Il labirinto (1504)

Sto facendo la seconda colazione al bar con la mia amica Paola quando mi chiama l’anziana madre. Sembra nervosa.
«Devi andare a fare la spesa?» mi chiede un po’ bruscamente.
Negli ultimi anni la ragione di quasi tutte le sue alterazioni si può condensare in due parole: anziano padre. E tutto quello che a me interessa è non farmi risucchiare.
«Dai, dimmi cosa ti serve» taglio corto.
Paola intanto mi scruta da dietro gli occhiali da sole sorseggiando il suo cappuccino, tenendo la tazza con entrambe le mani. Le faccio segno che le è rimasto un baffo di schiuma. Lei allora beve un altro sorso e inclina la testa fino a intingere il naso. Le faccio “ok” con le dita.
«No, è che tuo padre adesso lo strozzo» continua l’anziana madre.
Sospiro. Difficile non fare domande, a questo punto. Anche solo per sicurezza. E intendo la mia. Immagino il giudice che mi chiede:

«E quando sua madre le ha detto che voleva strozzare suo padre, lei non ha chiesto il perché?».
«No, vostro onore. Sa, cerco di non farmi risucchiare».
«Quand’è così, lei è complice, la condanno a dieci anni di domiciliari insieme a sua madre».
Al che io grido «La prego, noooooooo…» mentre due poliziotti mi trascinano via.

Tornando all’anziana madre: «Come mai?» butto lì.
Ma in fondo che importanza ha? Questa cosa succede tutti i giorni dal 1970, anno del loro matrimonio: suona la sveglia, l’anziano padre apre gli occhi, dice o fa qualcosa che fa innervosire l’anziana madre, l’anziana madre prova il desiderio di strozzarlo. E fu sera e fu mattina.
Inutile cercare di capire chi dei due abbia ragione, la risposta è: nessuno. Sono due persone miti, tuttavia una ti fa effettivamente venire voglia di strozzarla, l’altra è una trivella encefalica.
«Ha chiesto al signor Palladini se vuole un po’ di melanzane fritte» mi dice l’anziana madre. «E adesso mi tocca farle. Solo che non ho l’olio altoleico».
Giudico improbabile che l’anziano padre di punto in bianco chiacchierando con il vicino – con cui di solito parla di orti, strutture metalliche, fertilizzanti, gettate di cemento, articolazioni – all’improvviso gli offra delle melanzane fritte. Come potrebbe mai svilupparsi un dialogo simile?

«Ciao Palladini, che fai di bello?».
«Costruisco un box».
«Per cosa?».
«Per costruire un box».
«Giusto».
«Poi magari costruisco un box più piccolo».
«Così lo metti nel box più grande».
«Sì».
«Vuoi delle melanzane fritte?».
«Ok».

Manca almeno un tassello. So che dovrei lasciar perdere, ma purtroppo in me alberga un piccolo tenente Colombo e ora devo sapere dove si annida l’omissione dell’anziana teste.
«Senti, giusto per curiosità…» le dico, «ma tu, prima che lui parlasse con il vicino, hai per caso pronunciato un qualsivoglia discorso che contenesse la parola “melanzane” e la parola “fritte”?».
«Allora…» comincia l’anziana madre, e per me “allora” è già un segno di colpevolezza. “Portatela via!”, direi alle guardie. «Stamattina a colazione ho solo detto “oggi faccio le melanzane fritte”».
Quel “solo” mi conferma che l’anziano padre è, almeno in parte, innocente. Almeno in parte, perché se offri a qualcuno del cibo che dovrà preparare un altro, qualche notte al fresco te la meriti.
«Ok,» dico, «quindi non è così strano che abbia poi chiesto al vicino se ne volesse un po’. Per quanto, ne convengo, seccante, visto che a doverle friggere sei tu».
«Sì, ma subito dopo gli ho detto “Ah no, mi manca l’olio, allora niente”. Però lui questa parte ovviamente non l’ha sentita».
In effetti negli ultimi anni l’anziano padre ha sviluppato una blanda sordità selettiva opportunistica intermittente. Se sussurri «Vuoi gli gnocchi?» mentre sei sotto la doccia e lui è in giardino che taglia rami con la motosega, ti sente; se gli sei a cinque centimetri e gli urli nelle orecchie con un megafono se può accompagnarti a bere il tè da zia Mariuccia: sordo.
«Quindi ti serve l’olio» dico all’anziana madre.
«Sì, se puoi andare alla Coop».
«Certo».
«È quello nella bottiglia nera».
«Ok».
Istruzioni chiare. Non chiedo altro.

Terminata la telefonata, espongo il caso a Paola.
«La tratti male» mi fa lei. Paola è molto protettiva con tutte le persone che non sono me. Qui penso: a parte che anche Paola tratta male sua madre. Ma poi uno dovrebbe sapere che i genitori hanno dei modi molto sottili per farti saltare i nervi, troppo facile fare i Buddha con quelli degli altri.
Le dico: «Ma perché non mi può semplicemente chiamare e dire “Vammi a prendere l’olio”? Lo preferirei. Invece deve prima fare quattordici domande intermedie. Appartiene a quella categoria di persone che fanno molta fatica a essere dirette; io alla categoria di persone…».
«Stronze?» suggerisce Paola.
Le sorrido. Non sto a spiegarle che il mio «Cosa ti serve?» aiuta a evitare il seguente dialogo inutile:

