Il labirinto (1504)

Sto facendo la seconda colazione al bar con la mia amica Paola quando mi chiama l’anziana madre. Sembra nervosa.
«Devi andare a fare la spesa?» mi chiede un po’ bruscamente.
Negli ultimi anni la ragione di quasi tutte le sue alterazioni si può condensare in due parole: anziano padre. E tutto quello che a me interessa è non farmi risucchiare.
«Dai, dimmi cosa ti serve» taglio corto.
Paola intanto mi scruta da dietro gli occhiali da sole sorseggiando il suo cappuccino, tenendo la tazza con entrambe le mani. Le faccio segno che le è rimasto un baffo di schiuma. Lei allora beve un altro sorso e inclina la testa fino a intingere il naso. Le faccio “ok” con le dita.
«No, è che tuo padre adesso lo strozzo» continua l’anziana madre.
Sospiro. Difficile non fare domande, a questo punto. Anche solo per sicurezza. E intendo la mia. Immagino il giudice che mi chiede:

«E quando sua madre le ha detto che voleva strozzare suo padre, lei non ha chiesto il perché?».
«No, vostro onore. Sa, cerco di non farmi risucchiare».
«Quand’è così, lei è complice, la condanno a dieci anni di domiciliari insieme a sua madre».
Al che io grido «La prego, noooooooo…» mentre due poliziotti mi trascinano via.

Tornando all’anziana madre: «Come mai?» butto lì.
Ma in fondo che importanza ha? Questa cosa succede tutti i giorni dal 1970, anno del loro matrimonio: suona la sveglia, l’anziano padre apre gli occhi, dice o fa qualcosa che fa innervosire l’anziana madre, l’anziana madre prova il desiderio di strozzarlo. E fu sera e fu mattina.
Inutile cercare di capire chi dei due abbia ragione, la risposta è: nessuno. Sono due persone miti, tuttavia una ti fa effettivamente venire voglia di strozzarla, l’altra è una trivella encefalica.
«Ha chiesto al signor Palladini se vuole un po’ di melanzane fritte» mi dice l’anziana madre. «E adesso mi tocca farle. Solo che non ho l’olio altoleico».
Giudico improbabile che l’anziano padre di punto in bianco chiacchierando con il vicino – con cui di solito parla di orti, strutture metalliche, fertilizzanti, gettate di cemento, articolazioni – all’improvviso gli offra delle melanzane fritte. Come potrebbe mai svilupparsi un dialogo simile?

«Ciao Palladini, che fai di bello?».
«Costruisco un box».
«Per cosa?».
«Per costruire un box».
«Giusto».
«Poi magari costruisco un box più piccolo».
«Così lo metti nel box più grande».
«Sì».
«Vuoi delle melanzane fritte?».
«Ok».

Manca almeno un tassello. So che dovrei lasciar perdere, ma purtroppo in me alberga un piccolo tenente Colombo e ora devo sapere dove si annida l’omissione dell’anziana teste.
«Senti, giusto per curiosità…» le dico, «ma tu, prima che lui parlasse con il vicino, hai per caso pronunciato un qualsivoglia discorso che contenesse la parola “melanzane” e la parola “fritte”?».
«Allora…» comincia l’anziana madre, e per me “allora” è già un segno di colpevolezza. “Portatela via!”, direi alle guardie. «Stamattina a colazione ho solo detto “oggi faccio le melanzane fritte”».
Quel “solo” mi conferma che l’anziano padre è, almeno in parte, innocente. Almeno in parte, perché se offri a qualcuno del cibo che dovrà preparare un altro, qualche notte al fresco te la meriti.
«Ok,» dico, «quindi non è così strano che abbia poi chiesto al vicino se ne volesse un po’. Per quanto, ne convengo, seccante, visto che a doverle friggere sei tu».
«Sì, ma subito dopo gli ho detto “Ah no, mi manca l’olio, allora niente”. Però lui questa parte ovviamente non l’ha sentita».
In effetti negli ultimi anni l’anziano padre ha sviluppato una blanda sordità selettiva opportunistica intermittente. Se sussurri «Vuoi gli gnocchi?» mentre sei sotto la doccia e lui è in giardino che taglia rami con la motosega, ti sente; se gli sei a cinque centimetri e gli urli nelle orecchie con un megafono se può accompagnarti a bere il tè da zia Mariuccia: sordo.
«Quindi ti serve l’olio» dico all’anziana madre.
«Sì, se puoi andare alla Coop».
«Certo».
«È quello nella bottiglia nera».
«Ok».
Istruzioni chiare. Non chiedo altro.

