Il Mago dei cocktail (1465)

Una sera io e la mia amica Paola decidiamo di fare l’aperitivo in un nuovo bar dalle parti di San Paco Llorente il cui nome non lascia spazio a dubbi: Il Mago dei Cocktail. Io non lo conoscevo ma a sentire Paola il suddetto bar, o meglio il suo proprietario, cioè il Mago in persona, è famoso per la grande abilità nel preparare qualunque tipo di cocktail.
In genere bevo birra o vino, tuttavia, siccome Paola sembra molto eccitata per questa faccenda di provare finalmente un cocktail del Mago, e soprattutto considerando che mentre siamo in macchina mi dice «Tu non ordinerai mica una birra, vero?», le prometto che prenderò anch’io un cocktail.
Paola sembra allora soddisfatta e trascorre il resto del viaggio – otto minuti – a pensare a quale prendere: un Cosmopolitan? Un Bronx? Un White Russian? Un Grasshopper?
«Sai, forse dovremmo prendere prima qualcosa di molto semplice, per capire se ci sa fare davvero» dico saggiamente a Paola.
Quest’idea sembra piacerle.
«Allora prendiamo due Spritz» dice riponendo il cellulare in borsa.

Arrivati dal Mago, parcheggiamo nel piccolo spiazzo lì di fronte, completamente libero, e facciamo il nostro timido ingresso.
Il bar è vuoto.
«Mm» mugugno.
«Che hai?» mi fa Paola.
Non che mi piacciano il trambusto e le folle, però un locale vuoto mi fa sempre pensare a vasetti di olive aperti da settimane, affettati violacei, mosche in infradito e camicia hawaiana.
Poco male, penso, mi atterrò al piano di emergenza: solo alcol e patatine.

Dietro al bancone c’è un uomo sulla cinquantina, corpulento, testa a palla di biliardo, camicia scura e alluce valgo, quasi certamente il Mago dei cocktail. Quando ci vede entrare non risponde al nostro saluto e nemmeno sorride.
«Che allegria,» bisbiglio a Paola non appena seduti, «invece di un bar poteva aprire una camera mortuaria».
Paola non mi considera, sfoglia il menù e poi dice: «Non c’è lo Spritz».
«Come sarebbe?».
«Sarebbe che non c’è».
«Be’, avrà gli ingredienti per farlo. Oltre alle ovvie competenze» dico.
Paola non fa in tempo a rispondere che il Mago, faccia di pietra e sguardo torvo, è sopra di noi.
«Che vi porto?».
“Io prendo un’urna cineraria e un po’ d’incenso” penso mentre guardo Paola, incaricandola così di fare l’ordinazione.
Lei, titubante per l’assenza degli Spritz sul menù e forse intimorita per il fatto di essere finalmente al cospetto del Grande Mago dei cocktail, con la flebile voce di una timida topolina di campagna dice: «Prendiamo due banali Spritz».
Il Mago dei cocktail ci squadra con un sopracciglio alzato. Guarda prima Paola che, arrossendo, si limita a sorridergli sollevando lentamente il menù davanti al viso; poi guarda me, che però tra il locale vuoto, la totale mancanza di gentilezza, le olive quasi certamente ammuffite e questa boria come se invece di essere il Mago dei cocktail fosse il Mago dei trapianti di cuore, lo guardo e gli sorrido come a dire “Proprio così!”. Siccome il Mago è ancora un po’ incerto, aggiungo pure un «Già», soddisfatto.
A quel punto il Mago dice solo «Ok», poi abbassa il sopracciglio e se ne va, raggiungendo il fondo del locale e infilandosi dietro il bancone, fuori dalla nostra visuale. Dai rumori, possiamo intuire che ha cominciato a trafficare con gli ingredienti.
Paola allora si piega verso di me e sempre sottovoce mi fa: «Dici che l’abbiamo offeso?».
«Ma chi se ne frega» dico io. «Come fa la gente a lodare un posto del genere senza menzionare che il gestore è un musone cafone?».
«Ma dai, non è stato cafone,» dice Paola, «era solo spiazzato. Forse è stato come chiedere a Michelangelo di farci…».
«Due Spritz» dico.
«Esatto!» dice Paola, e ridiamo.