«Joey, tu per caso devi uscire?».
«Sì».
«Ma devi proprio uscire o potresti anche non uscire?».
«Be’, potrei anche non uscire ma se ti serv…».
«Allora niente».
«Ma no, dimmi».
«No no, se non devi uscire non fa niente, farò senza, me la caverò, in un modo o nell’altro mi arrangio, certo che se chiedo un favore io una volta, per carità, però io ci devo sempre essere quando gli altri mi…».
«Dimmi cosa ti serve, dai, non stiamo qua tre giorni».
«Serve… non mi serve niente, figurati. Sono io che servo agli altri. E che servo gli altri. Sono io che…».
«Ok. E tornando invece a cosa vuoi che ti prenda?».
«Se puoi… mi prendi l’olio altoleico, grazie».
«Ok, vado».
«Ma non uscire apposta».
«Devo comunque uscire, tranquilla».
«Ma se quando esci non devi andare al supermercato, non andarci apposta».
«Devo andare al supermercato, tranquilla».
«Ma se quando sei al supermercato non devi andare nella corsia degli oli, non andarci apposta».
«Lo vuoi questo cazzo di olio o no?».
Silenzio. Poi, con voce rotta e suonando un violino: «Guarda… lascia stare… mi trattate sempre male… io tratto bene tutti ma tutti trattano male me. Volevo solo fare le melanzane fritte per il tuo compleanno ma…».
«Faccio gli anni in gennaio».
«Sei cattivo».
«Ma se faccio gli anni in gennaio!».

Eccetera. Insomma tanto tempo perso, uno screzio, malumori, dispiaceri, sensi di colpa. Vediamo invece con il mio metodo:

«Per caso devi…».
«Dimmi solo cosa ti serve».
«Olio altoleico».
«Arriva».

Non sarebbe un mondo migliore? Lo sarebbe.
«Cerco solo di essere efficiente» dico a Paola. «Perché io, a differenza loro, non credo in una prossima vita, una vita eterna dove le melanzane si friggono senza olio, senza padella, senza melanzane, credo solo in questa vita qui, e di conseguenza ho una clessidra dentro la testa che ogni giorno mi dice: “Presto, Joey, la sabbia sta per finire!”».

«Mm…» mi fa Paola. «È per questo che siamo qui da un’ora a grattarci le palle bevendo cappuccini?».
«Be’ ma…».
«È per questo che l’altro giorno abbiamo guardato per tre ore due tizi in calzoncini che si tiravano una pallina da tennis? È per questo che…».
«Sì, Paola, per questo. Cerco di rendere il mio tempo piacevole, ok? Meno tempo spreco, più cappuccini posso bere. Perché poi lo sai: un giorno, forse oggi stesso, il dottor Paraurti mi dirà: “Joey, ho una buona notizia e una cattiva. Quale vuoi prima?”. E io: “Perché sono qui?!”. E lui: “La buona è che ora puoi bere tutti i cappuccini che vuoi, anche cinquanta al giorno!”. E io: “Temo di aver intuito quale potrebbe essere la cattiva”».
«Dai,» mi fa Paola alzandosi, «andiamo a prendere l’olio».

Così ci incamminiamo verso la Coop, che se non altro è vicina.
Entriamo e, una volta nella corsia degli oli, cominciamo a setacciare gli scaffali alla ricerca di una bottiglia nera.
«Che marca ha detto?» chiede Paola.
«Non l’ha detto, ovviamente. Lei dà così le indicazioni, è come vivere dentro un quiz di un Mike Bongiorno bulgaro. Se ti deve consigliare un ristorante non ti dice il nome, ti dice “quello con l’albero grande nel parcheggio”. Ha detto che la bottiglia è nera, però».
«Non vedo bottiglie nere» dice Paola mentre esamina lo scaffale.
«Nemmeno io. Senti, la chiamo».
Prendo il telefono e chiamo l’anziana madre, che stranamente risponde. In genere è impossibile rintracciarla nonostante i suoi nove telefoni.
«Sì?».
«Ma sei sicura che alla Coop abbiano l’olio che cerchi?».
«Alla Coop? Ah non so».
Ah non so. Ma certo, errore mio. Mi immagino l’interno del suo cervello come un condominio disegnato da Escher.
«Mi hai chiesto se potevo andare alla Coop a prendere l’olio. Tu lo prendi alla Coop, no?».
«No».
Un condominio foderato di specchi.
«E, di grazia, solitamente dove lo prendi?».
«Al Famila».

Il Famila è fuori San Paco, dista alcuni chilometri, ergo non è raggiungibile a piedi. Capisco all’istante che l’anziana madre ha omesso questo dettaglio, benché cruciale per il compimento della missione, allo scopo di minimizzare il mio disturbo. Tipica gentilezza d’intralcio. Purtroppo, in questo modo, dovrò andare in due supermercati. Sette, se non avesse risposto al telefono. Alla fine mi sarei cosparso di olio altoleico e avrei chiesto a Paola di darmi fuoco.
«Qui non c’è» le dico. «Vado al Famila».
«No, ma non disturb…».
«Vado al Famila, madre, non vi preoccupate» le dico sapendo che una bestemmia finale sarebbe stata la ciliegina sulla frase.
Paola scuote la testa.
Chiudo la chiamata e le dico: «Famila».

