La reunion (1507)

Dai quindici anni in poi ho ignorato tutti i miei parenti. Non sono andato ai loro matrimoni, ai loro battesimi, alle loro cresime, ai loro funerali. Non ho seguito le loro riproduzioni. Non conosco i nomi dei loro figli o nipotini. Alcuni non li vedo mai. Altri, invece, ogni tanto li incontro. Tipo questo lunedì, che ho incontrato lo zio Alberto. Ero in cassa al supermercato, appena dietro a un uomo che stava imbustando la spesa. A un certo punto lo guardo meglio e penso: “Ma è lo zio Alberto?”. Da sapere che lo zio Alberto ha litigato con il mio anziano padre negli anni Ottanta. Da allora non si sono più parlati, e nemmeno io ho più parlato allo zio, ma non per solidarietà con mio padre, non gli avrei più parlato comunque. Saranno vent'anni che non lo vedo, penso. Così, mentre imbusta, comincio a fissarlo. Per salutarlo, no? Perché con gli anni mi sono ammorbidito. Lui, sentendosi osservato, mi lancia un'occhiatina. Gli sorrido. Mi aspetto che mi sorrida a sua volta e, invece, zero. Riprende a imbustare come se fossi uno sconosciuto. “Eh, mamma mia!” penso. Continuo a guardarlo. Lui aumenta il numero di occhiatine di controllo, sempre senza mai ricambiare i miei sorrisi. Valuto se mettergli una mano sulla spalla e dirgli: «Aoh, zio! E che fai, non mi saluti?!». Fisso intensamente lo zio, il quale accelera l'imbustamento. Quando sta pagando, gli dico: «Come va? Tutto bene?». Lui mi fa un mezzo sorriso imbarazzato, non risponde e se la fila. “Che bel tomo!” penso. Per fortuna ho poca roba. Imbusto al volo, pago e via all'inseguimento dello zio Alberto, che nel frattempo procede con passo celere verso una Peugeot nera. Allora comincio a chiamarlo. «Zio! Zio!». Lui neanche si volta. Grido: «Zioooo! Le colpe dei padri non ricadano sui figli! Zio! Facciamo paceeee!». Ma niente. Alla fine sale sulla Peugeot più in fretta che può, mette in moto e proprio quando sto per abbrancare la maniglia dello sportello sgomma via. Osservo la Peugeot dello zio immettersi nel traffico e poi svanire. Sono lì in mezzo al parcheggio con la busta penzoloni. Un po' deluso, devo dirlo. Avevo immaginato tutt'altra reunion. Così chiamo l'anziana madre.
«Sì?».
«Senti, ho incontrato lo zio Alberto al supermercato, ma mi ha ignorato completamente! Anzi è proprio scappato!».
«Scappato?».
«L’ho inseguito».
Silenzio. Poi: «Lo zio Alberto è mancato una decina d’anni fa».
«Ah, sì?».
«Eh sì».
«Mm,» le dico, «ora ha più senso».

28.7.26

Un grave errore (1506)

Questa notte ho sognato che si giocava la finale di Coppa del Mondo di calcio Italia-Brasile qui da me. Atmosfera pazzesca, specialmente durante gli inni, anche se i tifosi italiani sbagliavano tutte le parole. Nell'Italia giocava pure il mio amico Roberto, in forma nonostante i suoi 48 anni, nel Brasile giocava Ancelotti. Cominciata la partita, sono andato un attimo in camera da letto a vedere se Gâteau stava bene. Era ok ma ovviamente un po' in allarme per il trambusto. Chiudevo la porta a doppia mandata e mi mettevo la chiave in tasca per evitare che qualche tifoso entrasse a curiosare. Poi andavo in bagno, quindi tornavo a bordo campo per seguire l'incontro. Facevo per chiudere la porta del corridoio ma a quel punto una signora brasiliana mi chiedeva dove fosse il bagno, glielo indicavo e lei andava a vomitare. Solo a quel punto realizzavo con sgomento che un bagno per 70.000 persone forse non era sufficiente, e che organizzare la finale dei mondiali nel mio appartamento era stato un grave errore.

