Lo scrittore (1512)

Giorni fa ero in giro per San Paco con il mio amico Tiberio Scolapigna, scrittore nonché proprietario di un negozio di cravatte (o viceversa), autore di Vendo gatto persiano praticamente nuovo e I dolori del giovane Spezzetti, entrambi editi da Spezzetti Editore (li trovate al banco dei libri alla festa della zucca di San Paco Llorente, verso la metà di ottobre).

«Devo passare un attimo in banca, vieni anche tu?» mi chiede Tiberio.
«Ok» gli dico.
Così andiamo.
Mentre siamo lì, ci si presenta il nuovo direttore, tale signor Callisti. Che è nuovo ce lo dice lui stesso. Evito di dirgli che non conoscevo nemmeno quello vecchio. Scambiamo due chiacchiere e a un certo punto il signor Callisti ci chiede che cosa facciamo nella vita.
«Sono un animale da compagnia di una gatta siamese» dico.
«Deve essere un lavoro di grande responsabilità» dice Callisti.
«Abbastanza».
«E lei?» chiede a Tiberio.

E qui penso: ahi ahi. Perché so che questa domanda porta scompiglio nell’animo del mio amico. Tiberio infatti dice sempre a tutti di essere uno scrittore. Incassa lo stupore, l’incredulità, l’ammirazione o lo scetticismo degli astanti, poi aggiunge en passant che come hobby ha un negozio di cravatte. Qualcuno ride, ma Tiberio non sta scherzando: si sente scrittore e non venditore di cravatte.

«Sono uno scrittore» dice Tiberio al direttore, che cerca di mostrarsi impressionato come se Tiberio avesse detto “petroliere”.
«Ah, uh… e cosa scrive?».
«Narrativa».
«Ah, ecco… e… dove trovo i suoi libri?».
«Be’, in libreria» dice Tiberio, un po’ indispettito.
Che non è proprio vero, comunque. Cioè, se vai alla cartolibreria Opossum del signor Giampiero, sì, tiene i libri di Tiberio. Ma già se ti sposti a Puertarocca e vai alla cartolibreria L’Airone della signora Marisa chiedendo i romanzi di Tiberio Scolapigna, inforcherà gli occhiali, ti guarderà perplessa e ti dirà: «Chi?». O, peggio: «Quello che vende cravatte?».

«Ed è un’attività redditizia?» chiede il direttore.
«Nel tempo libero gestisco un negozio di cravatte» dice allora Tiberio.
«Ah, ecco» dice il direttore, finalmente soddisfatto.

Usciti dalla banca, noto che Tiberio sta rimuginando.
«“Ah ecco” cosa?» dice tirando un calcio a una pietruzza.
«Ti dispiace se mi prendo un gelato?» dico, ignorando i suoi tormenti. Lui, sovrappensiero, annuisce.
Così andiamo al Cerveza Enojada, dove troviamo anche Carla e Paola. Ci sediamo con loro e il discorso finisce rapidamente sui dolori del non più tanto giovane Scolapigna.
Carla affronta il tema con la consueta delicatezza:
«Ma davvero gli hai detto “scrittore”? E chi sei, Agatha Christie?».
Io e Paola tratteniamo una risata.
«Scusa,» le dice lui, risentito o, trattandosi di uno scrittore, impermalito, «io scrivo da quando ero bambino. Scrivo poesie, racconti, romanzi, ho pubblicato libri e…».
«Sì, con la tipografia di tuo zio Piero» gli dice Carla.
«Guarda che la Spezzetti Editore è una realtà in crescita».
«Dai, Tiberio,» gli dice lei, «hanno pubblicato anche il libro di memorie del barbone Doretto».
«Che comunque aveva un sacco di storie incredibili da raccontare» dice Paola, che poi mi guarda mentre mangio il mio gelato e mi fa: «E tu non intervieni?».
«Mm?» le dico. «Per dire cosa? A parte che la crema che fanno qui è pazzesca: è identica a quella che faceva la signora Mariella quando ero bambino».
Paola allora si rivolge a Carla e dice: «Per me, se uno scrive, è uno scrittore. Punto. Non è che sei scrittore solo se ti pubblica Mondadori».
«Quindi se adesso vado a casa e scrivo una pagina del mio diario segreto, sono una scrittrice» dice Carla.
«Tieni un diario segreto?» le chiedo. Pagherei la cifra di cento Meridiani per leggere il diario segreto di Carla.
«No, era per dire» mi fa lei in modo quantomeno sospetto. Mi segno mentalmente di frugare nei cassetti di Carla, la prossima volta che mi intrufolo in casa sua.
«Comunque sì,» dice Paola, «saresti una scrittrice».
«Eh va be’,» dice Carla, «allora siamo tutti scrittori, grazie».
«Non mi pare una questione così importante» dice Tiberio, mentendo: so che per lui è una questione esistenziale.
«Noi parliamo solo di cose non importanti» lo tranquillizza Paola.