Passano quasi dieci minuti e il Mago non ci ha nemmeno portato una patatina.
«Ho fame…» dice Paola mordendo il menù.
«Anch’io» dico. «Magari posso andare alla pizzeria qui a fianco e mi faccio fare una schiacciatina con il crudo».
«E due Spritz, già che ci sei» dice Paola.
Ridiamo ancora. Continuiamo a parlare a voce bassa. Alla radio c’è Raf che canta Due. Paola, pur non avendo ancora toccato una goccia di alcol, impugna il cellulare come un microfono e canticchia ondeggiando sulla sedia: «Due banaaaliiii spritziiiini… beviaaaamo io e teeee…». Rido anch’io. Non ci staremo divertendo troppo per il Mago? Mi sono fatto l’idea che al Mago dia fastidio l’allegria.
Mentre Paola sta ancora cantando, il Mago sbuca per un attimo dal fondo del bancone per infilarsi in una porta con scritto Privato. Mentre passa ci tira un’occhiatina di rimprovero dalla distanza. Paola smette di cantare, posa il cellulare sul tavolino e ci diamo entrambi un contegno, come a scuola. Poi il Mago passa di nuovo, stavolta senza guardarci, e scompare dietro il bancone.
«Ma quanto ci mette?» mi chiede Paola.
«Starà facendo le bollicine a una a una» le dico.
Finalmente, qualche minuto dopo, il Mago esce dal bancone e si dirige verso di noi reggendo un vassoio. Non scorgo i due bicchieri, ma sul vassoio sembra esserci qualcosa di voluminoso che però non identifico. Quando arriva, dice «Ecco a voi…» e posa sul tavolino davanti a me e a Paola due ciotole. Dentro ciascuna ciotola, una banana ricoperta di gelato e panna montata.
Io e Paola ci paralizziamo. Il Mago se ne va senza neanche darci la possibilità di aprire bocca.
Guardiamo le due ciotole, ridendo sconcertati.
«Ma com’è possibile?!» dico sottovoce a Paola.
«Non capisco…» dice Paola, che poi però realizza: «Aspetta… è perché ho detto “due banali Spritz” e lui ha capito due “Banana Split”!».
A quel punto quasi soffochiamo dal ridere. Cerchiamo però di non farci sentire dal Mago. Paola si prende il pullover e se lo tira fin sopra la testa. Io mi piego su me stesso, sperando di chiudermi a palla e rotolare via come una corrierina. Intanto le Banana Split cominciano a squagliarsi.
«Che facciamo? Dobbiamo dirglielo?» mi chiede Paola. Ogni tanto il Mago butta un’occhiatina dal bancone. Forse penserà che siamo drogati, penso.
Di norma non mi faccio scrupoli a far notare un errore, ma in questo caso la situazione è anomala, quasi surreale: siamo gli unici due avventori, il Mago sembra uno che non vede l’ora di rompere il grugno a qualcuno e la Banana Split non contiene alcol, che avrebbe potuto rendermi baldanzoso. Anche Paola in genere è battagliera, ma per qualche ragione di fronte al Mago sembra in soggezione.
«Glielo puoi dire tu?» mi chiede.
«Guarda,» le dico, «preferisco pagare e andarmene e non tornare mai più. Forse preferisco andarmene senza pagare. Essere inseguito, catturato e arrestato. E non tornare mai più».
Paola sospira e assaggia il gelato.
«Mm, però è buono» dice.
Assaggio anch’io il gelato. Be’, penso, come potrebbe non essere buono? Infatti lo è.
Alla fine le dico: «In fondo lui non sa che non abbiamo avuto il coraggio di dirgli che aveva sbagliato, no? Pensa che siamo entrati nel suo bar a dicembre per mangiarci due Banana Split, alla faccia della sua bravura nel fare cocktail. “Questi qui hanno fegato”, penserà».
«Giusto» dice Paola. «Dici che ci ammira?».
«Non esageriamo. Ora però non ci resta che mangiarle, pagare e andarcene, e il nostro onore è salvo».
«E non raccontarlo mai a nessuno» dice Paola prendendo un po’ di panna montata col cucchiaio.
«Esatto» dico io.

