Sto qui perché c'è? (1473)

Casse automatiche. Sono il primo e unico in coda e, lì accanto, c’è la relativa addetta che, quando passa una collega, le fa: «Sto qui perché c’è...». La collega annuisce come a dire: “Ho capito”, poi se ne va, al che io vorrei chiedere all’addetta: “Mi scusi, sta lì perché c’è...?”, ma non mi va e allora ipotizzo. Sta lì perché c’è:

1. Piero, il più famoso ladruncolo di San Paco.

2. Quel tizio a cui capita sempre la rilettura. Nessuno ha capito come sia possibile, ma a lui capita sempre e solo la rilettura, anche se non compra nulla, anche se sta comprando qualcosa ma in un altro negozio, tipo da Leroy Merlin, prima deve andare al supermercato (venti minuti di macchina) a fare la rilettura e poi tornare e fare la rilettura anche da Leroy Merlin. «Forse c’è qualcosa che fa contatto,» ha ipotizzato una volta l’addetta, «per caso ha una placca metallica nella testa?».

3. Un bel caldo, e tutte le colleghe sanno quanto l’addetta, che soffre di geloni, ami stare al bel caldo, anzi ce l’ha proprio nel contratto.

4. Il sottoscritto Joey Baruffa, di cui è segretamente innamorata, e lui di lei, “e allora smettiamola con questi giochini,” dovrebbe dirle la collega, “lui che viene a prendere settantanove kiwi al giorno, tu che ti apposti con nonchalance per farti notare. Prendete ‘sti kiwi e andate a mangiarli fuori, sulla panchina, e lasciateci lavorare in pace”.

5. Il suo ex al reparto gastronomia e lei cerca di evitarlo: lui non sa usare le casse automatiche.

6. L’ispettore del supermercato, reparto Addette alle casse automatiche. Un paragrafo del regolamento interno dice che “una commessa deve sempre stare di controllo alle casse automatiche”, ma ovviamente una commessa non è mai di controllo alle casse automatiche e noi poveri clienti, ogni volta che c’è una rilettura, dobbiamo andare a cercarne una che venga a farla, e la commessa arriva ma è scocciata e di fretta perché stava facendo altro e allora prende gli articoli e li lancia a mitraglietta, specialmente le uova, perciò adesso vado a cercare l’ispettore e gli dico: “Signor ispettore, questi qui sono furbetti: quando lei viene si mettono tutti in posizione e quando lei se ne va tornano a fare quel cazzo che gli pare. Ma glielo dico io come vanno le cose in questo supermercato, perché ci vengo ogni giorno (a comprare 79 kiwi, ma è un’altra storia): non c’è mai nessuno di guardia alle casse automatiche!”. E lui mi direbbe: “Lo so, senta, non rompa i coglioni, ok?”, e questo perché quello che invece non so è che poco prima l’ispettore se ne stava appollaiato da qualche parte spulciando il cellulare e quando è passata una commessa lui le ha detto: «Sto qui perché c’è…» intendendo che c’è, fuori, appostato su un tetto con un binocolo, una brioche e un caffè caldo, l’ispettore degli ispettori, che quando passa un fringuello gli fa: «Sto qui perché c’è...», e così via.

7. Un biglietto da cento euro, sotto la sua scarpa sinistra, fuoriuscito dal borsellino della cliente alla cassa automatica 1 e generosamente svolazzato fino a lì.

8. Il suo ex al reparto gastronomia e lei è decisa ad aspettarlo per dirgli il fatto suo: lui usa solo le casse automatiche.

9. Un motivo segreto che non vuole dire a nessuno ma ha imparato che la gente non è davvero interessata a te e a tutte le tue paranoie e quando devi spiegare un tuo comportamento anomalo non sei davvero tenuto a raccontare ogni cosa per filo e per segno, basta accennare a un ipotetico motivo e la gente è soddisfatta, anzi meno ne sa e meglio è, anzi in realtà non ti aveva chiesto niente, lasciala stare.

10. Il sottoscritto Joey Baruffa, di nuovo, noto ladruncolo di San Paco, nonché ispettore dei fringuelli, nonché futuro suo ex, forse, se si decide a offrirle ‘sti 79 kiwi, altrimenti niente.

3.1.26

Tre canzoni (II) (1472)

Una.
Due.
Tre.

