Lo scrittore (1512)

Giorni fa ero in giro per San Paco con il mio amico Tiberio Scolapigna, scrittore nonché proprietario di un negozio di cravatte (o viceversa), autore di Vendo gatto persiano praticamente nuovo e I dolori del giovane Spezzetti, entrambi editi da Spezzetti Editore (li trovate al banco dei libri alla festa della zucca di San Paco Llorente, verso la metà di ottobre).

«Devo passare un attimo in banca, vieni anche tu?» mi chiede Tiberio.
«Ok» gli dico.
Così andiamo.
Mentre siamo lì, ci si presenta il nuovo direttore, tale signor Callisti. Che è nuovo ce lo dice lui stesso. Evito di dirgli che non conoscevo nemmeno quello vecchio. Scambiamo due chiacchiere e a un certo punto il signor Callisti ci chiede che cosa facciamo nella vita.
«Sono un animale da compagnia di una gatta siamese» dico.
«Deve essere un lavoro di grande responsabilità» dice Callisti.
«Abbastanza».
«E lei?» chiede a Tiberio.

E qui penso: ahi ahi. Perché so che questa domanda porta scompiglio nell’animo del mio amico. Tiberio infatti dice sempre a tutti di essere uno scrittore. Incassa lo stupore, l’incredulità, l’ammirazione o lo scetticismo degli astanti, poi aggiunge en passant che come hobby ha un negozio di cravatte. Qualcuno ride, ma Tiberio non sta scherzando: si sente scrittore e non venditore di cravatte.

«Sono uno scrittore» dice Tiberio al direttore, che cerca di mostrarsi impressionato come se Tiberio avesse detto “petroliere”.
«Ah, uh… e cosa scrive?».
«Narrativa».
«Ah, ecco… e… dove trovo i suoi libri?».
«Be’, in libreria» dice Tiberio, un po’ indispettito.
Che non è proprio vero, comunque. Cioè, se vai alla cartolibreria Opossum del signor Giampiero, sì, tiene i libri di Tiberio. Ma già se ti sposti a Puertarocca e vai alla cartolibreria L’Airone della signora Marisa chiedendo i romanzi di Tiberio Scolapigna, inforcherà gli occhiali, ti guarderà perplessa e ti dirà: «Chi?». O, peggio: «Quello che vende cravatte?».

«Ed è un’attività redditizia?» chiede il direttore.
«Nel tempo libero gestisco un negozio di cravatte» dice allora Tiberio.
«Ah, ecco» dice il direttore, finalmente soddisfatto.

Usciti dalla banca, noto che Tiberio sta rimuginando.
«“Ah ecco” cosa?» dice tirando un calcio a una pietruzza.
«Ti dispiace se mi prendo un gelato?» dico, ignorando i suoi tormenti. Lui, sovrappensiero, annuisce.
Così andiamo al Cerveza Enojada, dove troviamo anche Carla e Paola. Ci sediamo con loro e il discorso finisce rapidamente sui dolori del non più tanto giovane Scolapigna.
Carla affronta il tema con la consueta delicatezza:
«Ma davvero gli hai detto “scrittore”? E chi sei, Agatha Christie?».
Io e Paola tratteniamo una risata.
«Scusa,» le dice lui, risentito o, trattandosi di uno scrittore, impermalito, «io scrivo da quando ero bambino. Scrivo poesie, racconti, romanzi, ho pubblicato libri e…».
«Sì, con la tipografia di tuo zio Piero» gli dice Carla.
«Guarda che la Spezzetti Editore è una realtà in crescita».
«Dai, Tiberio,» gli dice lei, «hanno pubblicato anche il libro di memorie del barbone Doretto».
«Che comunque aveva un sacco di storie incredibili da raccontare» dice Paola, che poi mi guarda mentre mangio il mio gelato e mi fa: «E tu non intervieni?».
«Mm?» le dico. «Per dire cosa? A parte che la crema che fanno qui è pazzesca: è identica a quella che faceva la signora Mariella quando ero bambino».
Paola allora si rivolge a Carla e dice: «Per me, se uno scrive, è uno scrittore. Punto. Non è che sei scrittore solo se ti pubblica Mondadori».
«Quindi se adesso vado a casa e scrivo una pagina del mio diario segreto, sono una scrittrice» dice Carla.
«Tieni un diario segreto?» le chiedo. Pagherei la cifra di cento Meridiani per leggere il diario segreto di Carla.
«No, era per dire» mi fa lei in modo quantomeno sospetto. Mi segno mentalmente di frugare nei cassetti di Carla, la prossima volta che mi intrufolo in casa sua.
«Comunque sì,» dice Paola, «saresti una scrittrice».
«Eh va be’,» dice Carla, «allora siamo tutti scrittori, grazie».
«Non mi pare una questione così importante» dice Tiberio, mentendo: so che per lui è una questione esistenziale.
«Noi parliamo solo di cose non importanti» lo tranquillizza Paola.

