Lunedì ho commesso il secondo furto della mia vita.
Il primo è stato a otto anni: un giorno entro al bar dell’oratorio, prendo un ghiacciolo dal freezer e me ne vado senza pagare. Non volevo rubarlo, ero solo distratto: i miei genitori mi hanno insegnato che non si ruba, ma perché me l’hanno insegnato? Ah, sì, per via di quegli altri furtarelli alla scuola materna. Ok, direbbe il mio avvocato se ne avessi uno, adesso lascia parlare me.
E così il barista dell’oratorio, il giorno dopo, aveva cominciato a chiamarmi “ladro”, cosa che mi feriva moltissimo perché già a otto anni facevo della rettitudine un punto d’onore e infatti, dopo aver manomesso i freni del motorino del barista – che la sera stessa si era schiantato contro un camion di pomodori e non aveva mai più potuto battere uno scontrino –, non ho più rubato.
Fino a lunedì, appunto.
Lunedì vado a fare la spesa al supermercato di Puertarocca, paese confinante e storicamente ostile a San Paco Llorente. Prendo un cestello ed entro fischiettando.
Riempito il cestello con tutti gli articoli della lista, mi dirigo alle casse automatiche. Il supermercato è semideserto e alle casse automatiche non c’è mai la sorvegliante, dunque se ti capita la rilettura devi trovare qualcuno che vada a cercarla; a volte il qualcuno è la sorvegliante stessa, che allora dice «Vado subito a cercarmi» e poi scompare. In entrambi i casi, dopo un po’ e in genere sbuffando, la sorvegliante arriva.
Ma perché dovrebbe capitarmi la rilettura?, mi dico mentre passo gli articoli. Già, perché?, mi risponde il display della cassa automatica.
Quando ho passato tutta la spesa premo il tasto Paga! e, ovviamente, mi capita la rilettura.
Sospiro, poi con un barattolo di fagioli intercetto il primo commesso a tiro e mentre lo aiuto a rialzarsi gli chiedo se può chiamarmi la sorvegliante, quindi resto lì in attesa e per puro caso mi accorgo di un particolare che mi raggela: in fondo al cestello giace una tavoletta di cioccolato che ho dimenticato di passare e che quindi, va da sé (mi dice il display della cassa automatica), non risulterà nello scontrino.
Comincio a sudare freddo. La sorvegliante arriverà a momenti, rifarà il conteggio e noterà l’ammanco.
«Ahi ahi» mi dirà. «E questo lo volevamo rubare?».
«Ma no è che…» proverò a difendermi.
«Ladro» taglierà corto lei, poi premerà un pulsante che farà spuntare dalla cassa un riflettore e un microfono nel quale dirà: «Attenzione, avviso a tutti i signori clienti onesti: ho pizzicato un LADRO. Chi vuole vederlo e fotografarlo si affretti, perché tra poco verrà portato via dagli agenti e mai farà ritorno».
Spaventato da questa eventualità, prima che la sorvegliante arrivi valuto le mie opzioni:
1. Fuggire.
Fuggire è sempre la soluzione migliore. Nella vita, intendo. Ma anche in caso di rilettura al supermercato. A meno che la sorvegliante non sia un orso: in quel caso non fuggite, restate fermi, allargate le braccia e gonfiate il petto per sembrare più grandi, emettendo suoni minacciosi. La sorvegliante dovrebbe pensare che non valga la pena di ingaggiare un duello con voi per del cioccolato al 78% e vi lascerà in pace.
2. Prendere la tavoletta di cioccolato e riportarla sullo scaffale.
Questo eliminerebbe il problema ma è un rischio. Sono gli scacchi a dirmelo. Considera sempre il tuo avversario intelligente, mai stupido. Chiediti che mossa potrebbe fare e che la risposta non sia: “Cadere nella mia trappola come un salamino cotto”. Quindi mi dico: cosa potrebbe fare la sorvegliante? E visualizzo nitidamente la scena: la sorvegliante, quando torno, mi dice: «Che cosa sei andato a fare?». E io: «Niente, lo giuro!». E lei: «Ah sì? Ora controlliamo i filmati, e se viene fuori che sei andato a riporre articoli non compresi nello scontrino, be’, sei fregato, caro mio, fre-ga-to».
