Lunedì sera mi ritrovo con il lavandino otturato. Oh no…, penso. Mi ci infilo subito sotto e appoggio due dita sul sifone, chiudo gli occhi, sento che purtroppo è libero: il problema è nel muro.
Temo allora di dover chiamare l’autospurghi, e ho visto come ti libera un lavandino l’autospurghi, è successo alla mia vicina Claudia: ti entra con l’autobotte in soggiorno, strappa via i mobili della cucina dalle pareti, ficca un tubo nel muro e ci spara dentro non so cosa a una pressione pazzesca, nel frattempo il tubo scoda per la casa come un boa indemoniato e travolge tutto, sporca tutto, alla fine l’autospurghi stacca il tubo spargendo ovunque spurghiglia nera, ti succhia una cifra e poi se ne va sfondando il muro della camera da letto e tu resti lì a osservare le macerie fumanti del tuo appartamento ma, almeno, ora il lavandino è libero, puoi cedere a un pianto ininterrotto.
Così chiamo l’idraulico. Si sa mai, penso.
L’idraulico arriva con uno zaino fischiettando. Passa dalla porta. Si pulisce le suole e dice pure «permesso». Lo saluto, andiamo in cucina, mette lo zaino a terra. Dentro lo zaino vedo tubi arrotolati, sturalavandini, lavandini e rubinetti. L’idraulico comincia a trafficare con il lavandino otturato, smonta cose, spruzza schizzi, smadonna. Nel frattempo scambiamo due chiacchiere.
Io ho un repertorio molto ampio di chiacchiere inutili da spendere con gli abitanti di questo pianeta ma, nonostante sia qui da diversi anni, ancora la mia comunicazione è imperfetta, non riesco a stabilire una connessione soddisfacente.
A un certo punto l’idraulico cerca una guarnizione nello zaino. Comincia a estrarre roba. Prende un flacone bianco e lo mette sul pavimento. Mi fa: «Acido muriatico».
«Certo» dico io, mostrandomi impassibile. «Lo dia pure a me» dico. «Non ho nessun problema a toccare quel flacone. Anzi me lo lanci. Anzi mettiamolo in frigo».
Alla fine l’idraulico prende uno straccio, me lo mostra, è tutto bucherellato. Mi fa: «Questo è lo sgorgante».
Annuisco. Ho imparato, da bambino, osservando mio padre lavorare, che meno cose dico e meglio è per tutti.
«L’acido muriatico» dico.
L’idraulico mi guarda, senza capire.
«No» dice.
Chiaro, penso.
«Lo sgorgante, quando lo uso…» mi spiega, «metto questo straccio come tampone».
Nella mia testa intanto c’è l’idraulico che si lava le mani ma dal rubinetto esce sgorgante, si asciuga con lo straccio, silicone come gel per capelli, poi è pronto. Questo mi distrae, mi sto perdendo la spiegazione. «Le preparo una macedonia?» potrei dire. A tutti piace la macedonia.
«Però a volte,» mi fa l’idraulico, «a volte la pressione è forte e ci sono degli…».
Questa è facile, dovrei saperla, penso.
«Schizzi» dico.
«Mm… sì» dice lui, ma non sembra convinto, sembra più una concessione, una cortesia.
Chissà qual era la parola, penso. Spruzzi? Struzzi?
«E allora ecco qua» dice indicando i buchi nello straccio.
Io cerco di non mostrarmi inorridito.
«O qua» dice indicando dei buchi nei pantaloni.
Anche peggio. Mi immagino lo sgorgante che corrode i tessuti: prima dei pantaloni, poi epidermici, mentre l’idraulico continua a lavorare come niente. Mi viene in mente che la pelle è un organo, l’organo più esteso del corpo umano. Potrei dirlo. Sembra una cosa interessante. O potrei dire quella cosa che, se uno ci pensa, siccome il tubo digerente è in continuità con l’esterno, l’essere umano è una ciambella. Ma temo che l’idraulico non apprezzerebbe. Come quando ho detto a quel muratore che esistono più mosse di scacchi che atomi nell’universo: mi è sembrato infastidito.
Chiedo allora all’idraulico: «Le ha mai preso la pelle?».
Mi rendo conto che questa domanda, per quanto formulata nella sua lingua, ha qualcosa di goffo. Ma forse è giusta, penso. Forse era proprio la cosa da dire. Mi aspetto che lui mi guardi e un po’ confidenzialmente mi dica: «Per fortuna no. Grazie per la domanda. Ottima domanda. Molto pertinente. Macedonia, hai detto?».
