Taccuino di un giovane lettore (1519)
Vado a cena da amici. Entro e c'è la figlia undicenne che legge un libro sul divano. «Ah, bello, una lettrice» dico al padre. Lui sorride soddisfatto e le chiede di farci vedere cosa sta leggendo. Lei resta un po' così, quindi mostra la copertina: Dieci piccoli indiani. Sorrido. Sorrido e poi mi torna alla mente questo ricordo di quando ero ragazzo: sono sul divano e sto leggendo. A un certo punto entra mio padre con un cliente importante, forse per presentargli la famiglia, non lo so più. Comunque si avvicinano e mio padre, non sapendo come elogiarmi visto che le uniche due cose buone che facessi in quel periodo erano non drogarmi e per l’appunto leggere, dice «Questo è mio figlio, un vero intellettuale, legge sempre!», e il cliente «Complimenti, bravo» e mio padre, soddisfatto, «Che cosa stai leggendo?», forse aspettandosi che io scatti in piedi e dopo aver eseguito il saluto militare dica a voce altissima «Gödel, Escher, Bach: un'eterna ghirlanda brillante, signore!» o «Come diventare uguale al mio papà che, detto tra noi, è il numero uno, signore!». Invece senza quasi nemmeno guardarli giro il libro per mostrare la copertina. Il libro è Taccuino di un vecchio porco di Bukowski. Gelo, poi mio padre cambia rapidamente discorso e i due se ne vanno. (Non so come sia finita con il cliente, però magari era un vecchio porco, quindi bene).
28.9.26
25.9.26
Uscire dal pianerottolo (1517)
Mi scrive la mia amica Paola per chiedermi se sabato sera andiamo al Gou Sheng, il mio ristorante cinese preferito.
«Certo,» le dico, «poi prenoto».
Casualità, dopo non molto mi scrive anche il nostro comune amico Riccardo, anche lui mi chiede se andiamo a cena, così gli propongo di aggiungersi a noi. Quando lo dico a Paola, la sua reazione è: «Mangeremo alle dieci».
Il motivo per cui Paola dice così è che Riccardo ha una piccola criticità.
Come tutti, no?, direbbe Riccardo.
Mm, forse, direi io.
Nel suo caso il problema è questo: è un ritardatario cronico.
Una volta abbiamo provato a fare un calcolo approssimativo del tempo trascorso nella nostra vita impalati da qualche parte ad aspettare i comodi di Riccardo: circa cinque giorni nel mio caso, tre nel caso di Paola.
Neanche tanti, direbbe Riccardo.
Mm, insomma, direi io.
«A che ora gli hai detto?» mi chiede Paola.
«20.15».
«Prenota alle 21».
«No, dai,» le dico, «faccio 20.30».
«Troppo poco,» dice Paola, «aspetteremo un secolo».
So che ha ragione, in genere Riccardo ti fa aspettare almeno venti minuti, ma ho una mia etica, dopotutto. Perciò chiamo e prenoto per le 20.30.
Alle 20.00 sono davanti al Gou Sheng, puntuale come un Riccardo svizzero.
Se Riccardo è un ritardatario, infatti, io sono puntualissimo o, come direbbe qualche malalingua, ho il problema opposto: arrivo troppo presto.
La ragione è semplice: penso all’ora di arrivo ideale, non so, 20.29. Calcolo la durata del tragitto e stabilisco il corretto orario di partenza, diciamo le 20. Poi comincio ad aggiungere margini di cinque-dieci minuti per non restare fregato in caso di imprevisti che immagino nel dettaglio, tipo, non so: metti che non si alza il passaggio a livello. Ma non ci sono passaggi a livello, obietta una voce nella mia testa. Ah no?, dico io, tanto meglio: metti che stanno installando un passaggio a livello. Oppure: trovi un gregge di pecore. Un’auto in fiamme. Proprio la tua, magari. Metti che ti ferma la polizia. Ti ferma e ti fa: «Ma lei lo sa che ha l’auto in fiamme?». E tu, per non perdere tempo: «Sì sì, non si preoccupi, agente, fa sempre così, poi si spegne. Posso andare?». Mi immagino anche tutti i dialoghi, e alla fine per sicurezza parto alle 18.
Dieci minuti dopo arriva anche Paola, che mi fa: «Da che ora sei qui? Le due?».
«Appena arrivato» le dico.
«È arrivato alle 19.57!» grida a tradimento una donna da dietro una finestra.
«Signora, ma non ha nient’altro da fare?» le grido io di rimando. La donna tira rabbiosamente una tenda.
«Guarda che ti conosco…» mi fa Paola, che poi si guarda intorno. «Bon, figurati se quell’altro è arrivato, prepariamoci all’agonia».
Al Gou Sheng Riccardo ovviamente ancora non c’è. Così ce ne stiamo lì a guardare la gente che arriva, entra, viene condotta al tavolo, ordina, beve, mangia, ride, ama. Nel frattempo io invece guardo l’ora:
20.35
20.39.
20.47.
Paola comincia a spazientirsi. Sbuffa, cammina nervosamente avanti e indietro, prende a calcetti le gomme delle auto parcheggiate, cerca di stare in bilico su un panettone di cemento, si fa dei selfie con un gatto randagio.
«Pagherei per sapere cosa sta facendo» dice poi sedendosi su una poltroncina messa apposta davanti al ristorante per chi ha degli amici come Riccardo.
«Secondo me è in mutande sul divano che guarda i gol della Bundesliga mangiando un ghiacciolo» dico aprendo la porta del Gou Sheng a un gruppetto festante, pronto a fregarci il tavolo.
«Abbiamo prenotato a nome Carini» mi fa una ragazza.
«Buon per voi» le dico sospingendola dentro e richiudendo la porta.
Alle 20.54, per sfogarci, cominciamo a immaginare leggi del contrappasso per Riccardo. Per esempio che l’antidoto per quel brutto morso di crotalo arriva un’ora dopo il decesso. Ma perché un’ora? Tanto è morto. Un secondo dopo il decesso. Immaginiamo Riccardo spirare e, con l’ultimo barlume di coscienza, scorgere un tizio che arriva di corsa agitando una provetta gridando «Ho l’antidoto!». Ma perché di corsa? Camminando lentamente e fermandosi anche a prendersi un tè alle macchinette.
«Io entro» dice Paola dopo un po’. Difficile darle torto. E poi fa caldo. E abbiamo sete. Così entriamo, prendiamo il tavolo e ci facciamo portare due birre. Alle 21.02 decidiamo di mandare un messaggio a Riccardo.
