Il regionale (1508)

Sono sul binario 2 della stazione di San Paco Llorente con la mia amica Carla, stiamo per fare un breve viaggio tra i suggestivi paesaggi della pianura padana, direzione Bologna.
Un tempo mi piaceva viaggiare in treno, poi sono diventato suscettibile e se ora vedo una persona che si taglia le unghie dei piedi o che invece di mostrare il biglietto al controllore sfodera un machete, be’, mi dà noia. Carla ha una soglia di tolleranza anche più bassa: per lei tutti gli umani sono ontologicamente molesti, compresi gli amici, che però sopporta forse perché, come cantava il mio mentore delle medie Vasco Rossi, “Restare soli fa male anche ai duri”.

«Chi era il tuo mentore delle medie?» le chiedo mentre vediamo arrivare il treno.
«Gli Anthrax» mi fa lei.

Per quanto simili in sensibilità, abbiamo due filosofie diverse rispetto alle seccature: io cerco di non battere ciglio e passare oltre; Carla tende invece a reagire. Così, appena prima di salire sul treno, la istruisco: «Senti, non insultare nessuno e se a un certo punto mi alzo e faccio per andarmene, seguimi senza fare domande, ok?».
«Ok, Sheldon».

Quindi saliamo.
Ci mettiamo nella prima carrozza. Davanti a noi un uomo di mezza età e una ragazzina con una maglietta dei Pokemon. Mi dico che, tecnicamente, secondo le malelingue sarei anch’io un uomo di mezza età, ma scaccio subito questo brutto pensiero prima di rovinarmi la giornata.
«C’è una vespa» dice a un certo punto la ragazzina indicando preoccupata il finestrino. L’uomo guarda la vespa e dice: «Se la ignori, non ti fa niente».
Dico a Carla «Tu sai uccidere le vespe?».
Carla: «Se la ignori, non ti fa niente».
Il signore di mezza età le sorride. Carla non ricambia. Lo faccio io al posto suo, per gentilezza.
«Le vespe non vanno uccise, sono importanti per l’ambiente» mi spiega l’uomo (così imparo a essere gentile).