27.7.26

Vederne di ogni (1505)

Vado al negozio di prodotti per animali, devo fare un reso. In coda alla cassa davanti a me c'è una signora con un furetto al guinzaglio. La signora sta parlando con la cassiera e le dice che ha da poco portato il furetto dal "guru dei furetti". Mi immagino un grosso furetto con lunghi baffi come un maestro di kung-fu che ascolta in silenzio i problemi del furetto e ogni tanto dice «mm». Poi la conversazione finisce, la signora con il furetto paga e se ne va. Quindi tocca a me. Arrivo e la cassiera mi guarda. Sorride, scuote la testa. Io sorrido e scuoto anch'io la testa. «Il guru dei furetti non me l'aspettavo» le dico. Lei ride e dice: «Guarda, qui ne sentiamo di ogni». Rido anch'io scuotendo la testa e dico: «Certa gente è strana», quindi mi faccio serio e le metto sul banco tre scatole di cibo umido per gatti e le dico: «Allora, senti, l'altro giorno ho comprato sei scatole dello stesso prodotto ma devo fare il reso di queste tre perché la mia gatta non mangia tutti i lotti, benché il prodotto sia in apparenza identico agli altri che mi hai dato, ma che ci posso fare? Lei riconosce gli stabilimenti, credo senta un odore diverso. Forse quel giorno lo chef dei gatti si è dimenticato i bocconcini sul fuoco? O magari gli è scappata la mano con la salsa gravy. Si sarà dimenticato il sale? Vedi, questo qui è fatto in Polonia, non lo mangia. Questo in Ungheria e, mm, quelli dell'Ungheria a volte li mangia a volte no, hanno anche un colore leggermente più scuro. Me li potresti cambiare? Lei preferisce gli stabilimenti francesi, ma solo quelli della valle della Loira prodotti tra aprile e settembre, sai, credo per la migliore ventilazione. Ah, ne hai uno che scade nel 2029? Perché il 2028 non lo digerisce».

25.7.26

Il labirinto (1504)

Sto facendo la seconda colazione al bar con la mia amica Paola quando mi chiama l’anziana madre. Sembra nervosa.
«Devi andare a fare la spesa?» mi chiede un po’ bruscamente.
Negli ultimi anni la ragione di quasi tutte le sue alterazioni si può condensare in due parole: anziano padre. E tutto quello che a me interessa è non farmi risucchiare.
«Dai, dimmi cosa ti serve» taglio corto.
Paola intanto mi scruta da dietro gli occhiali da sole sorseggiando il suo cappuccino, tenendo la tazza con entrambe le mani. Le faccio segno che le è rimasto un baffo di schiuma. Lei allora beve un altro sorso e inclina la testa fino a intingere il naso. Le faccio “ok” con le dita.
«No, è che tuo padre adesso lo strozzo» continua l’anziana madre.
Sospiro. Difficile non fare domande, a questo punto. Anche solo per sicurezza. E intendo la mia. Immagino il giudice che mi chiede:

«E quando sua madre le ha detto che voleva strozzare suo padre, lei non ha chiesto il perché?».
«No, vostro onore. Sa, cerco di non farmi risucchiare».
«Quand’è così, lei è complice, la condanno a dieci anni di domiciliari insieme a sua madre».
Al che io grido «La prego, noooooooo…» mentre due poliziotti mi trascinano via.

Tornando all’anziana madre: «Come mai?» butto lì.
Ma in fondo che importanza ha? Questa cosa succede tutti i giorni dal 1970, anno del loro matrimonio: suona la sveglia, l’anziano padre apre gli occhi, dice o fa qualcosa che fa innervosire l’anziana madre, l’anziana madre prova il desiderio di strozzarlo. E fu sera e fu mattina.
Inutile cercare di capire chi dei due abbia ragione, la risposta è: nessuno. Sono due persone miti, tuttavia una ti fa effettivamente venire voglia di strozzarla, l’altra è una trivella encefalica.
«Ha chiesto al signor Palladini se vuole un po’ di melanzane fritte» mi dice l’anziana madre. «E adesso mi tocca farle. Solo che non ho l’olio altoleico».
Giudico improbabile che l’anziano padre di punto in bianco chiacchierando con il vicino – con cui di solito parla di orti, strutture metalliche, fertilizzanti, gettate di cemento, articolazioni – all’improvviso gli offra delle melanzane fritte. Come potrebbe mai svilupparsi un dialogo simile?