Valutiamo prima alcune opzioni:
Noi ce ne andiamo.
Noi mangiamo.
Possa arrivare in ritardo l’ambulanza nel momento del tuo estremo bisogno.
Possa arrivarti in ritardo lo stipendio ogni mese.
Possa avere un ritardo la tua fidanzata.
Possa il momento dell’estremo bisogno essere questo, almeno si spiegherebbe il ritardo.
Alla fine decidiamo per un pavido: “Ti stiamo aspettando dentro”.
Dopo cinque minuti, Riccardo risponde: “Sto uscendo”.
«Alleluia» dice Paola alzando la mano per chiamare il cameriere e ordinare una zuppiera di spaghetti di soia.
«Non essere ingenua,» dico abbassandole la mano. «“Sto uscendo”, detto da Riccardo, non significa “sto uscendo di casa”, ma “sto uscendo dalla doccia”. Ha un fuso e un linguaggio completamente diversi dai nostri».
Ovviamente non posso saperlo con certezza, potrebbe essere “sto uscendo dalla doccia” o anche:
Sto uscendo di senno. Chi sei?
Sto uscendo con una bionda carinissima, passo a prenderla tra poco.
Sto uscendo dal lavoro.
Sto uscendo dall’aereo, sono appena atterrato a Panama City.
Sto uscendo dal pianerottolo, tra poco sarò finalmente sul mio divano.
Sto uscendo dal Gou Sheng con una bionda carinissima, anche voi qui?
Sto uscendo le lasagne dal forno: mangio a casa.
«Non molto diverso da quando Riccardo scrive: “Sto arrivando”, che significa: “Non sto arrivando”» dico a Paola. «Se stesse arrivando, scriverebbe: “Sto parcheggiando”. Se stesse parcheggiando scriverebbe: “Sono lì”. Se fosse qui, non scriverebbe, sarebbe qui. Finché Riccardo ci scrive, qualunque cosa ci scriva, siamo nei guai, anche e soprattutto se ci scrive: “Tranquilli, non siete nei guai”».
Paola intinge la punta di una bacchetta nella salsa di soia, se la porta alla bocca e poi dice: «Lo odio».
Rido.
«Tu non lo odi?» mi fa.
«Sai che non so odiare, solo disprezzare».
«Lo disprezzi?».
«Ma no».
«Dovremmo andarcene».
«Non servirebbe a niente. Cioè, alla fine perderemmo solo un amico».
«Non mi frega. Se non arriva entro dieci minuti, me ne vado».
Dopo un altro quarto d’ora, Riccardo arriva. Paola non se n’è andata. Ovvio, direbbe Riccardo, per il quale siamo tutti sottoposti. Si è mai visto un umile servitore che se la squaglia? Mm, in effetti no, direi io leggendo le istruzioni di montaggio della mia ghigliottina.
«Come state?» dice senza sedersi, appoggiando cellulare e chiavi sul tavolo.
Osserviamo i suoi capelli impeccabilmente scolpiti (quindici minuti), la pelle del viso magistralmente rasata (dodici minuti), i vestiti sapientemente abbinati (venti minuti). Possiamo ricostruire il suo ritardo pezzo a pezzo.
«Vado un secondo in bagno» ci fa.
Gli sorridiamo.
«Sai cosa mi colpisce?» dico a Paola quando Riccardo si è allontanato. «La sua freschezza, la rilassatezza. Non me la bevo che sia in ritardo perché troppo impegnato». «Ma va’,» dice Paola, «Abigaille spacca sempre il secondo e arriva che pare uscita da Vanity Fair». Abigaille è la moglie del nostro amico Giorgio. Ha non so quanti figli, lavori, mariti, amanti. Ed è sempre puntuale e perfetta.
«Esatto,» dico a Paola, «Riccardo non è indaffarato, è un pervertito. Lui gode nel farci aspettare. Infatti nel monte ritardi mettiamoci pure anche cinque minuti di masturbazione nel parcheggio mentre ci guarda col binocolo camminare avanti e indietro imprecando».
Quando Riccardo è finalmente seduto al tavolo, io e Paola diventiamo cordiali e affabili. Non gli facciamo mai pesare il fatto che sia in ritardo: sarebbe inutile e crudele, come rimproverare un gattino che fa la pipì sul tappeto o, be’, qualunque cosa faccia un gattino, compreso farvi aspettare al ristorante: infatti, anche volendo, non può cambiare. E comunque non vuole.
Riccardo si versa un bicchiere di birra e dice «Uff…» tirando un bel sospiro come uno che alla fine, nonostante le mille peripezie della sua emozionantissima vita, ce l’ha fatta anche questa volta. A fare tutto. A farlo bene. A trovare pure il tempo per un cinese con due vecchi amici.
«Trovato traffico?» chiede Paola.
«Hai dovuto accompagnare la tua fidanzata a Londra in canoa?» chiedo io.
«Hai salvato un cucciolo di crotalo da una valanga?» chiede Paola.
«O hai dormito fino a cinque minuti fa» dico io.
«Eh?» dice Riccardo aggrottando la fronte, fingendo di essere ancora troppo scosso da tutte le cose che fa in una giornata per capire che lo stiamo prendendo per il culo. «No no, magari… ho lavorato fino a mezz’ora fa».
E io e Paola, in coro: «Ahh…».
Non facciamo domande, ormai non cadiamo più in certe trappole.
La serata è come sempre gradevole. Perché Riccardo è di ottima compagnia. Altrimenti che senso avrebbe aspettarlo? O non fingersi dei cactus quando ci chiede di uscire.
Finita la cena, restiamo fuori dal ristorante a fare due chiacchiere. Riccardo però ci saluta subito: «Devo alzarmi prestissimo, domani» dice. Anche qui, niente domande.
Lo salutiamo affettuosamente e lo guardiamo allontanarsi.
«Un giorno però me la paga» dice Paola.
Per puro caso, quel giorno è una notte. Questa notte.
Dopo una ventina di minuti, infatti, siamo ancora lì a parlare.
«Sto guardando una serie interessante,» mi sta dicendo Paola, «ci sono queste cinque sorelle che devono…».
In quel momento mi squilla il telefono, guardo il display: Riccardo.
«Scusa,» le dico, «è Riccardo». Rispondo. «Sì? Ah. Ok. Ah, cazzo. Che sfiga… Sì sì, certo, nessun problema… Ma figurati, arrivo subito».
«Che succede?» mi chiede Paola.