Finito il gelato, appoggio la coppetta sul tavolo, mi pulisco le dita con il tovagliolo e mi sento pronto a dare il mio contributo alla conversazione:
«Io introdurrei un sistema di punteggi e categorie come negli scacchi. Negli scacchi la millanteria è ridotta al minimo» dico.
«Ma millanteria a chi?» dice Tiberio.
«Non parlo di te, amico mio,» gli rispondo, «sei tra i miei scrittori preferiti, lo sai».
Tiberio se la beve e si calma.
«Negli scacchi,» continuo, «un Candidato Maestro con 2000 punti non si sognerebbe mai di paragonarsi a un Gran Maestro con 2500 e, se lo facesse, basterebbe metterli alla scacchiera e assistere alla completa distruzione e mortificazione tecnica, sportiva, psicologica, geometrica e intellettuale del primo a opera del secondo. Con la scrittura questo non succede. Ma, pensavo, si potrebbe istituire un sistema di punteggi: pubblichi con Mondadori, tot punti; vendi 5.000 copie, tot punti; vinci il premio Salamella, tot punti… eccetera. E poi le corrispondenti categorie: Sedicente Scrittore, Aspirante Scrittore, Candidato Scrittore, Scrittore, Gran Scrittore».
«Però anche quello con 2000 punti è uno scacchista» dice Paola. «Anche se meno bravo».
«Senza dubbio» le dico.
«Be’, qui la conversazione si è fatta troppo colta, vedo. Vi lascio» dice Tiberio alzandosi.
Nessuno cerca di trattenerlo: meglio lasciare che vada a cuocere nel proprio brodo per un po’. Domani, dopo aver venduto una decina di cravatte, starà meglio. Oppure scriverà un bel sonetto che tra duecento anni verrà mandato con una sonda nello spazio, chi può dirlo? E qualcuno girerà Trentadue piccoli film su Tiberio Scolapigna. A meno che gli extraterrestri, disgustati dal sonetto di Tiberio, non decidano di attaccarci e distruggerci.
Lo guardiamo allontanarsi.
«Porta sempre delle cravatte stupende, però» dice Carla.
«Già» confermo.
«Ma davvero è tra i tuoi scrittori preferiti?» mi chiede Paola.
«Ma secondo te…».
«Ah. Peccato, ci avevo creduto».
«Resta il fatto che il suo lavoro è vendere cravatte, non scrivere» dice Carla.
«Ok, dai,» dico, «stabiliamo qualche criterio, tanto per».
«Va bene,» dice allora Carla, «primo: sei uno scrittore se vivi con le vendite dei tuoi libri».
«Mi sta bene,» le dico, «ma mi sa che in Italia allora ci sono sei scrittori. E poi ipotizziamo che uno scrittore guadagni con i libri mediamente trecento euro al mese. Non riesce a vivere del suo scrivere, quindi non è uno scrittore, giusto? Ma se torna a vivere con i genitori e mangia solo barbabietole e gira in bici, allora ci sta dentro, quindi lo è? Insomma si può barare. Dovremmo forse dire: sei uno scrittore se vivi con le vendite dei tuoi libri e senza avere altre entrate e però hai almeno: un affitto o un mutuo, un figlio, un’automobile, un animale domestico e un abbonamento a Netflix senza pubblicità. Che ne dite?».
Paola ride. Carla no.
«Allora,» dice, «per me deve anche pubblicarti un editore vero».
«Ma editore vero chi lo decide? Spezzetti Editore è vero?».
«No» dice Carla.
«Perché lo dici tu. Cioè, capisco cosa intendi ma, anche qui, dovremmo fare una lista di editori “veri”?».
«Approvati da Carla» dice Paola. «Ogni tre mesi le mandiamo la lista aggiornata e attendiamo il suo timbro in ceralacca».
Carla ride e scuote la testa: «Cretina».
«Sentite,» continua Paola, «per me se uno scrive racconti e romanzi è uno scrittore. Anche se non lo pubblica nessuno. Che vuol dire se ti pubblicano o no? E gli scrittori postumi?».
«Esatto. Io sono uno scrittore postumo, ad esempio» dico.
«Paola, tesoro,» le dice Carla, «se tu la sera nel tuo stanzino scrivi quindicimila romanzi e nessuno ti pubblica, non te ne vai in giro a dire ai direttori di banca che sei una scrittrice, no?».
«Ok» dice Paola. «Ma una scrittrice la sono, su questo non ci piove».
«Sì, ma se una persona che non vive nel paese dei balocchi ti chiede cosa fai nella vita, non puoi dire “scrittrice”».
«Ma è quello che faccio!».
«Ma ti sta chiedendo come campi!».
«Eh no, aspetta,» intervengo, «dubito che Gabriele Malinverno campi con i propri libri, ma sfido chiunque a dire che non è uno scrittore».
«Ci credo, pubblica con Adelphi…» dice Carla.
«Quindi è l’editore che fa lo scrittore?».
«Per me sì».
«Ma il direttore della banca stava chiedendo a Tiberio come campa. Se al posto di Tiberio ci fosse stato Gabriele Malinverno, cosa avrebbe dovuto rispondere? Secondo te non avrebbe potuto dire “sono uno scrittore”, il che è assurdo».
«Non lo so. Però siamo d’accordo che Tiberio doveva rispondere che vende cravatte?» dice Carla.
«Siamo d’accordo» le dico.
«Oh, meno male» dice Carla, che poi guarda Paola.
«Paola?».
«Ma sì, lo so,» dice Paola, «la risposta giusta era quella. Però mi faceva tenerezza».
«Bene, a questo punto direi che posso andare a casa, il lavoro mi attende» dico.
«Cioè?» mi chiede Carla.
«Devo cambiare la sabbia alla gatta».
«Bello».