Alla fine troviamo questo fantomatico olio altoleico per le melanzane per il vicino che costruisce box per box. Ci dirigiamo a casa degli anziani genitori. Arriviamo e troviamo solo l’anziana madre. Le consegno la bottiglia di olio. Lei vuole darmi i soldi. Io rifiuto. Mi infila una banconota da cinque euro in tasca. La restituisco. Mi fa un bonifico. Poi dice a Paola:
«Grazie, eh».
«Prego, signora».
Non raccolgo.
«Ti fermi a pranzo?» le chiede l’anziana madre.
«Guarda che io non mi fermo a pranzo» dico, raccogliendo.
«Magari lei sì» dice l’anziana madre. Ridono entrambe.
«Senti, ma dov’è l’anziano padre?» le chiedo, insospettito dalla totale assenza di incendi e crateri freschi intorno alla casa. L’anziana madre sorride come una bambina che ha appena fatto una marachella.
«L’hai strozzato?» le chiedo.
«Siccome mi ha fatto arrabbiare con questa storia delle melanzane,» mi spiega, «l’ho mandato a portare la macchina dal meccanico e gli ho detto “poi torni a piedi”».
«Cioè, fammi capire: hai mandato un uomo cardiopatico di ottant’anni a farsi una passeggiata sotto il sole con i trentasette gradi di luglio?» chiedo giusto per conferma, annotando l’informazione sul taccuino che consegnerò al coroner. «E poi, quando torna, tutto stanco e accaldato, lo rimpinzi di melanzane fritte, dico bene?» le chiedo, sempre scrivendo sul taccuino.
«Sì» conferma lei.
«Bene, signora,» le dico, «ora vado a recuperare suo marito, spero non sia troppo tardi. Potrebbe già essere una frittella di melanzana incollata all’asfalto. Lei nel frattempo non lasci la città».
«Poi vi fermate a mangiare le melanzane?» ci chiede lei.
Paola mi guarda come a dire: ma lo sai che ho giusto un posticino per un bidone di melanzane fritte?
Sospiro. Sospira anche la clessidra nella mia testa. Vedo distintamente il dottor Paraurti che, strappando la mia tessera sanitaria, lancia i pezzetti in aria come coriandoli e dice: «Ora puoi mangiare tutte le melanzane fritte che vuoi!».
Rimetto il taccuino in tasca, apro la porta e, prima di andarmene, dico: «Va bene».

17.7.26

Un pomeriggio a Wimbledon (1503)

Lunedì è cominciato il torneo di Wimbledon – per me un appuntamento immancabile – e per la partita che inaugura il campo centrale, quella tra il detentore del titolo, Sinner, e una vittima sacrificale a caso (tale Kecmanović), ho invitato le mie amiche Paola e Carla.
Paola è elettrizzata perché non segue il tennis ma è curiosa di vedere questo fantomatico Sinner all’opera; Carla non è mai elettrizzata per nulla (e di certo non potrebbe esserlo per il tennis) ma, se lo fosse, lo sarebbe per l’aria condizionata e lo chardonnay.

Chardonnay

Non appena entrano, si guardano intorno e mi chiedono: «Gâteau?».
Io: «In camera, sotto il letto. Intorno al terzo set dovrebbe fare capolino per venire a ispezionarvi».
Paola va allora a sedersi sul divano. Carla invece si dirige alla cantinetta, la apre, prende una bottiglia e me la mostra dicendo: «Questa è speciale?». Io: «No».
Quindi apre la bottiglia, se ne versa un bicchiere e viene a sedersi.
«Ma sono le due del pomeriggio» le dice Paola.
«Dici che è troppo presto per rompermi i coglioni?».
Paola fa uno sbuffetto risentito col naso, io vado a prendere altri due bicchieri e riempio una ciotolina di pretzel.
«C’è la principessa?» chiede Paola mentre vengono inquadrate le tribune, dove l’unica persona prestigiosa sembra essere David Beckham.
«Non saprei» dico. «Di solito viene per la finale».
«Credevo guardasse tutte le partite».
«Se tu fossi una principessa guarderesti tutte le partite?» le chiede Carla.
«Se fossi una principessa abolierei il tennis».
«Infatti».
Le guardo e dico: «Voi sì che sapete creare il clima giusto prima di una partita».

Sentirsi in forma

Mentre i giocatori si riscaldano palleggiando, dico: «Pensate al povero Kecmanović…».
«Chi?» mi chiede Paola.
«L’altro giocatore».
«Ah».
«Si sarà detto: “Quest’anno faccio Wimbledon. Sì, lo faccio! Mi preparerò tantissimo. Spero di arrivare lontano. Chi lo dice che non posso arrivare lontano? Niente è impossibile se lo vuoi davvero. E io lo voglio! Magari arrivo alla seconda settimana. Magari in semifinale. E poi, crack!, il mio avversario inciampa e si rompe tutti i legamenti, braccia, gambe, collo e, per sicurezza, anche il naso. E io me ne vado dritto in finale. E forse, a quel punto, potrei vincere? Sì, ce la posso fare. Le finali fanno storia a sé. E io mi sento in forma quest’anno. E poi l’erba è la mia superficie. E poi la pallina è rotonda. E poi sento che gli astri sono dalla mia e poi…”. A quel punto escono i sorteggi, guarda il tabellone. Primo turno: Sinner».