«Gli si è piantata la macchina, dice che è fermo nella campagna in mezzo al nulla e se posso andare a recuperarlo prima che i grilli lo rapiscano».
«Poverino...» dice Paola, che poi si illumina di colpo, mi tira la camicia e mi fa: «Digli che vado io».
Alzo un sopracciglio, dubbioso.
«Sicura?» le chiedo.
«Sì sì!» dice lei, stranamente motivata.
«Riccardo? Sì, aspetta. Dice Paola che viene lei». Poi, rivolto a Paola: «Ti ringrazia».
Paola fa un sorriso e dice: «Per così poco…».
Quindi rassicuro Riccardo e metto giù. Decido comunque di accompagnare Paola.
Saliamo in macchina e dopo un po’ siamo in prossimità del punto che ci ha indicato Riccardo. Trattandosi di una strada che taglia tra i campi, è buia e desolata.
«Eccolo là» dico a Paola. In lontananza, dopo una curva, si intravede Riccardo appoggiato alla macchina, le mani in tasca, in attesa.
«Visto» mi fa Paola, che poi però invece di procedere rallenta, si infila in una stradina sterrata e spegne il motore.
«Perché?» chiedo.
«Ora tocca a lui aspettare noi».
Rido.
Per una decina di minuti osserviamo Riccardo camminare nervosamente avanti e indietro. Prova più volte a telefonare sia a me che a Paola. Non rispondiamo. Comincia allora a gesticolare e a parlare da solo, quasi certamente imprecando.
«Stupendo» dice Paola gustandosi la scena con un piccolo binocolo.
«Pensi che andremo anche a prenderlo o lo lasciamo lì?».
«Lasciarlo lì?» dice Paola senza smettere di guardare nel binocolo. «Mm, sai che non lo so? Fammici pensare un secondo».
«Certo,» le dico, «poi prenoto».
Casualità, dopo non molto mi scrive anche il nostro comune amico Riccardo, anche lui mi chiede se andiamo a cena, così gli propongo di aggiungersi a noi. Quando lo dico a Paola, la sua reazione è: «Mangeremo alle dieci».
Il motivo per cui Paola dice così è che Riccardo ha una piccola criticità.
Come tutti, no?, direbbe Riccardo.
Mm, forse, direi io.
Nel suo caso il problema è questo: è un ritardatario cronico.
Una volta abbiamo provato a fare un calcolo approssimativo del tempo trascorso nella nostra vita impalati da qualche parte ad aspettare i comodi di Riccardo: circa cinque giorni nel mio caso, tre nel caso di Paola.
Neanche tanti, direbbe Riccardo.
Mm, insomma, direi io.
«A che ora gli hai detto?» mi chiede Paola.
«20.15».
«Prenota alle 21».
«No, dai,» le dico, «faccio 20.30».
«Troppo poco,» dice Paola, «aspetteremo un secolo».
So che ha ragione, in genere Riccardo ti fa aspettare almeno venti minuti, ma ho una mia etica, dopotutto. Perciò chiamo e prenoto per le 20.30.
Alle 20.00 sono davanti al Gou Sheng, puntuale come un Riccardo svizzero.
Se Riccardo è un ritardatario, infatti, io sono puntualissimo o, come direbbe qualche malalingua, ho il problema opposto: arrivo troppo presto.
La ragione è semplice: penso all’ora di arrivo ideale, non so, 20.29. Calcolo la durata del tragitto e stabilisco il corretto orario di partenza, diciamo le 20. Poi comincio ad aggiungere margini di cinque-dieci minuti per non restare fregato in caso di imprevisti che immagino nel dettaglio, tipo, non so: metti che non si alza il passaggio a livello. Ma non ci sono passaggi a livello, obietta una voce nella mia testa. Ah no?, dico io, tanto meglio: metti che stanno installando un passaggio a livello. Oppure: trovi un gregge di pecore. Un’auto in fiamme. Proprio la tua, magari. Metti che ti ferma la polizia. Ti ferma e ti fa: «Ma lei lo sa che ha l’auto in fiamme?». E tu, per non perdere tempo: «Sì sì, non si preoccupi, agente, fa sempre così, poi si spegne. Posso andare?». Mi immagino anche tutti i dialoghi, e alla fine per sicurezza parto alle 18.
Dieci minuti dopo arriva anche Paola, che mi fa: «Da che ora sei qui? Le due?».
«Appena arrivato» le dico.
«È arrivato alle 19.57!» grida a tradimento una donna da dietro una finestra.
«Signora, ma non ha nient’altro da fare?» le grido io di rimando. La donna tira rabbiosamente una tenda.
«Guarda che ti conosco…» mi fa Paola, che poi si guarda intorno. «Bon, figurati se quell’altro è arrivato, prepariamoci all’agonia».
Al Gou Sheng Riccardo ovviamente ancora non c’è. Così ce ne stiamo lì a guardare la gente che arriva, entra, viene condotta al tavolo, ordina, beve, mangia, ride, ama. Nel frattempo io invece guardo l’ora:
20.35
20.39.
20.47.
Paola comincia a spazientirsi. Sbuffa, cammina nervosamente avanti e indietro, prende a calcetti le gomme delle auto parcheggiate, cerca di stare in bilico su un panettone di cemento, si fa dei selfie con un gatto randagio.
«Pagherei per sapere cosa sta facendo» dice poi sedendosi su una poltroncina messa apposta davanti al ristorante per chi ha degli amici come Riccardo.
«Secondo me è in mutande sul divano che guarda i gol della Bundesliga mangiando un ghiacciolo» dico aprendo la porta del Gou Sheng a un gruppetto festante, pronto a fregarci il tavolo.
«Abbiamo prenotato a nome Carini» mi fa una ragazza.
«Buon per voi» le dico sospingendola dentro e richiudendo la porta.
Alle 20.54, per sfogarci, cominciamo a immaginare leggi del contrappasso per Riccardo. Per esempio che l’antidoto per quel brutto morso di crotalo arriva un’ora dopo il decesso. Ma perché un’ora? Tanto è morto. Un secondo dopo il decesso. Immaginiamo Riccardo spirare e, con l’ultimo barlume di coscienza, scorgere un tizio che arriva di corsa agitando una provetta gridando «Ho l’antidoto!». Ma perché di corsa? Camminando lentamente e fermandosi anche a prendersi un tè alle macchinette.
«Io entro» dice Paola dopo un po’. Difficile darle torto. E poi fa caldo. E abbiamo sete. Così entriamo, prendiamo il tavolo e ci facciamo portare due birre. Alle 21.02 decidiamo di mandare un messaggio a Riccardo.
