Sto passeggiando per il centro di San Paco e chi ti incontro? Lucentini, un mio vecchio compagno di liceo.
Di solito quando scorgo un vecchio compagno di liceo cambio strada o entro nel primo negozio a tiro, fosse anche un parrucchiere per barboncini. Ma nel caso di Lucentini è diverso: non faccio in tempo.
Appena mi vede mi sorride e si ferma per salutarmi, così sorrido e mi fermo anch’io.
A quei tempi, ricordo che la prof di artistica mi scambiava sempre per Lucentini. Non ha mai imparato il mio nome, era un po' svampita ma anche molto severa, almeno con me, cioè volevo dire con Lucentini. E dire che Lucentini, quello vero, non parlava mai e, se parlava, aveva una voce flebile che a malapena lo si sentiva. Io, invece, parlavo sempre.
«Basta, Lucentini!» mi sgridava allora la prof.
«Scusi, prof,» dicevo io, «però il fatto è che…» e polemizzavo. Tanto la reputazione era di Lucentini, e anche i voti sul registro e, in definitiva, la vita.
«Oggi mi hai proprio stufato, Lucentini!» gridava la prof.
E io protestavo o, semplicemente, proseguivo.
«Ti metto una nota?» gridava lei.
«E me la metta! Anzi me ne metta due!» dicevo io, mentre Lucentini sudava freddo.
O altri commenti strani, se era in buona, del tipo: «Lucentini, ma cosa vorresti dire con quella faccia da intellettuale?». Eccetera.
E il vero Lucentini? Troppo educato e timido per protestare e, se anche avesse protestato, nessuno l'avrebbe sentito.
«Cos'è questo cigolio? Lo sentite anche voi?».
«Non è niente, prof» dicevamo noi.
Ogni tanto comunque Lucentini provava a rimettere ordine nella realtà, alzava timidamente un dito e abbozzava un: «Ma… ehm.. veramente…».
E io, subito, sottovoce: «Zitto tu!».
E lui rinunciava.
Tuttavia Lucentini, a dispetto della sua timidezza e della sua flebile voce, aveva delle peculiarità e, perché no, una personalità.
Sì, Lucentini era una persona con una sua vita esteriore e interiore: Lucentini, quando suonava la campanella e usciva da scuola e, dopo pochi metri, pure dalla mia visuale, non andava ad accatastarsi insieme alla maggior parte degli altri alunni in un magazzino per comparse e manichini che immaginavo situato da qualche parte appena dietro il liceo, in attesa che venisse il momento di rifare una scena, a scuola o altrove, nel grande film della mia vita. No, Lucentini continuava a muoversi, continuava a vivere.
Ma c'è di più: Lucentini aveva una madre.
Lo avevo scoperto con estremo sgomento un giorno, quando una donna minuta gli si era avvicinata all’uscita, lo aveva fatto chinare, gli aveva messo una sciarpa intorno al collo, lo aveva baciato e lui l’aveva chiamata “mamma”.
E le sorprese non erano finite lì: la madre di Lucentini non somigliava a me, somigliava a Lucentini. E la madre di Lucentini non voleva bene a me, voleva bene a Lucentini. Come se io non avessi nulla a che fare con le loro esistenze.