«Credevo fossero le api» dico.
«Neanche le api, infatti» dice lui.
«Eh, allora non si può uccidere niente…» dice Carla.
L’uomo resta un po così. Io dico: «In realtà ho letto in un articolo che le api non stanno più diminuendo, stanno aumentando. La diminuzione delle api era una minaccia per l’ambiente? Ora sembra che lo sia il loro aumento».
L’uomo tentenna.
«Ma le api sono così,» continuo, «immagino che tra dieci o vent’anni si scoprirà che sono una minaccia per l’ambiente e basta, qualunque sia il loro numero. Restasse anche una sola ape, quell’ape lì può incasinare tutto». Poi, rivolto alla ragazzina: «Non ti sto dicendo di uccidere le api, ovviamente, ma se per sbaglio ne schiacci una è tutto ok. Per l’ambiente, intendo, non per l’ape. Né per i familiari dell’ape».
La bambina guarda l’uomo, forse in cerca di conforto. Lui saggiamente cambia discorso indicandole qualcosa fuori dal finestrino. Guardo anch’io, ma non vedo altro che campi e afa.
Quando il treno si ferma, i due scendono. La vespa se ne va con loro. Li guardiamo mentre lasciano la carrozza.
«Che fossero apicoltori?» dice Carla.
«Sarebbe una mia tipica gaffe» dico.
«Là comunque c’è un’altra vespa» mi dice Carla indicando non so bene cosa.
«Grazie, non l’avevo notata. Non sia mai che mi faccia tre minuti di viaggio senza pensieri. Forse sono vespe samurai».
«Mai sentite».
«Avevo letto che gli agricoltori emiliani tempo fa hanno liberato sul territorio un sacco di cosiddette vespe samurai» dico mentre davanti a noi si siede un tizio che sta ascoltando un video musicale a tutto volume senza auricolari.
«Sul territorio emiliano?» mi fa Carla strizzando gli occhi per il frastuono.
«Sì» le dico alzandomi. Anche Carla si alza. «Ma farebbe ridere se le avessero liberate sul territorio umbro» le dico mentre ci spostiamo in seconda carrozza.
«Lo scopo?» mi chiede Carla una volta che siamo seduti, finalmente senza rumori molesti. Davanti a noi intanto si siede una donna sulla sessantina. Tutta ordinata, graziosa. Sembra la mia maestra elementare. Le sorrido. Lei ricambia. Poi prende un libro e comincia a leggere. Brava ragazza, penso.
«Per combattere le cimici asiatiche» dico a Carla.
«Che erano state introdotte per combattere…» mi fa lei.
Rido.
«E ha funzionato?» mi chiede poi.
«No. Sembra che queste cosiddette vespe samurai, una volta liberate, abbiano completamente ignorato le cimici asiatiche, anzi abbiano fatto comunella con loro e chiesto alcune dritte sulla zona e si siano quindi sparpagliate su tutto il territorio, emiliano e no, nidificando a più non posso».
«Ottimo» dice Carla. «E perché “samurai”?».
«Non si sa» le dico. «Sembra che nulla, nel loro aspetto o comportamento, ricordi un samurai, quindi è probabile che il motivo per cui si chiamano così verrà scoperto in seguito, quando sarà troppo tardi. Speriamo sia perché si suicidano, ma è improbabile. Però mi ha detto Paola, che ha una zia…».
«Samurai?».
«Entomologa».
«Ah».
«Secondo questa zia non c’è alcun motivo di avere paura, primo perché lei vive a Stoccolma, secondo perché le vespe samurai non sono vere e proprie vespe, sono… aspetta, com’è che ha detto…».
«Coccinelle?» mi fa Carla.
«Parassiti… parassitoidi… qualcosa del genere».
«Mm… non sembra rassicurante».
«Insomma non pungono».
«Mi stupisce questo tuo interesse per le vespe. Che cazzo te ne frega, scusa?».
«Bah, lo sai: mi interessa tutto e non mi interessa niente».
A quel punto osservo meglio la signora davanti a me. Sembra una caramella. Come vorrei vivere in un mondo popolato solo da maestre elementari e api samurai!, penso. Poi vedo che sta leggendo Simenon. Be’, nessuno è perfetto, mi dico.
A quel punto la signora tira su col naso.
Sgrano gli occhi, serro le narici.
Lei mi guarda e solo ora noto che ha gli occhi lucidi e arrossati. Poi comincia a cercare qualcosa nella borsa, dalla quale zampillano fazzoletti giallognoli appallottolati. Ne trova uno meno incrostato degli altri, prova a dispiegarlo e lo usa per soffiarsi il naso a mitraglietta. Nei minuti successivi è colta da interminabili accessi di tosse. A ogni raffica trattengo il fiato per alcuni secondi, poi mi giro verso Carla e respiro, prendendo piccole boccate d’aria.
Lei mi guarda e mi fa: «Ce ne andiamo, immagino».
Annuisco. Quindi ci alziamo e ci spostiamo.
«Possibile che ogni volta che viaggio becco sempre quello malato?» dico una volta lasciata la carrozza. «Che sia gennaio, aprile, agosto. Sempre quello malato di fronte a me. Se non è malato, si ammala non appena mi siedo».
«La gente dovrebbe starsene a casa» dice Carla.
«Quando è malata, dici».
«Sempre».
«Già».
Troviamo posto in terza carrozza. Davanti a noi ci sono due donne che stanno chiacchierando, una dice all’altra che ha litigato con il marito perché quest’ultimo voleva mettere un pezzo di giardino dentro casa.
«Hai mai sentito una roba simile?» le dice.
L’amica ride scuotendo la testa.
Ma io l’ho già sentita, anzi vista: quando ero bambino e andavo a casa del mio amico Giorgio, la sua famiglia in soggiorno aveva proprio un rettangolo di terreno con degli alberelli. Questa cosa mi sembrava bizzarra e affascinante, in casa nostra non avevamo niente del genere, avevamo l’interno all’interno e l’esterno all’esterno – e con questo non voglio dire che fossimo normali, non lo eravamo –, ma a casa di Giorgio invece un pezzetto di esterno era all’interno.