Valutiamo prima alcune opzioni:
Noi ce ne andiamo.
Noi mangiamo.
Possa arrivare in ritardo l’ambulanza nel momento del tuo estremo bisogno.
Possa arrivarti in ritardo lo stipendio ogni mese.
Possa avere un ritardo la tua fidanzata.
Possa il momento dell’estremo bisogno essere questo, almeno si spiegherebbe il ritardo.
Alla fine decidiamo per un pavido: “Ti stiamo aspettando dentro”.
Dopo cinque minuti, Riccardo risponde: “Sto uscendo”.
«Alleluia» dice Paola alzando la mano per chiamare il cameriere e ordinare una zuppiera di spaghetti di soia.
«Non essere ingenua,» dico abbassandole la mano. «“Sto uscendo”, detto da Riccardo, non significa “sto uscendo di casa”, ma “sto uscendo dalla doccia”. Ha un fuso e un linguaggio completamente diversi dai nostri».
Ovviamente non posso saperlo con certezza, potrebbe essere “sto uscendo dalla doccia” o anche:
Sto uscendo di senno. Chi sei?
Sto uscendo con una bionda carinissima, passo a prenderla tra poco.
Sto uscendo dal lavoro.
Sto uscendo dall’aereo, sono appena atterrato a Panama City.
Sto uscendo dal pianerottolo, tra poco sarò finalmente sul mio divano.
Sto uscendo dal Gou Sheng con una bionda carinissima, anche voi qui?
Sto uscendo le lasagne dal forno: mangio a casa.
«Non molto diverso da quando Riccardo scrive: “Sto arrivando”, che significa: “Non sto arrivando”» dico a Paola. «Se stesse arrivando, scriverebbe: “Sto parcheggiando”. Se stesse parcheggiando scriverebbe: “Sono lì”. Se fosse qui, non scriverebbe, sarebbe qui. Finché Riccardo ci scrive, qualunque cosa ci scriva, siamo nei guai, anche e soprattutto se ci scrive: “Tranquilli, non siete nei guai”».
Paola intinge la punta di una bacchetta nella salsa di soia, se la porta alla bocca e poi dice: «Lo odio».
Rido.
«Tu non lo odi?» mi fa.
«Sai che non so odiare, solo disprezzare».
«Lo disprezzi?».
«Ma no».
«Dovremmo andarcene».
«Non servirebbe a niente. Cioè, alla fine perderemmo solo un amico».
«Non mi frega. Se non arriva entro dieci minuti, me ne vado».
Dopo un altro quarto d’ora, Riccardo arriva. Paola non se n’è andata. Ovvio, direbbe Riccardo, per il quale siamo tutti sottoposti. Si è mai visto un umile servitore che se la squaglia? Mm, in effetti no, direi io leggendo le istruzioni di montaggio della mia ghigliottina.
«Come state?» dice senza sedersi, appoggiando cellulare e chiavi sul tavolo.
Osserviamo i suoi capelli impeccabilmente scolpiti (quindici minuti), la pelle del viso magistralmente rasata (dodici minuti), i vestiti sapientemente abbinati (venti minuti). Possiamo ricostruire il suo ritardo pezzo a pezzo.
«Vado un secondo in bagno» ci fa.
Gli sorridiamo.
«Sai cosa mi colpisce?» dico a Paola quando Riccardo si è allontanato. «La sua freschezza, la rilassatezza. Non me la bevo che sia in ritardo perché troppo impegnato». «Ma va’,» dice Paola, «Abigaille spacca sempre il secondo e arriva che pare uscita da Vanity Fair». Abigaille è la moglie del nostro amico Giorgio. Ha non so quanti figli, lavori, mariti, amanti. Ed è sempre puntuale e perfetta.
«Esatto,» dico a Paola, «Riccardo non è indaffarato, è un pervertito. Lui gode nel farci aspettare. Infatti nel monte ritardi mettiamoci pure anche cinque minuti di masturbazione nel parcheggio mentre ci guarda col binocolo camminare avanti e indietro imprecando».
Quando Riccardo è finalmente seduto al tavolo, io e Paola diventiamo cordiali e affabili. Non gli facciamo mai pesare il fatto che sia in ritardo: sarebbe inutile e crudele, come rimproverare un gattino che fa la pipì sul tappeto o, be’, qualunque cosa faccia un gattino, compreso farvi aspettare al ristorante: infatti, anche volendo, non può cambiare. E comunque non vuole.
Riccardo si versa un bicchiere di birra e dice «Uff…» tirando un bel sospiro come uno che alla fine, nonostante le mille peripezie della sua emozionantissima vita, ce l’ha fatta anche questa volta. A fare tutto. A farlo bene. A trovare pure il tempo per un cinese con due vecchi amici.
«Trovato traffico?» chiede Paola.
«Hai dovuto accompagnare la tua fidanzata a Londra in canoa?» chiedo io.
«Hai salvato un cucciolo di crotalo da una valanga?» chiede Paola.
«O hai dormito fino a cinque minuti fa» dico io.
«Eh?» dice Riccardo aggrottando la fronte, fingendo di essere ancora troppo scosso da tutte le cose che fa in una giornata per capire che lo stiamo prendendo per il culo. «No no, magari… ho lavorato fino a mezz’ora fa».
E io e Paola, in coro: «Ahh…».
Non facciamo domande, ormai non cadiamo più in certe trappole.
La serata è come sempre gradevole. Perché Riccardo è di ottima compagnia. Altrimenti che senso avrebbe aspettarlo? O non fingersi dei cactus quando ci chiede di uscire.
Finita la cena, restiamo fuori dal ristorante a fare due chiacchiere. Riccardo però ci saluta subito: «Devo alzarmi prestissimo, domani» dice. Anche qui, niente domande.
Lo salutiamo affettuosamente e lo guardiamo allontanarsi.
«Un giorno però me la paga» dice Paola.
Per puro caso, quel giorno è una notte. Questa notte.
Dopo una ventina di minuti, infatti, siamo ancora lì a parlare.
«Sto guardando una serie interessante,» mi sta dicendo Paola, «ci sono queste cinque sorelle che devono…».
In quel momento mi squilla il telefono, guardo il display: Riccardo.
«Scusa,» le dico, «è Riccardo». Rispondo. «Sì? Ah. Ok. Ah, cazzo. Che sfiga… Sì sì, certo, nessun problema… Ma figurati, arrivo subito».
