Lui: allora me li dovresti ordinare. Così prendo il telefono e faccio l'ordine. A quel punto arriva mia madre reggendo una pentola. Che fate?, chiede. Ordiniamo bulbi, dico io. Lei guarda di scatto mio padre: ancora?!, gli dice. Lui fa spallucce. Lei allora mette giù la pentola e comincia a servire del riso ai carciofi. Poi mi guarda e mi fa: di secondo ho fatto: frittata con carciofi; carciofi. Mi viene in mente che da mia madre c'è un momento dell'anno in cui si mangiano tantissimi carciofi, poi basta. E un momento in cui si mangiano tantissime patate, poi basta. E un momento in cui si mangiano tantissimi cotechini, poi basta. Il momento dei cotechini è alle porte, tra l'altro. Mio padre dice: chissà se un giorno avremo dei carciofi. Nessuno gli risponde. Poi mi viene in mente che anni fa avevano una tovaglia con disegni che dovevano essere piccole aiuole, ma in realtà sembravano peni. Mi faceva ridere che mangiassimo su una tovaglia costellata di peni. Quando arrivano i bulbi?, mi chiede mio padre. Vuoi altri carciofi?, mi chiede mia madre tirando fuori carciofi dalle tasche. Venerdì, dico a mio padre. No, dico a mia madre. Poi mio padre mi dice: hai visto la mia aiuola a forma di vagina?

5.12.22

Bulbi à la coque (1147)

Ieri invece passo dai miei anziani genitori per vedere se sono ancora vivi. Mio padre è in giardino che lavora alacremente. Non capisco mai se il giardino lo sta allestendo o smantellando. Ogni volta vado e mi sembra ci sia meno erba, ci siano meno fiori, ti aspetteresti a un certo punto di trovare solo terra, invece no, c'è sempre un po' di erba, ci sono sempre un po' di fiori. Quando sarà finito?, gli chiedo. Cosa?, mi fa lui sotterrando un bulbo. Poi entro in casa. Sul divano c'è un cane che guarda la tv. Ciao bello!, dico. Il cane non si muove, il canale cambia. Mia madre è al piano di sotto che stira. Il piano di sotto della casa è freddo, le finestre aperte anche a dicembre. Il piano di mezzo è quello della Stufa, controllato da mio padre, e vi si possono cuocere le uova sul pavimento. Uova o bistecche. O zucchine. Scendo e vedo mia madre immersa in una nuvola di vapore. La osservo per un po'. C'è un cane, di sopra, le dico. Altro vapore esce dal ferro. Sì è di tua zia Mariuccia, mi fa lei. E perché è qui?, le chiedo. Non so, dice mia madre, zia Mariuccia è venuta a farcelo vedere e poi è andata via lasciandolo qui. Silenzio. Altre nuvole di vapore. Il vapore le avvolge le mani, il corpo, il viso. Scompare e poi riappare. Le dico: ma il vapore del ferro scotta? Lei mi guarda senza dire niente, poi prende il ferro e si sbuffa una nuvola di vapore direttamente sulla mano. Ahi!, dice sgranando gli occhi e ritraendo la mano, scioccata. Mi guarda. Senza dire niente. Anch'io non dico niente. Poi lei riprende a stirare e dice: sì.

1.12.22

Solitario (1146)

Oggi stavo volando. Io ho paura di volare. Accanto a me c'era però un comandante. Non il comandante dell'aereo. Che fortuna!, ho pensato. Perché quando volo non so mai interpretare i segnali: le virate, i motori che diminuiscono la spinta, le vibrazioni, le turbolenze, le hostess che si lanciano col paracadute. Ma con un comandante al mio fianco…, ho pensato. Avrei capito tutto. Tutto! E volato tranquillo. E così decolliamo e il comandante prende il cellulare e comincia a fare un solitario. Perfetto, ho pensato. L'aereo vira e lui neanche una piega, via di solitario. A posto, ho pensato. Poi qualche sballottamento, ma lui tranquillo: solitario! Bene, bene!, mi sono detto fregandomi le mani. Quando eravamo in quota, però, si è addormentato. Eh no!, ho pensato, così non va. Dunque l'ho svegliato chiedendogli di farmi passare per andare in bagno. Anche se in realtà io non ero seduto dov'era seduto lui, eravamo entrambi col posto che dà sul corridoio. Ma dovevo svegliarlo. Lui ha borbottato qualcosa e poi, visto che ormai era sveglio, si è messo a giocare al solitario. Ottimo!, ho pensato. Poi però l'aereo ha cominciato a fare dei rumori strani. Il comandante, neanche una piega: solitario. Ok, ho pensato, va bene. Poi l'aereo è diventato silenzioso, come se si fossero spenti i motori, e ha cominciato ad andare giù. Guardo il comandante: una pasqua. Mm, ho pensato. Staremo già atterrando? Glielo chiedo: stiamo già atterrando? Lui mi guarda e mi dice: no. Poi riprende col solitario. Nel frattempo scendono le mascherine, a bordo qualcuno comincia a pregare, a piangere. E il comandante? Solitario. Poi il comandante alla guida dell'aereo dice all'altoparlante: signori, purtropppo stiamo precipitando sulle montagne, preparatevi all'impatto, oppure no, cambia poco. Guardo il comandante seduto di fianco a me: solitario. E che cazzo!, dico. Ma non si accorge di niente?!, gli dico mentre con una manata gli faccio partire il cellulare. Lui mi guarda, poi recupera il cellulare dal pavimento, guarda il solitario, poi fuori dal finestrino, poi torna al solitario. Così l'aereo si schianta. Sopravvissuti? Neanche a dirlo, io e il comandante. Non quello che pilotava l'aereo. Gli vado vicino - siamo sul Monte Bianco, fa freddo - e gli dico: comandante, tutto bene? Lui sta trafficando col cellulare. Cerca di chiamare soccorso, penso. Poi guardo il display: solitario. Mm, penso. Lui a quel punto si accorge di me, mi guarda e mi fa: non dovevo mettere la donna di quadri. Io guardo il display e poi gli dico: no.