Possibile che nel mondo esistessero mamme che volevano bene ai loro figli come la mia voleva bene a me?, pensavo, perplesso, mentre correvo intorno al palazzetto durante l’ora di ginnastica. L'amore di mia madre per me era la naturale conseguenza del mio valore e della mia unicità. E allora, pensavo mentre il prof di storia spiegava non so bene cosa, se Lucentini non solo aveva una mamma ma questa mamma gli voleva pure bene, pensavo mentre aspettavo che il bicchierino del caffè delle macchinette si riempisse, voleva dire che anche Lucentini aveva un valore? Anche Lucentini aveva una sua unicità?, mi chiedevo durante il compito di matematica. La mamma di Lucentini non avrebbe dovuto volere più bene a me?, chiedevo al professore di filosofia. Il bene suscitato non era direttamente proporzionale alla qualità assoluta di un individuo?, scrivevo nel tema di italiano. Si poteva voler bene così, arbitrariamente, a un Lucentini qualunque?, chiedevo ai bulli ripetenti mentre ci fumavamo una sigaretta nei cessi della scuola durante il cambio d’ora. Se la mamma di Lucentini mi avesse conosciuto, avrebbe capito che io ero meglio di Lucentini?, chiedevo a Lucentini stesso, che rideva e non capiva. Avrebbe cominciato a voler bene a me, invece che a lui?, chiedevo per lettera a Marino Bartoletti, direttore del Guerin Sportivo. E, soprattutto, anche mia madre mi voleva bene a priori?
Tutte queste domande mi frullavano in testa continuamente e mi turbavano non poco. E allora, mi chiedevo mentre prendevo in giro Lucentini perché aveva sbagliato un congiuntivo o mentre gli tiravo il cancellino perché si era portato la merenda da casa, quando prendevo in giro Lucentini prendevo in giro anche sua madre? Quando facevo soffrire Lucentini – «Lucentini soffriva?!» chiedevo al mio compagno di banco scrollandolo istericamente –, facevo soffrire anche sua madre?
Questo mi sarebbe dispiaciuto.
Lucentini poteva anche restarci male, era stato messo lì apposta dall’Ente Regolatore, ma sua madre no, perché la madre di Lucentini mi faceva tenerezza in quanto madre e, in secondo luogo, perché nella vita le era capitato di essere la madre di Lucentini e non la mia. Nessuno meglio di me poteva cogliere la tristezza di questa sua condizione. Non tanto per Lucentini, che era una persona normale, ma per me, che ero una persona straordinaria.
Un'altra cosa che mi turbava era il fatto che Lucentini avesse una sua qual certa sicumera o spavalderia che sciorinava seguendo distrattamente le lezioni e gingillandosi la testa con la biro mentre guardava fuori dalla finestra. Lo faceva senza accorgersene, era un tic nervoso o da pensatore. Durante la lezione sembrava a metà tra l'annoiato e l'assorto e intanto con la biro si tormentava il cuoio capelluto.
Noi, preoccupati, gli dicevamo: «Lucentini, smettila! Diventerai calvo!».
Le ragazze glielo dicevano ridendo, specialmente le più belle. Più erano belle e più ridevano. Lui però faceva spallucce, con quel sorrisetto che voleva dire chissà cosa. Forse che lui la ragazza ce l'aveva già, ed era la più forte della cascina, si chiamava Giovanna e guidava il trattore. Perché Lucentini aveva il suo sistema di valori – fondato sulla forza, sulla pragmaticità, sul lavoro nei campi, e infatti di Giovanna, quando voleva decantarne le lodi, diceva sempre «è un muletto» – e noi, per lui, eravamo solo un branco di imbranati buoni a nulla che non avrebbero saputo tirare il collo a una gallina e che, senza i Lucentini di questo mondo, sarebbero morti di fame in una settimana, il che era vero, anzi nel mio caso anche prima.
Lucentini accettava dunque le prese in giro di buon grado, con la tranquillità di chi sta seguendo un piano e di chi può permettersi di ignorare l’affronto. L’eventuale rispetto di gente come me, o forse di tutti i suoi compagni, non gli interessava: neanche noi godevamo della sua considerazione e quando ogni giorno andava via da lì e se ne tornava a casa, veniva accolto dai suoi compari con terrine di stracotto d’asino e grandi salamelecchi, e tanto gli bastava.
E così ieri, circa due Lucentini dopo, come detto lo incontro.
Pare sempre lo stesso, e non è diventato calvo.
Ci stringiamo la mano. Mi dice che si è laureato e ora ha un'azienda tutta sua, ha sposato Giovanna e hanno sei figli e tanti amici.