(Qui le tre del 2024)

31.12.25

Grosso guaio a Hay-on-Wye (1471)

Il 2025 è stato per me l’anno della Grande Lettura: uno dei propositi di gennaio era infatti quello di leggere almeno un libro a settimana. Alla fine ne ho letti 56. Per farlo, ho dovuto impormi di finire tutti i libri che cominciavo e questo mi ha portato a leggere per intero anche dei libri che stavo detestando o che mi stavano annoiando a morte (Il mio biliardo, di Richler, se volete provare la sensazione. E dire che a me il biliardo piace). A un certo punto, però, mi sono reso conto che nella mia testa c’era più l’idea di rispettare il proposito che la lettura in sé. Verso giugno mi sono anche detto che allora avrei potuto scegliere, che so, mangiare un gelato al giorno o imparare a suonare il flauto. Sarà per un altro anno.
Naturalmente a nessuno interessa che io abbia letto 56 libri, ma cerco ugualmente di infilare questa informazione ovunque, con chiunque. Al salumiere: «Quanti etti di crudo ha detto?». E io: «56, come i libri che ho letto quest’anno». Agli agenti di polizia: «Scusi, agente, non mi ero accorto di andare così veloce, e poi credevo che qui ci fosse il 56, come i libri che ho letto quest’anno». Alle pompe funebri: «Sì, lo zio Goffredo aveva 110 anni, come il doppio dei libri che ho letto quest’anno, meno due». C’è stato però anche un momento di pura soddisfazione, ovvero quando sono stato fermato per strada da un tizio che faceva uno di quei sondaggi: «Salve. Una domanda veloce: quanti libri legge in un anno? Nessuno, uno, dieci o più di dieci?». Oh, amico mio, ho pensato.
Il lato positivo è che alcuni di questi 56 libri sono diventati buoni amici, forse addirittura amici per la vita (se non lo erano già), ed ecco perché ve li segnalo.
Prima di passare ai libri, volevo citare il film che mi è piaciuto più di tutti tra quelli visti quest’anno. Non vi anticipo nulla (non vi dico neanche il titolo) se non che mi ha sorpreso, che ho apprezzato il modo in cui è stato concepito e costruito, e che ho amato la protagonista, Willa Fitzgerald, sin dalla prima scena. Ah, non leggete la sinossi, se potete, perché a volte contiene delle anticipazioni. Il film è Strange Darling, di JT Mollner (attualmente su Prime).
E veniamo ai libri. Comincio intanto con due: il 2025 è stato l’anno in cui ho scoperto Rosa Matteucci, una scrittrice raffinata, tragica e comica al tempo stesso, dallo stile unico, che nei suoi libri parla di sé e della propria famiglia. Di nobile lignaggio benché, come lei stessa racconta, presto decaduta, quando leggi Rosa vorresti essere suo amico ma sai che lei non vorrebbe essere amica tua: i suoi libri restano allora l’unico modo di godere della sua impareggiabile compagnia. Li ho letti tutti, ma vi consiglio di cominciare da quelli che ho amato (volevo dire amerete) di più. Prima di tutto Libera la Karenina che è in te (seconda opera della Matteucci dopo Lourdes), in cui troviamo una giovane donna colta e raffinata (e di nobile lignaggio!) alle prese con l’amore per uno zotico militare italiano di stanza in Eritrea. Un libro che avrei voluto non finisse mai.
Se vi piace Libera la Karenina che è in te, potete passare senza indugio a Cuore di mamma, un piccolo romanzo perfetto. Racconta la storia di una donna che ha escogitato un infallibile piano di liberazione personale: convincere l’anziana e arcigna madre ad accettare di essere seguita da una badante. Anche qui si ride, tra molte amarezze.
Un altro libro che consiglio e regalo spesso e che, pur essendo per me una rilettura, rientra tra i migliori letti quest’anno è Al paese dei libri, di Paul Collins: racconta del tentativo di trasferimento dell’autore e di sua moglie, più il figlioletto, da San Francisco a Hay-on-Wye, un villaggio gallese noto per essere considerato “la Mecca dei bibliofili”: 40 librerie (soprattutto antiquarie o di libri usati) per 1.400 abitanti. È un resoconto molto piacevole e leggero con alcune citazioni bizzarre da libri dimenticati. Per qualche ragione, leggere il racconto di una cosa che non mi sognerei mai di fare, ossia dare fondo ai risparmi per cercare di acquistare una vecchia casa ammuffita in un posto freddo e lontano, mi rilassa. Forse perché, mentre i protagonisti sembrano ficcarsi inutilmente in un grosso guaio (un possibile titolo alternativo: Grosso guaio a Hay-on-Wye), io sono comodamente seduto in poltrona a sorseggiare una tazza di tè.
Un altro libro magnifico (anche qui una rilettura) è Citarsi addosso (Senza piume), di Woody Allen. In teoria tutti dovrebbero averlo letto, ma poi forse molti invece no (per fare un test sono uscito e per strada ho fermato dieci persone a cui ho chiesto: «Mi scusi, ha mai letto Citarsi addosso?». Curiosamente, tutte mi hanno dato la stessa risposta, ovvero: «Scenda subito dalla mia auto!»). È una raccolta di brevi testi umoristici uscita nel 1975. Ancora oggi, a mio avviso, nessuno (a parte Woody Allen stesso) sa scrivere così tante battute così divertenti. Puro genio comico. Vi sorprenderà, ma ci sono persone che non amano l’umorismo di Woody Allen. Legittimo. Ho notato però che alcune di queste vogliono farlo sapere con un certo astio: «A me non fa ridere per niente!» dicono triturando un suo libro con i denti. Eh, penso io, “per niente”?! Strano. Fortunatamente per me, Woody mi fa sbellicare. Se vi piace Citarsi addosso, potete poi continuare con i suoi fratelli Saperla lunga e Effetti collaterali. (I titoli sono quelli delle edizioni Bompiani. Attualmente sono editi da La Nave di Teseo con i titoli: Senza piume, Rivincite e Effetti collaterali).
Impossibile non citare poi Rumore bianco, di DeLillo. Uno dei libri più arguti che abbia mai letto (insieme a Mai ci eravamo annoiati, di Renata Adler), ma in un modo piacevole e calmo. Ho scoperto che per qualcuno è un libro "cupo" e "angosciante". Non so come sia possibile. Solo perché parla di morte? O per quella nube tossica che incombe? Davvero strano. Io l'ho trovato sbarazzino.
Chiudo con La filosofia di Andy Warhol, di Andy Warhol. Anche in questo caso una raccolta di brevi scritti arguti. Se vi capitano quelle giornate in cui il cervello vi pare un po’ assonnato, le pensate di Andy sono un ottimo modo per tirarlo giù dal letto.
Ultima cosa: se vi va di dirmi qual è il libro più bello tra quelli che avete letto quest’anno, mi farà piacere e mi sarà anche utile saperlo: uno degli obiettivi per il 2026 non sarà leggere ma vagliare tanti libri, alla ricerca della risposta all’eterna domanda: che cosa sto cercando?
Bene, direi che per il 2025 è quasi tutto.
A domani!