«Ciao Palladini, che fai di bello?».
«Costruisco un box».
«Per cosa?».
«Per costruire un box».
«Giusto».
«Poi magari costruisco un box più piccolo».
«Così lo metti nel box più grande».
«Sì».
«Vuoi delle melanzane fritte?».
«Ok».

Manca almeno un tassello. So che dovrei lasciar perdere, ma purtroppo in me alberga un piccolo tenente Colombo e ora devo sapere dove si annida l’omissione dell’anziana teste.
«Senti, giusto per curiosità…» le dico, «ma tu, prima che lui parlasse con il vicino, hai per caso pronunciato un qualsivoglia discorso che contenesse la parola “melanzane” e la parola “fritte”?».
«Allora…» comincia l’anziana madre, e per me “allora” è già un segno di colpevolezza. “Portatela via!”, direi alle guardie. «Stamattina a colazione ho solo detto “oggi faccio le melanzane fritte”».
Quel “solo” mi conferma che l’anziano padre è, almeno in parte, innocente. Almeno in parte, perché se offri a qualcuno del cibo che dovrà preparare un altro, qualche notte al fresco te la meriti.
«Ok,» dico, «quindi non è così strano che abbia poi chiesto al vicino se ne volesse un po’. Per quanto, ne convengo, seccante, visto che a doverle friggere sei tu».
«Sì, ma subito dopo gli ho detto “Ah no, mi manca l’olio, allora niente”. Però lui questa parte ovviamente non l’ha sentita».
In effetti negli ultimi anni l’anziano padre ha sviluppato una blanda sordità selettiva opportunistica intermittente. Se sussurri «Vuoi gli gnocchi?» mentre sei sotto la doccia e lui è in giardino che taglia rami con la motosega, ti sente; se gli sei a cinque centimetri e gli urli nelle orecchie con un megafono se può accompagnarti a bere il tè da zia Mariuccia: sordo.
«Quindi ti serve l’olio» dico all’anziana madre.
«Sì, se puoi andare alla Coop».
«Certo».
«È quello nella bottiglia nera».
«Ok».
Istruzioni chiare. Non chiedo altro.

Terminata la telefonata, espongo il caso a Paola.
«La tratti male» mi fa lei. Paola è molto protettiva con tutte le persone che non sono me. Qui penso: a parte che anche Paola tratta male sua madre. Ma poi uno dovrebbe sapere che i genitori hanno dei modi molto sottili per farti saltare i nervi, troppo facile fare i Buddha con quelli degli altri.
Le dico: «Ma perché non mi può semplicemente chiamare e dire “Vammi a prendere l’olio”? Lo preferirei. Invece deve prima fare quattordici domande intermedie. Appartiene a quella categoria di persone che fanno molta fatica a essere dirette; io alla categoria di persone…».
«Stronze?» suggerisce Paola.
Le sorrido. Non sto a spiegarle che il mio «Cosa ti serve?» aiuta a evitare il seguente dialogo inutile:

«Joey, tu per caso devi uscire?».
«Sì».
«Ma devi proprio uscire o potresti anche non uscire?».
«Be’, potrei anche non uscire ma se ti serv…».
«Allora niente».
«Ma no, dimmi».
«No no, se non devi uscire non fa niente, farò senza, me la caverò, in un modo o nell’altro mi arrangio, certo che se chiedo un favore io una volta, per carità, però io ci devo sempre essere quando gli altri mi…».
«Dimmi cosa ti serve, dai, non stiamo qua tre giorni».
«Serve… non mi serve niente, figurati. Sono io che servo agli altri. E che servo gli altri. Sono io che…».
«Ok. E tornando invece a cosa vuoi che ti prenda?».
«Se puoi… mi prendi l’olio altoleico, grazie».
«Ok, vado».
«Ma non uscire apposta».
«Devo comunque uscire, tranquilla».
«Ma se quando esci non devi andare al supermercato, non andarci apposta».
«Devo andare al supermercato, tranquilla».
«Ma se quando sei al supermercato non devi andare nella corsia degli oli, non andarci apposta».
«Lo vuoi questo cazzo di olio o no?».
Silenzio. Poi, con voce rotta e suonando un violino: «Guarda… lascia stare… mi trattate sempre male… io tratto bene tutti ma tutti trattano male me. Volevo solo fare le melanzane fritte per il tuo compleanno ma…».
«Faccio gli anni in gennaio».
«Sei cattivo».
«Ma se faccio gli anni in gennaio!».

