Lunedì sera mi ritrovo con il lavandino otturato. Oh no…, penso. Mi ci infilo subito sotto e appoggio due dita sul sifone, chiudo gli occhi, sento che purtroppo è libero: il problema è nel muro.
Temo allora di dover chiamare l’autospurghi, e ho visto come ti libera un lavandino l’autospurghi, è successo alla mia vicina Claudia: ti entra con l’autobotte in soggiorno, strappa via i mobili della cucina dalle pareti, ficca un tubo nel muro e ci spara dentro non so cosa a una pressione pazzesca, nel frattempo il tubo scoda per la casa come un boa indemoniato e travolge tutto, sporca tutto, alla fine l’autospurghi stacca il tubo spargendo ovunque spurghiglia nera, ti succhia una cifra e poi se ne va sfondando il muro della camera da letto e tu resti lì a osservare le macerie fumanti del tuo appartamento ma, almeno, ora il lavandino è libero, puoi cedere a un pianto ininterrotto.
Così chiamo l’idraulico. Si sa mai, penso.
L’idraulico arriva con uno zaino fischiettando. Passa dalla porta. Si pulisce le suole e dice pure «permesso». Lo saluto, andiamo in cucina, mette lo zaino a terra. Dentro lo zaino vedo tubi arrotolati, sturalavandini, lavandini e rubinetti. L’idraulico comincia a trafficare con il lavandino otturato, smonta cose, spruzza schizzi, smadonna. Nel frattempo scambiamo due chiacchiere.
Io ho un repertorio molto ampio di chiacchiere inutili da spendere con gli abitanti di questo pianeta ma, nonostante sia qui da diversi anni, ancora la mia comunicazione è imperfetta, non riesco a stabilire una connessione soddisfacente.
A un certo punto l’idraulico cerca una guarnizione nello zaino. Comincia a estrarre roba. Prende un flacone bianco e lo mette sul pavimento. Mi fa: «Acido muriatico».
«Certo» dico io, mostrandomi impassibile. «Lo dia pure a me» dico. «Non ho nessun problema a toccare quel flacone. Anzi me lo lanci. Anzi mettiamolo in frigo».
Alla fine l’idraulico prende uno straccio, me lo mostra, è tutto bucherellato. Mi fa: «Questo è lo sgorgante».
Annuisco. Ho imparato, da bambino, osservando mio padre lavorare, che meno cose dico e meglio è per tutti.
«L’acido muriatico» dico.
L’idraulico mi guarda, senza capire.
«No» dice.
Chiaro, penso.
«Lo sgorgante, quando lo uso…» mi spiega, «metto questo straccio come tampone».
Nella mia testa intanto c’è l’idraulico che si lava le mani ma dal rubinetto esce sgorgante, si asciuga con lo straccio, silicone come gel per capelli, poi è pronto. Questo mi distrae, mi sto perdendo la spiegazione. «Le preparo una macedonia?» potrei dire. A tutti piace la macedonia.
«Però a volte,» mi fa l’idraulico, «a volte la pressione è forte e ci sono degli…».
Questa è facile, dovrei saperla, penso.
«Schizzi» dico.
«Mm… sì» dice lui, ma non sembra convinto, sembra più una concessione, una cortesia.
Chissà qual era la parola, penso. Spruzzi? Struzzi?
«E allora ecco qua» dice indicando i buchi nello straccio.
Io cerco di non mostrarmi inorridito.
«O qua» dice indicando dei buchi nei pantaloni.
Anche peggio. Mi immagino lo sgorgante che corrode i tessuti: prima dei pantaloni, poi epidermici, mentre l’idraulico continua a lavorare come niente. Mi viene in mente che la pelle è un organo, l’organo più esteso del corpo umano. Potrei dirlo. Sembra una cosa interessante. O potrei dire quella cosa che, se uno ci pensa, siccome il tubo digerente è in continuità con l’esterno, l’essere umano è una ciambella. Ma temo che l’idraulico non apprezzerebbe. Come quando ho detto a quel muratore che esistono più mosse di scacchi che atomi nell’universo: mi è sembrato infastidito.
Chiedo allora all’idraulico: «Le ha mai preso la pelle?».
Mi rendo conto che questa domanda, per quanto formulata nella sua lingua, ha qualcosa di goffo. Ma forse è giusta, penso. Forse era proprio la cosa da dire. Mi aspetto che lui mi guardi e un po’ confidenzialmente mi dica: «Per fortuna no. Grazie per la domanda. Ottima domanda. Molto pertinente. Macedonia, hai detto?».
Invece ancora una volta qualcosa mi è sfuggito. L’idraulico alza un sopracciglio come a dire: “Eh?”. Gli abbasso il sopracciglio. Si alza l’altro. Abbasso anche l’altro, gli parte uno schizzo di sgorgante dall’orecchio. Lui dice: «No no». Io vorrei dirgli: «Senti, adesso devo capire, risolviamo questa cosa una volta per tutte. Siediti. Mi siedo anch’io. Allora. Metti lo sgorgante nel tubo. Lo sgorgante fa buchi alle cose. Stracci, pantaloni. Lasciamo stare che usi uno straccio come tampone, io non farei il tuo lavoro già solo per il fatto degli acidi. Nel flacone bianco metterei succo di limone. Comunque, dicevo, seguimi. Metti lo sgorgante. A un certo punto schizza. Schizza sgorgante. Gli schizzi, lo sappiamo, vanno un po’ dove vogliono, come gli struzzi, basta aver visto una puntata di Dexter».