Body shaming

La partita comincia e ben presto i telecronisti elogiano Kecmanović dicendo che ha personalità, che gioca con un bel piglio, che non è affatto in soggezione, che non ha timori reverenziali.
Io guardo Paola e Carla e dico: «Niente male questo Kecmanović, non è per niente in soggezione! Poi: 6-1, 6-1, 6-0».
Ridiamo. Tiriamo anche un pretzel all’indirizzo di Kecmanović.
«Ha pure la pancetta» dice Carla.
«E ha avuto un’acne importante, mi sembra» dice Paola.
«Non credo influisca sulle prestazioni» osservo.
«Eh, non credere, sai?» mi fa Paola. «I difetti estetici minano il cervello, le prestazioni ne risentono».
Rido. «Può essere» dico.
Carla fa: «Ma quindi al primo turno trovi uno basso con la pancetta, poi al secondo solo con la pancetta, poi al terzo uno in forma, e poi finalmente cominciano i belli? Funziona così?».
«Sì, proprio così,» le dico, «trovi gli avversari in ordine di bellezza».
«Questo ha senso» dice Carla bevendo un po’ di vino.

Rilassati

La partita comincia e dopo non molto Sinner, sul proprio servizio, perde un punto, Paola mi guarda. Le sorrido. Poi Sinner perde un altro punto. Altra occhiata di Paola, altro sorriso. Quando Kecmanović si guadagna addirittura due palle break, Paola mi fa: «Ma non è che perdiamo, eh?».
Allora le dico: «Rilassati. Il bello di guardare Sinner è che magari si trova sotto 15-40 e se fosse un altro diresti: “Ecco, è andata, ha perso, ora tutto il mondo dirà che noi italiani siamo degli incapaci, specialmente Joey Baruffa o Paola Paolinovic”, ma con Sinner questo non succede: non devi fare altro che prendere il telefono, guardare un paio di reel di panda che mangiano bambù, o che tempo farà domani, bere un sorso di vino, tornare a guardare la tv e, magia, Sinner ha vinto il game.
«Se lo dici tu…» dice Paola, poco convinta.
«Perché non ci siamo trovati a guardare reel di panda che mangiano bambù?» dice Carla.

Dubbi

Poi però Sinner perde all’improvviso un game di servizio e subito dopo addirittura l’intero set. Brusio in soggiorno. Paola e Carla mi guardano. «Dicevi?» dicono. E io, simulando tranquillità in quanto unico esperto di tennis nella stanza (mi basta sapere le regole, per esserlo), rispondo: «Tranquille: quello che ho detto per un game, vale anche per l’incontro. Sinner vince sempre, è per questo che siamo qui».
«Io non sono qui solo per vederlo vincere,» dice Paola, «voglio vederlo strapazzare l’avversario».
«Lo strapazzerà» la rassicuro.
«Io sono qui perché la piscina è chiusa» dice Carla.
«Riaprirà» la rassicuro.
Gâteau miagola dall’altra stanza.
«Tra un po’ se ne vanno!» la rassicuro.

Consigli utili

A un certo punto vengono inquadrati gli allenatori di Sinner, Vagnozzi e Cahill. Sinner è in difficoltà e loro parlottano.
(Cahill e Vagnozzi si chiedono se saranno licenziati per il set appena perso).
 
«Secondo voi cosa si dicono?» chiede Paola.
«Me lo chiedo sempre anch’io» le rispondo. «Secondo me si stanno dicendo questo:
Vagnozzi: “Jannik sta sbagliando molte battute”.
Cahill: “Molte”.
Vagnozzi: “Di solito non le sbaglia”.
Cahill: “Di solito no”.
Vagnozzi: “Dovrebbe tirare la pallina in quel quadrato appena dopo la rete, come si chiama…?”.
Cahill: “Quadrato?”.
Vagnozzi: “Esatto. Invece spesso tira fuori. E questo gli costa il punto”.
Cahill: “Ottima analisi, Vagnozzi”.
Vagnozzi: “Grazie, Cahill. Ehi, ci sta guardando. Che cosa gli diciamo?”.
Cahill: “Potremmo dirgli di non sbagliare le battute”.
Vagnozzi: “Sì, concordo. E anche di non tirare contro la rete”.
Cahill: “Ottimo consiglio”.
Vagnozzi: “Aggiungo anche un ‘non mollare!’?”.
Cahill: “Assolutamente”».

Ramazzare

Come tutti sanno, le partite di Sinner vengono spesso interrotte dagli spot di Sinner. Sinner sponsorizza tutto lo sponsorizzabile, per arrotondare. Molti dicono: «Ma non ha già abbastanza soldi?!». In soldi non c’entrano. Non fino a quel punto. Per prima cosa è lavoro. Le conosciamo tutti, le persone così: non sanno fare altro che lavorare. Non sono tutte milionarie, anzi quasi nessuna lo è, ma il principio è lo stesso: lavoro, lavoro e ancora lavoro. Una volta una di queste persone, ovvero il mio anziano padre, è stata finalmente portata in vacanza. Non faceva una vacanza da trent’anni. Tre striminziti giorni al mare, organizzati dalla moglie per far contenta la moglie (parte della contentezza era dovuta all’illusione di far contento anche il marito. Le illusioni sono cruciali, per le contentezze). L’anziano padre, al secondo giorno di villeggiatura, trova non si sa come una scopa e comincia a ramazzare il cortile dell’albergo. L’anziana madre, attonita, gli dice: «Ma cosa fai?!» E lui, felice, continuando a ramazzare: «Non mi sembra vero di fare qualcosa!».

