Volere volare (1491)

La settimana scorsa decido di fare un salto a Tokyo a comprare i KitKat alla fragola.
Volare non mi piace, anzi mi terrorizza, anzi diciamo pure che è per me ogni volta un’esperienza di morte e rinascita con reincarnazione in un me stesso più stanco benché temporaneamente euforico ma, primo, mi dicono che tra un po’ non ci sarà più carburante (forse neanche più passeggeri) e mi dà fastidio che lo usino tutto gli altri; secondo, «non dobbiamo permettere che le nostre paure ci impediscano di vivere» diceva sempre mio nonno Raymond quando si faceva un cicchetto dopo che (se non mentre) il medico gli aveva detto «se tocchi ancora un goccio di alcol ci resti secco».
Così mi faccio forza e organizzo il viaggio.

Un piccolo trucco che uso per volare nonostante la mia fobia è quello di portare con me una persona che non abbia alcuna paura né di volare né di morire in generale, in questo caso la mia amica Carla. Un’altra qualità di Carla che la rende particolarmente adatta all’attuazione di idee impulsive è che è sempre annoiata e pronta a partire, infatti in casa sua non manca mai una valigia aperta sul pavimento.
Perciò la chiamo due sere prima della partenza:
«Dopodomani Tokyo?» le dico.
«Ma come fai a mangiare quei cosi?» dice lei. «Fanno vomitare».
Lo prendo per un sì, compro i biglietti e due giorni dopo siamo a Malpensa.

La persona che non ha paura di volare né di morire ha, tra gli altri, il compito di impedirmi di fuggire all’ultimo momento, cosa in cui sono un vero asso e che mi dà quell’inebriante sensazione che si provava da ragazzi quando arrivavi a scuola e ti dicevano «oggi niente lezione, qualcuno ha intasato i bagni con le carte dei KitKat», e avevi il giorno libero e tutto quello che facevi in quelle ventiquattro ore ti sembrava magico. In questo caso quello che farei invece di volare sarebbe “non morire”, che è magico sempre.
E così, mentre siamo al gate in coda per l’imbarco, Carla rintuzza ogni mio tentativo di svignarmela.
«Avrò chiuso la macchina?».
«Non ci provare».
«Secondo te faccio in tempo ad andare in bagno?».
«Ci vai sull’aereo, ammesso che tu debba andarci, e non devi».
«Mi chino un attimo ad allacciarmi una scarpa, ok?».
«Se ti muovi ti meno, poi uso i lacci per legarti e ti stivo».
Così alla fine salgo sul velivolo.

«La tua paura di volare si spiega facilmente, Joey: non sopporti di non avere il controllo delle cose» mi ha detto una volta a cena Brigitta, la mia amica psicologa, mentre cercava di farmi uscire dalla cucina del Glotón, un ristorante qui a San Paco Llorente, dove mi ero intrufolato per verificare di persona con un termometro alimentare la cottura del mio filetto.
«È assolutamente vero,» le ho detto mentre tornavamo al tavolo, «specie il controllo delle cose che vanno a novecento all’ora».
In effetti, però, se fossi un pilota volerei senza problemi e userei l’aereo anche per andare a fare la spesa.
«Basta vedere come faccio con la macchina,» ho detto a Brigitta, «che guido senza pensieri».
«Anche se statisticamente è cinquanta volte più pericolosa dell’aereo» mi ha fatto notare lei.
«Così mi fai avere più fobie, Brigitta, non meno» le ho detto io. «Comunque non è un gran problema, visto che non voglio volare».
«Con qualche seduta si potrebbe risolvere, però».
«Ah sì?».
«Assolutamente».
«Mm, interessante. Così potrei finalmente volare».
«Ma… hai detto che non vuoi…».
«Così potrei finalmente volere volare».

Una volta a bordo, io e Carla prendiamo posto. Mentre gli assistenti ci spiegano come fare il nodo della cravatta del completo funebre in caso di ammaraggio, lei si rilassa e io mi tendo.
Il mio viaggio è molto diverso dal suo. Durante il volo lei dormirà, sognerà, leggerà, ascolterà musica, guarderà film, mangerà, berrà, digerirà, si annoierà (!), andrà e tornerà dal bagno come nulla fosse; io invece non riuscirò a fare nessuna di queste cose, neanche a deglutire o a sbattere le palpebre, perché una volta decollati entro in modalità di emergenza, tutti i miei sistemi si bloccano e a quel punto il mio compito è uno solo: tenere l’aereo in quota controllando costantemente l’altitudine, la rotta, il cielo, l’inclinazione del mezzo, i rumori, oltre alle espressioni, ai movimenti e alle occhiatine delle hostess e degli steward.
Per esempio: si sente un rumore strano e poi un forte sballottamento.
Guardo la hostess: perfettamente serena.
Guardo lo steward: perfettamente sereno.
Ma è normale, penso, sono addestrati a precipitare con il sorriso. Yuki Himawara, hostess della All Nippon Airways, nel 1981 servì il tè con l’aereo in avvitamento senza mai smettere di sorridere e senza versare una sola goccia fino a centodieci piedi, record ancora oggi imbattuto.
Ma le occhiatine dicono di più.
La hostess guarda lo steward come a dire: Jason, sentito quel rumore?
Lo steward guarda la hostess come a dire: Mi chiamo Richard. Comunque sì, l’ho sentito.
Che facciamo? Diciamo a queste brave persone che stanno per morire?
La hostess: No, continuiamo a servire il tè: Voglio battere il record della Himawara.
Lo steward: Credo in te. Per ovvie ragioni non posso dirti che, se dovessi fallire, farai meglio la prossima volta.
La hostess: Ehi, credo che quel tipo sappia leggere le occhiatine.
Lo steward: Ah sì? Buon per lui, tra poco potrà leggere le occhiatine dei pesci lumaca.