3. Nascondere la tavoletta lì alle casse.
Può funzionare, certo, ma la cassiera potrebbe scovarla frugando sotto la cassa con un bastoncino di pesce e dire: «E questa?». E io: «Mai vista prima». E lei, aprendo la zip del marsupio: «Sfortunatamente per te, noi sorveglianti abbiamo in dotazione un kit per le impronte digitali e pure un taser». Bzzzz!
4. Lanciare la tavoletta come un frisbee.
Pessima idea: tanto vale sparare un razzo segnalatore.
5. Nascondere la tavoletta in tasca.
A quel punto, rubare per rubare, rubo.
6. Dichiarare subito la presenza fuori scontrino della tavoletta, presentandola come pura accidentale innocente adorabile dimenticanza.
Che poi è la verità. E la verità vince sempre, no? A meno che non siate colpevoli: in quel caso perde.
Scelgo dunque l’opzione 6 e attendo fiducioso il dipanarsi degli eventi.
L’importante, penso, è che, di tutte le sorveglianti alle casse automatiche, non arrivi Carmela. Perché Carmela è molto lunatica. Le altre commesse vanno bene. Non sto qui a elencarne i nomi perché tanto non le conoscete. Luisella, per esempio. Luisella andrebbe benissimo, le sono molto simpatico. Chiudo gli occhi e chiedo all’Ente Regolatore di Tutte le Cose: per favore, Ente, mandami Luisella.
E chi mi arriva? Carmela. Perché ci sono giorni in cui tutti gli elementi convergono voluttuosamente verso la completa catastrofe.
«Che succede?» mi fa Carmela.
«Rilettura…» le dico cercando di mostrarmi disinvolto.
Lei avvia la procedura e io dico: «Ehm, quella tavoletta di cioccolato non l’avevo passata».
«Sì, io però devo conteggiarla» mi fa lei.
«Ok,» le dico, «ma intendo che non risulterà, me l’ero dimenticata, l’avrei lasciata qui». Insomma non l’ho rubata!, vorrei dirle scuotendola per il bavero della polo, ma taccio. Excusatio non petita, eccetera.
A quel punto Carmela comincia a passare la spesa. Ma oggi è in buona, infatti mi dice: «Il cioccolato lo lascio fuori».
«Ok» le dico. Non ringrazio perché non mi sta facendo un favore: sono innocente.
«Ecco fatto» mi dice sorridendo.
Le sorrido anch’io. Carmela si congeda, io pago ed esco canticchiando.
Una volta in auto, in viaggio verso casa, penso: “Ahh… tutto è bene quel che finisce bene!”.
Dopo circa sette minuti, però, mentre sono nel traffico sulla statale verso San Paco, rivedo Carmela che mi fa: Il cioccolato lo lascio fuori… lo lascio fuori… lo lascio fuori… fuori… fuori…
Fuori da cosa?, mi chiedo. E poi realizzo: oh mio Dio, dovevo fare uno scontrino a parte!
Che ovviamente non ho fatto: ho messo il cioccolato nella busta e me ne sono andato.
Suono lungamente il clacson per la frustrazione. Rallento cercando un punto dove invertire la marcia, punto che non c’è. Un tir mi suona. «Non ho pagato il cioccolato!» protesto. Metto le quattro frecce, abbasso i cristalli, parabrezza compreso, e mentre passo davanti a una stazione di servizio grido: «Ho rubatooooooo!».