«Ha mai sgozzato un essere vivente?» chiedo all’idraulico, ridendo. Mi rendo conto che omettere i passaggi mentali che mi hanno portato a dire una cosa può complicare la comprensione reciproca. O dare l’impressione sbagliata.
«Sì» dice lui.
Non indago. Gente di campagna, penso, aie, roncole, trattori. Errore mio.
Dunque gli direi: «Quindi mi concede che è plausibile che, se le sono finiti schizzi di sgorgante sui pantaloni, potevano finirle sul viso o sulle mani? La mia domanda, voglio dire, era sensata. Mi interessa solo questo. Sensata per lei, dico. Sensata per voi».
Ma non dico niente. «Meno male» dico. Non dico niente di stupido, intendevo. A parte “meno male”, ovvio.
Poi l’idraulico prende lo sturalavandini e dice: «Proviamo a dare un colpo con lo sturalavandini».
Qui scuoto la testa e gli dico: «Lasci stare. Ho già provato io. E non uno. Decine e decine di colpi, a un certo punto ho impugnato lo sturalavandini come una clava e ho colpito il lavandino con tutta la mia forza. E niente da fare».
L’idraulico però ci vuole provare. Non si fida. Tsk tsk, penso.
Appoggia lo sturalavandini nel lavandino, in corrispondenza dello scarico.
Fino a qui è come ho fatto io, penso.
Poi apre l’acqua.
Fino a qui è come ho fatto io, penso.
Fa riempire un po’ il lavandino.
Anche fino a qui è come ho fatto io, penso. Sono un idraulico?, penso.
Poi l’idraulico schiaccia lo stantuffo dello sturalavandini, o il pistone, il coso, come si chiama.
E anche qui è come ho fatto io, ma poi ecco la differenza: quando l’idraulico stacca lo sturalavandini, non lo fa come ho fatto io, dà invece un colpo con estrema forza e decisione, quasi rabbia, come fosse karate. Fa anche un verso: «Hi-ha!». E il lavandino trema tutto.
Capisco. La competenza, penso. L’esperienza.
Comunque non succede nulla.
«Ahi ahi» mi affretto a dire. Forse un pelo compiaciuto?
L’idraulico non commenta. Ora sì che mi ricorda mio padre. Mio padre che attualmente è a casa a fare qualcosa di completamente assurdo, non so, tipo spostare i meli dov’erano i peri e i peri sui platani, tutto a mani nude. Ma mi rivedo, bambino, mentre osservo mio padre fare qualcosa che io non so fare, in silenzio, tutto concentrato. Uno dei più grandi misteri dell’essere umano, il pensiero di un altro essere umano. E anche il proprio. Ho già abbastanza da fare a capire il mio, di pensiero, ci mancava solo quello degli altri. Ma è inevitabile chiederselo. Cosa pensava mio padre mentre aggiustava un qualche arnese? Gli facevo una domanda e lui non rispondeva. Facevo un commento, cercavo di azzeccarlo. «Tosto, quel tubo!». E, mio padre, silenzio. «Caravanserraglio?» dicevo. Silenzio. «Se controllerai sul manuale, papà, ti accorgerai che quel particolare modello di rubinetto richiede un momento torcente tra i 10 e i 16 piedi-libbra1» (citando Marisa Tomei in Mio cugino Vincenzo). dicevo. Silenzio. E nella testa di mio padre? Chissà. Potrei fare solo ipotesi. Tubo del cazzo. Bambino del cazzo. 16 piedi-libbra, ha detto?
L’idraulico non demorde. Affonda ancora lo stantuffo dello sturalavandini, preme con forza, tanto che io penso – ma non dico! – “non è che così mi sfonda il lavandino?”.
Poi l’idraulico inspira, poi stappa: «Hi-ha!» urla. E tutto trema. E ancora: «Hi-ha!». E la casa vacilla. L’idraulico è rosso in volto, ansimante, sudato. Si attorciglia sullo sturalavandini, punta i piedi contro il muro, fa un giro d’orologio, l’acqua scorre a cascate, l’idraulico si tira su le maniche, inspira di nuovo e poi: «Hi-ha! Hi-ha! Hi-ha!» e il lavandino gorgheggia, boccheggia e infine gorgoglia, poi all’improvviso risucchia tutta l’acqua con un mulinello così potente che anche l’idraulico viene catturato dal vortice e quasi inghiottito nello scarico, non fosse che giusto in tempo si aggancia alle pareti del lavandino con le chele, al pensile della cucina con la ventosa dello sturalavandini e, da solo, si trae d’impaccio. Alla fine sfugge al lavandino con una capriola, si ricompone, si asciuga nello straccio bucato dall’acido e, sorridente, mi fa: «Abbiamo evitato l’autospurghi». Abbiamo. Se non è nobiltà d’animo questa, allora non so.