Così mi alzo e le saluto.
Mentre cammino verso casa, lungo il viale, immagino Tiberio che, nel suo studiolo, alla scrivania, scrive un nuovo romanzo che magari un giorno farà il botto. Poi me lo immagino mentre va da Fabio Fazio dopo aver vinto tutti i premi e venduto tredici milioni di copie in tutto il mondo e alla domanda «Cosa si prova a essere uno scrittore di successo interplanetario?» dirà: «Sai una cosa, Fabio? Io in realtà vendo cravatte». Risate nello studio, applausi, pubblicità.
L’immagine di Tiberio che scrive in attesa della gloria mi fa ripensare a quel famoso aneddoto su Stephen King, quando era un aspirante scrittore esattamente come Tiberio e stava lavorando alla stesura di Carrie.
Un giorno, pensando che il romanzo non valga niente, si ferma, prende il manoscritto e lo getta nell’immondizia. Sua moglie però lo recupera dal bidone, lo legge, quindi torna da lui e gli fa:
«Questo qui è buono, finiscilo».
King lo finisce e Carrie viene pubblicato. E vende milioni di copie.
Allora mi torna alla mente quando vivevo con Consuelo, qualche anno fa. Anch’io al tempo lavoravo a un romanzo e anch’io, dopo averlo stampato e riletto, lo avevo buttato nella spazzatura.
Consuelo lo aveva recuperato, era venuta da me e mi aveva detto:
«Questo qui…».
E io: «Sì?».
E lei: «Va nella carta».

19.8.26

La vera ricchezza (1511)

Ieri ho visto Good Fortune, un film in cui un angelo maldestro nel tentativo di aiutare un povero incasina la vita del povero stesso oltreché di un ricco. Il film – se si riesce a ignorare che è prodotto da ricchi, scritto da ricchi, girato da ricchi e interpretato da ricchi con la finalità di spillare altri soldi ai poveri e diventare ancora più ricchi parlando di quanto, da un lato, i ricchi siano degli stronzi e trovino ogni modo subdolo e cinico per spillare altri soldi ai poveri e diventare ancora più ricchi e, dall'altro, la vita dei poveri, pur essendo apparentemente una merda, non sia in realtà poi così inutile specialmente se il povero si concentra bene bene bene sul fatto che la vera ricchezza alla fine dei conti come tutti sappiamo è l'amore e, che non guasta, se il povero alza le chiappe e si dà da fare – è simpatico.