Chiaramente so di essere in preda alla mia fobia e quindi non li tormento, perché a ogni rumore strano (per me lo sono tutti), fermerei una hostess e chiederei «Questo sibilo è normale?». La hostess mi direbbe che è il motore dell’aereo.
«È un bene che si senta» mi direbbe con un sorriso.
E infatti quando a un certo punto il sibilo cessa è anche peggio, perché allora ho la netta sensazione di stare silenziosamente planando verso il fondale marino.
Mi immagino i piloti, in cabina, che dopo essersi tolti le cuffie si abbracciano e si danno affettuose pacche sulle spalle, con il comandante («trent’anni di servizio e diecimila ore di volo, lascia una moglie e due figli» mi aveva sussurrato la hostess all’orecchio al momento dell’imbarco) che dice al copilota: «È stato un piacere volare con te», come in Apollo 13.

A un certo punto del nostro volo, quando manca ancora un po’ all’arrivo, guardando fuori dal finestrino mi sembra che siamo troppo bassi.
Ogni qualvolta l’aereo scende di quota poco prima dell’atterraggio e si cominciano a vedere le tegole dei tetti mi sembra di averla scampata. “È fatta”, penso, “guarda quanto siamo vicini al suolo”. Mi verrebbe già da scendere. Mi alzerei, prenderei la mia valigia, aprirei il portellone e saluterei tutti prima di fare un passo nel vuoto. In realtà non mi rendo conto che nemmeno a dieci centimetri da terra un aereo potrebbe dirsi al sicuro, figuriamoci a un chilometro.
Questa volta però non siamo ancora in fase di atterraggio, perciò la bassa quota mi sembra un’altra anomalia. Faccio un cenno alla hostess, indico il finestrino e dico: «Mi scusi, non è che stiamo volando un po’ troppo basso?». (Nota: qualche ingenua persona potrebbe pensare che io non abbia davvero fatto questa domanda alla hostess)
La hostess dà un’occhiata fuori e dice: «No, stia tranquillo, è l’altezza giusta per quando c’è un foro nella fusoliera».
La guardo atterrito.
«Niente paura,» mi fa lei, «un aereo può volare con un foro nella fusoliera e un solo motore senza problemi, specie se sta scaricando il carburante e un pilota è svenuto».
«Abbiamo perso anche un motore?!» chiedo con la voce strozzata.
La hostess ride e scuote la testa: «Ah ah… no, non l’abbiamo perso, sappiamo esattamente dov’è. Guardi, si vede ancora da qui: è quel puntino scuro fumante su quel pendio».
In effetti si vede nitidamente, così mi calmo.
«Vuole del tè?» mi chiede poi.
Io le afferro il polso, do una scrollata così che un po’ di tè si rovesci e le dico: «No, grazie».

Poco più tardi il comandante annuncia che sta per cominciare le manovre per l’atterraggio, nonostante manchi un’ora all’arrivo.
«Per una scommessa tra piloti» precisa.
Il tizio seduto di fianco a me scuote la testa e dice, seccato: «Inaccettabile».
Io gli dico: «Può scendere dal velivolo, se non le sta bene».
Lui mi ignora e si mette invece a dormire con il laptop sulle ginocchia, che io gli rimbocco.
Più tardi passano le hostess con il carrellino.
«Desidera qualcosa?» mi chiede una di loro.
«Gradirei una bottiglietta d’acqua e un KitKat, grazie» le dico.
«Il KitKat lo vuole classico o alla fragola?» mi fa lei.
«Cosa?! Lo avevamo alla fragola sin dall’inizio?».
«Certo» dice la hostess, sorridendo.
Guardo subito Carla, che senza smettere di guardare il suo film dice: «Col cazzo».
«Ma non sai neanche cosa volevo dire» protesto.
«Adesso che siamo qui, un giro a Tokyo lo voglio fare» mi dice lei.

Così, una volta atterrati, invece di aspettare comodamente in aeroporto il volo di ritorno, andiamo a fare due passi a Tokyo. Carla si sente a proprio agio con i giapponesi perché non ti rivolgono la parola.
«Anzi per me sono fin troppo calorosi» dice.
«Calorosi perché i commessi ti fanno l’inchino quando entri nei negozi?» le chiedo.
«Mm? No, quello mi piace, anzi lo vorrei anche in Italia».
«E non solo dai commessi, immagino».
«No no, da tutti».

Quando ci troviamo a Shibuya le dico:
«Vuoi fare la foto con la statua del cane Hachiko?».
«Ma per favore…» mi dice Carla.
«Per Paola» dico. «Sai che va pazza per quella storia. Tu e Hachiko siete i suoi idoli, per quanto così diversi. In effetti penso che tu sia l’unica persona al mondo che Hachiko non avrebbe aspettato».
Carla ride, poi dice: «Probabile. Io comunque l’avrei scacciato già al primo giorno».
Alla fine però decide di accontentare Paola, così andiamo a fare la foto con Hachiko, io compro e mangio la mia confezione di KitKat alla fragola, Carla compra un ventaglio nero (a Natale le regalerò una mano in una scatola) e, il giorno dopo, torniamo a casa.
Sorprendentemente, neanche questa volta l’aereo precipita.

11.4.26