«Grazie, mille» gli dico, facendo un inchino. «Posso porgerle un recipiente ricolmo di liquido rinfrescante?».
«Eh?» mi fa lui.
«O gradisce forse consultare un’opera letteraria dalla mia libreria? Le porto un accappatoio e del brandy» propongo.
«Mm?» dice lui.
«Posso allora avamporre un’interrogazione su quante e quali banconote saranno necessarie a pareggiare il suo formidabile servizio?» dico alla fine. Per maggior chiarezza, sfrego il polpastrello del pollice contro quello dell’indice.
«Ah» dice l’idraulico, quindi mi comunica la cifra e la transazione avviene. Poi riarrotola un tubo e lo ficca nello zaino insieme al flacone di acido.
Nell’avviarci all’uscita parliamo due minuti del tempo. L’idraulico mi dice che ama il vento.
«Ah sì?» dico. Purtroppo io il vento lo detesto. Cerco di non darlo a vedere aprendo tutte le finestre. Cerco un terreno comune. Possibile che sia così difficile essere simile ai miei simili? «Io non sopporto l’estate,» dico, «sa, il caldo… anche se, be’, c’è l’aria condizionata ma…».
L’idraulico annuisce, sembra soddisfatto. Ehi, me la sto cavando bene, penso.
«D’inverno, se ho freddo mi riscaldo» dice l’idraulico. «Ma d’estate…».
Sì, questa conversazione sembra filare, penso, finalmente comunichiamo!
«D’estate,» provo a dire, «se ho caldo mi raffreddo, ma d’inverno...». Mi aspetto che qui l’idraulico dica: «D’inverno se ho freddo mi riscaldo, ma d’estate…». Mm, penso. A quel punto l’unica continuazione corretta dovrebbe essere: «Se ho caldo mi raffreddo, ma d’inverno...». Poi offrirei la patta.
Lui comunque mi guarda mezzo storto.
«Ma il vento…» dice facendo un gesto con la mano come a dire, credo, che il vento è un’altra cosa. Penso: è la mia occasione. Di stabilire un contatto. Con l’idraulico. Con mio padre. Con questo mondo prima di saggiare il prossimo.
«Sì, il vento è un’altra cosa» dico, tra l’altro senza aver tradito me stesso, perché il vento è un’altra cosa per chi lo ama e per chi lo odia.
L’idraulico sembra finalmente soddisfatto. Sorride.
«Sì» dice. Quindi mi porge la mano. Anche questo so farlo. Gliela stringo. Ora devo solo evitare di dire una stronzata. Facile per i più.
«Allora al prossimo ingorgo!» dico. Mm, penso.
Noto un’increspatura nello sguardo dell’idraulico e allora, prima che possa dire qualunque cosa e rovinare tutto, apro la porta e così, grazie alla forte corrente, l’idraulico viene risucchiato dalla tromba delle scale.
Chiudo subito la porta, chiudo le finestre.
Penso: anche questa è fatta.
6.6.26
Mi fa tutta la scatola (1499)
Vado dal dottor Paraurti, il mio medico di base. Entro e lo saluto. «Salve, dottore, come sta?». Il dottor Paraurti sbuffa e mi dice: «Guarda, Eugenio, lasciamo perdere...». «Che succede, dottore?» gli domando mentre mi siedo. «Ho tutto un dolore qui alla gamba,» mi fa lui, «è un’infezione». «Ah,» dico, «mi dispiace. E le fa male?». «Uh,» dice il dottor Paraurti, «mi fa male da qui,» dice indicando un punto sopra il fianco, «fino a qui,» dice indicando un punto sotto il ginocchio. «Prende antibiotici?» gli chiedo. «No no, non prendo niente» dice lui. «Eh, ma dovrebbe prenderli» gli dico. «E anti-infiammatori, anche» aggiungo. «Dici?» mi fa lui. «Sì, certo,» gli dico, «non può star lì ad aspettare che passi da solo. Specie con il diabete che si ritrova». «Hai ragione, lo so» mi fa il dottor Paraurti. «Senta,» gli dico strappando un foglio dal suo ricettario e cominciando a scrivere, «faccia così: prenda Augmentin due volte al giorno, mi fa tutta la scatola, e poi prenda Brufen per il dolore, al massimo tre al giorno, poi rivalutiamo». «Va bene, grazie,» dice il dottor Paraurti, «poi ti faccio sapere». «Sì,» gli dico rimettendo il cappuccio alla biro, «mi tenga informato». «Sì, certo. Arrivederci, Eugenio» mi dice il dottor Paraurti zoppicando verso l’uscita. «Arrivederci!» gli dico io.
27.5.26
No no (1498)
Cena con gli amici e i loro innumerevoli bambini. Quando ci avviamo per pagare il conto vedo in cassa tre ragazze sui venticinque anni, una in particolare davvero bella che somiglia a Jessica Chastain. A venticinque anni mi sarei dichiarato senza indugio e le avrei detto: «Ti prego, Jessica, sposami». Ora che vado per i cinquanta mi limito a un impercettibile sospiro, comunque percepito dalla figlia del mio amico Giorgio, Sofia, nove anni, che mi guarda e con tono che non esiterei a definire canzonatorio mi fa: «No no, quelle non sono per te!».
