Uscire dal pianerottolo (1517)

Mi scrive la mia amica Paola per chiedermi se sabato sera andiamo al Gou Sheng, il mio ristorante cinese preferito.
«Certo,» le dico, «poi prenoto».
Casualità, dopo non molto mi scrive anche il nostro comune amico Riccardo, anche lui mi chiede se andiamo a cena, così gli propongo di aggiungersi a noi. Quando lo dico a Paola, la sua reazione è: «Mangeremo alle dieci».
Il motivo per cui Paola dice così è che Riccardo ha una piccola criticità.
Come tutti, no?, direbbe Riccardo.
Mm, forse, direi io.
Nel suo caso il problema è questo: è un ritardatario cronico.
Una volta abbiamo provato a fare un calcolo approssimativo del tempo trascorso nella nostra vita impalati da qualche parte ad aspettare i comodi di Riccardo: circa cinque giorni nel mio caso, tre nel caso di Paola.
Neanche tanti, direbbe Riccardo.
Mm, insomma, direi io.

«A che ora gli hai detto?» mi chiede Paola.
«20.15».
«Prenota alle 21».
«No, dai,» le dico, «faccio 20.30».
«Troppo poco,» dice Paola, «aspetteremo un secolo».

So che ha ragione, in genere Riccardo ti fa aspettare almeno venti minuti, ma ho una mia etica, dopotutto. Perciò chiamo e prenoto per le 20.30.
Alle 20.00 sono davanti al Gou Sheng, puntuale come un Riccardo svizzero.
Se Riccardo è un ritardatario, infatti, io sono puntualissimo o, come direbbe qualche malalingua, ho il problema opposto: arrivo troppo presto.
La ragione è semplice: penso all’ora di arrivo ideale, non so, 20.29. Calcolo la durata del tragitto e stabilisco il corretto orario di partenza, diciamo le 20. Poi comincio ad aggiungere margini di cinque-dieci minuti per non restare fregato in caso di imprevisti che immagino nel dettaglio, tipo, non so: metti che non si alza il passaggio a livello. Ma non ci sono passaggi a livello, obietta una voce nella mia testa. Ah no?, dico io, tanto meglio: metti che stanno installando un passaggio a livello. Oppure: trovi un gregge di pecore. Un’auto in fiamme. Proprio la tua, magari. Metti che ti ferma la polizia. Ti ferma e ti fa: «Ma lei lo sa che ha l’auto in fiamme?». E tu, per non perdere tempo: «Sì sì, non si preoccupi, agente, fa sempre così, poi si spegne. Posso andare?». Mi immagino anche tutti i dialoghi, e alla fine per sicurezza parto alle 18.

Dieci minuti dopo arriva anche Paola, che mi fa: «Da che ora sei qui? Le due?».
«Appena arrivato» le dico.
«È arrivato alle 19.57!» grida a tradimento una donna da dietro una finestra.
«Signora, ma non ha nient’altro da fare?» le grido io di rimando. La donna tira rabbiosamente una tenda.
«Guarda che ti conosco…» mi fa Paola, che poi si guarda intorno. «Bon, figurati se quell’altro è arrivato, prepariamoci all’agonia».
Al Gou Sheng Riccardo ovviamente ancora non c’è. Così ce ne stiamo lì a guardare la gente che arriva, entra, viene condotta al tavolo, ordina, beve, mangia, ride, ama. Nel frattempo io invece guardo l’ora:
20.35
20.39.
20.47.
Paola comincia a spazientirsi. Sbuffa, cammina nervosamente avanti e indietro, prende a calcetti le gomme delle auto parcheggiate, cerca di stare in bilico su un panettone di cemento, si fa dei selfie con un gatto randagio.
«Pagherei per sapere cosa sta facendo» dice poi sedendosi su una poltroncina messa apposta davanti al ristorante per chi ha degli amici come Riccardo.
«Secondo me è in mutande sul divano che guarda i gol della Bundesliga mangiando un ghiacciolo» dico aprendo la porta del Gou Sheng a un gruppetto festante, pronto a fregarci il tavolo.
«Abbiamo prenotato a nome Carini» mi fa una ragazza.
«Buon per voi» le dico sospingendola dentro e richiudendo la porta.
Alle 20.54, per sfogarci, cominciamo a immaginare leggi del contrappasso per Riccardo. Per esempio che l’antidoto per quel brutto morso di crotalo arriva un’ora dopo il decesso. Ma perché un’ora? Tanto è morto. Un secondo dopo il decesso. Immaginiamo Riccardo spirare e, con l’ultimo barlume di coscienza, scorgere un tizio che arriva di corsa agitando una provetta gridando «Ho l’antidoto!». Ma perché di corsa? Camminando lentamente e fermandosi anche a prendersi un tè alle macchinette.

