Paola è elettrizzata perché non segue il tennis ma è curiosa di vedere questo fantomatico Sinner all’opera; Carla non è mai elettrizzata per nulla (e di certo non potrebbe esserlo per il tennis) ma, se lo fosse, lo sarebbe per l’aria condizionata e lo chardonnay.
Chardonnay
Non appena entrano, si guardano intorno e mi chiedono: «Gâteau?».
Io: «In camera, sotto il letto. Intorno al terzo set dovrebbe fare capolino per venire a ispezionarvi».
Paola va allora a sedersi sul divano. Carla invece si dirige alla cantinetta, la apre, prende una bottiglia e me la mostra dicendo: «Questa è speciale?». Io: «No».
Quindi apre la bottiglia, se ne versa un bicchiere e viene a sedersi.
«Ma sono le due del pomeriggio» le dice Paola.
«Dici che è troppo presto per rompermi i coglioni?».
Paola fa uno sbuffetto risentito col naso, io vado a prendere altri due bicchieri e riempio una ciotolina di pretzel.
«C’è la principessa?» chiede Paola mentre vengono inquadrate le tribune, dove l’unica persona prestigiosa sembra essere David Beckham.
«Non saprei» dico. «Di solito viene per la finale».
«Credevo guardasse tutte le partite».
«Se tu fossi una principessa guarderesti tutte le partite?» le chiede Carla.
«Se fossi una principessa abolierei il tennis».
«Infatti».
Le guardo e dico: «Voi sì che sapete creare il clima giusto prima di una partita».
Sentirsi in forma
Mentre i giocatori si riscaldano palleggiando, dico: «Pensate al povero Kecmanović…».
«Chi?» mi chiede Paola.
«L’altro giocatore».
«Ah».
«Si sarà detto: “Quest’anno faccio Wimbledon. Sì, lo faccio! Mi preparerò tantissimo. Spero di arrivare lontano. Chi lo dice che non posso arrivare lontano? Niente è impossibile se lo vuoi davvero. E io lo voglio! Magari arrivo alla seconda settimana. Magari in semifinale. E poi, crack!, il mio avversario inciampa e si rompe tutti i legamenti, braccia, gambe, collo e, per sicurezza, anche il naso. E io me ne vado dritto in finale. E forse, a quel punto, potrei vincere? Sì, ce la posso fare. Le finali fanno storia a sé. E io mi sento in forma quest’anno. E poi l’erba è la mia superficie. E poi la pallina è rotonda. E poi sento che gli astri sono dalla mia e poi…”. A quel punto escono i sorteggi, guarda il tabellone. Primo turno: Sinner».
Body shaming
La partita comincia e ben presto i telecronisti elogiano Kecmanović dicendo che ha personalità, che gioca con un bel piglio, che non è affatto in soggezione, che non ha timori reverenziali.
Io guardo Paola e Carla e dico: «Niente male questo Kecmanović, non è per niente in soggezione! Poi: 6-1, 6-1, 6-0».
Ridiamo. Tiriamo anche un pretzel all’indirizzo di Kecmanović.
«Ha pure la pancetta» dice Carla.
«E ha avuto un’acne importante, mi sembra» dice Paola.
«Non credo influisca sulle prestazioni» osservo.
«Eh, non credere, sai?» mi fa Paola. «I difetti estetici minano il cervello, le prestazioni ne risentono».
Rido. «Può essere» dico.
Carla fa: «Ma quindi al primo turno trovi uno basso con la pancetta, poi al secondo solo con la pancetta, poi al terzo uno in forma, e poi finalmente cominciano i belli? Funziona così?».
«Sì, proprio così,» le dico, «trovi gli avversari in ordine di bellezza».
«Questo ha senso» dice Carla bevendo un po’ di vino.
Rilassati
La partita comincia e dopo non molto Sinner, sul proprio servizio, perde un punto, Paola mi guarda. Le sorrido. Poi Sinner perde un altro punto. Altra occhiata di Paola, altro sorriso. Quando Kecmanović si guadagna addirittura due palle break, Paola mi fa: «Ma non è che perdiamo, eh?».