16.8.26

Farsi i fatti propri (1510)

Mio nonno Raymond lavorava in una fabbrica fuori paese. Per andarci si svegliava tutte le mattine alle 5, si vestiva, beveva il caffè e partiva con il motorino alle 5.30 per essere davanti ai cancelli della fabbrica alle 6. Tutte le sere, prima di andare a letto, mia nonna Rachele gli preparava i vestiti da lavoro per il giorno dopo e metteva a scaldare le scarpe vicino alla stufa. Tutto già pronto per non sprecare un minuto di sonno. Ma una sera di dicembre nonno Raymond va a cena con gli amici, fa bisboccia e torna a casa ubriaco, il che fa imbufalire nonna Rachele. Un breve battibecco, nonno Raymond che dice a nonna Rachele «Fatti i fatti tuoi!», nonna Rachele che risponde con un «Agli ordini!» un po' troppo sibillino per una mente obnubilata dall’alcol come quella del nonno, che senza ribattere si inerpica su per le scale e se ne va a dormire. Alle 2 del mattino, per puro caso, nonno Raymond si sveglia e, ancora mezzo ubriaco, convinto che siano già le 5, si alza e va a prepararsi per andare al lavoro. Il trambusto sveglia anche nonna Rachele, la quale esce dal letto e, intuendo l’errore del marito, si comporta come se fosse tutto normale: scende di sotto, riaccende la stufa, mette su il caffè. Alle 2.30, bevuto il caffè e tutto intabarrato, nonno Raymond ancora un po’ ciondolante esce di casa. Fuori ci sono meno tre gradi e un buio pesto. Nonno Raymond non si accorge di nulla: sale sul motorino, lo accende e parte alla volta della fabbrica sotto lo sguardo compiaciuto di nonna Rachele, che poi torna a letto.

9.8.26

1509.

«Potrei venire con te».
«Sai già come fare?».
«Dovremmo partire immediatamente, neanche passerei da casa».
«Non ne avresti il tempo. Dovremmo correre in aeroporto, volo diretto per l'America».
«Trovare un appartamento cool».
«Poi ci imbottiamo di alcol».
«Prosciughiamo l'intera nazione».
«Ci troviamo un pusher».
«Per poi degenerare nell'eroina».
«E nel crack, se lo vendono».
«Finiremmo strafatti di roba».
«E di sesso. Continuo».
«Una vita di inesauribile sesso e droghe».
«Entro un mese saremmo morti».
«Ma che gran mese sarebbe».
All of you, B. Goldstein - W. Bridges

8.8.26

Il regionale (1508)

Sono sul binario 2 della stazione di San Paco Llorente con la mia amica Carla, stiamo per fare un breve viaggio tra i suggestivi paesaggi della pianura padana, direzione Bologna.
Un tempo mi piaceva viaggiare in treno, poi sono diventato suscettibile e se ora vedo una persona che si taglia le unghie dei piedi o che invece di mostrare il biglietto al controllore sfodera un machete, be’, mi dà noia. Carla ha una soglia di tolleranza anche più bassa: per lei tutti gli umani sono ontologicamente molesti, compresi gli amici, che però sopporta forse perché, come cantava il mio mentore delle medie Vasco Rossi, “Restare soli fa male anche ai duri”.

«Chi era il tuo mentore delle medie?» le chiedo mentre vediamo arrivare il treno.
«Gli Anthrax» mi fa lei.

Per quanto simili in sensibilità, abbiamo due filosofie diverse rispetto alle seccature: io cerco di non battere ciglio e passare oltre; Carla tende invece a reagire. Così, appena prima di salire sul treno, la istruisco: «Senti, non insultare nessuno e se a un certo punto mi alzo e faccio per andarmene, seguimi senza fare domande, ok?».
«Ok, Sheldon».