«Mi chiamano il Professore» mi fa.
«E tua madre?» gli chiedo. «Era davvero tua madre?».
Lui aggrotta la fronte in quel suo modo così perfetto. Come riesce a rendere Lucentini la non-comprensione del reale, nessuno mai, penso.
«Mia mamma lavora con me nell'azienda» dice.
Questo mi fa piacere.
«Ti vuole bene?» gli chiedo.
Ecco ancora la fronte che si aggrotta.
«Baruffa,» mi dice con la sua voce da uccellino senza piume, «fai sempre delle domande inconsuete. Certo che mi vuole bene!».
Anche questo mi fa piacere. Alla fine voglio che Lucentini sia felice, penso. Lucentini si merita la felicità.
«Sei un bravo ragazzo,» gli dico, «scusa per il furto di identità e per le battute a tue spese e per quegli scherzi e le ruote del motorino e per averci provato con tua sorella».
«Ma no, figurati,» dice lui, «sei sempre stato un po’ matto».
Matto?, penso. Questa è nuova.
«A me sei sempre stato simpatico» aggiunge.
Che brava persona, Lucentini, penso. Proprio una persona come si deve. Se è diventato così, però, è un po’ anche merito mio, penso, essendo stato io stesso Lucentini per un lungo periodo, probabilmente il suo periodo più bello e glorioso. Ricordo anche di aver baciato una ragazza, a una festa, e quando prima di andare via lei mi aveva chiesto il nome, io le avevo detto: «Lucentini!». Usavo il suo nome anche per prenotare in pizzeria.
«Ho saputo che hai scritto dei libri» mi dice. Mai che trovi uno che mi dice che li ha letti, penso. Non mi sembra però che sia particolarmente colpito dal fatto in sé. Forse per lui scrivere è una perdita di tempo, una tipica cosa da buono a nulla. In effetti come dargli torto?
«Ma… il tuo scopo qual è?» mi chiede.
Non capendo la domanda ma trovandola deliziosamente assurda e, al tempo stesso, lucentinesca, dico: «Il mio scopo? Scrivere un libro ogni volta che tu fai un figlio».
Silenzio.
Poi Lucentini ride.
Se il mondo fosse popolato di Lucentini, penso, sarebbe un mondo di gente che vive in pace.
«Bene, adesso devo andare» dice poi. Perché Lucentini è indaffarato. C’è così tanto da fare prima di tornare a essere polvere per l’eternità!, penso.
Lo saluto e gli auguro tante buone cose.
Una volta tornato solo, mentre passeggio, penso: inconsuete? Ma come parla? Ma chi è, davvero, questo Lucentini? Poi mi giro e lo guardo allontanarsi.
Il professore, penso. Scuoto la testa e, tra me e me, rido.
L’identità di Lucentini me l’ero poi tenuta per tutta la quinta.
Alla fine dell’anno, a giochi fatti, ero andato dalla prof.
«Che cosa vuoi, Lucentini?» mi aveva detto lei, china sulla cattedra intenta a compilare schedine del Lotto, senza degnarmi di uno sguardo.
E io: «Non sono Lucentini, prof. Mi chiamo Joey Baruffa».
Lei aveva sollevato la testa e, guardandomi come appena ridestata da un lungo sonno, mi aveva chiesto, confusa: «E allora Lucentini chi è?».
E io, indicando Lucentini, al banco, che stava sgusciando un uovo sodo: «È quel tipo là in fondo, con la maglietta bianca».
E lei, dopo averlo scrutato per un paio di secondi: «Mai visto». Quindi aveva riabbassato la testa e aveva ripreso a compilare schedine.
Ero tornato al banco e, mentre infilavo il libro nello zaino, avevo guardato Lucentini, che mi guardava a sua volta speranzoso masticando il suo uovo, e con un bel sorriso gli avevo detto: «Ora sei libero».