«Io entro» dice Paola dopo un po’. Difficile darle torto. E poi fa caldo. E abbiamo sete. Così entriamo, prendiamo il tavolo e ci facciamo portare due birre. Alle 21.02 decidiamo di mandare un messaggio a Riccardo.
Valutiamo prima alcune opzioni:
Noi ce ne andiamo.
Noi mangiamo.
Possa arrivare in ritardo l’ambulanza nel momento del tuo estremo bisogno.
Possa arrivarti in ritardo lo stipendio ogni mese.
Possa avere un ritardo la tua fidanzata.
Possa il momento dell’estremo bisogno essere questo, almeno si spiegherebbe il ritardo.

Alla fine decidiamo per un pavido: “Ti stiamo aspettando dentro”.
Dopo cinque minuti, Riccardo risponde: “Sto uscendo”.
«Alleluia» dice Paola alzando la mano per chiamare il cameriere e ordinare una zuppiera di spaghetti di soia.
«Non essere ingenua,» dico abbassandole la mano. «“Sto uscendo”, detto da Riccardo, non significa “sto uscendo di casa”, ma “sto uscendo dalla doccia”. Ha un fuso e un linguaggio completamente diversi dai nostri».
Ovviamente non posso saperlo con certezza, potrebbe essere “sto uscendo dalla doccia” o anche:

Sto uscendo di senno. Chi sei?
Sto uscendo con una bionda carinissima, passo a prenderla tra poco.
Sto uscendo dal lavoro.
Sto uscendo dall’aereo, sono appena atterrato a Panama City.
Sto uscendo dal pianerottolo, tra poco sarò finalmente sul mio divano.
Sto uscendo dal Gou Sheng con una bionda carinissima, anche voi qui?
Sto uscendo le lasagne dal forno: mangio a casa.

«Non molto diverso da quando Riccardo scrive: “Sto arrivando”, che significa: “Non sto arrivando”» dico a Paola. «Se stesse arrivando, scriverebbe: “Sto parcheggiando”. Se stesse parcheggiando scriverebbe: “Sono lì”. Se fosse qui, non scriverebbe, sarebbe qui. Finché Riccardo ci scrive, qualunque cosa ci scriva, siamo nei guai, anche e soprattutto se ci scrive: “Tranquilli, non siete nei guai”».
Paola intinge la punta di una bacchetta nella salsa di soia, se la porta alla bocca e poi dice: «Lo odio».
Rido.
«Tu non lo odi?» mi fa.
«Sai che non so odiare, solo disprezzare».
«Lo disprezzi?».
«Ma no».
«Dovremmo andarcene».
«Non servirebbe a niente. Cioè, alla fine perderemmo solo un amico».
«Non mi frega. Se non arriva entro dieci minuti, me ne vado».

Dopo un altro quarto d’ora, Riccardo arriva. Paola non se n’è andata. Ovvio, direbbe Riccardo, per il quale siamo tutti sottoposti. Si è mai visto un umile servitore che se la squaglia? Mm, in effetti no, direi io leggendo le istruzioni di montaggio della mia ghigliottina.
«Come state?» dice senza sedersi, appoggiando cellulare e chiavi sul tavolo.
Osserviamo i suoi capelli impeccabilmente scolpiti (quindici minuti), la pelle del viso magistralmente rasata (dodici minuti), i vestiti sapientemente abbinati (venti minuti). Possiamo ricostruire il suo ritardo pezzo a pezzo.
«Vado un secondo in bagno» ci fa.
Gli sorridiamo.
«Sai cosa mi colpisce?» dico a Paola quando Riccardo si è allontanato. «La sua freschezza, la rilassatezza. Non me la bevo che sia in ritardo perché troppo impegnato». «Ma va’,» dice Paola, «Abigaille spacca sempre il secondo e arriva che pare uscita da Vanity Fair». Abigaille è la moglie del nostro amico Giorgio. Ha non so quanti figli, lavori, mariti, amanti. Ed è sempre puntuale e perfetta.
«Esatto,» dico a Paola, «Riccardo non è indaffarato, è un pervertito. Lui gode nel farci aspettare. Infatti nel monte ritardi mettiamoci pure anche cinque minuti di masturbazione nel parcheggio mentre ci guarda col binocolo camminare avanti e indietro imprecando».