Allora le dico: «Rilassati. Il bello di guardare Sinner è che magari si trova sotto 15-40 e se fosse un altro diresti: “Ecco, è andata, ha perso, ora tutto il mondo dirà che noi italiani siamo degli incapaci, specialmente Joey Baruffa o Paola Paolinovic”, ma con Sinner questo non succede: non devi fare altro che prendere il telefono, guardare un paio di reel di panda che mangiano bambù, o che tempo farà domani, bere un sorso di vino, tornare a guardare la tv e, magia, Sinner ha vinto il game.
«Se lo dici tu…» dice Paola, poco convinta.
«Perché non ci siamo trovati a guardare reel di panda che mangiano bambù?» dice Carla.
Dubbi
Poi però Sinner perde all’improvviso un game di servizio e subito dopo addirittura l’intero set. Brusio in soggiorno. Paola e Carla mi guardano. «Dicevi?» dicono. E io, simulando tranquillità in quanto unico esperto di tennis nella stanza (mi basta sapere le regole, per esserlo), rispondo: «Tranquille: quello che ho detto per un game, vale anche per l’incontro. Sinner vince sempre, è per questo che siamo qui».
«Io non sono qui solo per vederlo vincere,» dice Paola, «voglio vederlo strapazzare l’avversario».
«Lo strapazzerà» la rassicuro.
«Io sono qui perché la piscina è chiusa» dice Carla.
«Riaprirà» la rassicuro.
Gâteau miagola dall’altra stanza.
«Tra un po’ se ne vanno!» la rassicuro.
Consigli utili
A un certo punto vengono inquadrati gli allenatori di Sinner, Vagnozzi e Cahill. Sinner è in difficoltà e loro parlottano.
(Cahill e Vagnozzi si chiedono se saranno licenziati per il set appena perso).
«Secondo voi cosa si dicono?» chiede Paola.
«Me lo chiedo sempre anch’io» le rispondo. «Secondo me si stanno dicendo questo:
Vagnozzi: “Jannik sta sbagliando molte battute”.
Cahill: “Molte”.
Vagnozzi: “Di solito non le sbaglia”.
Cahill: “Di solito no”.
Vagnozzi: “Dovrebbe tirare la pallina in quel quadrato appena dopo la rete, come si chiama…?”.
Cahill: “Quadrato?”.
Vagnozzi: “Esatto. Invece spesso tira fuori. E questo gli costa il punto”.
Cahill: “Ottima analisi, Vagnozzi”.
Vagnozzi: “Grazie, Cahill. Ehi, ci sta guardando. Che cosa gli diciamo?”.
Cahill: “Potremmo dirgli di non sbagliare le battute”.
Vagnozzi: “Sì, concordo. E anche di non tirare contro la rete”.
Cahill: “Ottimo consiglio”.
Vagnozzi: “Aggiungo anche un ‘non mollare!’?”.
Cahill: “Assolutamente”».
Ramazzare
Come tutti sanno, le partite di Sinner vengono spesso interrotte dagli spot di Sinner. Sinner sponsorizza tutto lo sponsorizzabile, per arrotondare. Molti dicono: «Ma non ha già abbastanza soldi?!». In soldi non c’entrano. Non fino a quel punto. Per prima cosa è lavoro. Le conosciamo tutti, le persone così: non sanno fare altro che lavorare. Non sono tutte milionarie, anzi quasi nessuna lo è, ma il principio è lo stesso: lavoro, lavoro e ancora lavoro. Una volta una di queste persone, ovvero il mio anziano padre, è stata finalmente portata in vacanza. Non faceva una vacanza da trent’anni. Tre striminziti giorni al mare, organizzati dalla moglie per far contenta la moglie (parte della contentezza era dovuta all’illusione di far contento anche il marito. Le illusioni sono cruciali, per le contentezze). L’anziano padre, al secondo giorno di villeggiatura, trova non si sa come una scopa e comincia a ramazzare il cortile dell’albergo. L’anziana madre, attonita, gli dice: «Ma cosa fai?!» E lui, felice, continuando a ramazzare: «Non mi sembra vero di fare qualcosa!».