25.5.26
A spasso con Paola (1497)
Sono sotto casa, aspetto la mia amica Paola: abbiamo appuntamento con gli altri per un aperitivo in centro e lei mi passa a prendere con la sua macchina nuova. Cioè, comprata sei mesi fa, ma possiamo dire nuova.
Come qualcuno forse ricorderà, l’estate scorsa avevo accompagnato Paola da un concessionario per ricevere informazioni e incoraggiamenti rispetto all’eventuale acquisto di una Bauletto Special verde fluo.
In genere ti aspetti che un venditore voglia vendere, ma noi ne avevamo trovato uno che invece no; uno simpatico come un orzaiolo, tra l’altro, perciò Paola si era allontanata con il più classico dei «Ci pensoooo!» e si era tenuta la sua vecchia Guendalina.
Tuttavia, Guendalina perdeva i pezzi, e quando Paola si è trovata con il cambio in mano nel bel mezzo di un sorpasso ha capito che era arrivato il momento di separarsene. Così è andata da un altro concessionario e, siccome in questo caso il venditore di auto voleva vendere auto ed era pure simpatico, l’affare è andato in porto.
Cambiare auto può essere una faccenda spinosa. Prima di tutto perché devi sborsare un bel po’ di soldi per avere una cosa che avevi già (se ce l’avevi già); in secondo luogo, su certe persone particolarmente suscettibili l’esborso di soldi combinato con la scintillante nuovezza dell’auto sembra creare più problemi di quanti avrebbe dovuto risolverne.
Paola è una di queste persone.
Vedo arrivare la Bauletto verde a passo di lombrico. Alla guida una Paola molto prudente, concentrata, quasi accigliata. Invece di fare come faceva con Guendalina, cioè piombare sull’obiettivo tipo Verstappen al pit-stop e poi montare con due ruote sul marciapiede senza neanche rallentare e fermarsi esattamente davanti a me come uno shinkansen, con la Bauletto Special Paola cerca di essere estremamente delicata e il marciapiede neanche lo sfiora.
Quando apro lo sportello, mi fa:
«Scarpe».
«Guarda che le mie scarpe sono più pulite di casa tua» le dico.
«Due giorni fa pioveva, fa’ vedere che non ci sia fango secco o cacche di cane».
«Ma per chi mi hai preso? Per quale ragione dovrei camminare nel fango? O nelle cacche di cane?» le dico mentre Paola mi esamina le suole con il flash del telefono.
«Ok, puoi salire» mi dice una volta terminato il test.
Ecco il primo grande cambiamento: Guendalina era sempre sporca: cacche di uccello come piovesse (come piovesse cacca di uccello), insetti spiaccicati ovunque, polvere, sabbia, fogliame, cipria. Paola non la metteva mai in garage perché le piaceva averla sempre pronta all’uso, il motore in moto, parcheggiata sotto una finestra del suo appartamento. Quando la faceva lavare, dopo sei giorni era di nuovo un cesso, quindi non la faceva lavare.
Comprata la Bauletto Special, alla prima goccia caduta sul cofano Paola ha scrutato il cielo e poi ha detto: «No». Siccome non ha smesso di piovere, ha cominciato a usare il garage.
Una volta a bordo, faccio per smanettare con il display centrale per mettere un po’ di musica. Paola si irrigidisce.
«Puoi non toccare, per favore?».
Sospiro.
Paola ora è un militare: prima controlla se gli aspiranti passeggeri hanno i requisiti per salire a bordo, poi spiega loro le regole (non si mangia, non si beve, non si fuma, non ci si soffia il naso, non si tocca nulla), poi controlla che vengano rispettate. Se il passeggero non lo fa, purtroppo deve abbandonare il veicolo.
Prendo allora una caramella dalla tasca. Paola mi blocca.
«No, bello» mi fa.
«È vietato mangiare caramelle?» chiedo.
«Sì. E poi da quando in qua mangi caramelle? Chi sei, mio nonno?».
«Va be’ ma è solo una caramella, che ti fa alla macchina?» dico.
«Sì, e la carta? E se poi non ti piace? E se sbavi?».
«Ma perché dovrei sbavare?!».
«E le minuscole goccioline zuccherose appiccicose che uno spruzza quando parla mentre ha una caramella in bocca? Non puoi aspettare che siamo al bar?».
Rido e acconsento.
Le ricordo comunque che sotto i sedili di Guendalina nel corso degli anni sono stati ritrovati sacchetti con ortaggi disciolti, bottigliette; accendini; accessori per il trucco; mozziconi; scarpe; ombrelli; preservativi; persino una Vhs. Non tutto insieme ovviamente, non era una discarica, anche se in effetti le tasche laterali venivano usate a quello scopo e una volta infatti ci ho trovato una buccia di banana, oltre a numerose gomme da masticare, ormai dure come caccole di granito. Il cruscotto poi era sempre impolverato e aprire il vano portaoggetti significava perdere poi la giornata nel tentativo di infilare di nuovo tutto dentro com’era prima (incappando così nella ben nota Prima legge di Zymurgy sulla dinamica dei sistemi in evoluzione: “Una volta aperta una scatola di vermi, l’unico modo di rimetterli nella scatola è usarne una più grande”).