Eccetera. Insomma tanto tempo perso, uno screzio, malumori, dispiaceri, sensi di colpa. Vediamo invece con il mio metodo:

«Per caso devi…».
«Dimmi solo cosa ti serve».
«Olio altoleico».
«Arriva».

Non sarebbe un mondo migliore? Lo sarebbe.
«Cerco solo di essere efficiente» dico a Paola. «Perché io, a differenza loro, non credo in una prossima vita, una vita eterna dove le melanzane si friggono senza olio, senza padella, senza melanzane, credo solo in questa vita qui, e di conseguenza ho una clessidra dentro la testa che ogni giorno mi dice: “Presto, Joey, la sabbia sta per finire!”».

«Mm…» mi fa Paola. «È per questo che siamo qui da un’ora a grattarci le palle bevendo cappuccini?».
«Be’ ma…».
«È per questo che l’altro giorno abbiamo guardato per tre ore due tizi in calzoncini che si tiravano una pallina da tennis? È per questo che…».
«Sì, Paola, per questo. Cerco di rendere il mio tempo piacevole, ok? Meno tempo spreco, più cappuccini posso bere. Perché poi lo sai: un giorno, forse oggi stesso, il dottor Paraurti mi dirà: “Joey, ho una buona notizia e una cattiva. Quale vuoi prima?”. E io: “Perché sono qui?!”. E lui: “La buona è che ora puoi bere tutti i cappuccini che vuoi, anche cinquanta al giorno!”. E io: “Temo di aver intuito quale potrebbe essere la cattiva”».
«Dai,» mi fa Paola alzandosi, «andiamo a prendere l’olio».

Così ci incamminiamo verso la Coop, che se non altro è vicina.
Entriamo e, una volta nella corsia degli oli, cominciamo a setacciare gli scaffali alla ricerca di una bottiglia nera.
«Che marca ha detto?» chiede Paola.
«Non l’ha detto, ovviamente. Lei dà così le indicazioni, è come vivere dentro un quiz di un Mike Bongiorno bulgaro. Se ti deve consigliare un ristorante non ti dice il nome, ti dice “quello con l’albero grande nel parcheggio”. Ha detto che la bottiglia è nera, però».
«Non vedo bottiglie nere» dice Paola mentre esamina lo scaffale.
«Nemmeno io. Senti, la chiamo».
Prendo il telefono e chiamo l’anziana madre, che stranamente risponde. In genere è impossibile rintracciarla nonostante i suoi nove telefoni.
«Sì?».
«Ma sei sicura che alla Coop abbiano l’olio che cerchi?».
«Alla Coop? Ah non so».
Ah non so. Ma certo, errore mio. Mi immagino l’interno del suo cervello come un condominio disegnato da Escher.
«Mi hai chiesto se potevo andare alla Coop a prendere l’olio. Tu lo prendi alla Coop, no?».
«No».
Un condominio foderato di specchi.
«E, di grazia, solitamente dove lo prendi?».
«Al Famila».

Il Famila è fuori San Paco, dista alcuni chilometri, ergo non è raggiungibile a piedi. Capisco all’istante che l’anziana madre ha omesso questo dettaglio, benché cruciale per il compimento della missione, allo scopo di minimizzare il mio disturbo. Tipica gentilezza d’intralcio. Purtroppo, in questo modo, dovrò andare in due supermercati. Sette, se non avesse risposto al telefono. Alla fine mi sarei cosparso di olio altoleico e avrei chiesto a Paola di darmi fuoco.
«Qui non c’è» le dico. «Vado al Famila».
«No, ma non disturb…».
«Vado al Famila, madre, non vi preoccupate» le dico sapendo che una bestemmia finale sarebbe stata la ciliegina sulla frase.
Paola scuote la testa.
Chiudo la chiamata e le dico: «Famila».