Prospettiva
C’entrano anche i soldi, sì, ma chi critica Sinner dicendo «Ma non ne ha già abbastanza?» sbaglia forse prospettiva. Il discorso non è «Ho già cento milioni di euro, Lavazza me ne dà uno per pubblicizzare il caffè, cosa me ne faccio?» ma «Oggi pomeriggio sono finalmente libero, posso andare al mare, dormire o giocare alla Playstation, però Lavazza mi offre un milione di euro per rinunciare a un sonnellino: rifiutare avrebbe senso?».
Inoltre dagli sponsor Jannik ricava decine di milioni l’anno. Di questo passo, spot qui, spot lì, finirà per guadagnare più dagli spot che dal tennis e a quel punto si potrà dire che il suo lavoro principale sono gli spot, non il tennis, e la gente si lamenterà dicendo: «Ma non ha già abbastanza soldi? Deve proprio giocare anche a tennis?».
Dopplegänger
Qualcuno si chiede anche: «Ma dove lo trova il tempo?». Lunedì forse lo abbiamo capito: per un attimo la regia, infatti, rovistando tra gli spalti ha scovato il suo doppelgänger.
«Me lo chiedo sempre anch’io» le rispondo. «Secondo me si stanno dicendo questo:
Vagnozzi: “Jannik sta sbagliando molte battute”.
Cahill: “Molte”.
Vagnozzi: “Di solito non le sbaglia”.
Cahill: “Di solito no”.
Vagnozzi: “Dovrebbe tirare la pallina in quel quadrato appena dopo la rete, come si chiama…?”.
Cahill: “Quadrato?”.
Vagnozzi: “Esatto. Invece spesso tira fuori. E questo gli costa il punto”.
Cahill: “Ottima analisi, Vagnozzi”.
Vagnozzi: “Grazie, Cahill. Ehi, ci sta guardando. Che cosa gli diciamo?”.
Cahill: “Potremmo dirgli di non sbagliare le battute”.
Vagnozzi: “Sì, concordo. E anche di non tirare contro la rete”.
Cahill: “Ottimo consiglio”.
Vagnozzi: “Aggiungo anche un ‘non mollare!’?”.
Cahill: “Assolutamente”».
Ramazzare
Come tutti sanno, le partite di Sinner vengono spesso interrotte dagli spot di Sinner. Sinner sponsorizza tutto lo sponsorizzabile, per arrotondare. Molti dicono: «Ma non ha già abbastanza soldi?!». In soldi non c’entrano. Non fino a quel punto. Per prima cosa è lavoro. Le conosciamo tutti, le persone così: non sanno fare altro che lavorare. Non sono tutte milionarie, anzi quasi nessuna lo è, ma il principio è lo stesso: lavoro, lavoro e ancora lavoro. Una volta una di queste persone, ovvero il mio anziano padre, è stata finalmente portata in vacanza. Non faceva una vacanza da trent’anni. Tre striminziti giorni al mare, organizzati dalla moglie per far contenta la moglie (parte della contentezza era dovuta all’illusione di far contento anche il marito. Le illusioni sono cruciali, per le contentezze). L’anziano padre, al secondo giorno di villeggiatura, trova non si sa come una scopa e comincia a ramazzare il cortile dell’albergo. L’anziana madre, attonita, gli dice: «Ma cosa fai?!» E lui, felice, continuando a ramazzare: «Non mi sembra vero di fare qualcosa!».