30.12.25

La vera realtà (1470)

Sono in cassa al supermercato e una signora lì vicino fa cadere una bottiglia di vino rosso da tre litri. Un bel botto, vino e cocci ovunque. Una volta a casa chiamo la mia amica Paola e le racconto l’episodio. Lei tutta su di giri mi fa: «Incredibile! Ma lo sai cosa ho sognato stanotte?». «Cosa?» le chiedo. E lei: «Che eri qui da me, io ero in cucina e tu in sala da pranzo, c’erano anche gli altri e a un certo punto arrivi e mi fai: “Paola, è successo un disastro”. Vengo di là e cosa vedo? Qualcuno ha fatto cadere una bottiglia di vino rosso, ci sono vino e cocci dappertutto!». Mi metto e ridere e dico: «Wow, che coincidenza!». Ma Paola dice: «Coincidenza? Non lo so». Allora io: «Paola, per favore, non cominciamo. So che tu credi che esista una realtà invisibile nascosta dietro la realtà visibile, una realtà più vera e più significativa e anche, perché no?, un pochino magica, che manda segnali misteriosi che solo pochi eletti sanno captare e decriptare al fine di sbloccare il livello bonus con le vite infinite e le pietre preziose, ma la verità è che facciamo moltissimi sogni e nel mondo succedono moltissime cose e, ogni tanto, capita che una cosa sognata la notte si verifichi nei dintorni tale e quale non appena fa giorno, ma non è un segnale segreto, è solo probabilità, è mero caso». Silenzio. All’altro capo si ode soltanto un sommesso ribollio. Allora dico: «Senti, facciamo così: dimmi un altro sogno che hai fatto, o qualche altra cosa che ti è successa nel sogno di stanotte e, se anche quella si verifica entro stasera, comincerò a prendere cautamente in considerazione certe baggianate». Al che Paola mi fa: «Sì, ho fatto un altro sogno, in effetti». «Ecco, benissimo,» le dico, «che cosa hai sognato?». E lei: «Ho sognato che venivo a casa tua e ti riempivo di botte». E io: «Ah, ehm». E lei: «Vediamo un po’ se si verifica».