Paola fa spallucce. Poi dà un paio di colpetti isterici di clacson: Pet pet!
Davanti a noi non c’è nessuno.
«A chi suoni, scusa?».
«A quello dietro» dice Paola. «Mi sta addosso».
«Non credo che riuscirà a comprendere il significato della tua clacsonata» le dico. «Invece di pensare “oh, sono troppo vicino a questa bella macchina nuova” penserà “ma a chi cazzo suona ‘sta rincoglionita?"».
Paola non ride. Intanto osservo l’abitacolo della Bauletto, che è immacolato: a distanza di mesi è esattamente come quando Paola l’ha ritirata dal concessionario, continua a sentersi l’odore di nuovo e c’è ancora il venditore a bordo che ti illustra pregi e funzionalità del veicolo.
«E questo piccolo vano portaoggetti è per chiavi, monetine o caramelle masticate» mi dice.
«La macchina è già stata comprata, si rilassi» gli rispondo.
Il venditore mi sorride e dice: «Qui c’è anche un piccolo contenitore per le bucce di banana».
Quando arriviamo in prossimità del Cerveza Enojada, comincia la vera nota dolente di questa fissazione: il parcheggio.
Con Guendalina, Paola parcheggiava ovunque. Era sciolta, sbarazzina, audace. Guendalina permetteva a Paola di essere la versione migliore di sé stessa. Ogni pertugio era buono per infilarcela. Scalava senza ritegno marciapiedi, panettoni stradali, passeggini, passanti, altre automobili; metteva le ruote nell’erba, nel fango, nella ghiaia, nell’acqua. La sua frase classica era «Secondo te lì ci entra?» e, prima che tu potessi dire «Forse senza specchietti», lei ce l’aveva infilata. Una volta scesa dalla macchina, si allontanava sciorinando una camminata da bulletta di quartiere, ti guardava, allargava le braccia e, citando Mahoney in Scuola di polizia, diceva: «Alla fine c’è entrata!». Ammetto che una parte di me l’ammirava. Una parte inorridiva. Ma una parte l’ammirava. Sapeva di libertà.
Come qualcuno forse ricorderà, l’estate scorsa avevo accompagnato Paola da un concessionario per ricevere informazioni e incoraggiamenti rispetto all’eventuale acquisto di una Bauletto Special verde fluo.
In genere ti aspetti che un venditore voglia vendere, ma noi ne avevamo trovato uno che invece no; uno simpatico come un orzaiolo, tra l’altro, perciò Paola si era allontanata con il più classico dei «Ci pensoooo!» e si era tenuta la sua vecchia Guendalina.
Tuttavia, Guendalina perdeva i pezzi, e quando Paola si è trovata con il cambio in mano nel bel mezzo di un sorpasso ha capito che era arrivato il momento di separarsene. Così è andata da un altro concessionario e, siccome in questo caso il venditore di auto voleva vendere auto ed era pure simpatico, l’affare è andato in porto.
Cambiare auto può essere una faccenda spinosa. Prima di tutto perché devi sborsare un bel po’ di soldi per avere una cosa che avevi già (se ce l’avevi già); in secondo luogo, su certe persone particolarmente suscettibili l’esborso di soldi combinato con la scintillante nuovezza dell’auto sembra creare più problemi di quanti avrebbe dovuto risolverne.
Paola è una di queste persone.
Vedo arrivare la Bauletto verde a passo di lombrico. Alla guida una Paola molto prudente, concentrata, quasi accigliata. Invece di fare come faceva con Guendalina, cioè piombare sull’obiettivo tipo Verstappen al pit-stop e poi montare con due ruote sul marciapiede senza neanche rallentare e fermarsi esattamente davanti a me come uno shinkansen, con la Bauletto Special Paola cerca di essere estremamente delicata e il marciapiede neanche lo sfiora.
Quando apro lo sportello, mi fa:
«Scarpe».
«Guarda che le mie scarpe sono più pulite di casa tua» le dico.
«Due giorni fa pioveva, fa’ vedere che non ci sia fango secco o cacche di cane».
«Ma per chi mi hai preso? Per quale ragione dovrei camminare nel fango? O nelle cacche di cane?» le dico mentre Paola mi esamina le suole con il flash del telefono.
«Ok, puoi salire» mi dice una volta terminato il test.
Ecco il primo grande cambiamento: Guendalina era sempre sporca: cacche di uccello come piovesse (come piovesse cacca di uccello), insetti spiaccicati ovunque, polvere, sabbia, fogliame, cipria. Paola non la metteva mai in garage perché le piaceva averla sempre pronta all’uso, il motore in moto, parcheggiata sotto una finestra del suo appartamento. Quando la faceva lavare, dopo sei giorni era di nuovo un cesso, quindi non la faceva lavare.
Comprata la Bauletto Special, alla prima goccia caduta sul cofano Paola ha scrutato il cielo e poi ha detto: «No». Siccome non ha smesso di piovere, ha cominciato a usare il garage.