Prospettiva

C’entrano anche i soldi, sì, ma chi critica Sinner dicendo «Ma non ne ha già abbastanza?» sbaglia forse prospettiva. Il discorso non è «Ho già cento milioni di euro, Lavazza me ne dà uno per pubblicizzare il caffè, cosa me ne faccio?» ma «Oggi pomeriggio sono finalmente libero, posso andare al mare, dormire o giocare alla Playstation, però Lavazza mi offre un milione di euro per rinunciare a un sonnellino: rifiutare avrebbe senso?».
Inoltre dagli sponsor Jannik ricava decine di milioni l’anno. Di questo passo, spot qui, spot lì, finirà per guadagnare più dagli spot che dal tennis e a quel punto si potrà dire che il suo lavoro principale sono gli spot, non il tennis, e la gente si lamenterà dicendo: «Ma non ha già abbastanza soldi? Deve proprio giocare anche a tennis?».

Dopplegänger

Qualcuno si chiede anche: «Ma dove lo trova il tempo?». Lunedì forse lo abbiamo capito: per un attimo la regia, infatti, rovistando tra gli spalti ha scovato il suo doppelgänger.
Jannik Sinner alla partita del suo idolo Jannik Sinner.

Occhio di falco

«Ma non fanno più quella cosa di chiedere la verifica quando la pallina è fuori?» chiede Carla.
«L’occhio di falco? No, non ci sono più nemmeno i giudici di linea, il controllo elettronico adesso è permanente».
«E chi è che urla ogni volta che la pallina esce, allora? Io sento qualcuno che urla» dice Paola.
«Chi è che… Be’, i giudici, Paola. Sono in quelle buche a fondo campo, bendati, e quando una pallina rimbalza oltre la linea il sistema elettronico aziona un pungolo che li colpisce nel fianco. È per mantenere un legame con la tradizione».
«A volte mi dimentico che sei uno stronzo» mi fa lei bevendo un sorso di vino.
«Ma non potrebbero far chiedere ugualmente la verifica ai giocatori?» dice Carla. «Almeno creava un po’ di suspense».
«Chiedere all’occhio di falco di verificare la chiamata dell’occhio di falco? Che cosa potrebbe mai dire? Chiamata corretta! Confermo! Ottimo lavoro, occhio di falco! Lunga vita all’occhio di falco!».
Vedo Paola scuotere la testa e, con il labiale, dire: stron-zo.
Carla invece alza un sopracciglio e dice: «Potrebbero metterne due. Uno che fa la chiamata e uno che verifica».
«Bell’idea» dice Paola prendendo una manciata di pretzel.
«E magari, se sono in disaccordo, entrano due robottini in campo e si azzuffano» dico.
Paola ride.
«Comunque è un peccato,» dice Carla, «avrebbero dovuto lasciare i giudici e permettere al giocatore di chiedere sempre la verifica».
«Ma così le partite sarebbero durate troppo».
«Le partite durano già troppo» dice Paola.
«Già» dice Carla.
«Sarebbero durate ancora di più» dico.
«Be’, non mi sembra che le persone che guardano il tennis abbiano tutti questi impegni» dice Carla.
«Probabilmente devono guardare altri tornei di tennis» dice Paola.
E Carla: «Mi sa anche a me».

Finale

Alla fine Sinner vince.
«Visto?» dico, soddisfatto.
«Mm» dice Paola un po’ delusa. «Speravo di vedere un dio che surclassava un comune mortale, invece mi sono dovuta sorbire una normale partita di tennis». Intanto Carla vede Sinner lanciare i polsini tra il pubblico e fa una smorfia:
«Tutti sudati, ma che schifo… Io glieli rilancerei indietro».
«Se non ti facesse schifo toccarli» dice Paola.
«Già. Lo farei fare a te».
«Comunque bisogna anche riconoscere i meriti dell’avversario» suggerisco.
«Ma per favore» mi fa Paola, alzandosi.
Ci avviamo alla porta. Intanto arriva Gâteau.
«Eccola!» dice Paola. Carla si china ad accarezzarla.
Gateau le annusa brevemente, miagola e se ne va.
«Comunque è stato divertente» dice Paola. «Quando gioca ancora?».
«Dopodomani».
«Ok, non così divertente. Magari torniamo per la finale. Ci arriva in finale, no?».
«Sì, certo» dico.
«Bene. Allora poi riorganizziamo» dice Paola e, prima che io possa mettere le mani avanti dicendo che nello sport niente è sicuro, lei e Carla stanno già scendendo le scale, ridendo e parlottando, quasi certamente facendo body shaming a tutte le persone inquadrate nelle tre ore di partita, a cominciare da David Beckham.

1.7.26

Stupor mundi (1502)

Aperitivo con la mia amica Carla e sua cugina Lisa. Parlando del più e del meno, viene fuori che Lisa tempo fa ha scoperto che la Chiesa cattolica annovera tra i suoi milioni di cattolici tutti i battezzati, compresi gli atei, e questo non le andava giù.
«E quindi?» le chiedo.
«E quindi mi sono fatta scomunicare» mi dice Lisa.
Rido. «E come?».
«È molto semplice. Ho scritto una lettera al parroco esprimendo la mia volontà di recidere il mio legame con la Chiesa cattolica, lui ha scritto al vescovo, il quale mi ha inviato una bellissima pergamena decorata che mi informava che rinunciando al battesimo incorrevo nella giusta pena di scomunica latae sententiae, con conseguente inevitabilità dell'Inferno dopo la mia morte».
Guardo Carla, che mi fa: «Tutto vero, ho visto la pergamena nel suo studio».
«L’ho fatta incorniciare» dice Lisa.
«Ma è stupendo» le dico. «Posso vederla?».
«Certo!» mi fa lei.
«E ora che sei scomunicata come ti senti?».
«Molto sollevata. Ora quando morirò – se l'Inferno esiste e io mi sono sbagliata – potrò passare il mio tempo con Federico II, stupor mundi, nel girone degli atei scomunicati. Era il mio primo amore delle elementari».