Lo dico a Carla. Lei fa: «Mi sembra una stronzata».
Rido e poi guardo le signore per vedere se hanno sentito. Non ne sono sicuro, ma improvvisamente se ne stanno zitte. Poi però riprendono a parlare d’altro. Così dico a Carla: «A pensarci adesso, io in casa non potrei mai avere un pezzo di esterno all’interno, metti che sei sul divano che ti guardi un film e intanto un insetto esce dal terreno e viene sul divano con te? O una talpa».
«Meglio una talpa di un insetto» dice Carla.
«Ah sicuro» le dico. «Però se una sera fossi sul divano e a un certo punto vedessi una talpa, lì di fianco a me, seduta tranquilla che guarda la televisione, be’, sarebbe strano. Magari un documentario proprio sulle talpe. La televisione direbbe: «Le talpe sono gran dormiglione». E la talpa: «Vero». E la televisione, ancora: «E sono ottime al forno con del rosmarino». Allora tu guarderesti la talpa e la talpa direbbe: «Meglio che vada, ora».
Mi raddrizzo e guardo le signore. Zitte di nuovo. Dopo un po’ si alzano e fanno per scendere. O forse stanno solo usando la mia tattica.
«Detesto quando ci si ferma a una stazione» dico a Carla.
«Come mai?».
«Perché salgono nuove minacce».
«Questa ti piacerà» dice lei riferita a non so chi. Un minuto dopo lo capisco. Un tizio incappucciato con in spalla un grande sacco dell’immondizia si muove con difficoltà lungo il corridoio. Gli angoli del sacco, che dal rumore probabilmente contiene falangi e altri ossicini, strusciano contro teste, spalle e sedili. Ovviamente si siede di fianco a noi. Nulla contro i serial killer che si spostano in treno, per carità, ma questo odora di spigola.
«Ce ne andiamo» dice Carla, che odia i forti odori, dice che le fanno venire l’emicrania.
Ci alziamo e andiamo in quarta carrozza, ma duriamo poco: dall’odore sembra che qualcuno stia facendo cipolle stufate per tutti. In quinta non ci sono due posti liberi vicini, dunque proseguiamo: facciamo in tempo a vedere un tizio con i piedi nudi sul sedile, un altro che si deodora le ascelle, una donna che mangia un panino sbriciolando ovunque, una coppia che limona, lui con la riga del culo di fuori.
Ci sediamo allora in sesta.
«Questa va bene» le dico dopo una breve ispezione dei presenti. «Possiamo rilassarci».
«Anche perché non ce ne sono altre» dice Carla.
In effetti siamo in fondo al treno. Ma la carrozza è semivuota e vicino a noi c’è soltanto un tenero vecchietto con una facciotta buona. Somiglia a Anthony Hopkins. Mi guarda e mi sorride. Ricambio.
«Vorrei un mondo pieno di nonni» dico sottovoce a Carla.
«Che spasso» dice lei.
Quindi do un’altra occhiata al vecchietto. È ancora lì che mi guarda e mi sorride. Sembra voglia dirmi qualcosa. Mi limito a ricambiare di nuovo il sorriso e poi smetto di guardarlo. Poi però mi viene un dubbio. Controllo: mi sta guardando. Rifaccio un test poco dopo: mi sta guardando. Lascio passare più tempo, in modo che possa dimenticarsi di me. Poi altro controllo di sfuggita: mi sta guardando. Che mi abbia scambiato per suo nipote? Magari un nipote deceduto? Cerco di non guardarlo più.
Dopo un po’ dico sottovoce a Carla: «Senti, per caso il…».
«Sì, ci sta fissando» mi fa lei.
«Ah ecco».
A quel punto guardo ancora il vecchietto, sto per dirgli se per caso può voltarsi verso il finestrino e dedicare tutta quell’ammirazione allo splendido paesaggio emiliano, ma all’improvviso, senza ragione, lui si infervora e comincia a urlare frasi sconnesse.
Mi irrigidisco.
«Ma che cazzo…» dice Carla sporgendosi per esaminare il vecchietto svalvolato, che ora è paonazzo e urla al nostro indirizzo qualcosa riguardo a delle torte.
Se fossi da solo, procederei con la successiva carrozza, cioè i binari. Ruzzolerei giù dal treno con nonchalance. Ma c’è Carla e sarebbe poco elegante lasciarla in balia del pazzo, che tra l’altro ora è in piedi e continua a urlare agitando il pugno. Ora ce l’ha con gli dèi.
Ci alziamo anche noi per tornare dove c’era il serial killer, ma il vecchietto ci blocca il passaggio, poi allunga una mano e afferra Carla per il braccio.
«E che palle…» dice allora Carla, che infila una mano nella borsa, prende uno spray e lo vaporizza in faccia al vecchio, il quale, accecato, si ammutolisce e lascia in fretta la carrozza, purtroppo non nella direzione dei binari.
Torniamo a sedere.
Carla mette via lo spray.
«Cristo santo…» dico.
«Già» dice Carla mettendo in bocca un chewing gum. Ne passa uno anche a me.
«Brava, comunque» dico masticando. «Ma quel coso è al peperoncino?».
Carla ripesca lo spray dalla borsa e me lo mostra: «Detergente per lenti».
«Ah, forte». Poi le dico: «Pensa se era davvero Anthony Hopkins. Magari ci stava recitando un pezzo del Tito Andronico».
«Lo avrei spruzzato comunque».
«Però adesso immagino i titoli dei giornali: Anthony Hopkins aggredito in treno da due balordi. E poi lui, intervistato al tg: “Ho avuto paura, ma sul treno c’erano anche tante belle persone, come il mio amico Kirk, che sta girando l’Europa con il suo sacco di falangi”. E l’intervistatore: “Prenderà ancora i nostri treni?”. E Anthony: “Certo che sì, non mi farò intimorire da due mele marce. I treni italiani sono molto sicuri, le persone cordiali e sa una cosa? A bordo servono delle cipolle stufate assolutamente deliziose”».

3.8.26