Prospettiva
C’entrano anche i soldi, sì, ma chi critica Sinner dicendo «Ma non ne ha già abbastanza?» sbaglia forse prospettiva. Il discorso non è «Ho già cento milioni di euro, Lavazza me ne dà uno per pubblicizzare il caffè, cosa me ne faccio?» ma «Oggi pomeriggio sono finalmente libero, posso andare al mare, dormire o giocare alla Playstation, però Lavazza mi offre un milione di euro per rinunciare a un sonnellino: rifiutare avrebbe senso?».
Inoltre dagli sponsor Jannik ricava decine di milioni l’anno. Di questo passo, spot qui, spot lì, finirà per guadagnare più dagli spot che dal tennis e a quel punto si potrà dire che il suo lavoro principale sono gli spot, non il tennis, e la gente si lamenterà dicendo: «Ma non ha già abbastanza soldi? Deve proprio giocare anche a tennis?».
Dopplegänger
Qualcuno si chiede anche: «Ma dove lo trova il tempo?». Lunedì forse lo abbiamo capito: per un attimo la regia, infatti, rovistando tra gli spalti ha scovato il suo doppelgänger.
Jannik Sinner alla partita del suo idolo Jannik Sinner.
Occhio di falco
«Ma non fanno più quella cosa di chiedere la verifica quando la pallina è fuori?» chiede Carla.
«L’occhio di falco? No, non ci sono più nemmeno i giudici di linea, il controllo elettronico adesso è permanente».
«E chi è che urla ogni volta che la pallina esce, allora? Io sento qualcuno che urla» dice Paola.
«Chi è che… Be’, i giudici, Paola. Sono in quelle buche a fondo campo, bendati, e quando una pallina rimbalza oltre la linea il sistema elettronico aziona un pungolo che li colpisce nel fianco. È per mantenere un legame con la tradizione».
«A volte mi dimentico che sei uno stronzo» mi fa lei bevendo un sorso di vino.
«Ma non potrebbero far chiedere ugualmente la verifica ai giocatori?» dice Carla. «Almeno creava un po’ di suspense».
«Chiedere all’occhio di falco di verificare la chiamata dell’occhio di falco? Che cosa potrebbe mai dire? Chiamata corretta! Confermo! Ottimo lavoro, occhio di falco! Lunga vita all’occhio di falco!».
Vedo Paola scuotere la testa e, con il labiale, dire: stron-zo.
Carla invece alza un sopracciglio e dice: «Potrebbero metterne due. Uno che fa la chiamata e uno che verifica».
«Bell’idea» dice Paola prendendo una manciata di pretzel.
«E magari, se sono in disaccordo, entrano due robottini in campo e si azzuffano» dico.
Paola ride.
«Comunque è un peccato,» dice Carla, «avrebbero dovuto lasciare i giudici e permettere al giocatore di chiedere sempre la verifica».
«Ma così le partite sarebbero durate troppo».
«Le partite durano già troppo» dice Paola.
«Già» dice Carla.
«Sarebbero durate ancora di più» dico.
«Be’, non mi sembra che le persone che guardano il tennis abbiano tutti questi impegni» dice Carla.
«Probabilmente devono guardare altri tornei di tennis» dice Paola.
E Carla: «Mi sa anche a me».
Finale
Alla fine Sinner vince.
«Visto?» dico, soddisfatto.
«Mm» dice Paola un po’ delusa. «Speravo di vedere un dio che surclassava un comune mortale, invece mi sono dovuta sorbire una normale partita di tennis». Intanto Carla vede Sinner lanciare i polsini tra il pubblico e fa una smorfia:
«Tutti sudati, ma che schifo… Io glieli rilancerei indietro».
«Se non ti facesse schifo toccarli» dice Paola.
«Già. Lo farei fare a te».
«Comunque bisogna anche riconoscere i meriti dell’avversario» suggerisco.
«Ma per favore» mi fa Paola, alzandosi.
Ci avviamo alla porta. Intanto arriva Gâteau.
«Eccola!» dice Paola. Carla si china ad accarezzarla.