22.12.25

Il trapano (1469)

Il mio anziano padre si è comprato un trapano.
Quando non era in pensione per lui era normale avere non uno, non due ma decine di trapani, faceva in modo di non trovarsi mai a meno di un braccio di distanza da un trapano, e se di notte il trapano si alzava dal letto, l’anziano padre si svegliava subito:
«Dove vai?» gli chiedeva.
«In bagno. Torna a dormire» gli diceva il trapano.
Erano felici, lui e i suoi trapani. Ma poi purtroppo si invecchia e con l’invecchiamento, sapete com’è, i trapani cominciano a diradarsi, si fanno sentire sempre meno, hanno i loro problemi o si sono fatti una famiglia e quando li chiami per chiedere se gli va di andare a bucare qualcosa ti dicono che gli piacerebbe tanto ma c’hanno il trapano piccolo che sta cambiando le punte e, insomma, non possono. Così va la vita, direbbe Kurt Vonnegut e, onestamente, quasi chiunque altro.

Quando è arrivato il momento, l’anziano padre è andato in pensione. Ha ceduto l’attività, compreso l’ultimo trapano.
«Tenga,» ha detto a chi rilevava la sua azienda, «senza questo non sarei arrivato dove sono».
«Ma lei faceva il commercialista» ha detto l’altro, e per tutta risposta l’anziano padre gli ha fatto un buco nella giacca.
Comunque l’ha ceduto e per diversi anni ha fatto senza. Non neghiamolo: un uomo come l’anziano padre, senza il trapano, è come un giovane trapano senza punta.
A volte io lo chiamavo e gli dicevo: «Pa’, verresti da me a farmi qualche buco nel muro?». Io, buchi nel muro coi trapani, non ne faccio, perché beccherei un tubo dell’acqua o dei fili elettrici, anzi prima un filo elettrico e poi un tubo dell’acqua appena sopra, per una folgorazione perfetta. Ma l’anziano padre sapeva sempre dove forare:
«Un vero uomo lo sa dove sono i tubi,» mi diceva forando il muro alla cieca in tutta sicurezza, «tieni, prova tu» e io foravo il bracciolo di una poltrona, per star tranquillo, e però veniva fuori dell’acqua lo stesso, o foravo un libro e andava via la luce nella pizzeria accanto.
Che prima, quando glielo chiedevo, veniva ed era contentissimo, mi appendeva le mensole, i quadri, «Ti serve un foro anche qui?» mi chiedeva trapanando un mobile, «Veramente no» gli dicevo io, «Un buco serve sempre,» diceva lui, «te ne faccio anche uno nella tv». Quanti problemi mi ha risolto con il solo uso del trapano! Per esempio se l’acqua non voleva saperne di scendere nel lavandino o se non riuscivo a vedere bene i vicini mentre facevano sesso o se una cintura mi stava più larga del dovuto. Ci andava anche alle udienze dei professori, e infatti loro di me parlavano sempre benissimo. Ma poi, senza più trapano, veniva ugualmente e cercava di bucare le cose a mano, con una forchetta o un coltello, e il risultato non era lo stesso: «Sicuro che tenga?» chiedevo guardando la mensola tutta storta. Lui non rispondeva e, avvilito, se ne andava.
Se poi buttavo lì l’idea di comprarsi un trapano, l’anziana madre si metteva in mezzo: «Se entra ancora un trapano in questa casa, esco io!» diceva.
L’anziana madre osteggia da sempre le passioni e i desideri dell’anziano padre, perché lui deve avere una sola passione e un solo desiderio: l’anziana madre. Naturalmente questa cosa la nega e per giustificare le sistematiche interferenze accampa ogni genere di scusa.
«Ma che ti frega?» le dicevo. «Che fastidio ti dà?».
E lei: «Il trapano gli fa salire i battiti e il cardiologo ha detto che devono stare tra i 41 e i 44. Non vedi che solo all’idea di avere un trapano gli sono saliti a 48?». L’anziana madre ha un’applicazione sul cellulare che le dice sempre quanti sono i battiti del cuore del marito. Può anche alzarli o abbassarli a piacimento, come una lampada dimmerabile.
L’anziano padre sospirava, si rassegnava e diceva: «Allora almeno mi mangio questo panino», ma l’anziana madre con uno schiaffo gli colpiva la mano e faceva volare il panino sul lampadario.
E allora io: «Ma perché?».
E lei: «Ingrassa! Il dietologo ha detto che il suo peso deve stare a 73.7, non un panino di più, non un panino di meno».
«Ma peserà più di 80…» le dicevo io, e lei guardando l’anziano padre con malcelata riprovazione diceva: «Appunto!», e gli toglieva anche la briciolina di pane che lui, cronicamente affamato, aveva raccolto dalla tovaglia di nascosto, col gomito.