21.11.22

Fare strada (1145)

Ho acquistato delle scarpe difettose: le stringhe si slacciano. Specialmente quelle della scarpa sinistra. Così sono andato in negozio e ho fatto presente la cosa. A servirmi, se così si può ancora dire, una ragazzetta con la gomma da masticare. La gomma da masticare può indicare: strafottenza; rilassatezza di costumi; nervosismo per il fatto di lavorare in un negozio di scarpe senza sapere nulla di scarpe né aver alcun interesse nelle scarpe; xerostomia. Prendo nota di questo sul mio taccuino cartaceo. Intanto la ragazza mi guarda e mastica la gomma. Ha bisogno?, mi chiede. Certo, le dico, possiamo andare nel suo ufficio? Lei mastica ancora un po' di gomma e mi squadra. Ragazzetta, penso scuotendo la testa, ragazzetta mia. Dove ti condurrà questo atteggiamento? Non è così che si fa carriera nel difficile campo delle commesse di negozi di scarpe a buon mercato. Intuendo che la ragazzetta non ha un ufficio e che consuma i suoi pasti in un camerino, indico le scarpe che ho ai piedi. Lei le guarda. Poi guarda di nuovo me. Silenzio. Si slacciano, dico allora. Specialmente la sinistra, dico. Sono allacciate, dice la ragazzetta senza nemmeno più controllare. E se si fossero slacciate nel frattempo? No no, penso, questa strada porta dritta al licenziamento e a un lavoro meno prestigioso, tipo, che so, mm. Senta, dico allora, adesso cammino cinque minuti per il negozio e vedrà che si slacciano. Faccia come vuole, dice la ragazzetta lasciandomi lì. Così comincio a camminare per il negozio, faccio anche qualche metro di corsa e una capriola. E la scarpa (sinistra) si slaccia. Ah!, penso. Una commessa più anziana mi dice: guardi che ha la scarpa slacciata. Ah!, penso. Esatto, dico togliendomi la scarpa e mostrandola alla commessa anziana. Che poi, anziana. Trent'anni. Ma niente gomma da masticare e uno sguardo che mostra una sincera passione per il suo lavoro. Mi faccia vedere, mi dice prendendo la scarpa. Lei farà strada, le dico. Lei esamina la scarpe e intanto dice: è quindici anni che lavoro qui. Be', dico, tornando alla scarpa: si slaccia. Vedo, dice la commessa. Poi mi restituisce la scarpa. Io torno a indossarla, allaccio le stringhe. So che la commessa mi sta osservando con attenzione. Faccia il doppio nodo, mi dice quando ho terminato. Faccio il doppio nodo, ma la stringa si slaccia. Vede?!, dico. Voglio effettuare il reso, dico. Signore, mi dice la commessa sorridendo pazientemente, da quanto indossa quelle scarpe? Un mese, dico togliendomele e porgendole alla commessa. La commessa le respinge delicatamente. Non possiamo più accettare il reso, mi spiace, dice. E io: cosa?! Ma questo è assurdo, ho sforato il periodo di recesso di soli sedici giorni e tre ore!, dico. Sono tutte segnate, dice la commessa. La gomma è consumata, dice. Ma quale consumata, dico io, una spazzolata con acqua e bicarbonato e torna come nuova. E cos'è quel segnetto nero, ha scritto qualcosa sul lato?, mi chiede la commessa osservando le scarpe. Il mio nome, dico, Joey. Per caso è un reato?, chiedo allargando le braccia e rivolgendo a tutti gli altri clienti presenti nel negozio. Loro mi guardano e poi tornano a valutare scarpe. La commessa sorride. Non è un reato, Joey, ma la politica dei resi del negozio mi impedisce di accettare il reso. Ah!, dico. Bella politica, dico, bella politica davvero! Allora adesso esco e sputo in faccia al primo che passa e se lui si lamenta dico: scusa ma è la mia politica di relazioni sociali!, dico. Oppure prendo sei pullover, vado in cassa e quando mi viene presentato il conto dico: scusate ma non pago, è la mia politica sui pagamenti! Oppure... Mi spiace, dice lei. Sembra davvero dispiaciuta. Va bene, le dico tornando calmo, lascio perdere, ok? La commessa annuisce lievemente e dice: grazie per la comprensione, Joey. E senti, aggiunge, vuoi che provi ad allacciarle io? Le scarpe?!, chiedo, sorpreso. Sì, le scarpe, Joey. Oh, dico, sarebbe inutile ma gentile. Bene, dice la commessa, così si china e mi allaccia le scarpe. Lo fa con sicura maestria. Poi si alza e mi dice: dovrebbe andare. E io: grazie, commessa anziana (lei qui aggrotta la fronte), e se per caso si dovessero slacciare posso tornare qui e me le cambi? No, Joey, mi dice lei, no. Ok, dico io, e me ne vado (le scarpe non si sono ancora slacciate).

8.11.22