«Che succede?» mi chiede Paola.
«Gli si è piantata la macchina, dice che è fermo nella campagna in mezzo al nulla e se posso andare a recuperarlo prima che i grilli lo rapiscano».
«Poverino...» dice Paola, che poi si illumina di colpo, mi tira la camicia e mi fa: «Digli che vado io».
Alzo un sopracciglio, dubbioso.
«Sicura?» le chiedo.
«Sì sì!» dice lei, stranamente motivata.
«Riccardo? Sì, aspetta. Dice Paola che viene lei». Poi, rivolto a Paola: «Ti ringrazia».
Paola fa un sorriso e dice: «Per così poco…».
Quindi rassicuro Riccardo e metto giù. Decido comunque di accompagnare Paola.
Saliamo in macchina e dopo un po’ siamo in prossimità del punto che ci ha indicato Riccardo. Trattandosi di una strada che taglia tra i campi, è buia e desolata.
«Eccolo là» dico a Paola. In lontananza, dopo una curva, si intravede Riccardo appoggiato alla macchina, le mani in tasca, in attesa.
«Visto» mi fa Paola, che poi però invece di procedere rallenta, si infila in una stradina sterrata e spegne il motore.
«Perché?» chiedo.
«Ora tocca a lui aspettare noi».
Rido.
Per una decina di minuti osserviamo Riccardo camminare nervosamente avanti e indietro. Prova più volte a telefonare sia a me che a Paola. Non rispondiamo. Comincia allora a gesticolare e a parlare da solo, quasi certamente imprecando.
«Stupendo» dice Paola gustandosi la scena con un piccolo binocolo.
«Pensi che andremo anche a prenderlo o lo lasciamo lì?».
«Lasciarlo lì?» dice Paola senza smettere di guardare nel binocolo. «Mm, sai che non lo so? Fammici pensare un secondo».
18.9.26
Sangue blu (1516)
Mi fa molto ridere quando la mia gatta si sta lavando, io arrivo e le tocco una zampa o l’accarezzo in un punto qualsiasi e lei, dopo un istante di riflessione e sbigottimento, si lecca freneticamente quella stessa zona, come per liberarsi della mia lordura. Mi ricorda quell’aneddoto raccontato da Ninetto Davoli in merito a un suo incontro con Totò. Davoli, accompagnato da Pasolini, andò a casa di Totò ai Parioli, in un palazzo il cui portone “era più alto di casa mia”. Ragazzo di borgata, era in jeans e maglietta, Totò invece lo accolse in “vestaglia rosso cardinale”, con tanto di “pon-pon”, e lo fece accomodare. Come si venne a sapere dopo, terminato l’incontro e congedato l’ospite Totò andò nel ripostiglio, prese una bomboletta di DDT e, senza dire una parola, lo spruzzò sulla sedia dov’era stato seduto Davoli.
10.9.26
1515.
Al City College rimanevo a chiacchierare nella mensa del seminterrato fino alle dieci, alle undici di sera con un manipolo di altri che come me non aveva mai voglia di tornare a casa, nel Brooklyn o nel Bronx, e lì alla mensa la mia educazione mise radici. Lì imparai che Faulkner era l’America, Dickens la politica, Marx il sesso, Jane Austen l’idea di cultura, che io venivo dal ghetto e che D.H. Lawrence era un visionario. Lì venne tenuto a battesimo il mio amore per la letteratura, e lì sbocciò lo stupore per la vita della mente. Scoprii che le idee trasformano le persone, e che la conversazione intellettuale è altamente erotica.
Legami feroci, V. Gornick
Legami feroci, V. Gornick
6.9.26
Il raspino (1514)
Squilla il telefono, guardo il display: Anziana madre.
Penso: offerte di cibo? Richieste di supporto tecnologico? Acciacchi e malanni?
Rispondo.
«Mi dica».
«Tuo padre ha un po’ di raspino».
Malanni, dunque.
“Raspino” infatti è un termine che l’anziano padre usa al posto di “mal di gola”. “Ho il mal di gola” non lo dirà mai, per lui sarebbe come ammettere una sconfitta.
In realtà non dice nemmeno “ho il raspino”, al massimo dice che ha un po’ di raspino.
Attenzione, però: può dirlo lui, non tu. Se dopo tre ore gli chiedi «Come va il raspino?», lui ti guarda come se fossi scemo e ti fa «Che raspino?». E tu: «Il fastidio alla gola». E lui: «Ma va’ là…».
Questo atteggiamento non si limita al mal di gola: infatti nel corso della sua vita non ha mai detto “ho preso un virus”, “ho preso l’influenza”, “sono malato”. Devi saper interpretare certi segni e il suo modo di descriverli e, siccome non vivo con loro e lui non usa il telefono, a riferire tali segni è l’anziana madre, che però a sua volta ha tutto un linguaggio cripto-omertoso-difensivo teso a insabbiare informazioni che sta cercando di farti intuire senza però mai dirle né mostrarle direttamente.
Per esempio: l’anziano padre dice che sta bene, però ha messo il maglione. Ad agosto. Poi butta lì all’anziana moglie un «Mi verrà mica la tosse?». Significa che gli è già venuta, che sta già tossendo da giorni ma adesso è al punto in cui si è reso conto che non riuscirà più a nasconderlo, allora tanto vale passare da veggente, almeno.
Quindi: l’anziano paziente rifiuta di farsi misurare la febbre. Non solo. Rifiuta di essere considerato malato. La sua voce è rauca ma lui dice di no.
Spiego al telefono all’anziana madre che deve dirmi le cose oggettive.
«La voce è rauca?» chiedo. Un ingenuo giovane figlio potrebbe pensare che qui arrivi un sì o un no. Una voce è o non è rauca, giusto? Così direbbe Socrate in un dialogo platonico, probabilmente Il raspino.
A Socrate, Trasimaco risponderebbe: «Lo è, o Socrate». O Socrate. Che meraviglia. Quanti, oggi, ci riservano lo stesso rispetto? Hai ragione, o Joey. Parole magiche che nessuno di noi sente mai (specie chi non si chiama Joey).
Socrate potrebbe quindi agevolmente procedere. Comoda la vita nell’antica Atene. Ma vediamolo oggi, a San Paco Llorente, con gli anziani genitori:
Socrate: «E dimmi, anziana madre, la voce dell’anziano padre è rauca?».
Anziana madre: «Lui dice di no».
Socrate: «Ma lo è?».
Anziana madre: «Di solito ha sempre una voce bella forte».
Socrate: «Sì ok ma lo è?».