Guardo nello specchietto e vedo dei lampeggianti blu, sento la sirena. “Ci siamo” penso. “Mi stanno venendo a prendere. Carmela avrà dato l’allarme”. Anche se poi è un camion dei pompieri. Mi vedo a bordo strada mentre mi ammanettano. «Ma voi potete arrestare la gente?» chiedo. Loro mi ricoprono di schiuma dell’estintore.
Vedo già i titoli sul Periodico, il più importante quotidiano della provincia. Titolo a tutta pagina: Il ladro. Sottotitolo: Sanpacollorentese beccato a rubare. Poi la mia foto mentre vengo condotto in prigione, senza una scarpa, un occhio nero. Una scritta dice: Sul nostro canale YouTube il video dell’arresto. E delle percosse. In piccolo, nel riquadro a fondo pagina, la foto del barista dell’oratorio: “Sempre detto, io”. Segue alle pagine 4 e 5. “Eh," penso, "addirittura due pagine!”. A pagina 5 c’è la storia di come gli ho manomesso i freni del motorino. Voleva uccidermi, il titolo. Questo è vero, penso. Poi intervista a Carmela: “Ho capito subito che qualcosa non andava. Rubava da mesi”. C’è anche una dichiarazione di Luisella: “Grande delusione. Stavo per chiedergli di uscire”.
Arrivato finalmente in uno spiazzo, faccio inversione e mi appresto a sgasare verso il supermercato quando penso: “Ragiona, Joey: è solo una tavoletta di cioccolato. Un’inezia. Inoltre non hai fatto apposta. E avevi dichiarato per tempo la sua presenza. E sei un tipo distratto. Se torni ad autodenunciarti, immagina la scena: il supermercato si sarà ovviamente riempito di gente, avranno anche montato delle tribune, ci saranno le telecamere, Corrado Augias, la tua maestra delle elementari. Dovrai andare alla cassa e, davanti a tutti, dire: «Ehm, uhm, allora…». Tutto questo mostrando la tavoletta. «Ho dimenticato di…». «Ladro!» griderà un cliente, additandoti. «Ladro!» grideranno gli altri clienti in coro. «Ladro!» dirà la commessa all’altoparlante. Arriverà Carmela, che racconterà tutto: «Io gli ho fatto un favore e lui se n’è approfittato! La volevi proprio rubare, eh, ‘sta tavoletta! E ora la mangi tutta» dirà infilandomela in bocca. Che umiliazione. No, la cosa migliore è fare finta di niente, nessuno se ne accorgerà”.
Sto per invertire di nuovo la marcia, quando un’altra scena mi si presenta: sono io che torno al supermercato qualche giorno dopo. Sorridente, tranquillo. Entro e vedo le commesse e i commessi che mi guardano in modo strano. La tizia della gastronomia mi dà un etto di prosciutto dicendo: «Lo paga adesso?». E io: «Mm?». Una volta in cassa, ad attendermi ci sarà Carmela. Mi guarderanno tutti con riprovazione. Luisella, i clienti. E, quando sarò lì, Carmela dirà: «L’ultima volta hai dimenticato di pagare qualcosa?». E io, imbarazzato, farfuglierò un: «No ma ecco non ho fatto apposta è che…».
«E hai deciso che andava bene così» dirà lei.
«Questi li paghi o li rubi?» mi chiederà Luisella passando gli articoli.
«Lui un po’ li paga e un po’ li ruba» dirà Carmela. «È così che fronteggia il caro prezzi».
«Ah, bella soluzione! Potessimo adottarla anche noi comuni mortali…».