Quindi saliamo.
Ci mettiamo nella prima carrozza. Davanti a noi un uomo di mezza età e una ragazzina con una maglietta dei Pokemon. Mi dico che, tecnicamente, secondo le malelingue sarei anch’io un uomo di mezza età, ma scaccio subito questo brutto pensiero prima di rovinarmi la giornata.
«C’è una vespa» dice a un certo punto la ragazzina indicando preoccupata il finestrino. L’uomo guarda la vespa e dice: «Se la ignori, non ti fa niente».
Dico a Carla «Tu sai uccidere le vespe?».
Carla: «Se la ignori, non ti fa niente».
Il signore di mezza età le sorride. Carla non ricambia. Lo faccio io al posto suo, per gentilezza.
«Le vespe non vanno uccise, sono importanti per l’ambiente» mi spiega l’uomo (così imparo a essere gentile).

«Credevo fossero le api» dico.
«Neanche le api, infatti» dice lui.
«Eh, allora non si può uccidere niente…» dice Carla.
L’uomo resta un po così. Io dico: «In realtà ho letto in un articolo che le api non stanno più diminuendo, stanno aumentando. La diminuzione delle api era una minaccia per l’ambiente? Ora sembra che lo sia il loro aumento».
L’uomo tentenna.
«Ma le api sono così,» continuo, «immagino che tra dieci o vent’anni si scoprirà che sono una minaccia per l’ambiente e basta, qualunque sia il loro numero. Restasse anche una sola ape, quell’ape lì può incasinare tutto». Poi, rivolto alla ragazzina: «Non ti sto dicendo di uccidere le api, ovviamente, ma se per sbaglio ne schiacci una è tutto ok. Per l’ambiente, intendo, non per l’ape. Né per i familiari dell’ape».
La bambina guarda l’uomo, forse in cerca di conforto. Lui saggiamente cambia discorso indicandole qualcosa fuori dal finestrino. Guardo anch’io, ma non vedo altro che campi e afa.
Quando il treno si ferma, i due scendono. La vespa se ne va con loro. Li guardiamo mentre lasciano la carrozza.
«Che fossero apicoltori?» dice Carla.
«Sarebbe una mia tipica gaffe» dico.
«Là comunque c’è un’altra vespa» mi dice Carla indicando non so bene cosa.
«Grazie, non l’avevo notata. Non sia mai che mi faccia tre minuti di viaggio senza pensieri. Forse sono vespe samurai».
«Mai sentite».
«Avevo letto che gli agricoltori emiliani tempo fa hanno liberato sul territorio un sacco di cosiddette vespe samurai» dico mentre davanti a noi si siede un tizio che sta ascoltando un video musicale a tutto volume senza auricolari.
«Sul territorio emiliano?» mi fa Carla strizzando gli occhi per il frastuono.
«Sì» le dico alzandomi. Anche Carla si alza. «Ma farebbe ridere se le avessero liberate sul territorio umbro» le dico mentre ci spostiamo in seconda carrozza.
«Lo scopo?» mi chiede Carla una volta che siamo seduti, finalmente senza rumori molesti. Davanti a noi intanto si siede una donna sulla sessantina. Tutta ordinata, graziosa. Sembra la mia maestra elementare. Le sorrido. Lei ricambia. Poi prende un libro e comincia a leggere. Brava ragazza, penso.
«Per combattere le cimici asiatiche» dico a Carla.
«Che erano state introdotte per combattere…» mi fa lei.
Rido.
«E ha funzionato?» mi chiede poi.
«No. Sembra che queste cosiddette vespe samurai, una volta liberate, abbiano completamente ignorato le cimici asiatiche, anzi abbiano fatto comunella con loro e chiesto alcune dritte sulla zona e si siano quindi sparpagliate su tutto il territorio, emiliano e no, nidificando a più non posso».
«Ottimo» dice Carla. «E perché “samurai”?».
«Non si sa» le dico. «Sembra che nulla, nel loro aspetto o comportamento, ricordi un samurai, quindi è probabile che il motivo per cui si chiamano così verrà scoperto in seguito, quando sarà troppo tardi. Speriamo sia perché si suicidano, ma è improbabile. Però mi ha detto Paola, che ha una zia…».
«Samurai?».
«Entomologa».
«Ah».