Gateau le annusa brevemente, miagola e se ne va.
«Comunque è stato divertente» dice Paola. «Quando gioca ancora?».
«Dopodomani».
«Ok, non così divertente. Magari torniamo per la finale. Ci arriva in finale, no?».
«Sì, certo» dico.
«Bene. Allora poi riorganizziamo» dice Paola e, prima che io possa mettere le mani avanti dicendo che nello sport niente è sicuro, lei e Carla stanno già scendendo le scale, ridendo e parlottando, quasi certamente facendo body shaming a tutte le persone inquadrate nelle tre ore di partita, a cominciare da David Beckham.
«L’occhio di falco? No, non ci sono più nemmeno i giudici di linea, il controllo elettronico adesso è permanente».
«E chi è che urla ogni volta che la pallina esce, allora? Io sento qualcuno che urla» dice Paola.
«Chi è che… Be’, i giudici, Paola. Sono in quelle buche a fondo campo, bendati, e quando una pallina rimbalza oltre la linea il sistema elettronico aziona un pungolo che li colpisce nel fianco. È per mantenere un legame con la tradizione».
«A volte mi dimentico che sei uno stronzo» mi fa lei bevendo un sorso di vino.
«Ma non potrebbero far chiedere ugualmente la verifica ai giocatori?» dice Carla. «Almeno creava un po’ di suspense».
«Chiedere all’occhio di falco di verificare la chiamata dell’occhio di falco? Che cosa potrebbe mai dire? Chiamata corretta! Confermo! Ottimo lavoro, occhio di falco! Lunga vita all’occhio di falco!».
Vedo Paola scuotere la testa e, con il labiale, dire: stron-zo.
Carla invece alza un sopracciglio e dice: «Potrebbero metterne due. Uno che fa la chiamata e uno che verifica».
«Bell’idea» dice Paola prendendo una manciata di pretzel.
«E magari, se sono in disaccordo, entrano due robottini in campo e si azzuffano» dico.
Paola ride.
«Comunque è un peccato,» dice Carla, «avrebbero dovuto lasciare i giudici e permettere al giocatore di chiedere sempre la verifica».
«Ma così le partite sarebbero durate troppo».
«Le partite durano già troppo» dice Paola.
«Già» dice Carla.
«Sarebbero durate ancora di più» dico.
«Be’, non mi sembra che le persone che guardano il tennis abbiano tutti questi impegni» dice Carla.
«Probabilmente devono guardare altri tornei di tennis» dice Paola.
E Carla: «Mi sa anche a me».
Finale
Alla fine Sinner vince.
«Visto?» dico, soddisfatto.
«Mm» dice Paola un po’ delusa. «Speravo di vedere un dio che surclassava un comune mortale, invece mi sono dovuta sorbire una normale partita di tennis». Intanto Carla vede Sinner lanciare i polsini tra il pubblico e fa una smorfia:
«Tutti sudati, ma che schifo… Io glieli rilancerei indietro».
«Se non ti facesse schifo toccarli» dice Paola.
«Già. Lo farei fare a te».
«Comunque bisogna anche riconoscere i meriti dell’avversario» suggerisco.
«Ma per favore» mi fa Paola, alzandosi.
Ci avviamo alla porta. Intanto arriva Gâteau.
«Eccola!» dice Paola. Carla si china ad accarezzarla.
Gateau le annusa brevemente, miagola e se ne va.
«Comunque è stato divertente» dice Paola. «Quando gioca ancora?».
«Dopodomani».
«Ok, non così divertente. Magari torniamo per la finale. Ci arriva in finale, no?».
«Sì, certo» dico.
«Bene. Allora poi riorganizziamo» dice Paola e, prima che io possa mettere le mani avanti dicendo che nello sport niente è sicuro, lei e Carla stanno già scendendo le scale, ridendo e parlottando, quasi certamente facendo body shaming a tutte le persone inquadrate nelle tre ore di partita, a cominciare da David Beckham.