Ma gli anni passano, gli angoli si smussano, le anziane madri si ammorbidiscono, si distraggono e alla fine all’anziano padre è stata fatta la sospirata concessione: «Puoi prenderti un trapano».
Come sempre l’incarico dell’acquisto online è stato appioppato al sottoscritto, addetto alle beghe tecnologiche nonché badante in pectore.
Quando il trapano è arrivato, l’anziana madre ha cercato subito dei motivi per restituirlo. Perché i giorni passano, gli angoli si riaffilano, le anziane madri si irrigidiscono e si riconcentrano.
Così ricevo una telefonata verso metà pomeriggio del giorno stesso. È l’anziana madre in persona.
«Il trapano ha qualcosa di strano» dice.
«Sarebbe?».
«Mancano i sacchettini delle punte. Non erano dentro il cellofan».
«Che cellofan?» chiedo.
«Sai che di solito sono nei sacchettini di cellofan».
«No,» le dico, «come potrei saperlo? Non ho mai comprato un trapano. Tu hai mai comprato un trapano?».
«No. Ma anche i libretti delle istruzioni. Erano sciolti, tutti sparsi. E c’era un capello».
«Per caso stai cercando una scusa per restituirlo?».
«Sto solo dicendo che sembra sia già stato aperto».
«Senti,» le dico, «io sono soltanto un umile intermediario, mi dite cosa devo acquistare e io lo acquisto. Mi interessa solo se il trapano lo tieni o se lo rendi, non voglio sapere altro».
«No no, lo tengo» ha detto lei.
«Bene. In ogni caso avete tempo per restituirlo fino al 15 gennaio».
«Ah sì?».

Così il trapano è rimasto, ma sub judice. Sarà l’anziano padre a usarlo, sarà l’anziana madre a valutarlo.
Come prima cosa è stato vietato all’anziano padre di dormire con il trapano sotto il cuscino, com’era solito fare quando non era in pensione.
«Nemmeno se lo spengo?» ha chiesto lui.
Gli è stato anche vietato di usarlo come sveglia, come spazzolino elettrico, come cotton-fioc e per mescolare i gusti del gelato, d’estate, il passato di verdure, d’inverno. Ovviamente non può andarci in giro, tenendolo nel fodero come Tex Willer, suo mentore impareggiabile. Inoltre non può usare il trapano a tavola, che sia per fare buchi nel pane da farcire con salse e marmellate o per rompere le pastiglie da smezzare con l’anziana madre. Non può usarlo per comunicare, soprattutto (un giro a vuoto per il , due per il No e tre per il Non lo so), e non può usarlo, va da sé, per fare l’amore.
Può usarlo solo per fare buchi che prima devono essere approvati dall’Ufficio Perforazioni, aperto tutti i giorni dalle 12 alle 13.30 e dalle 19 alle 20, ovvero quando si è a tavola, e la cui Direttrice Unica è l’anziana madre stessa. Il foro o i fori da praticare vanno descritti nell’apposito spazio degli appositi moduli nella loro precisa (ipotetica) ubicazione e nella loro obiettiva necessità generale. In caso di approvazione, possono essere praticati negli orari stabiliti e mai durante il rosario, che gli anziani genitori seguono quotidianamente alla tv, come una partita di calcio, pena l’immediata restituzione del trapano e una poltroncina prenotata all’inferno.