Invece ancora una volta qualcosa mi è sfuggito. L’idraulico alza un sopracciglio come a dire: “Eh?”. Gli abbasso il sopracciglio. Si alza l’altro. Abbasso anche l’altro, gli parte uno schizzo di sgorgante dall’orecchio. Lui dice: «No no». Io vorrei dirgli: «Senti, adesso devo capire, risolviamo questa cosa una volta per tutte. Siediti. Mi siedo anch’io. Allora. Metti lo sgorgante nel tubo. Lo sgorgante fa buchi alle cose. Stracci, pantaloni. Lasciamo stare che usi uno straccio come tampone, io non farei il tuo lavoro già solo per il fatto degli acidi. Nel flacone bianco metterei succo di limone. Comunque, dicevo, seguimi. Metti lo sgorgante. A un certo punto schizza. Schizza sgorgante. Gli schizzi, lo sappiamo, vanno un po’ dove vogliono, come gli struzzi, basta aver visto una puntata di Dexter».
«Ha mai sgozzato un essere vivente?» chiedo all’idraulico, ridendo. Mi rendo conto che omettere i passaggi mentali che mi hanno portato a dire una cosa può complicare la comprensione reciproca. O dare l’impressione sbagliata.
«Sì» dice lui.
Non indago. Gente di campagna, penso, aie, roncole, trattori. Errore mio.
Dunque gli direi: «Quindi mi concede che è plausibile che, se le sono finiti schizzi di sgorgante sui pantaloni, potevano finirle sul viso o sulle mani? La mia domanda, voglio dire, era sensata. Mi interessa solo questo. Sensata per lei, dico. Sensata per voi».
Ma non dico niente. «Meno male» dico. Non dico niente di stupido, intendevo. A parte “meno male”, ovvio.
Poi l’idraulico prende lo sturalavandini e dice: «Proviamo a dare un colpo con lo sturalavandini».
Qui scuoto la testa e gli dico: «Lasci stare. Ho già provato io. E non uno. Decine e decine di colpi, a un certo punto ho impugnato lo sturalavandini come una clava e ho colpito il lavandino con tutta la mia forza. E niente da fare».
L’idraulico però ci vuole provare. Non si fida. Tsk tsk, penso.
Appoggia lo sturalavandini nel lavandino, in corrispondenza dello scarico.
Fino a qui è come ho fatto io, penso.
Poi apre l’acqua.
Fino a qui è come ho fatto io, penso.
Fa riempire un po’ il lavandino.
Anche fino a qui è come ho fatto io, penso. Sono un idraulico?, penso.
Poi l’idraulico schiaccia lo stantuffo dello sturalavandini, o il pistone, il coso, come si chiama.
E anche qui è come ho fatto io, ma poi ecco la differenza: quando l’idraulico stacca lo sturalavandini, non lo fa come ho fatto io, dà invece un colpo con estrema forza e decisione, quasi rabbia, come fosse karate. Fa anche un verso: «Hi-ha!». E il lavandino trema tutto.
Capisco. La competenza, penso. L’esperienza.
Comunque non succede nulla.
«Ahi ahi» mi affretto a dire. Forse un pelo compiaciuto?
L’idraulico non commenta. Ora sì che mi ricorda mio padre. Mio padre che attualmente è a casa a fare qualcosa di completamente assurdo, non so, tipo spostare i meli dov’erano i peri e i peri sui platani, tutto a mani nude. Ma mi rivedo, bambino, mentre osservo mio padre fare qualcosa che io non so fare, in silenzio, tutto concentrato. Uno dei più grandi misteri dell’essere umano, il pensiero di un altro essere umano. E anche il proprio. Ho già abbastanza da fare a capire il mio, di pensiero, ci mancava solo quello degli altri. Ma è inevitabile chiederselo. Cosa pensava mio padre mentre aggiustava un qualche arnese? Gli facevo una domanda e lui non rispondeva. Facevo un commento, cercavo di azzeccarlo. «Tosto, quel tubo!». E, mio padre, silenzio. «Caravanserraglio?» dicevo. Silenzio. «Se controllerai sul manuale, papà, ti accorgerai che quel particolare modello di rubinetto richiede un momento torcente tra i 10 e i 16 piedi-libbra1» (citando Marisa Tomei in Mio cugino Vincenzo). dicevo. Silenzio. E nella testa di mio padre? Chissà. Potrei fare solo ipotesi. Tubo del cazzo. Bambino del cazzo. 16 piedi-libbra, ha detto?