«Secondo questa zia non c’è alcun motivo di avere paura, primo perché lei vive a Stoccolma, secondo perché le vespe samurai non sono vere e proprie vespe, sono… aspetta, com’è che ha detto…».
«Coccinelle?» mi fa Carla.
«Parassiti… parassitoidi… qualcosa del genere».
«Mm… non sembra rassicurante».
«Insomma non pungono».
«Mi stupisce questo tuo interesse per le vespe. Che cazzo te ne frega, scusa?».
«Bah, lo sai: mi interessa tutto e non mi interessa niente».
A quel punto osservo meglio la signora davanti a me. Sembra una caramella. Come vorrei vivere in un mondo popolato solo da maestre elementari e api samurai!, penso. Poi vedo che sta leggendo Simenon. Be’, nessuno è perfetto, mi dico.
A quel punto la signora tira su col naso.
Sgrano gli occhi, serro le narici.
Lei mi guarda e solo ora noto che ha gli occhi lucidi e arrossati. Poi comincia a cercare qualcosa nella borsa, dalla quale zampillano fazzoletti giallognoli appallottolati. Ne trova uno meno incrostato degli altri, prova a dispiegarlo e lo usa per soffiarsi il naso a mitraglietta. Nei minuti successivi è colta da interminabili accessi di tosse. A ogni raffica trattengo il fiato per alcuni secondi, poi mi giro verso Carla e respiro, prendendo piccole boccate d’aria.
Lei mi guarda e mi fa: «Ce ne andiamo, immagino».
Annuisco. Quindi ci alziamo e ci spostiamo.
«Possibile che ogni volta che viaggio becco sempre quello malato?» dico una volta lasciata la carrozza. «Che sia gennaio, aprile, agosto. Sempre quello malato di fronte a me. Se non è malato, si ammala non appena mi siedo».
«La gente dovrebbe starsene a casa» dice Carla.
«Quando è malata, dici».
«Sempre».
«Già».
Troviamo posto in terza carrozza. Davanti a noi ci sono due donne che stanno chiacchierando, una dice all’altra che ha litigato con il marito perché quest’ultimo voleva mettere un pezzo di giardino dentro casa.
«Hai mai sentito una roba simile?» le dice.
L’amica ride scuotendo la testa.
Ma io l’ho già sentita, anzi vista: quando ero bambino e andavo a casa del mio amico Giorgio, la sua famiglia in soggiorno aveva proprio un rettangolo di terreno con degli alberelli. Questa cosa mi sembrava bizzarra e affascinante, in casa nostra non avevamo niente del genere, avevamo l’interno all’interno e l’esterno all’esterno – e con questo non voglio dire che fossimo normali, non lo eravamo –, ma a casa di Giorgio invece un pezzetto di esterno era all’interno.
Lo dico a Carla. Lei fa: «Mi sembra una stronzata».
Rido e poi guardo le signore per vedere se hanno sentito. Non ne sono sicuro, ma improvvisamente se ne stanno zitte. Poi però riprendono a parlare d’altro. Così dico a Carla: «A pensarci adesso, io in casa non potrei mai avere un pezzo di esterno all’interno, metti che sei sul divano che ti guardi un film e intanto un insetto esce dal terreno e viene sul divano con te? O una talpa».
«Meglio una talpa di un insetto» dice Carla.
«Ah sicuro» le dico. «Però se una sera fossi sul divano e a un certo punto vedessi una talpa, lì di fianco a me, seduta tranquilla che guarda la televisione, be’, sarebbe strano. Magari un documentario proprio sulle talpe. La televisione direbbe: «Le talpe sono gran dormiglione». E la talpa: «Vero». E la televisione, ancora: «E sono ottime al forno con del rosmarino». Allora tu guarderesti la talpa e la talpa direbbe: «Meglio che vada, ora».
Mi raddrizzo e guardo le signore. Zitte di nuovo. Dopo un po’ si alzano e fanno per scendere. O forse stanno solo usando la mia tattica.
«Detesto quando ci si ferma a una stazione» dico a Carla.
«Come mai?».
«Perché salgono nuove minacce».
«Questa ti piacerà» dice lei riferita a non so chi. Un minuto dopo lo capisco. Un tizio incappucciato con in spalla un grande sacco dell’immondizia si muove con difficoltà lungo il corridoio. Gli angoli del sacco, che dal rumore probabilmente contiene falangi e altri ossicini, strusciano contro teste, spalle e sedili. Ovviamente si siede di fianco a noi. Nulla contro i serial killer che si spostano in treno, per carità, ma questo odora di spigola.