25.6.26

1501.

Sul nuovo numero di Wu magazine, qui, spiego con en passante zugzwanghezza come non farvi rompere l'anima dal prossimo.

15.6.26

Il lavandino (1500)

Lunedì sera mi ritrovo con il lavandino otturato. Oh no…, penso. Mi ci infilo subito sotto e appoggio due dita sul sifone, chiudo gli occhi, sento che purtroppo è libero: il problema è nel muro.
Temo allora di dover chiamare l’autospurghi, e ho visto come ti libera un lavandino l’autospurghi, è successo alla mia vicina Claudia: ti entra con l’autobotte in soggiorno, strappa via i mobili della cucina dalle pareti, ficca un tubo nel muro e ci spara dentro non so cosa a una pressione pazzesca, nel frattempo il tubo scoda per la casa come un boa indemoniato e travolge tutto, sporca tutto, alla fine l’autospurghi stacca il tubo spargendo ovunque spurghiglia nera, ti succhia una cifra e poi se ne va sfondando il muro della camera da letto e tu resti lì a osservare le macerie fumanti del tuo appartamento ma, almeno, ora il lavandino è libero, puoi cedere a un pianto ininterrotto.
Così chiamo l’idraulico. Si sa mai, penso.

L’idraulico arriva con uno zaino fischiettando. Passa dalla porta. Si pulisce le suole e dice pure «permesso». Lo saluto, andiamo in cucina, mette lo zaino a terra. Dentro lo zaino vedo tubi arrotolati, sturalavandini, lavandini e rubinetti. L’idraulico comincia a trafficare con il lavandino otturato, smonta cose, spruzza schizzi, smadonna. Nel frattempo scambiamo due chiacchiere.
Io ho un repertorio molto ampio di chiacchiere inutili da spendere con gli abitanti di questo pianeta ma, nonostante sia qui da diversi anni, ancora la mia comunicazione è imperfetta, non riesco a stabilire una connessione soddisfacente.
A un certo punto l’idraulico cerca una guarnizione nello zaino. Comincia a estrarre roba. Prende un flacone bianco e lo mette sul pavimento. Mi fa: «Acido muriatico».
«Certo» dico io, mostrandomi impassibile. «Lo dia pure a me» dico. «Non ho nessun problema a toccare quel flacone. Anzi me lo lanci. Anzi mettiamolo in frigo».
Alla fine l’idraulico prende uno straccio, me lo mostra, è tutto bucherellato. Mi fa: «Questo è lo sgorgante».
Annuisco. Ho imparato, da bambino, osservando mio padre lavorare, che meno cose dico e meglio è per tutti.
«L’acido muriatico» dico.
L’idraulico mi guarda, senza capire.
«No» dice.
Chiaro, penso.
«Lo sgorgante, quando lo uso…» mi spiega, «metto questo straccio come tampone».
Nella mia testa intanto c’è l’idraulico che si lava le mani ma dal rubinetto esce sgorgante, si asciuga con lo straccio, silicone come gel per capelli, poi è pronto. Questo mi distrae, mi sto perdendo la spiegazione. «Le preparo una macedonia?» potrei dire. A tutti piace la macedonia.
«Però a volte,» mi fa l’idraulico, «a volte la pressione è forte e ci sono degli…».
Questa è facile, dovrei saperla, penso.
«Schizzi» dico.
«Mm… sì» dice lui, ma non sembra convinto, sembra più una concessione, una cortesia.
Chissà qual era la parola, penso. Spruzzi? Struzzi?
«E allora ecco qua» dice indicando i buchi nello straccio.
Io cerco di non mostrarmi inorridito.
«O qua» dice indicando dei buchi nei pantaloni.
Anche peggio. Mi immagino lo sgorgante che corrode i tessuti: prima dei pantaloni, poi epidermici, mentre l’idraulico continua a lavorare come niente. Mi viene in mente che la pelle è un organo, l’organo più esteso del corpo umano. Potrei dirlo. Sembra una cosa interessante. O potrei dire quella cosa che, se uno ci pensa, siccome il tubo digerente è in continuità con l’esterno, l’essere umano è una ciambella. Ma temo che l’idraulico non apprezzerebbe. Come quando ho detto a quel muratore che esistono più mosse di scacchi che atomi nell’universo: mi è sembrato infastidito.
Chiedo allora all’idraulico: «Le ha mai preso la pelle?».
Mi rendo conto che questa domanda, per quanto formulata nella sua lingua, ha qualcosa di goffo. Ma forse è giusta, penso. Forse era proprio la cosa da dire. Mi aspetto che lui mi guardi e un po’ confidenzialmente mi dica: «Per fortuna no. Grazie per la domanda. Ottima domanda. Molto pertinente. Macedonia, hai detto?».
Invece ancora una volta qualcosa mi è sfuggito. L’idraulico alza un sopracciglio come a dire: “Eh?”. Gli abbasso il sopracciglio. Si alza l’altro. Abbasso anche l’altro, gli parte uno schizzo di sgorgante dall’orecchio. Lui dice: «No no». Io vorrei dirgli: «Senti, adesso devo capire, risolviamo questa cosa una volta per tutte. Siediti. Mi siedo anch’io. Allora. Metti lo sgorgante nel tubo. Lo sgorgante fa buchi alle cose. Stracci, pantaloni. Lasciamo stare che usi uno straccio come tampone, io non farei il tuo lavoro già solo per il fatto degli acidi. Nel flacone bianco metterei succo di limone. Comunque, dicevo, seguimi. Metti lo sgorgante. A un certo punto schizza. Schizza sgorgante. Gli schizzi, lo sappiamo, vanno un po’ dove vogliono, come gli struzzi, basta aver visto una puntata di Dexter».
«Ha mai sgozzato un essere vivente?» chiedo all’idraulico, ridendo. Mi rendo conto che omettere i passaggi mentali che mi hanno portato a dire una cosa può complicare la comprensione reciproca. O dare l’impressione sbagliata.
«Sì» dice lui.
Non indago. Gente di campagna, penso, aie, roncole, trattori. Errore mio.
Dunque gli direi: «Quindi mi concede che è plausibile che, se le sono finiti schizzi di sgorgante sui pantaloni, potevano finirle sul viso o sulle mani? La mia domanda, voglio dire, era sensata. Mi interessa solo questo. Sensata per lei, dico. Sensata per voi».
Ma non dico niente. «Meno male» dico. Non dico niente di stupido, intendevo. A parte “meno male”, ovvio.