L’idraulico non demorde. Affonda ancora lo stantuffo dello sturalavandini, preme con forza, tanto che io penso – ma non dico! – “non è che così mi sfonda il lavandino?”.
Poi l’idraulico inspira, poi stappa: «Hi-ha!» urla. E tutto trema. E ancora: «Hi-ha!». E la casa vacilla. L’idraulico è rosso in volto, ansimante, sudato. Si attorciglia sullo sturalavandini, punta i piedi contro il muro, fa un giro d’orologio, l’acqua scorre a cascate, l’idraulico si tira su le maniche, inspira di nuovo e poi: «Hi-ha! Hi-ha! Hi-ha!» e il lavandino gorgheggia, boccheggia e infine gorgoglia, poi all’improvviso risucchia tutta l’acqua con un mulinello così potente che anche l’idraulico viene catturato dal vortice e quasi inghiottito nello scarico, non fosse che giusto in tempo si aggancia alle pareti del lavandino con le chele, al pensile della cucina con la ventosa dello sturalavandini e, da solo, si trae d’impaccio. Alla fine sfugge al lavandino con una capriola, si ricompone, si asciuga nello straccio bucato dall’acido e, sorridente, mi fa: «Abbiamo evitato l’autospurghi». Abbiamo. Se non è nobiltà d’animo questa, allora non so.
«Grazie, mille» gli dico, facendo un inchino. «Posso porgerle un recipiente ricolmo di liquido rinfrescante?».
«Eh?» mi fa lui.
«O gradisce forse consultare un’opera letteraria dalla mia libreria? Le porto un accappatoio e del brandy» propongo.
«Mm?» dice lui.
«Posso allora avamporre un’interrogazione su quante e quali banconote saranno necessarie a pareggiare il suo formidabile servizio?» dico alla fine. Per maggior chiarezza, sfrego il polpastrello del pollice contro quello dell’indice.
«Ah» dice l’idraulico, quindi mi comunica la cifra e la transazione avviene. Poi riarrotola un tubo e lo ficca nello zaino insieme al flacone di acido.
Nell’avviarci all’uscita parliamo due minuti del tempo. L’idraulico mi dice che ama il vento.
«Ah sì?» dico. Purtroppo io il vento lo detesto. Cerco di non darlo a vedere aprendo tutte le finestre. Cerco un terreno comune. Possibile che sia così difficile essere simile ai miei simili? «Io non sopporto l’estate,» dico, «sa, il caldo… anche se, be’, c’è l’aria condizionata ma…».
L’idraulico annuisce, sembra soddisfatto. Ehi, me la sto cavando bene, penso.
«D’inverno, se ho freddo mi riscaldo» dice l’idraulico. «Ma d’estate…».
Sì, questa conversazione sembra filare, penso, finalmente comunichiamo!
«D’estate,» provo a dire, «se ho caldo mi raffreddo, ma d’inverno...». Mi aspetto che qui l’idraulico dica: «D’inverno se ho freddo mi riscaldo, ma d’estate…». Mm, penso. A quel punto l’unica continuazione corretta dovrebbe essere: «Se ho caldo mi raffreddo, ma d’inverno...». Poi offrirei la patta.
Lui comunque mi guarda mezzo storto.
«Ma il vento…» dice facendo un gesto con la mano come a dire, credo, che il vento è un’altra cosa. Penso: è la mia occasione. Di stabilire un contatto. Con l’idraulico. Con mio padre. Con questo mondo prima di saggiare il prossimo.
«Sì, il vento è un’altra cosa» dico, tra l’altro senza aver tradito me stesso, perché il vento è un’altra cosa per chi lo ama e per chi lo odia.
L’idraulico sembra finalmente soddisfatto. Sorride.
«Sì» dice. Quindi mi porge la mano. Anche questo so farlo. Gliela stringo. Ora devo solo evitare di dire una stronzata. Facile per i più.
«Allora al prossimo ingorgo!» dico. Mm, penso.
Noto un’increspatura nello sguardo dell’idraulico e allora, prima che possa dire qualunque cosa e rovinare tutto, apro la porta e così, grazie alla forte corrente, l’idraulico viene risucchiato dalla tromba delle scale.
Chiudo subito la porta, chiudo le finestre.
Penso: anche questa è fatta.