Finito il gelato, appoggio la coppetta sul tavolo, mi pulisco le dita con il tovagliolo e mi sento pronto a dare il mio contributo alla conversazione:
«Io introdurrei un sistema di punteggi e categorie come negli scacchi. Negli scacchi la millanteria è ridotta al minimo» dico.
«Ma millanteria a chi?» dice Tiberio.
«Non parlo di te, amico mio,» gli rispondo, «sei tra i miei scrittori preferiti, lo sai».
Tiberio se la beve e si calma.
«Negli scacchi,» continuo, «un Candidato Maestro con 2000 punti non si sognerebbe mai di paragonarsi a un Gran Maestro con 2500 e, se lo facesse, basterebbe metterli alla scacchiera e assistere alla completa distruzione e mortificazione tecnica, sportiva, psicologica, geometrica e intellettuale del primo a opera del secondo. Con la scrittura questo non succede. Ma, pensavo, si potrebbe istituire un sistema di punteggi: pubblichi con Mondadori, tot punti; vendi 5.000 copie, tot punti; vinci il premio Salamella, tot punti… eccetera. E poi le corrispondenti categorie: Sedicente Scrittore, Aspirante Scrittore, Candidato Scrittore, Scrittore, Gran Scrittore».
«Però anche quello con 2000 punti è uno scacchista» dice Paola. «Anche se meno bravo».
«Senza dubbio» le dico.
«Be’, qui la conversazione si è fatta troppo colta, vedo. Vi lascio» dice Tiberio alzandosi.
Nessuno cerca di trattenerlo: meglio lasciare che vada a cuocere nel proprio brodo per un po’. Domani, dopo aver venduto una decina di cravatte, starà meglio. Oppure scriverà un bel sonetto che tra duecento anni verrà mandato con una sonda nello spazio, chi può dirlo? E qualcuno girerà Trentadue piccoli film su Tiberio Scolapigna. A meno che gli extraterrestri, disgustati dal sonetto di Tiberio, non decidano di attaccarci e distruggerci.
Lo guardiamo allontanarsi.
«Porta sempre delle cravatte stupende, però» dice Carla.
«Già» confermo.
«Ma davvero è tra i tuoi scrittori preferiti?» mi chiede Paola.
«Ma secondo te…».
«Ah. Peccato, ci avevo creduto».
«Resta il fatto che il suo lavoro è vendere cravatte, non scrivere» dice Carla.
«Ok, dai,» dico, «stabiliamo qualche criterio, tanto per».
«Va bene,» dice allora Carla, «primo: sei uno scrittore se vivi con le vendite dei tuoi libri».
«Mi sta bene,» le dico, «ma mi sa che in Italia allora ci sono sei scrittori. E poi ipotizziamo che uno scrittore guadagni con i libri mediamente trecento euro al mese. Non riesce a vivere del suo scrivere, quindi non è uno scrittore, giusto? Ma se torna a vivere con i genitori e mangia solo barbabietole e gira in bici, allora ci sta dentro, quindi lo è? Insomma si può barare. Dovremmo forse dire: sei uno scrittore se vivi con le vendite dei tuoi libri e senza avere altre entrate e però hai almeno: un affitto o un mutuo, un figlio, un’automobile, un animale domestico e un abbonamento a Netflix senza pubblicità. Che ne dite?».
Paola ride. Carla no.
«Allora,» dice, «per me deve anche pubblicarti un editore vero».
«Ma editore vero chi lo decide? Spezzetti Editore è vero?».
«No» dice Carla.
«Perché lo dici tu. Cioè, capisco cosa intendi ma, anche qui, dovremmo fare una lista di editori “veri”?».
«Approvati da Carla» dice Paola. «Ogni tre mesi le mandiamo la lista aggiornata e attendiamo il suo timbro in ceralacca».
Carla ride e scuote la testa: «Cretina».
«Sentite,» continua Paola, «per me se uno scrive racconti e romanzi è uno scrittore. Anche se non lo pubblica nessuno. Che vuol dire se ti pubblicano o no? E gli scrittori postumi?».
«Esatto. Io sono uno scrittore postumo, ad esempio» dico.
«Paola, tesoro,» le dice Carla, «se tu la sera nel tuo stanzino scrivi quindicimila romanzi e nessuno ti pubblica, non te ne vai in giro a dire ai direttori di banca che sei una scrittrice, no?».
«Ok» dice Paola. «Ma una scrittrice la sono, su questo non ci piove».
«Sì, ma se una persona che non vive nel paese dei balocchi ti chiede cosa fai nella vita, non puoi dire “scrittrice”».
«Ma è quello che faccio!».
«Ma ti sta chiedendo come campi!».
«Eh no, aspetta,» intervengo, «dubito che Gabriele Malinverno campi con i propri libri, ma sfido chiunque a dire che non è uno scrittore».
«Ci credo, pubblica con Adelphi…» dice Carla.
«Quindi è l’editore che fa lo scrittore?».
«Per me sì».
«Ma il direttore della banca stava chiedendo a Tiberio come campa. Se al posto di Tiberio ci fosse stato Gabriele Malinverno, cosa avrebbe dovuto rispondere? Secondo te non avrebbe potuto dire “sono uno scrittore”, il che è assurdo».
«Non lo so. Però siamo d’accordo che Tiberio doveva rispondere che vende cravatte?» dice Carla.
«Siamo d’accordo» le dico.
«Oh, meno male» dice Carla, che poi guarda Paola.
«Paola?».
«Ma sì, lo so,» dice Paola, «la risposta giusta era quella. Però mi faceva tenerezza».
«Bene, a questo punto direi che posso andare a casa, il lavoro mi attende» dico.
«Cioè?» mi chiede Carla.
«Devo cambiare la sabbia alla gatta».
«Bello».