Perciò alla fine decido: andrò a costituirmi. Consegnerò la tavoletta e dirò che ho dimenticato di passarla. Ma sì, penso mentre guido verso il supermercato, immagina gli onori che ti verranno tributati. Titolo del Periodico: L’onesto. Sottotitolo: Sanpacollorentese torna a pagare una misera tavoletta. Insignito della Mortadella d’Oro. Anzi no, della Mortadella al Valore. Nel riquadro, il barista dell’oratorio: “Un po’ è anche merito mio”. Luisella: “Il mio eroe. Spero accetti il mio invito a cena”. Carmela: “Sapevo che era una persona onesta, ma non fino a questo punto!”. Immagino i clienti che, disposti su due file ordinate, mi faranno un lungo applauso. Persino i taccheggiatori abituali mi stringeranno la mano e restituendomi il portafoglio diranno: «Seguiremo il tuo esempio: ruberemo e poi riporteremo la merce».
Arrivato al supermercato, sono felice, quasi elettrizzato: non vedo l’ora di fare questa buona azione e di ricevere i meritati riconoscimenti.
Entro con la tavoletta in mano. Sarebbe stato un errore tenerla in tasca. Un istante dopo qualcuno mi avrebbe fermato dicendo: «E questa?».
Entro quindi con la tavoletta in bella vista, la mostro a tutti quelli che incontro, come un distintivo. Poi scorgo un commesso in piedi davanti allo scaffale delle carote.
«Mi scusi,» gli dico, «ho dimenticato di pagare questa».
Lui si acciglia.
«Non si accigli» dico cercando di stendergli le rughe. «Sorrida, è una cosa bella!».
Lui però resta accigliato.
«Come ha fatto a dimenticarsi?» mi chiede.
Mamma mia, penso, che gravosità! Intanto l’occhio mi scappa sul cartellino. Direttore. Mm, penso.
Gli spiego la vicenda nel dettaglio, compresa la parte dell’orso.
Lui sembra interessato. Troppo interessato. E per nulla sollevato.
«Chi era la commessa, ha detto?».
Io dico: «No, ma che c’entra? Non si focalizzi sulla cosa sbagliata, quello che conta è il mio bel gesto».
«Carmela, no?» dice lui.
In quel mentre passa proprio Carmela che prima si sente nominare, poi vede me, poi il cioccolato. Non sa, ma intuisce.
«Vieni un po’ un attimo…» le fa il direttore con tono per nulla amorevole.
Lei si avvicina, preoccupata.
«Che succede?» chiede.
«Hai fatto tu la rilettura a questo signore, no?».
«Signore…» dico io. «Guardi che non ho nemmeno cinquant’anni, sono un giovanotto».
«Sì, perché?» dice Carmela.
«Perché mi ha denunciato l’omissione di un articolo» le dice il direttore.
«No, aspetti,» dico, «non ho “denunciato”, ho solo…».
«E poi dice che ha dovuto farti chiamare. Perché non eri alle casse?» continua il direttore.
Carmela mi guarda come a dire “ma che cazzo!”. Io le sorrido come a dire “temo sia fuori luogo sperare nella Mortadella al Valore, a questo punto”.
«Lo sai quanta merce perdiamo ogni mese…».
Eh eh, Carmelina, penso io guardando Carmela, mettendomi di fianco al direttore e battendomi la tavoletta sul palmo della mano.
«Lo so… ma…» balbetta lei.
«Va be’, poi passa in ufficio».
Carmela mi guarda torva. Io le sorrido.
«Dai, vai» le dice lui. E Carmela se ne va.
«E quanto a lei…» mi fa il direttore.
«Sì?» dico, pensando che forse è questo il momento della consegna della Mortadella al Valore o, che so, di un buono spesa da 1.500 euro. O forse mi vuole assumere. “Quanto a lei, la eleggo Sorvegliante Capo”. Sto per inginocchiarmi per ricevere l’investitura con due tocchi di carota sulle spalle, ma il direttore invece abbassa la voce e mi fa: «Per lei ho solo una parola».
E io: «Una parola? Che parola?». Eroe?, penso. Esempio? Cliente modello? (Ne usi pure due!).
Ma lui, sfilandomi il cioccolato dalle mani, dice: «Ladro».