Il giorno dopo, mentre beviamo una birra e un banale Spritz al Cerveza, raccontiamo tutto alla nostra comune amica Carla.
Carla ascolta la storia impassibile, fumando una sigaretta e fissandoci, gelida.
Quando abbiamo finito, soffia una nuvola di fumo e dice: «Perché non avete detto che si era sbagliato?».
Io e Paola ci guardiamo e non troviamo una buona risposta diversa da: “Abbiamo avuto paura del Mago”. Perciò alziamo le spalle.
Carla scuote la testa. Non c’è dubbio che lei avrebbe detto al Mago che le Banana Split se le poteva mangiare lui, ma solo dopo averle fatto gli Spritz richiesti. E il Mago avrebbe obbedito. Forse alla fine le avrebbe offerto gli Spritz, scusandosi. Poi avrebbe cercato di fare il simpatico, perché tutti cercano di fare i simpatici con Carla. Carla avrebbe assistito alla scena senza sorridere, quindi se ne sarebbe andata senza più far ritorno.
Tuttavia, se avessi provato io a impormi, sono certo che il Mago, arrotolandosi le maniche e affilando una mezzaluna, mi avrebbe detto che le quattordici Banana Split andavano pagate. Forse anche mangiate. “Come quattordici?” avrei detto io. “Adesso sono quindici, signorino” avrebbe detto lui. “Più che giusto” avrei detto io. O forse avrebbe preso un bastoncino per cocktail e usandolo come bacchetta mi avrebbe trasformato in un cumulo di panna.
Lo sguardo di Carla ci sembra una seconda, immeritata mortificazione.

Così nei giorni successivi tra me e Paola occorre un fitto scambio di messaggi durante i quali svisceriamo la faccenda da un punto di vista etico, sociologico, antropologico e psicologico arrivando alla conclusione che, primo, ci siamo comportati da vero signore e vera signora e, secondo, giunti alla nostra età forse non possiamo più accettare di avere paura di un barista: Paola aveva detto “due banali Spritz”. Chiaro e semplice. E se il Mago ha le orecchie piene di cerume (con cui probabilmente guarnisce le Banana Split), non è certo affar nostro.
Durante una telefonata in cui ci assolviamo e ringalluzziamo a vicenda, veniamo infine a capo della questione.
«Avremmo dovuto dirgli: “E questi cosa sarebbero?”» dice Paola. «”Abbiamo chiesto due Spritz. O siamo in una gelateria? Aspetti che vado a vedere l’insegna, fuori. Magari ho letto male e c’è scritto Il Mago dei gelati”».
«Esatto! O Il Mago delle Banana Split!» dico io trascinato dal piglio e dal carattere di questa piccola condottiera.
«O il Bar Nana Split» dice Paola.
Rido. «E se lui avesse protestato,» dico poi, «io l’avrei preso per il colletto della camicia e avrei detto: “Sono pure allergico alle banane!».
«No, Joey,» mi dice Paola, «non dobbiamo mentire né usare espedienti. La cosa è semplice: lui sbaglia l’ordinazione e noi, gentilmente ma con fermezza, gli facciamo notare l’errore. Siamo clienti, eh! Paghiamo!».
«Il cliente ha sempre ragione!» dico io.
«Giusto!» dice Paola.
Siamo molto soddisfatti di noi. Abbiamo avuto una piccola incertezza, è vero, ma ora sappiamo come agire in situazioni simili. Sono finiti i tempi in cui un Mago dei gelati qualunque può metterci i piedi in testa!
«Ah, Paola, tornassi indietro non esiterei un istante! Peccato che la risposta giusta ti venga sempre dopo, vero?» dico appena prima di salutarla e mettermi a dormire e sognare di essere alla guida di un esercito di banane pronte a conquistare il mondo.
«Be’, ma noi possiamo tornare indietro» dice Paola.
Questa frase mi fa passare il sonno di colpo.
«Cioè?».
«Cioè domani noi due torniamo dal Mago, ordiniamo due banali Spritz e se lui ci porta ancora due Banana Split gli facciamo vedere chi è che comanda». «Be’,» provo a dire io, «ma… ma non sbaglierà di nuovo e poi...».
E Paola: «Lascia fare a me».