Anziana madre: «E dice che sta benissimo…».
Socrate: «Oh santo Apollo… ci hai parlato? L’hai sentita? Non sono forse orecchie quelle due protuberanze che fanno capolino fra i tuoi riccioli?».
Anziana madre: «Così mi metti ansia…».
Socrate: «Capisco. Allora ascolta, procediamo con calma. Concordi con me che se vogliamo sapere se la sua voce è rauca occorre prima stabilire cosa intendiamo con “voce rauca”?».
Anziana madre: «Io so solo che ieri sera gli ho dato la Tachipirina perché il cardiologo mi ha detto che non devono salire i battiti. Questo cardiologo è nuovo, è molto bravo, me l’ha consigliato la mia amica Stefania, che quando sua figlia…».
Socrate: «Ma chissenefrega!».
Anziana madre: «…».
Socrate: «Ehm… scusa. È che sei molto indisciplinata. Dialetticamente, dico. Proviamo così. La mia voce ti sembra rauca?».
Anziana madre: «Aspetta, devo andare giù perché ho le patate sul fuoco».
Socrate: «Rispondi solo a questa domanda, ti prego. La mia voce ti sembra rauca?».
Anziana madre: «Un po’ sì».
Socrate: «Ma come sì? Ma se sto benissimo… Questa è la mia voce normale…».
Anziana madre: «Be’, che cosa vuoi che ti dica? A me sembra rauca».
Socrate: «Va bene, non importa. Proviamo con te, anziano padre, sembri una persona ragionevole. Ti fa male la gola?».
Anziano padre: «Ma va’… ho un po’ di raspino».
Socrate (rivolgendosi all’anziana madre): «Che cos’è il raspino?».
Anziana madre: «Quando fai grr grr… grr grr…».
Socrate: «Grr grr? Non capisco».
Anziano padre: «Ho la saliva che non va ne su né giù».
Anziana madre: «Grr grr… così, senti? Grr… grr».
Socrate: «In che senso la saliva non…».
Anziano padre (alzandosi): «Sentite, mi avete stufato. Io vado nell’orto».
Anziana madre: «Tu non vai da nessuna parte! Socrate, fermalo!».
Socrate (all’anziano padre): «Hai per caso la cicuta, nell’orto?».
Anziano padre: «No. Ho i fagiolini, ho i peperoni, ho le…».
Socrate: «Allora andiamo a seminarla, sento che presto ne avrò bisogno».
Avere una risposta chiara sullo stato di salute dell’anziano padre è impossibile, l’anziana madre non osa formulare un simile verdetto, non osa prendersi tale responsabilità e, se lo facesse, sentirebbe di aver tradito il marito, il quale sostiene sempre di non avere nulla. Forse lei ha una memoria ancestrale che risale ai tempi della peste. O ha visto troppi film. Teme che, se dirà sì, arriverà un carretto zeppo di salme sul quale verrà caricato il marito per essere poi cosparso di calce e successivamente bruciato. Se dice no, teme che questo faccia abbassare la guardia al giovane figlio, che si recherà in visita e verrà infettato, caricato sul carretto e bruciato. La colpa si nasconde in ogni dove. Nel dire sì, nel dire no, nel non dire niente o nel dire non lo so. Quasi quasi le sembra desiderabile buttarsi direttamente lei, sul carretto, ed essere portata via da tutti questi guai.
«La voce è o non è rauca?» chiedo, già esasperato.
Alla fine, decisione salomonica dell’anziana madre, anzi ponziopilatesca: «Te lo passo».
«Vieni,» la sento dire all’anziano padre, «saluta tuo figlio».
Si odono quindi borbottii, un lieve trambusto, forse un’anziana colluttazione. Immagino lei che lo costringe a prendere il telefono e a portarlo all’orecchio.
«Sì?» dice infine una voce, rauca oltre ogni ragionevole dubbio.
«Allora,» dico, «come stai?».
Qui ingenuamente ti aspetteresti un ventaglio di possibili risposte: ho un po’ di mal di gola, ho un po’ di raspino, ho un po’ di tosse. Oppure tutte queste cose senza “un po’”. Ah, che bello sarebbe! Come stai? Ho mal di gola. Ah, bene! Cioè, mi dispiace, però bene: chiarezza, comunicazione, comprensione! Domanda e risposta. Altri sintomi? Ho i brividi. Ho la tosse. Ho la voce rauca, come avrai notato. Ok, ottimo! Cioè, mi dispiace. Però che bello! Riscontri oggettivi dal mondo fenomenico, lo userò come titolo del mio romanzo su di voi!
E invece:
«Come stai?».
«Io? Benone».
Vorrei dire: scusa, forse mi è stato passato l’anziano padre sbagliato. Ce ne dovrebbe essere uno che sta indossando un maglione di lana ad agosto.
«E la tosse?» chiedo.
«Ma che tosse…» mi fa lui tossendo.
«Misurati la febbre».
Qui si inalbera e sbotta: «Ma siete diventati matti? Volete farmi passare per malato? Sto benissimo!».
Il termometro è il nemico, poiché determina uno stato. Da lì in poi, niente più chiacchiere né giochi di prestigio.
Di fronte a questa reazione svalvolata, recedo. Chi me lo fa fare?, penso. Sono al telefono da tre minuti, ho ampiamente fatto il mio dovere di figlio premuroso.
«Ripassami l’anziana madre» gli dico.
Quando l’anziana madre torna al telefono, le dico: «Niente, il soggetto fa ostruzionismo. Mi farai sapere come va».
«Va bene» mi risponde lei.
Metto giù il telefono.
Dopo un paio d’ore, messaggio dell’anziana madre: “Ha 38.5”.
Le scrivo: “Immaginavo. Digli di riguardarsi”.
Lei: “È andato nell’orto”.
Io: “Immaginavo. Digli di andare nell’orto”.
Più tardi, me li vedo tutti e tre a cena:
Anziana madre: «Questo brodo ti fa bene. Poi ti metti sul divano e guardi il tuo Netflix. Domani stai in casa e poi sarai come nuovo».
Anziano padre: «Domani devo tagliare l’erba».
Anziana madre: «Ma non esiste, hai la febbre! Socrate, digli qualcosa tu!».
Socrate: «Eh, uhm… certo, certo… ci penso io. Allora, vediamo un po’… Dimmi, anziano padre, non è forse vero che l’erba sarà lì anche dopodomani?».
Anziano padre: «Di sicuro non si taglia da sola».