Così mi alzo e le saluto.
Mentre cammino verso casa, lungo il viale, immagino Tiberio che, nel suo studiolo, alla scrivania, scrive un nuovo romanzo che magari un giorno farà il botto. Poi me lo immagino mentre va da Fabio Fazio dopo aver vinto tutti i premi e venduto tredici milioni di copie in tutto il mondo e alla domanda «Cosa si prova a essere uno scrittore di successo interplanetario?» dirà: «Sai una cosa, Fabio? Io in realtà vendo cravatte». Risate nello studio, applausi, pubblicità.
L’immagine di Tiberio che scrive in attesa della gloria mi fa ripensare a quel famoso aneddoto su Stephen King, quando era un aspirante scrittore esattamente come Tiberio e stava lavorando alla stesura di Carrie.
Un giorno, pensando che il romanzo non valga niente, si ferma, prende il manoscritto e lo getta nell’immondizia. Sua moglie però lo recupera dal bidone, lo legge, quindi torna da lui e gli fa:
«Questo qui è buono, finiscilo».
King lo finisce e Carrie viene pubblicato. E vende milioni di copie.
Allora mi torna alla mente quando vivevo con Consuelo, qualche anno fa. Anch’io al tempo lavoravo a un romanzo e anch’io, dopo averlo stampato e riletto, lo avevo buttato nella spazzatura.
Consuelo lo aveva recuperato, era venuta da me e mi aveva detto:
«Questo qui…».
E io: «Sì?».
E lei: «Va nella carta».

19.8.26