Terminata la telefonata, espongo il caso a Paola.
«La tratti male» mi fa lei. Paola è molto protettiva con tutte le persone che non sono me. Qui penso: a parte che anche Paola tratta male sua madre. Ma poi uno dovrebbe sapere che i genitori hanno dei modi molto sottili per farti saltare i nervi, troppo facile fare i Buddha con quelli degli altri.
Le dico: «Ma perché non mi può semplicemente chiamare e dire “Vammi a prendere l’olio”? Lo preferirei. Invece deve prima fare quattordici domande intermedie. Appartiene a quella categoria di persone che fanno molta fatica a essere dirette; io alla categoria di persone…».
«Stronze?» suggerisce Paola.
Le sorrido. Non sto a spiegarle che il mio «Cosa ti serve?» aiuta a evitare il seguente dialogo inutile:

«Joey, tu per caso devi uscire?».
«Sì».
«Ma devi proprio uscire o potresti anche non uscire?».
«Be’, potrei anche non uscire ma se ti serv…».
«Allora niente».
«Ma no, dimmi».
«No no, se non devi uscire non fa niente, farò senza, me la caverò, in un modo o nell’altro mi arrangio, certo che se chiedo un favore io una volta, per carità, però io ci devo sempre essere quando gli altri mi…».
«Dimmi cosa ti serve, dai, non stiamo qua tre giorni».
«Serve… non mi serve niente, figurati. Sono io che servo agli altri. E che servo gli altri. Sono io che…».
«Ok. E tornando invece a cosa vuoi che ti prenda?».
«Se puoi… mi prendi l’olio altoleico, grazie».
«Ok, vado».
«Ma non uscire apposta».
«Devo comunque uscire, tranquilla».
«Ma se quando esci non devi andare al supermercato, non andarci apposta».
«Devo andare al supermercato, tranquilla».
«Ma se quando sei al supermercato non devi andare nella corsia degli oli, non andarci apposta».
«Lo vuoi questo cazzo di olio o no?».
Silenzio. Poi, con voce rotta e suonando un violino: «Guarda… lascia stare… mi trattate sempre male… io tratto bene tutti ma tutti trattano male me. Volevo solo fare le melanzane fritte per il tuo compleanno ma…».
«Faccio gli anni in gennaio».
«Sei cattivo».
«Ma se faccio gli anni in gennaio!».

Eccetera. Insomma tanto tempo perso, uno screzio, malumori, dispiaceri, sensi di colpa. Vediamo invece con il mio metodo:

«Per caso devi…».
«Dimmi solo cosa ti serve».
«Olio altoleico».
«Arriva».

Non sarebbe un mondo migliore? Lo sarebbe.
«Cerco solo di essere efficiente» dico a Paola. «Perché io, a differenza loro, non credo in una prossima vita, una vita eterna dove le melanzane si friggono senza olio, senza padella, senza melanzane, credo solo in questa vita qui, e di conseguenza ho una clessidra dentro la testa che ogni giorno mi dice: “Presto, Joey, la sabbia sta per finire!”».

«Mm…» mi fa Paola. «È per questo che siamo qui da un’ora a grattarci le palle bevendo cappuccini?».
«Be’ ma…».
«È per questo che l’altro giorno abbiamo guardato per tre ore due tizi in calzoncini che si tiravano una pallina da tennis? È per questo che…».
«Sì, Paola, per questo. Cerco di rendere il mio tempo piacevole, ok? Meno tempo spreco, più cappuccini posso bere. Perché poi lo sai: un giorno, forse oggi stesso, il dottor Paraurti mi dirà: “Joey, ho una buona notizia e una cattiva. Quale vuoi prima?”. E io: “Perché sono qui?!”. E lui: “La buona è che ora puoi bere tutti i cappuccini che vuoi, anche cinquanta al giorno!”. E io: “Temo di aver intuito quale potrebbe essere la cattiva”».
«Dai,» mi fa Paola alzandosi, «andiamo a prendere l’olio».