Quando Riccardo è finalmente seduto al tavolo, io e Paola diventiamo cordiali e affabili. Non gli facciamo mai pesare il fatto che sia in ritardo: sarebbe inutile e crudele, come rimproverare un gattino che fa la pipì sul tappeto o, be’, qualunque cosa faccia un gattino, compreso farvi aspettare al ristorante: infatti, anche volendo, non può cambiare. E comunque non vuole.
Riccardo si versa un bicchiere di birra e dice «Uff…» tirando un bel sospiro come uno che alla fine, nonostante le mille peripezie della sua emozionantissima vita, ce l’ha fatta anche questa volta. A fare tutto. A farlo bene. A trovare pure il tempo per un cinese con due vecchi amici.
«Trovato traffico?» chiede Paola.
«Hai dovuto accompagnare la tua fidanzata a Londra in canoa?» chiedo io.
«Hai salvato un cucciolo di crotalo da una valanga?» chiede Paola.
«O hai dormito fino a cinque minuti fa» dico io.
«Eh?» dice Riccardo aggrottando la fronte, fingendo di essere ancora troppo scosso da tutte le cose che fa in una giornata per capire che lo stiamo prendendo per il culo. «No no, magari… ho lavorato fino a mezz’ora fa».
E io e Paola, in coro: «Ahh…».
Non facciamo domande, ormai non cadiamo più in certe trappole.
La serata è come sempre gradevole. Perché Riccardo è di ottima compagnia. Altrimenti che senso avrebbe aspettarlo? O non fingersi dei cactus quando ci chiede di uscire.

Finita la cena, restiamo fuori dal ristorante a fare due chiacchiere. Riccardo però ci saluta subito: «Devo alzarmi prestissimo, domani» dice. Anche qui, niente domande.
Lo salutiamo affettuosamente e lo guardiamo allontanarsi.
«Un giorno però me la paga» dice Paola.
Per puro caso, quel giorno è una notte. Questa notte.
Dopo una ventina di minuti, infatti, siamo ancora lì a parlare.
«Sto guardando una serie interessante,» mi sta dicendo Paola, «ci sono queste cinque sorelle che devono…».
In quel momento mi squilla il telefono, guardo il display: Riccardo.
«Scusa,» le dico, «è Riccardo». Rispondo. «Sì? Ah. Ok. Ah, cazzo. Che sfiga… Sì sì, certo, nessun problema… Ma figurati, arrivo subito».
«Che succede?» mi chiede Paola.
«Gli si è piantata la macchina, dice che è fermo nella campagna in mezzo al nulla e se posso andare a recuperarlo prima che i grilli lo rapiscano».
«Poverino...» dice Paola, che poi si illumina di colpo, mi tira la camicia e mi fa: «Digli che vado io».
Alzo un sopracciglio, dubbioso.
«Sicura?» le chiedo.
«Sì sì!» dice lei, stranamente motivata.
«Riccardo? Sì, aspetta. Dice Paola che viene lei». Poi, rivolto a Paola: «Ti ringrazia».
Paola fa un sorriso e dice: «Per così poco…».
Quindi rassicuro Riccardo e metto giù. Decido comunque di accompagnare Paola.
Saliamo in macchina e dopo un po’ siamo in prossimità del punto che ci ha indicato Riccardo. Trattandosi di una strada che taglia tra i campi, è buia e desolata.
«Eccolo là» dico a Paola. In lontananza, dopo una curva, si intravede Riccardo appoggiato alla macchina, le mani in tasca, in attesa.
«Visto» mi fa Paola, che poi però invece di procedere rallenta, si infila in una stradina sterrata e spegne il motore.
«Perché?» chiedo.
«Ora tocca a lui aspettare noi».
Rido.
Per una decina di minuti osserviamo Riccardo camminare nervosamente avanti e indietro. Prova più volte a telefonare sia a me che a Paola. Non rispondiamo. Comincia allora a gesticolare e a parlare da solo, quasi certamente imprecando.
«Stupendo» dice Paola gustandosi la scena con un piccolo binocolo.
«Pensi che andremo anche a prenderlo o lo lasciamo lì?».
«Lasciarlo lì?» dice Paola senza smettere di guardare nel binocolo. «Mm, sai che non lo so? Fammici pensare un secondo».

18.9.26