«Ce ne andiamo» dice Carla, che odia i forti odori, dice che le fanno venire l’emicrania.
Ci alziamo e andiamo in quarta carrozza, ma duriamo poco: dall’odore sembra che qualcuno stia facendo cipolle stufate per tutti. In quinta non ci sono due posti liberi vicini, dunque proseguiamo: facciamo in tempo a vedere un tizio con i piedi nudi sul sedile, un altro che si deodora le ascelle, una donna che mangia un panino sbriciolando ovunque, una coppia che limona, lui con la riga del culo di fuori.
Ci sediamo allora in sesta.
«Questa va bene» le dico dopo una breve ispezione dei presenti. «Possiamo rilassarci».
«Anche perché non ce ne sono altre» dice Carla.
In effetti siamo in fondo al treno. Ma la carrozza è semivuota e vicino a noi c’è soltanto un tenero vecchietto con una facciotta buona. Somiglia a Anthony Hopkins. Mi guarda e mi sorride. Ricambio.
«Vorrei un mondo pieno di nonni» dico sottovoce a Carla.
«Che spasso» dice lei.
Quindi do un’altra occhiata al vecchietto. È ancora lì che mi guarda e mi sorride. Sembra voglia dirmi qualcosa. Mi limito a ricambiare di nuovo il sorriso e poi smetto di guardarlo. Poi però mi viene un dubbio. Controllo: mi sta guardando. Rifaccio un test poco dopo: mi sta guardando. Lascio passare più tempo, in modo che possa dimenticarsi di me. Poi altro controllo di sfuggita: mi sta guardando. Che mi abbia scambiato per suo nipote? Magari un nipote deceduto? Cerco di non guardarlo più.
Dopo un po’ dico sottovoce a Carla: «Senti, per caso il…».
«Sì, ci sta fissando» mi fa lei.
«Ah ecco».
A quel punto guardo ancora il vecchietto, sto per dirgli se per caso può voltarsi verso il finestrino e dedicare tutta quell’ammirazione allo splendido paesaggio emiliano, ma all’improvviso, senza ragione, lui si infervora e comincia a urlare frasi sconnesse.
Mi irrigidisco.
«Ma che cazzo…» dice Carla sporgendosi per esaminare il vecchietto svalvolato, che ora è paonazzo e urla al nostro indirizzo qualcosa riguardo a delle torte.
Se fossi da solo, procederei con la successiva carrozza, cioè i binari. Ruzzolerei giù dal treno con nonchalance. Ma c’è Carla e sarebbe poco elegante lasciarla in balia del pazzo, che tra l’altro ora è in piedi e continua a urlare agitando il pugno. Ora ce l’ha con gli dèi.
Ci alziamo anche noi per tornare dove c’era il serial killer, ma il vecchietto ci blocca il passaggio, poi allunga una mano e afferra Carla per il braccio.
«E che palle…» dice allora Carla, che infila una mano nella borsa, prende uno spray e lo vaporizza in faccia al vecchio, il quale, accecato, si ammutolisce e lascia in fretta la carrozza, purtroppo non nella direzione dei binari.
Torniamo a sedere.
Carla mette via lo spray.
«Cristo santo…» dico.
«Già» dice Carla mettendo in bocca un chewing gum. Ne passa uno anche a me.
«Brava, comunque» dico masticando. «Ma quel coso è al peperoncino?».
Carla ripesca lo spray dalla borsa e me lo mostra: «Detergente per lenti».
«Ah, forte». Poi le dico: «Pensa se era davvero Anthony Hopkins. Magari ci stava recitando un pezzo del Tito Andronico».
«Lo avrei spruzzato comunque».
«Però adesso immagino i titoli dei giornali: Anthony Hopkins aggredito in treno da due balordi. E poi lui, intervistato al tg: “Ho avuto paura, ma sul treno c’erano anche tante belle persone, come il mio amico Kirk, che sta girando l’Europa con il suo sacco di falangi”. E l’intervistatore: “Prenderà ancora i nostri treni?”. E Anthony: “Certo che sì, non mi farò intimorire da due mele marce. I treni italiani sono molto sicuri, le persone cordiali e sa una cosa? A bordo servono delle cipolle stufate assolutamente deliziose”».