Così il giorno dopo torniamo dal Mago.
Il locale è sempre vuoto, lui è sempre allegro come un becchino che debba seppellire sé stesso e noi ci sediamo al medesimo tavolo. Questa volta Paola non consulta il menù, attende solo l’arrivo del Mago, che dopo un paio di minuti è da noi.
Paola, come mi ha spiegato in macchina, fa la stessa ordinazione con la stessa impercettibile voce da topolina afona. Aggiunge pure un discutibile: «Come l’altra volta».
Il Mago a questo giro non alza il sopracciglio, non esita. Gira i tacchi e se ne va.
Dopo dieci minuti, eccolo con il vassoio e, per la gioia di Paola, ci mette sul tavolino altre due magnifiche Banana Split. Sembrano più colorate e invitanti dell’altro giorno. Che ci stia prendendo gusto? Forse sono un gelataio, starà pensando. E immagina il suo bar riempirsi di famigliole e, fuori, una nuova insegna colorata: Il Mago del gelato. Oppure, starà pensando, ‘sta cosa di chiamarmi da solo Mago m’ha portato sfiga. Ci vuole una scritta semplice, umile: Gelato. Oppure: Qui, gelato. Se vi va.
Non sa però che i suoi sogni di rinascita stanno per andare in frantumi.
Paola mi guarda come a dire: vai.
Io la guardo come a dire: vai pure tu.
Lei mi guarda come a dire: vai!!!
Io la guardo come a dire: ma perché devo andare io? L’idea è stata tua! E poi guardo il Mago per dire: signor Mago, l’idea è stata sua, non mia!
Il Mago mi guarda come a dire: ho proprio voglia di spaccare un bel grugno occhialuto.
Alla fine dico: «Ehm, sì, signor Mago, scusi, ci sarebbe…».
Paola tossisce per richiamarmi.
«Cioè… non ci sarebbec’è lo stesso errore della volta scorsa».
«Che errore?» dice il Mago, secco.
Guardo Paola come a dire: qui si mette male.
Paola mi guarda come a dire: ho notato, ma ormai siamo in ballo, anzi sei in ballo, anzi ma chi ti conosce?
Dico al Mago: «Noi abbiamo detto… cioè la mia amica qui ha detto, se non ricordo male, “due banali Spritz”, non “due Banana Split” e quindi…».
Il Mago dice: «Lo so».
E io: «Ah». Poi, rivolto a Paola: «Lo sa».
E Paola: «Ah, ecco».
«Era giusto un dubbio che ci era venuto» dico al Mago. «Ci scusi» dico. «Grazie» aggiungo.
Il Mago non dice altro e se ne va.
Io e Paola allora ci guardiamo, allarghiamo le braccia come a dire “be’, abbiamo fatto il possibile, no?” e poi, senza fiatare, ci mangiamo le Banana Split.
(Buonissime, tra l’altro).

4.12.25