Alla fine troviamo questo fantomatico olio altoleico per le melanzane per il vicino che costruisce box per box. Ci dirigiamo a casa degli anziani genitori. Arriviamo e troviamo solo l’anziana madre. Le consegno la bottiglia di olio. Lei vuole darmi i soldi. Io rifiuto. Mi infila una banconota da cinque euro in tasca. La restituisco. Mi fa un bonifico. Poi dice a Paola:
«Grazie, eh».
«Prego, signora».
Non raccolgo.
«Ti fermi a pranzo?» le chiede l’anziana madre.
«Guarda che io non mi fermo a pranzo» dico, raccogliendo.
«Magari lei sì» dice l’anziana madre. Ridono entrambe.
«Senti, ma dov’è l’anziano padre?» le chiedo, insospettito dalla totale assenza di incendi e crateri freschi intorno alla casa. L’anziana madre sorride come una bambina che ha appena fatto una marachella.
«L’hai strozzato?» le chiedo.
«Siccome mi ha fatto arrabbiare con questa storia delle melanzane,» mi spiega, «l’ho mandato a portare la macchina dal meccanico e gli ho detto “poi torni a piedi”».
«Cioè, fammi capire: hai mandato un uomo cardiopatico di ottant’anni a farsi una passeggiata sotto il sole con i trentasette gradi di luglio?» chiedo giusto per conferma, annotando l’informazione sul taccuino che consegnerò al coroner. «E poi, quando torna, tutto stanco e accaldato, lo rimpinzi di melanzane fritte, dico bene?» le chiedo, sempre scrivendo sul taccuino.
«Sì» conferma lei.
«Bene, signora,» le dico, «ora vado a recuperare suo marito, spero non sia troppo tardi. Potrebbe già essere una frittella di melanzana incollata all’asfalto. Lei nel frattempo non lasci la città».
«Poi vi fermate a mangiare le melanzane?» ci chiede lei.
Paola mi guarda come a dire: ma lo sai che ho giusto un posticino per un bidone di melanzane fritte?
Sospiro. Sospira anche la clessidra nella mia testa. Vedo distintamente il dottor Paraurti che, strappando la mia tessera sanitaria, lancia i pezzetti in aria come coriandoli e dice: «Ora puoi mangiare tutte le melanzane fritte che vuoi!».
Rimetto il taccuino in tasca, apro la porta e, prima di andarmene, dico: «Va bene».

17.7.26

Un pomeriggio a Wimbledon (1503)

Lunedì è cominciato il torneo di Wimbledon – per me un appuntamento immancabile – e per la partita che inaugura il campo centrale, quella tra il detentore del titolo, Sinner, e una vittima sacrificale a caso (tale Kecmanović), ho invitato le mie amiche Paola e Carla.
Paola è elettrizzata perché non segue il tennis ma è curiosa di vedere questo fantomatico Sinner all’opera; Carla non è mai elettrizzata per nulla (e di certo non potrebbe esserlo per il tennis) ma, se lo fosse, lo sarebbe per l’aria condizionata e lo chardonnay.

Chardonnay

Non appena entrano, si guardano intorno e mi chiedono: «Gâteau?».
Io: «In camera, sotto il letto. Intorno al terzo set dovrebbe fare capolino per venire a ispezionarvi».
Paola va allora a sedersi sul divano. Carla invece si dirige alla cantinetta, la apre, prende una bottiglia e me la mostra dicendo: «Questa è speciale?». Io: «No».
Quindi apre la bottiglia, se ne versa un bicchiere e viene a sedersi.
«Ma sono le due del pomeriggio» le dice Paola.
«Dici che è troppo presto per rompermi i coglioni?».
Paola fa uno sbuffetto risentito col naso, io vado a prendere altri due bicchieri e riempio una ciotolina di pretzel.
«C’è la principessa?» chiede Paola mentre vengono inquadrate le tribune, dove l’unica persona prestigiosa sembra essere David Beckham.
«Non saprei» dico. «Di solito viene per la finale».
«Credevo guardasse tutte le partite».
«Se tu fossi una principessa guarderesti tutte le partite?» le chiede Carla.
«Se fossi una principessa abolierei il tennis».
«Infatti».
Le guardo e dico: «Voi sì che sapete creare il clima giusto prima di una partita».