Socrate: «Ma anche se la tagli, ricresce. O sbaglio?».
Anziano padre: «Che discorsi. Qualcuno comunque deve tagliarla. Vuoi farlo tu?».
Socrate: «Ehm, io? Veramente non ho mai fatto niente di… di pratico, ecco… non saprei da dove cominciare».
Anziano padre: «Comincia dai lati».
Socrate: «Ma, uhm, cioè… prima dovremmo definire cos’è un “lato”, no?».
Anziano padre (all’anziana madre): «Mi sa che questo qui non ha voglia di fare niente».
Anziana madre: «Lascialo stare, è un ospite. Socrate, vuoi altra minestrina?».
Socrate: «Minestrina? Non ci sarebbe qualcosa di più, come dire… sostanzioso?».
Anziano padre: «Pure…».
Anziana madre: «Posso farti dei toast».
Socrate: «Toast? Mai sentiti. Di che si tratta?».
Anziana madre: «Pane tostato, formaggio fuso e fettine di carne di maiale. Posso metterci anche dei funghetti, se vuoi».
Socrate: «Sembrano deliziosi».
Anziana madre: «Oh sì, lo sono».
Socrate: «Lo sospettavo. In questo caso accolgo la tua offerta, fammene dieci».
Penso: offerte di cibo? Richieste di supporto tecnologico? Acciacchi e malanni?
Rispondo.
«Mi dica».
«Tuo padre ha un po’ di raspino».
Malanni, dunque.
“Raspino” infatti è un termine che l’anziano padre usa al posto di “mal di gola”. “Ho il mal di gola” non lo dirà mai, per lui sarebbe come ammettere una sconfitta.
In realtà non dice nemmeno “ho il raspino”, al massimo dice che ha un po’ di raspino.
Attenzione, però: può dirlo lui, non tu. Se dopo tre ore gli chiedi «Come va il raspino?», lui ti guarda come se fossi scemo e ti fa «Che raspino?». E tu: «Il fastidio alla gola». E lui: «Ma va’ là…».
Questo atteggiamento non si limita al mal di gola: infatti nel corso della sua vita non ha mai detto “ho preso un virus”, “ho preso l’influenza”, “sono malato”. Devi saper interpretare certi segni e il suo modo di descriverli e, siccome non vivo con loro e lui non usa il telefono, a riferire tali segni è l’anziana madre, che però a sua volta ha tutto un linguaggio cripto-omertoso-difensivo teso a insabbiare informazioni che sta cercando di farti intuire senza però mai dirle né mostrarle direttamente.
Per esempio: l’anziano padre dice che sta bene, però ha messo il maglione. Ad agosto. Poi butta lì all’anziana moglie un «Mi verrà mica la tosse?». Significa che gli è già venuta, che sta già tossendo da giorni ma adesso è al punto in cui si è reso conto che non riuscirà più a nasconderlo, allora tanto vale passare da veggente, almeno.
Quindi: l’anziano paziente rifiuta di farsi misurare la febbre. Non solo. Rifiuta di essere considerato malato. La sua voce è rauca ma lui dice di no.
Spiego al telefono all’anziana madre che deve dirmi le cose oggettive.
«La voce è rauca?» chiedo. Un ingenuo giovane figlio potrebbe pensare che qui arrivi un sì o un no. Una voce è o non è rauca, giusto? Così direbbe Socrate in un dialogo platonico, probabilmente Il raspino.
A Socrate, Trasimaco risponderebbe: «Lo è, o Socrate». O Socrate. Che meraviglia. Quanti, oggi, ci riservano lo stesso rispetto? Hai ragione, o Joey. Parole magiche che nessuno di noi sente mai (specie chi non si chiama Joey).
Socrate potrebbe quindi agevolmente procedere. Comoda la vita nell’antica Atene. Ma vediamolo oggi, a San Paco Llorente, con gli anziani genitori:
Socrate: «E dimmi, anziana madre, la voce dell’anziano padre è rauca?».
Anziana madre: «Lui dice di no».
Socrate: «Ma lo è?».
Anziana madre: «Di solito ha sempre una voce bella forte».
Socrate: «Sì ok ma lo è?».
Anziana madre: «E dice che sta benissimo…».
Socrate: «Oh santo Apollo… ci hai parlato? L’hai sentita? Non sono forse orecchie quelle due protuberanze che fanno capolino fra i tuoi riccioli?».
Anziana madre: «Così mi metti ansia…».
Socrate: «Capisco. Allora ascolta, procediamo con calma. Concordi con me che se vogliamo sapere se la sua voce è rauca occorre prima stabilire cosa intendiamo con “voce rauca”?».
Anziana madre: «Io so solo che ieri sera gli ho dato la Tachipirina perché il cardiologo mi ha detto che non devono salire i battiti. Questo cardiologo è nuovo, è molto bravo, me l’ha consigliato la mia amica Stefania, che quando sua figlia…».
Socrate: «Ma chissenefrega!».
Anziana madre: «…».
Socrate: «Ehm… scusa. È che sei molto indisciplinata. Dialetticamente, dico. Proviamo così. La mia voce ti sembra rauca?».
Anziana madre: «Aspetta, devo andare giù perché ho le patate sul fuoco».
Socrate: «Rispondi solo a questa domanda, ti prego. La mia voce ti sembra rauca?».
Anziana madre: «Un po’ sì».
Socrate: «Ma come sì? Ma se sto benissimo… Questa è la mia voce normale…».
Anziana madre: «Be’, che cosa vuoi che ti dica? A me sembra rauca».
Socrate: «Va bene, non importa. Proviamo con te, anziano padre, sembri una persona ragionevole. Ti fa male la gola?».
Anziano padre: «Ma va’… ho un po’ di raspino».
Socrate (rivolgendosi all’anziana madre): «Che cos’è il raspino?».
Anziana madre: «Quando fai grr grr… grr grr…».
Socrate: «Grr grr? Non capisco».
Anziano padre: «Ho la saliva che non va ne su né giù».
Anziana madre: «Grr grr… così, senti? Grr… grr».
Socrate: «In che senso la saliva non…».
Anziano padre (alzandosi): «Sentite, mi avete stufato. Io vado nell’orto».
Anziana madre: «Tu non vai da nessuna parte! Socrate, fermalo!».
Socrate (all’anziano padre): «Hai per caso la cicuta, nell’orto?».
Anziano padre: «No. Ho i fagiolini, ho i peperoni, ho le…».
Socrate: «Allora andiamo a seminarla, sento che presto ne avrò bisogno».