Una volta a bordo, faccio per smanettare con il display centrale per mettere un po’ di musica. Paola si irrigidisce.
«Puoi non toccare, per favore?».
Sospiro.
Paola ora è un militare: prima controlla se gli aspiranti passeggeri hanno i requisiti per salire a bordo, poi spiega loro le regole (non si mangia, non si beve, non si fuma, non ci si soffia il naso, non si tocca nulla), poi controlla che vengano rispettate. Se il passeggero non lo fa, purtroppo deve abbandonare il veicolo.
Prendo allora una caramella dalla tasca. Paola mi blocca.
«No, bello» mi fa.
«È vietato mangiare caramelle?» chiedo.
«Sì. E poi da quando in qua mangi caramelle? Chi sei, mio nonno?».
«Va be’ ma è solo una caramella, che ti fa alla macchina?» dico.
«Sì, e la carta? E se poi non ti piace? E se sbavi?».
«Ma perché dovrei sbavare?!».
«E le minuscole goccioline zuccherose appiccicose che uno spruzza quando parla mentre ha una caramella in bocca? Non puoi aspettare che siamo al bar?».
Rido e acconsento.
Le ricordo comunque che sotto i sedili di Guendalina nel corso degli anni sono stati ritrovati sacchetti con ortaggi disciolti, bottigliette; accendini; accessori per il trucco; mozziconi; scarpe; ombrelli; preservativi; persino una Vhs. Non tutto insieme ovviamente, non era una discarica, anche se in effetti le tasche laterali venivano usate a quello scopo e una volta infatti ci ho trovato una buccia di banana, oltre a numerose gomme da masticare, ormai dure come caccole di granito. Il cruscotto poi era sempre impolverato e aprire il vano portaoggetti significava perdere poi la giornata nel tentativo di infilare di nuovo tutto dentro com’era prima (incappando così nella ben nota Prima legge di Zymurgy sulla dinamica dei sistemi in evoluzione: “Una volta aperta una scatola di vermi, l’unico modo di rimetterli nella scatola è usarne una più grande”).
Paola fa spallucce. Poi dà un paio di colpetti isterici di clacson: Pet pet!
Davanti a noi non c’è nessuno.
«A chi suoni, scusa?».
«A quello dietro» dice Paola. «Mi sta addosso».
«Non credo che riuscirà a comprendere il significato della tua clacsonata» le dico. «Invece di pensare “oh, sono troppo vicino a questa bella macchina nuova” penserà “ma a chi cazzo suona ‘sta rincoglionita?"».
Paola non ride. Intanto osservo l’abitacolo della Bauletto, che è immacolato: a distanza di mesi è esattamente come quando Paola l’ha ritirata dal concessionario, continua a sentersi l’odore di nuovo e c’è ancora il venditore a bordo che ti illustra pregi e funzionalità del veicolo.
«E questo piccolo vano portaoggetti è per chiavi, monetine o caramelle masticate» mi dice.
«La macchina è già stata comprata, si rilassi» gli rispondo.
Il venditore mi sorride e dice: «Qui c’è anche un piccolo contenitore per le bucce di banana».
Quando arriviamo in prossimità del Cerveza Enojada, comincia la vera nota dolente di questa fissazione: il parcheggio.
Con Guendalina, Paola parcheggiava ovunque. Era sciolta, sbarazzina, audace. Guendalina permetteva a Paola di essere la versione migliore di sé stessa. Ogni pertugio era buono per infilarcela. Scalava senza ritegno marciapiedi, panettoni stradali, passeggini, passanti, altre automobili; metteva le ruote nell’erba, nel fango, nella ghiaia, nell’acqua. La sua frase classica era «Secondo te lì ci entra?» e, prima che tu potessi dire «Forse senza specchietti», lei ce l’aveva infilata. Una volta scesa dalla macchina, si allontanava sciorinando una camminata da bulletta di quartiere, ti guardava, allargava le braccia e, citando Mahoney in Scuola di polizia, diceva: «Alla fine c’è entrata!». Ammetto che una parte di me l’ammirava. Una parte inorridiva. Ma una parte l’ammirava. Sapeva di libertà.
(Paola che esce da Guendalina, felice, dopo averla parcheggiata.)
Con la Bauletto, invece, Paola è timorosa, dubbiosa. Quasi paranoica. Ecco infatti i requisiti che deve avere adesso un parcheggio perché si decida a lasciare incustodita la Bauletto senza che l’ansia per ciò che potrebbe succederle mentre è via la divori:
- Deve essere regolare, approvato dal ministero dei trasporti, con tanto di strisce appena fatte. Deve consentire alle auto di fianco alla Bauletto la completa apertura degli sportelli. Ancora meglio: deve essere del tipo “verticale”, come li chiama lei, cioè con le macchine allineate fronte-retro e non affiancate, ma, attenzione: Paola parcheggia in un parcheggio “verticale” solo se il posto libero è il primo o l’ultimo della fila e va in visibilio quando trova un posto singolo.
Infine, una volta scesa dall’auto, comincia a scrutare tetti e cornicioni e facciate dei palazzi alla ricerca di telecamere che possano aiutarla eventualmente a risalire all’identità di qualche pirata della strada.