Sentirsi in forma

Mentre i giocatori si riscaldano palleggiando, dico: «Pensate al povero Kecmanović…».
«Chi?» mi chiede Paola.
«L’altro giocatore».
«Ah».
«Si sarà detto: “Quest’anno faccio Wimbledon. Sì, lo faccio! Mi preparerò tantissimo. Spero di arrivare lontano. Chi lo dice che non posso arrivare lontano? Niente è impossibile se lo vuoi davvero. E io lo voglio! Magari arrivo alla seconda settimana. Magari in semifinale. E poi, crack!, il mio avversario inciampa e si rompe tutti i legamenti, braccia, gambe, collo e, per sicurezza, anche il naso. E io me ne vado dritto in finale. E forse, a quel punto, potrei vincere? Sì, ce la posso fare. Le finali fanno storia a sé. E io mi sento in forma quest’anno. E poi l’erba è la mia superficie. E poi la pallina è rotonda. E poi sento che gli astri sono dalla mia e poi…”. A quel punto escono i sorteggi, guarda il tabellone. Primo turno: Sinner».

Body shaming

La partita comincia e ben presto i telecronisti elogiano Kecmanović dicendo che ha personalità, che gioca con un bel piglio, che non è affatto in soggezione, che non ha timori reverenziali.
Io guardo Paola e Carla e dico: «Niente male questo Kecmanović, non è per niente in soggezione! Poi: 6-1, 6-1, 6-0».
Ridiamo. Tiriamo anche un pretzel all’indirizzo di Kecmanović.
«Ha pure la pancetta» dice Carla.
«E ha avuto un’acne importante, mi sembra» dice Paola.
«Non credo influisca sulle prestazioni» osservo.
«Eh, non credere, sai?» mi fa Paola. «I difetti estetici minano il cervello, le prestazioni ne risentono».
Rido. «Può essere» dico.
Carla fa: «Ma quindi al primo turno trovi uno basso con la pancetta, poi al secondo solo con la pancetta, poi al terzo uno in forma, e poi finalmente cominciano i belli? Funziona così?».
«Sì, proprio così,» le dico, «trovi gli avversari in ordine di bellezza».
«Questo ha senso» dice Carla bevendo un po’ di vino.

Rilassati

La partita comincia e dopo non molto Sinner, sul proprio servizio, perde un punto, Paola mi guarda. Le sorrido. Poi Sinner perde un altro punto. Altra occhiata di Paola, altro sorriso. Quando Kecmanović si guadagna addirittura due palle break, Paola mi fa: «Ma non è che perdiamo, eh?».
Allora le dico: «Rilassati. Il bello di guardare Sinner è che magari si trova sotto 15-40 e se fosse un altro diresti: “Ecco, è andata, ha perso, ora tutto il mondo dirà che noi italiani siamo degli incapaci, specialmente Joey Baruffa o Paola Paolinovic”, ma con Sinner questo non succede: non devi fare altro che prendere il telefono, guardare un paio di reel di panda che mangiano bambù, o che tempo farà domani, bere un sorso di vino, tornare a guardare la tv e, magia, Sinner ha vinto il game.
«Se lo dici tu…» dice Paola, poco convinta.
«Perché non ci siamo trovati a guardare reel di panda che mangiano bambù?» dice Carla.

Dubbi

Poi però Sinner perde all’improvviso un game di servizio e subito dopo addirittura l’intero set. Brusio in soggiorno. Paola e Carla mi guardano. «Dicevi?» dicono. E io, simulando tranquillità in quanto unico esperto di tennis nella stanza (mi basta sapere le regole, per esserlo), rispondo: «Tranquille: quello che ho detto per un game, vale anche per l’incontro. Sinner vince sempre, è per questo che siamo qui».
«Io non sono qui solo per vederlo vincere,» dice Paola, «voglio vederlo strapazzare l’avversario».
«Lo strapazzerà» la rassicuro.
«Io sono qui perché la piscina è chiusa» dice Carla.
«Riaprirà» la rassicuro.
Gâteau miagola dall’altra stanza.
«Tra un po’ se ne vanno!» la rassicuro.

Consigli utili

A un certo punto vengono inquadrati gli allenatori di Sinner, Vagnozzi e Cahill. Sinner è in difficoltà e loro parlottano.
(Cahill e Vagnozzi si chiedono se saranno licenziati per il set appena perso).
 