3.8.26

La reunion (1507)

Dai quindici anni in poi ho ignorato tutti i miei parenti. Non sono andato ai loro matrimoni, ai loro battesimi, alle loro cresime, ai loro funerali. Non ho seguito le loro riproduzioni. Non conosco i nomi dei loro figli o nipotini. Alcuni non li vedo mai. Altri, invece, ogni tanto li incontro. Tipo questo lunedì, che ho incontrato lo zio Alberto. Ero in cassa al supermercato, appena dietro a un uomo che stava imbustando la spesa. A un certo punto lo guardo meglio e penso: “Ma è lo zio Alberto?”. Da sapere che lo zio Alberto ha litigato con il mio anziano padre negli anni Ottanta. Da allora non si sono più parlati, e nemmeno io ho più parlato allo zio, ma non per solidarietà con mio padre, non gli avrei più parlato comunque. Saranno vent'anni che non lo vedo, penso. Così, mentre imbusta, comincio a fissarlo. Per salutarlo, no? Perché con gli anni mi sono ammorbidito. Lui, sentendosi osservato, mi lancia un'occhiatina. Gli sorrido. Mi aspetto che mi sorrida a sua volta e, invece, zero. Riprende a imbustare come se fossi uno sconosciuto. “Eh, mamma mia!” penso. Continuo a guardarlo. Lui aumenta il numero di occhiatine di controllo, sempre senza mai ricambiare i miei sorrisi. Valuto se mettergli una mano sulla spalla e dirgli: «Aoh, zio! E che fai, non mi saluti?!». Fisso intensamente lo zio, il quale accelera l'imbustamento. Quando sta pagando, gli dico: «Come va? Tutto bene?». Lui mi fa un mezzo sorriso imbarazzato, non risponde e se la fila. “Che bel tomo!” penso. Per fortuna ho poca roba. Imbusto al volo, pago e via all'inseguimento dello zio Alberto, che nel frattempo procede con passo celere verso una Peugeot nera. Allora comincio a chiamarlo. «Zio! Zio!». Lui neanche si volta. Grido: «Zioooo! Le colpe dei padri non ricadano sui figli! Zio! Facciamo paceeee!». Ma niente. Alla fine sale sulla Peugeot più in fretta che può, mette in moto e proprio quando sto per abbrancare la maniglia dello sportello sgomma via. Osservo la Peugeot dello zio immettersi nel traffico e poi svanire. Sono lì in mezzo al parcheggio con la busta penzoloni. Un po' deluso, devo dirlo. Avevo immaginato tutt'altra reunion. Così chiamo l'anziana madre.
«Sì?».
«Senti, ho incontrato lo zio Alberto al supermercato, ma mi ha ignorato completamente! Anzi è proprio scappato!».
«Scappato?».
«L’ho inseguito».
Silenzio. Poi: «Lo zio Alberto è mancato una decina d’anni fa».
«Ah, sì?».
«Eh sì».
«Mm,» le dico, «ora ha più senso».

28.7.26

Un grave errore (1506)

Questa notte ho sognato che si giocava la finale di Coppa del Mondo di calcio Italia-Brasile qui da me. Atmosfera pazzesca, specialmente durante gli inni, anche se i tifosi italiani sbagliavano tutte le parole. Nell'Italia giocava pure il mio amico Roberto, in forma nonostante i suoi 48 anni, nel Brasile giocava Ancelotti. Cominciata la partita, sono andato un attimo in camera da letto a vedere se Gâteau stava bene. Era ok ma ovviamente un po' in allarme per il trambusto. Chiudevo la porta a doppia mandata e mi mettevo la chiave in tasca per evitare che qualche tifoso entrasse a curiosare. Poi andavo in bagno, quindi tornavo a bordo campo per seguire l'incontro. Facevo per chiudere la porta del corridoio ma a quel punto una signora brasiliana mi chiedeva dove fosse il bagno, glielo indicavo e lei andava a vomitare. Solo a quel punto realizzavo con sgomento che un bagno per 70.000 persone forse non era sufficiente, e che organizzare la finale dei mondiali nel mio appartamento era stato un grave errore.

27.7.26