Così ci incamminiamo verso la Coop, che se non altro è vicina.
Entriamo e, una volta nella corsia degli oli, cominciamo a setacciare gli scaffali alla ricerca di una bottiglia nera.
«Che marca ha detto?» chiede Paola.
«Non l’ha detto, ovviamente. Lei dà così le indicazioni, è come vivere dentro un quiz di un Mike Bongiorno bulgaro. Se ti deve consigliare un ristorante non ti dice il nome, ti dice “quello con l’albero grande nel parcheggio”. Ha detto che la bottiglia è nera, però».
«Non vedo bottiglie nere» dice Paola mentre esamina lo scaffale.
«Nemmeno io. Senti, la chiamo».
Prendo il telefono e chiamo l’anziana madre, che stranamente risponde. In genere è impossibile rintracciarla nonostante i suoi nove telefoni.
«Sì?».
«Ma sei sicura che alla Coop abbiano l’olio che cerchi?».
«Alla Coop? Ah non so».
Ah non so. Ma certo, errore mio. Mi immagino l’interno del suo cervello come un condominio disegnato da Escher.
«Mi hai chiesto se potevo andare alla Coop a prendere l’olio. Tu lo prendi alla Coop, no?».
«No».
Un condominio foderato di specchi.
«E, di grazia, solitamente dove lo prendi?».
«Al Famila».

Il Famila è fuori San Paco, dista alcuni chilometri, ergo non è raggiungibile a piedi. Capisco all’istante che l’anziana madre ha omesso questo dettaglio, benché cruciale per il compimento della missione, allo scopo di minimizzare il mio disturbo. Tipica gentilezza d’intralcio. Purtroppo, in questo modo, dovrò andare in due supermercati. Sette, se non avesse risposto al telefono. Alla fine mi sarei cosparso di olio altoleico e avrei chiesto a Paola di darmi fuoco.
«Qui non c’è» le dico. «Vado al Famila».
«No, ma non disturb…».
«Vado al Famila, madre, non vi preoccupate» le dico sapendo che una bestemmia finale sarebbe stata la ciliegina sulla frase.
Paola scuote la testa.
Chiudo la chiamata e le dico: «Famila».

Alla fine troviamo questo fantomatico olio altoleico per le melanzane per il vicino che costruisce box per box. Ci dirigiamo a casa degli anziani genitori. Arriviamo e troviamo solo l’anziana madre. Le consegno la bottiglia di olio. Lei vuole darmi i soldi. Io rifiuto. Mi infila una banconota da cinque euro in tasca. La restituisco. Mi fa un bonifico. Poi dice a Paola:
«Grazie, eh».
«Prego, signora».
Non raccolgo.
«Ti fermi a pranzo?» le chiede l’anziana madre.
«Guarda che io non mi fermo a pranzo» dico, raccogliendo.
«Magari lei sì» dice l’anziana madre. Ridono entrambe.
«Senti, ma dov’è l’anziano padre?» le chiedo, insospettito dalla totale assenza di incendi e crateri freschi intorno alla casa. L’anziana madre sorride come una bambina che ha appena fatto una marachella.
«L’hai strozzato?» le chiedo.
«Siccome mi ha fatto arrabbiare con questa storia delle melanzane,» mi spiega, «l’ho mandato a portare la macchina dal meccanico e gli ho detto “poi torni a piedi”».
«Cioè, fammi capire: hai mandato un uomo cardiopatico di ottant’anni a farsi una passeggiata sotto il sole con i trentasette gradi di luglio?» chiedo giusto per conferma, annotando l’informazione sul taccuino che consegnerò al coroner. «E poi, quando torna, tutto stanco e accaldato, lo rimpinzi di melanzane fritte, dico bene?» le chiedo, sempre scrivendo sul taccuino.
«Sì» conferma lei.
«Bene, signora,» le dico, «ora vado a recuperare suo marito, spero non sia troppo tardi. Potrebbe già essere una frittella di melanzana incollata all’asfalto. Lei nel frattempo non lasci la città».
«Poi vi fermate a mangiare le melanzane?» ci chiede lei.
Paola mi guarda come a dire: ma lo sai che ho giusto un posticino per un bidone di melanzane fritte?
Sospiro. Sospira anche la clessidra nella mia testa. Vedo distintamente il dottor Paraurti che, strappando la mia tessera sanitaria, lancia i pezzetti in aria come coriandoli e dice: «Ora puoi mangiare tutte le melanzane fritte che vuoi!».
Rimetto il taccuino in tasca, apro la porta e, prima di andarmene, dico: «Va bene».

17.7.26