Poi l’idraulico prende lo sturalavandini e dice: «Proviamo a dare un colpo con lo sturalavandini».
Qui scuoto la testa e gli dico: «Lasci stare. Ho già provato io. E non uno. Decine e decine di colpi, a un certo punto ho impugnato lo sturalavandini come una clava e ho colpito il lavandino con tutta la mia forza. E niente da fare».
L’idraulico però ci vuole provare. Non si fida. Tsk tsk, penso.
Appoggia lo sturalavandini nel lavandino, in corrispondenza dello scarico.
Fino a qui è come ho fatto io, penso.
Poi apre l’acqua.
Fino a qui è come ho fatto io, penso.
Fa riempire un po’ il lavandino.
Anche fino a qui è come ho fatto io, penso. Sono un idraulico?, penso.
Poi l’idraulico schiaccia lo stantuffo dello sturalavandini, o il pistone, il coso, come si chiama.
E anche qui è come ho fatto io, ma poi ecco la differenza: quando l’idraulico stacca lo sturalavandini, non lo fa come ho fatto io, dà invece un colpo con estrema forza e decisione, quasi rabbia, come fosse karate. Fa anche un verso: «Hi-ha!». E il lavandino trema tutto.
Capisco. La competenza, penso. L’esperienza.
Comunque non succede nulla.
«Ahi ahi» mi affretto a dire. Forse un pelo compiaciuto?
L’idraulico non commenta. Ora sì che mi ricorda mio padre. Mio padre che attualmente è a casa a fare qualcosa di completamente assurdo, non so, tipo spostare i meli dov’erano i peri e i peri sui platani, tutto a mani nude. Ma mi rivedo, bambino, mentre osservo mio padre fare qualcosa che io non so fare, in silenzio, tutto concentrato. Uno dei più grandi misteri dell’essere umano, il pensiero di un altro essere umano. E anche il proprio. Ho già abbastanza da fare a capire il mio, di pensiero, ci mancava solo quello degli altri. Ma è inevitabile chiederselo. Cosa pensava mio padre mentre aggiustava un qualche arnese? Gli facevo una domanda e lui non rispondeva. Facevo un commento, cercavo di azzeccarlo. «Tosto, quel tubo!». E, mio padre, silenzio. «Caravanserraglio?» dicevo. Silenzio. «Se controllerai sul manuale, papà, ti accorgerai che quel particolare modello di rubinetto richiede un momento torcente tra i 10 e i 16 piedi-libbra» (citando Marisa Tomei in Mio cugino Vincenzo). dicevo. Silenzio. E nella testa di mio padre? Chissà. Potrei fare solo ipotesi. Tubo del cazzo. Bambino del cazzo. 16 piedi-libbra, ha detto?
L’idraulico non demorde. Affonda ancora lo stantuffo dello sturalavandini, preme con forza, tanto che io penso – ma non dico! – “non è che così mi sfonda il lavandino?”.
Poi l’idraulico inspira, poi stappa: «Hi-ha!» urla. E tutto trema. E ancora: «Hi-ha!». E la casa vacilla. L’idraulico è rosso in volto, ansimante, sudato. Si attorciglia sullo sturalavandini, punta i piedi contro il muro, fa un giro d’orologio, l’acqua scorre a cascate, l’idraulico si tira su le maniche, inspira di nuovo e poi: «Hi-ha! Hi-ha! Hi-ha!» e il lavandino gorgheggia, boccheggia e infine gorgoglia, poi all’improvviso risucchia tutta l’acqua con un mulinello così potente che anche l’idraulico viene catturato dal vortice e quasi inghiottito nello scarico, non fosse che giusto in tempo si aggancia alle pareti del lavandino con le chele, al pensile della cucina con la ventosa dello sturalavandini e, da solo, si trae d’impaccio. Alla fine sfugge al lavandino con una capriola, si ricompone, si asciuga nello straccio bucato dall’acido e, sorridente, mi fa: «Abbiamo evitato l’autospurghi». Abbiamo. Se non è nobiltà d’animo questa, allora non so.
«Grazie, mille» gli dico, facendo un inchino. «Posso porgerle un recipiente ricolmo di liquido rinfrescante?».
«Eh?» mi fa lui.
«O gradisce forse consultare un’opera letteraria dalla mia libreria? Le porto un accappatoio e del brandy» propongo.
«Mm?» dice lui.
«Posso allora avamporre un’interrogazione su quante e quali banconote saranno necessarie a pareggiare il suo formidabile servizio?» dico alla fine. Per maggior chiarezza, sfrego il polpastrello del pollice contro quello dell’indice.
«Ah» dice l’idraulico, quindi mi comunica la cifra e la transazione avviene. Poi riarrotola un tubo e lo ficca nello zaino insieme al flacone di acido.