«Secondo voi cosa si dicono?» chiede Paola.
«Me lo chiedo sempre anch’io» le rispondo. «Secondo me si stanno dicendo questo:
Vagnozzi: “Jannik sta sbagliando molte battute”.
Cahill: “Molte”.
Vagnozzi: “Di solito non le sbaglia”.
Cahill: “Di solito no”.
Vagnozzi: “Dovrebbe tirare la pallina in quel quadrato appena dopo la rete, come si chiama…?”.
Cahill: “Quadrato?”.
Vagnozzi: “Esatto. Invece spesso tira fuori. E questo gli costa il punto”.
Cahill: “Ottima analisi, Vagnozzi”.
Vagnozzi: “Grazie, Cahill. Ehi, ci sta guardando. Che cosa gli diciamo?”.
Cahill: “Potremmo dirgli di non sbagliare le battute”.
Vagnozzi: “Sì, concordo. E anche di non tirare contro la rete”.
Cahill: “Ottimo consiglio”.
Vagnozzi: “Aggiungo anche un ‘non mollare!’?”.
Cahill: “Assolutamente”».

Ramazzare

Come tutti sanno, le partite di Sinner vengono spesso interrotte dagli spot di Sinner. Sinner sponsorizza tutto lo sponsorizzabile, per arrotondare. Molti dicono: «Ma non ha già abbastanza soldi?!». In soldi non c’entrano. Non fino a quel punto. Per prima cosa è lavoro. Le conosciamo tutti, le persone così: non sanno fare altro che lavorare. Non sono tutte milionarie, anzi quasi nessuna lo è, ma il principio è lo stesso: lavoro, lavoro e ancora lavoro. Una volta una di queste persone, ovvero il mio anziano padre, è stata finalmente portata in vacanza. Non faceva una vacanza da trent’anni. Tre striminziti giorni al mare, organizzati dalla moglie per far contenta la moglie (parte della contentezza era dovuta all’illusione di far contento anche il marito. Le illusioni sono cruciali, per le contentezze). L’anziano padre, al secondo giorno di villeggiatura, trova non si sa come una scopa e comincia a ramazzare il cortile dell’albergo. L’anziana madre, attonita, gli dice: «Ma cosa fai?!» E lui, felice, continuando a ramazzare: «Non mi sembra vero di fare qualcosa!».

Prospettiva

C’entrano anche i soldi, sì, ma chi critica Sinner dicendo «Ma non ne ha già abbastanza?» sbaglia forse prospettiva. Il discorso non è «Ho già cento milioni di euro, Lavazza me ne dà uno per pubblicizzare il caffè, cosa me ne faccio?» ma «Oggi pomeriggio sono finalmente libero, posso andare al mare, dormire o giocare alla Playstation, però Lavazza mi offre un milione di euro per rinunciare a un sonnellino: rifiutare avrebbe senso?».
Inoltre dagli sponsor Jannik ricava decine di milioni l’anno. Di questo passo, spot qui, spot lì, finirà per guadagnare più dagli spot che dal tennis e a quel punto si potrà dire che il suo lavoro principale sono gli spot, non il tennis, e la gente si lamenterà dicendo: «Ma non ha già abbastanza soldi? Deve proprio giocare anche a tennis?».

Dopplegänger

Qualcuno si chiede anche: «Ma dove lo trova il tempo?». Lunedì forse lo abbiamo capito: per un attimo la regia, infatti, rovistando tra gli spalti ha scovato il suo doppelgänger.
Jannik Sinner alla partita del suo idolo Jannik Sinner.