Avere una risposta chiara sullo stato di salute dell’anziano padre è impossibile, l’anziana madre non osa formulare un simile verdetto, non osa prendersi tale responsabilità e, se lo facesse, sentirebbe di aver tradito il marito, il quale sostiene sempre di non avere nulla. Forse lei ha una memoria ancestrale che risale ai tempi della peste. O ha visto troppi film. Teme che, se dirà sì, arriverà un carretto zeppo di salme sul quale verrà caricato il marito per essere poi cosparso di calce e successivamente bruciato. Se dice no, teme che questo faccia abbassare la guardia al giovane figlio, che si recherà in visita e verrà infettato, caricato sul carretto e bruciato. La colpa si nasconde in ogni dove. Nel dire sì, nel dire no, nel non dire niente o nel dire non lo so. Quasi quasi le sembra desiderabile buttarsi direttamente lei, sul carretto, ed essere portata via da tutti questi guai.
«La voce è o non è rauca?» chiedo, già esasperato.
Alla fine, decisione salomonica dell’anziana madre, anzi ponziopilatesca: «Te lo passo».
«Vieni,» la sento dire all’anziano padre, «saluta tuo figlio».
Si odono quindi borbottii, un lieve trambusto, forse un’anziana colluttazione. Immagino lei che lo costringe a prendere il telefono e a portarlo all’orecchio.
«Sì?» dice infine una voce, rauca oltre ogni ragionevole dubbio.
«Allora,» dico, «come stai?».
Qui ingenuamente ti aspetteresti un ventaglio di possibili risposte: ho un po’ di mal di gola, ho un po’ di raspino, ho un po’ di tosse. Oppure tutte queste cose senza “un po’”. Ah, che bello sarebbe! Come stai? Ho mal di gola. Ah, bene! Cioè, mi dispiace, però bene: chiarezza, comunicazione, comprensione! Domanda e risposta. Altri sintomi? Ho i brividi. Ho la tosse. Ho la voce rauca, come avrai notato. Ok, ottimo! Cioè, mi dispiace. Però che bello! Riscontri oggettivi dal mondo fenomenico, lo userò come titolo del mio romanzo su di voi!
E invece:
«Come stai?».
«Io? Benone».
Vorrei dire: scusa, forse mi è stato passato l’anziano padre sbagliato. Ce ne dovrebbe essere uno che sta indossando un maglione di lana ad agosto.
«E la tosse?» chiedo.
«Ma che tosse…» mi fa lui tossendo.
«Misurati la febbre».
Qui si inalbera e sbotta: «Ma siete diventati matti? Volete farmi passare per malato? Sto benissimo!».
Il termometro è il nemico, poiché determina uno stato. Da lì in poi, niente più chiacchiere né giochi di prestigio.
Di fronte a questa reazione svalvolata, recedo. Chi me lo fa fare?, penso. Sono al telefono da tre minuti, ho ampiamente fatto il mio dovere di figlio premuroso.
«Ripassami l’anziana madre» gli dico.
Quando l’anziana madre torna al telefono, le dico: «Niente, il soggetto fa ostruzionismo. Mi farai sapere come va».
«Va bene» mi risponde lei.
Metto giù il telefono.
Dopo un paio d’ore, messaggio dell’anziana madre: “Ha 38.5”.
Le scrivo: “Immaginavo. Digli di riguardarsi”.
Lei: “È andato nell’orto”.
Io: “Immaginavo. Digli di andare nell’orto”.
Più tardi, me li vedo tutti e tre a cena:
Anziana madre: «Questo brodo ti fa bene. Poi ti metti sul divano e guardi il tuo Netflix. Domani stai in casa e poi sarai come nuovo».
Anziano padre: «Domani devo tagliare l’erba».
Anziana madre: «Ma non esiste, hai la febbre! Socrate, digli qualcosa tu!».
Socrate: «Eh, uhm… certo, certo… ci penso io. Allora, vediamo un po’… Dimmi, anziano padre, non è forse vero che l’erba sarà lì anche dopodomani?».
Anziano padre: «Di sicuro non si taglia da sola».
Socrate: «Ma anche se la tagli, ricresce. O sbaglio?».
Anziano padre: «Che discorsi. Qualcuno comunque deve tagliarla. Vuoi farlo tu?».
Socrate: «Ehm, io? Veramente non ho mai fatto niente di… di pratico, ecco… non saprei da dove cominciare».
Anziano padre: «Comincia dai lati».
Socrate: «Ma, uhm, cioè… prima dovremmo definire cos’è un “lato”, no?».
Anziano padre (all’anziana madre): «Mi sa che questo qui non ha voglia di fare niente».
Anziana madre: «Lascialo stare, è un ospite. Socrate, vuoi altra minestrina?».
Socrate: «Minestrina? Non ci sarebbe qualcosa di più, come dire… sostanzioso?».
Anziano padre: «Pure…».
Anziana madre: «Posso farti dei toast».
Socrate: «Toast? Mai sentiti. Di che si tratta?».
Anziana madre: «Pane tostato, formaggio fuso e fettine di carne di maiale. Posso metterci anche dei funghetti, se vuoi».
Socrate: «Sembrano deliziosi».
Anziana madre: «Oh sì, lo sono».
Socrate: «Lo sospettavo. In questo caso accolgo la tua offerta, fammene dieci».
3.9.26
Colleghi (1513)
Mi chiama l’anziana madre, dice che l’anziano padre ha tosse, febbricola, raucedine. Le dico che se è preoccupata può portarlo dal medico, così lo visita. Lei mi fa: «Eh ma poi lo sai il dottor Paraurti com’è, ti dà subito l’antibiotico, però se gli dà lo Zitromax non va bene con i farmaci che prende tuo padre, sarebbe meglio l’Augmentin». Silenzio. Poi le dico: «Scusa, mi ricordi il tuo titolo di studio?». Lei ride e mi fa: «Casalinga». Io: «Ok. Allora fa’ così: telefona al dottor Paraurti, gli esponi il caso e se lui ti dice di dargli lo Zitromax, gli dici: “Esimio collega, come lei ben saprà lo Zitromax non è indicato per i pazienti cardiopatici che assumono x e y”. Poi gli dici: “Anche il mio assistente, qui, il dottor Chad Jeepety, ne conviene. Suggeriamo dunque l’Augmentin”. E vedi cosa ti risponde». Lei ride e mi fa: «Va bene, adesso andiamo». Io le dico: «Brava. Ah, e porta con te anche il dottor Jeepety, mi raccomando».
24.8.26
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