Nell’avviarci all’uscita parliamo due minuti del tempo. L’idraulico mi dice che ama il vento.
«Ah sì?» dico. Purtroppo io il vento lo detesto. Cerco di non darlo a vedere aprendo tutte le finestre. Cerco un terreno comune. Possibile che sia così difficile essere simile ai miei simili? «Io non sopporto l’estate,» dico, «sa, il caldo… anche se, be’, c’è l’aria condizionata ma…».
L’idraulico annuisce, sembra soddisfatto. Ehi, me la sto cavando bene, penso.
«D’inverno, se ho freddo mi riscaldo» dice l’idraulico. «Ma d’estate…».
Sì, questa conversazione sembra filare, penso, finalmente comunichiamo!
«D’estate,» provo a dire, «se ho caldo mi raffreddo, ma d’inverno...». Mi aspetto che qui l’idraulico dica: «D’inverno se ho freddo mi riscaldo, ma d’estate…». Mm, penso. A quel punto l’unica continuazione corretta dovrebbe essere: «Se ho caldo mi raffreddo, ma d’inverno...». Poi offrirei la patta.
Lui comunque mi guarda mezzo storto.
«Ma il vento…» dice facendo un gesto con la mano come a dire, credo, che il vento è un’altra cosa. Penso: è la mia occasione. Di stabilire un contatto. Con l’idraulico. Con mio padre. Con questo mondo prima di saggiare il prossimo.
«Sì, il vento è un’altra cosa» dico, tra l’altro senza aver tradito me stesso, perché il vento è un’altra cosa per chi lo ama e per chi lo odia.
L’idraulico sembra finalmente soddisfatto. Sorride.
«Sì» dice. Quindi mi porge la mano. Anche questo so farlo. Gliela stringo. Ora devo solo evitare di dire una stronzata. Facile per i più.
«Allora al prossimo ingorgo!» dico. Mm, penso.
Noto un’increspatura nello sguardo dell’idraulico e allora, prima che possa dire qualunque cosa e rovinare tutto, apro la porta e così, grazie alla forte corrente, l’idraulico viene risucchiato dalla tromba delle scale.
Chiudo subito la porta, chiudo le finestre.
Penso: anche questa è fatta.

6.6.26

Mi fa tutta la scatola (1499)

Vado dal dottor Paraurti, il mio medico di base. Entro e lo saluto. «Salve, dottore, come sta?». Il dottor Paraurti sbuffa e mi dice: «Guarda, Joey, lasciamo perdere...». «Che succede, dottore?» gli domando mentre mi siedo. «Ho tutto un dolore qui alla gamba,» mi fa lui, «è un’infezione». «Ah,» dico, «mi dispiace. E le fa male?». «Uh,» dice il dottor Paraurti, «mi fa male da qui,» dice indicando un punto sopra il fianco, «fino a qui,» dice indicando un punto sotto il ginocchio. «Prende antibiotici?» gli chiedo. «No no, non prendo niente» dice lui. «Eh, ma dovrebbe prenderli» gli dico. «E anti-infiammatori, anche» aggiungo. «Dici?» mi fa lui. «Sì, certo,» gli dico, «non può star lì ad aspettare che passi da solo. Specie con il diabete che si ritrova». «Hai ragione, lo so» mi fa il dottor Paraurti. «Senta,» gli dico strappando un foglio dal suo ricettario e cominciando a scrivere, «faccia così: prenda Augmentin due volte al giorno, mi fa tutta la scatola, e poi prenda Brufen per il dolore, al massimo tre al giorno, poi rivalutiamo». «Va bene, grazie,» dice il dottor Paraurti, «poi ti faccio sapere». «Sì,» gli dico rimettendo il cappuccio alla biro, «mi tenga informato». «Sì, certo. Arrivederci, Joey» mi dice il dottor Paraurti zoppicando verso l’uscita. «Arrivederci!» gli dico io.

27.5.26

No no (1498)

Cena con gli amici e i loro innumerevoli bambini. Quando ci avviamo per pagare il conto vedo in cassa tre ragazze sui venticinque anni, una in particolare davvero bella che somiglia a Jessica Chastain. A venticinque anni mi sarei dichiarato senza indugio e le avrei detto: «Ti prego, Jessica, sposami». Ora che vado per i cinquanta mi limito a un impercettibile sospiro, comunque percepito dalla figlia del mio amico Giorgio, Sofia, nove anni, che mi guarda e con tono che non esiterei a definire canzonatorio mi fa: «No no, quelle non sono per te!».

25.5.26