Tutto questo, naturalmente, fa sì che se prima Paola arrivava in genere puntuale, ora può arrivare anche con mezz’ora di ritardo. O non arrivare affatto.
Vedo un posto libero e glielo indico.
«Quello è libero» le faccio.
«Troppo stretto» dice Paola passando oltre.
«Quello là?».
«Storto».
«Lì ci sta un tir».
«Troppo vicino all’incrocio».
«Lì riesci a metterla?» le chiedo indicando uno spazio di fianco a un furgoncino scassato.
«Neanche ti rispondo».
«Con i sensori di parcheggio non sarebbe stato un problema» dice il venditore facendo capolino tra di noi.
«Per favore,» gli dico, «è già nervosa. O vogliamo restare per sempre su questa macchina?».
«Mi scusi» dice il venditore tornando ad appoggiarsi al sedile posteriore.
Nel frattempo siamo già passati due volte davanti al Cerveza. Guardo gli altri, che bevono e mi salutano ridendo. Sospiro per la seconda volta, cosa che fa innervosire Paola: infatti lei è la prima a soffrire per questa sua perdita di spigliatezza e più tempo impiega a trovare un parcheggio che la soddisfi più si innervosisce e più si innervosisce più diminuiscono le sue capacità di parcheggiare. Ancora tre giri e le servirà un hangar.
La mia presenza non fa che amplificare il tutto, così a un certo punto si ferma.
«Se ci sei tu non ce la faccio» sentenzia. «Vai pure, poi vi raggiungo».
Cerco di non tradire la mia gioia per questa decisione, evito di chiedermi cosa farebbe un vero amico, accetto eventualmente di non esserlo e me la squaglio. Intanto la Bauletto riparte mestamente alla ricerca del parcheggio ideale.
Mentre sono seduto con gli altri, vediamo la Bauletto passare ripetutamente, con a bordo Paola, ingobbita sul volante, che scruta i lati della strada e intanto bestemmia.
«È fissata con questa macchina nuova» dico. «Già me la vedo quando dovremo farla internare: ci presenteremo in accettazione e diremo “Crediamo che la nostra amica Paola potrebbe beneficiare di un periodo in cura nel vostro istituto”, e l’impiegata dirà “La vostra amica immagino sia quella donna dentro l’automobile”, “Esatto” diremo noi, “Non c’era bisogno di portare l’auto qui dentro, ma va bene, ce ne occuperemo” dirà lei».
Ridiamo, poi Carla dice: «Con Guendalina era anche peggio, all’inizio».
Questo mi sorprende.
«Ah sì?» dico.
«Sì,» mi fa Carla, «pensa che andavamo per locali e la prima volta mi ha dato un passaggio, salvo poi mollarmi nel parcheggio di un pub alle tre del mattino».
«Perché?» le chiedo.
«Ero sbronza e aveva paura che le vomitassi in macchina».
«Senti senti» dico.
«Ora non ti dà neanche il passaggio all’andata» dice Giorgio. «Non so se è un miglioramento».
«A giudicare da come guida, per noi sì» dice Abigaille.
«E dopo quanto le passa?» chiedo a Carla.
Carla fa un tiro di sigaretta: «Quand’è che ha comprato questa?».
«Cinque o sei mesi fa».
«Allora secondo me quest’anno lo fa tutto così, poi si romperà il cazzo e tornerà quella di sempre».
«Mm, speriamo» dico.
«Se vogliamo accelerare il processo,» dice Carla, «la macchina va intaccata».
«Cioè?».
«Al primo sfregio o ammaccatura Paola molla. A quel punto la macchina ai suoi occhi diventa vecchia, la missione di conservazione dello stato iniziale è fallita e si rilassa. Entro sei mesi degenera e ritorna a dimenticare sacchetti di pomodori sotto i sedili».
«Quindi in pratica bisogna solo rompere il ghiaccio?» le chiedo, soppesando l’idea.
«Tipo».
«Ma è una vigliaccata tremenda!» dice allora Abigaille. «E poi chi vi dice che funzioni?».
Mentre vediamo Paola arrivare, a piedi, sfinita, Carla alza un braccio per segnalarle dove siamo, poi guarda Abigaille e dice: «Con Guendalina ho fatto così. E ha funzionato perfettamente».