Occhio di falco

«Ma non fanno più quella cosa di chiedere la verifica quando la pallina è fuori?» chiede Carla.
«L’occhio di falco? No, non ci sono più nemmeno i giudici di linea, il controllo elettronico adesso è permanente».
«E chi è che urla ogni volta che la pallina esce, allora? Io sento qualcuno che urla» dice Paola.
«Chi è che… Be’, i giudici, Paola. Sono in quelle buche a fondo campo, bendati, e quando una pallina rimbalza oltre la linea il sistema elettronico aziona un pungolo che li colpisce nel fianco. È per mantenere un legame con la tradizione».
«A volte mi dimentico che sei uno stronzo» mi fa lei bevendo un sorso di vino.
«Ma non potrebbero far chiedere ugualmente la verifica ai giocatori?» dice Carla. «Almeno creava un po’ di suspense».
«Chiedere all’occhio di falco di verificare la chiamata dell’occhio di falco? Che cosa potrebbe mai dire? Chiamata corretta! Confermo! Ottimo lavoro, occhio di falco! Lunga vita all’occhio di falco!».
Vedo Paola scuotere la testa e, con il labiale, dire: stron-zo.
Carla invece alza un sopracciglio e dice: «Potrebbero metterne due. Uno che fa la chiamata e uno che verifica».
«Bell’idea» dice Paola prendendo una manciata di pretzel.
«E magari, se sono in disaccordo, entrano due robottini in campo e si azzuffano» dico.
Paola ride.
«Comunque è un peccato,» dice Carla, «avrebbero dovuto lasciare i giudici e permettere al giocatore di chiedere sempre la verifica».
«Ma così le partite sarebbero durate troppo».
«Le partite durano già troppo» dice Paola.
«Già» dice Carla.
«Sarebbero durate ancora di più» dico.
«Be’, non mi sembra che le persone che guardano il tennis abbiano tutti questi impegni» dice Carla.
«Probabilmente devono guardare altri tornei di tennis» dice Paola.
E Carla: «Mi sa anche a me».

Finale

Alla fine Sinner vince.
«Visto?» dico, soddisfatto.
«Mm» dice Paola un po’ delusa. «Speravo di vedere un dio che surclassava un comune mortale, invece mi sono dovuta sorbire una normale partita di tennis». Intanto Carla vede Sinner lanciare i polsini tra il pubblico e fa una smorfia:
«Tutti sudati, ma che schifo… Io glieli rilancerei indietro».
«Se non ti facesse schifo toccarli» dice Paola.
«Già. Lo farei fare a te».
«Comunque bisogna anche riconoscere i meriti dell’avversario» suggerisco.
«Ma per favore» mi fa Paola, alzandosi.
Ci avviamo alla porta. Intanto arriva Gâteau.
«Eccola!» dice Paola. Carla si china ad accarezzarla.
Gateau le annusa brevemente, miagola e se ne va.
«Comunque è stato divertente» dice Paola. «Quando gioca ancora?».
«Dopodomani».
«Ok, non così divertente. Magari torniamo per la finale. Ci arriva in finale, no?».
«Sì, certo» dico.
«Bene. Allora poi riorganizziamo» dice Paola e, prima che io possa mettere le mani avanti dicendo che nello sport niente è sicuro, lei e Carla stanno già scendendo le scale, ridendo e parlottando, quasi certamente facendo body shaming a tutte le persone inquadrate nelle tre ore di partita, a cominciare da David Beckham.

1.7.26

Stupor mundi (1502)

Aperitivo con la mia amica Carla e sua cugina Lisa. Parlando del più e del meno, viene fuori che Lisa tempo fa ha scoperto che la Chiesa cattolica annovera tra i suoi milioni di cattolici tutti i battezzati, compresi gli atei, e questo non le andava giù.
«E quindi?» le chiedo.
«E quindi mi sono fatta scomunicare» mi dice Lisa.
Rido. «E come?».
«È molto semplice. Ho scritto una lettera al parroco esprimendo la mia volontà di recidere il mio legame con la Chiesa cattolica, lui ha scritto al vescovo, il quale mi ha inviato una bellissima pergamena decorata che mi informava che rinunciando al battesimo incorrevo nella giusta pena di scomunica latae sententiae, con conseguente inevitabilità dell'Inferno dopo la mia morte».
Guardo Carla, che mi fa: «Tutto vero, ho visto la pergamena nel suo studio».
«L’ho fatta incorniciare» dice Lisa.
«Ma è stupendo» le dico. «Posso vederla?».
«Certo!» mi fa lei.
«E ora che sei scomunicata come ti senti?».
«Molto sollevata. Ora quando morirò – se l'Inferno esiste e io mi sono sbagliata – potrò passare il mio tempo con Federico II, stupor mundi, nel girone degli atei scomunicati. Era il mio primo amore delle elementari».

25.6.26

1501.

Sul nuovo numero di Wu magazine, qui, spiego con en passante zugzwanghezza come non farvi rompere l'anima dal prossimo.

15.6.26