20.5.26
Ma per favore (1496)
Ho visto un video in cui Sinner fermava l’allenamento, se non la partita, per andare a salutare Andrea Bocelli. Poi ho visto un video (non faccio apposta, sono casualità mentre navigo in rete) di Sinner che saluta Dua Lipa. E così via. Ho l’impressione che ci sia una categoria di persone che si piacciono, si frequentano, diventano amiche non perché si sono simpatiche ma perché sono: famose, milionarie, molto brave in qualcosa. Tra l’altro in questo modo si creano combinazioni assurde. Sinner e Bocelli, dai. Ma cos’hanno da spartire? Mi fanno ridere. O Magnus Carlsen e Pep Guardiola. Ma per favore. Comunque anche io vorrei essere amico di Dua Lipa, ma non lo sarò mai, a meno che io non diventi famoso, milionario e molto bravo in una qualche arte o disciplina, cosa che ovviamente spero ancora di diventare, non si sa mai nella vita, sognare non costa nulla, eccetera. Però, ecco, voglio fare una promessa a tutte voi brave persone che, come me, non siete famose, non siete milionarie e non siete molto brave in niente (altrimenti sareste famose e milionarie): quando sarò famoso, milionario e molto bravo in qualcosa, snobberò i vari Sinner, Bocelli e… ok, Dua Lipa no, ma gli uomini sì, intendevo questo, e invece diventerò amico delle persone “normali”, definiamovi così. Quando alla presentazione di una mia Grande Opera o prima della finale del campionato del mondo di scacchi verrà a salutarmi Bocelli, io lo scaccerò. Lui probabilmente comincerà a cantare un’aria per impressionarmi, ma io mi tapperò le orecchie urlando «La la la la!» e poi dirò alla sicurezza di portarlo via e loro prenderanno Bocelli o Sinner e, di forza, lo porteranno fuori dal teatro o dall’edificio e lo butteranno per strada facendolo rotolare nella polvere, poi sceglieranno una persona a caso tra i miei fan, una qualunque, diciamo una donna sotto i trenta e di un’accecante bellezza e le diranno: «Vuoi conoscere il grande Cigorin?». E lei sverrà.
16.5.26
Che dire? (1495)
Nel 1996 pensavo di essere un gran dritto che la sapeva lunga e faceva tutto giusto, ma poi nel 2006 ho capito che nel 1996 ero solo un pischello arrogante che non sapeva un cazzo della vita e brancolava miserabilmente nel buio della propria ignoranza, mentre ora, mi dicevo, ora sì che ho capito tutto e sono una vera volpe che sa sempre cosa fare e come e quando. Ma poi è arrivato il 2016 e, ahinoi, mi è risultato improvvisamente chiaro come nel 2006 io non avessi compreso nulla di me o degli altri e non ne stessi azzeccando una neanche per sbaglio ma, per fortuna, mi dicevo, ora ho finalmente afferrato come gira il mondo, sono pronto a capitalizzare tutta l’esperienza accumulata! Ed eccoci nel 2026: non ci sono dubbi, nel 2016 ero un povero pirla, come testimonia del resto in modo piuttosto implacabile la sterminata sequenza di errori infilata senza sosta con la massima fiducia. Certo, niente a che vedere con la persona misurata e intelligente, intrisa di profonda saggezza che, senza ombra di dubbio, sono infine diventato. Che dire, dunque? Attendo con ansia il 2036 per sapere cosa sto sbagliando adesso.
13.5.26
Miao! (1494)
Con Gâteau faccio lunghe chiacchierate. Dopotutto il gatto siamese è detto “gatto parlante” mi ha detto una volta un gatto siamese. Lei arriva e dice «Miao», e io «Miao a te», e lei «Miao», e io «Ma miao a te», e lei «Miao!» e io «Miao!» e andiamo avanti così per un po’, felici. Spero che i vicini non mi sentano (e comunque se mi sentissero e mi fermassero sulle scale per chiedermi «Ma sei tu che miagoli al tuo gatto?” io alzerei un sopracciglio e risponderei «Miao» (Sì). Confesso, però, di non capire davvero il gattese. Vediamo infatti la traduzione del dialogo citato prima:
Gâteau: «Ehi tu: crocchette».
Io: «Ma ciao!».
Gâteau: «Crocchette».
Io: «Hai fatto il sonnellino?».
Gâteau: «Dammi le crocchette».
Io: «E adesso sei venuta a salutarmi?».
Gâteau: «Dammi. Le cazzo. Di. Crocchette».
Io: «Ma grazie!».
Gâteau: «Dammele!».
Io: «Ma ciao anche a te».
Gâteau: «Perché tutte le volte questa manfrina, santiddio!».
Io: «Ma tu e io ci parliamo, vero?».
Gâteau: «Ho fame!».
Io: «Ci facciamo lunghe chiacchierate, vero?».
Gâteau: «Va bene, io vado a leccare la ciotolina, vediamo se così capisci».
Io: «Altro che se le facciamo! Ma che ne sanno gli altri, eh?».
Gâteau (dal corridoio): «Muoviti!».
Io: «Ciao anche a te!».
Gâteau: «Ehi tu: crocchette».
Io: «Ma ciao!».
Gâteau: «Crocchette».
Io: «Hai fatto il sonnellino?».
Gâteau: «Dammi le crocchette».
Io: «E adesso sei venuta a salutarmi?».
Gâteau: «Dammi. Le cazzo. Di. Crocchette».
Io: «Ma grazie!».
Gâteau: «Dammele!».
Io: «Ma ciao anche a te».
Gâteau: «Perché tutte le volte questa manfrina, santiddio!».
Io: «Ma tu e io ci parliamo, vero?».
Gâteau: «Ho fame!».
Io: «Ci facciamo lunghe chiacchierate, vero?».
Gâteau: «Va bene, io vado a leccare la ciotolina, vediamo se così capisci».
Io: «Altro che se le facciamo! Ma che ne sanno gli altri, eh?».
Gâteau (dal corridoio): «Muoviti!».
Io: «Ciao anche a te!».
5.5.26
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