Il primo utilizzo del trapano è stato per l’albero di Natale.
L’anziano padre ha ottenuto in effetti il permesso di comprare il trapano convincendo la Direttrice dell’Ufficio Acquisti e quella dell’Ufficio Addobbi che senza il trapano non sarebbe stato possibile montare l’albero e questo avrebbe quasi certamente rattristato il giovane figlio (che non va mai rattristato) quando fosse venuto a pranzo, o addirittura, ha detto l’anziano padre, Dio non voglia, ha aggiunto per impressionare l’anziana madre, il giovane figlio, venuto a sapere da qualche segreto anziano informatore dell’assenza dell’albero stesso, non sarebbe venuto affatto.
In che modo il trapano sia indispensabile ai fini del montaggio dell’albero è cosa che onestamente tutti ignoriamo ma che ha comunque contribuito a ottenere l’approvazione richiesta.
Il giorno dopo l’arrivo del trapano, l’albero di Natale è dunque al proprio posto, e io vengo invitato a contemplarlo, cosa che faccio mangiando del brasato accompagnato da un bicchiere di barolo, entrambi necessari per ogni mia visita straordinaria a casa degli anziani genitori, fossero anche le quattro del pomeriggio.
Nel frattempo l’anziano padre sottopone all’anziana madre richieste di nuove indispensabili perforazioni: finalmente potrà agganciare al muro quello scaffale portabottiglie che tempo fa ho acquistato e che, non volendolo in casa mia per la sua ineleganza, ho parcheggiato dagli anziani genitori, da cui vado a rifornirmi alla bisogna, come all’Esselunga.
«Te lo metto dove vuoi, dimmi solo il posto!» mi dice l’anziano padre, euforico, sparando giri di trapano verso l’Altissimo.
«Ti ho detto che non voglio vedere il trapano a tavola!» lo rimprovera allora l’anziana madre leggendo intanto la documentazione sottoposta dal coniuge ai fini dell’approvazione. L’anziano padre risponde con mezzo giro di trapano a velocità 3, che sta per Scusa, cara. Poi promette di appendere «il famoso quadro». «C’è tanto da fare!» aggiunge passando il relativo modulo all’anziana Direttrice.
«Di quale quadro blateri?» dice lei aggrottando la fronte ed esaminando la nuova richiesta scritta.
«Quello che sta giù nella cassapanca, che mi hai chiesto così tante volte di appendere… saranno dieci anni che insisti!» dice lui.
Qui cala un tetro silenzio. Poi:
«Quello di me, te e Derrick?» chiede l’anziana madre posando i moduli sul tavolo, levandosi gli occhiali da lettura e squadrando l’anziano padre con la flemma di chi terrà dalla parte del manico la fiamma ossidrica. Derrick era il pastore tedesco dei miei, amatissimo dall’anziana madre – e così chiamato in onore del noto ispettore, suo idolo –, purtroppo scomparso prematuramente (ovvero, secondo i criteri dell’anziana madre, prima del raggiungimento del cinquantesimo anno di età canina).
A questo punto l’anziano padre si rende conto di aver commesso un’imprudenza, cioè di aver calpestato una gigantesca merda teutonica.
«Dammi subito quel trapano» intima l’anziana madre cercando di sfilarlo dalla mano dell’anziano padre, il quale però riesce a proteggerlo dal maldestro tentativo di scippo facendo scudo all’arnese con il proprio corpo, dicendo poi: «Scusa, scusa! Solo un piccolo errore… ma con il trapano posso fare un buco nel quadro in corrispondenza del cane, così resteremmo solo noi due…».
Tralasciando l’assurdità della proposta, difficile dire se sia più grave aver dimenticato che Derrick non c’è più, rammentandolo così all’anziana madre e ravvivando l’incancellabile dolore causato dalla sua dipartita, o aver chiamato Derrick “cane”. Poco importa, comunque, poiché il risultato non cambia. L’anziana madre mi guarda e sentenzia: «Avvia il reso».
«Prima dovremmo riuscire a prenderglielo» le dico.
Allora lei, rivolta all’anziano padre: «Il trapano è confiscato, dammelo».
L’anziano padre risponde con due giri di trapano (No), subito dopo alzandosi, precipitandosi alla porta d’ingresso, praticando un rapido foro in modo da far saltare la serratura, aprendo così la porta e dandosi tosto alla macchia.
L’anziana madre osserva la scena, poi mi guarda e dice: «Non avrei dovuto dargli il permesso di comprarlo».
«Tra l’altro la porta era aperta» dico io.
Lei scuote la testa, poi fa un cenno verso l’albero e dice: «Almeno abbiamo l’albero. Ti piace?».
«Sì, bello,» le dico, «però…».
«Però?» chiede l’anziana madre, ormai provata.
«Mancherebbero i cioccolatini a forma di ghianda e di Babbo Natale».
L’anziana madre mi squadra per qualche istante, valuta brevemente l’ipotesi di comprarsi un trapano e un badile per regolare tutti i conti in sospeso ma poi, forse ricordando che ormai è Natale, sospira e dice:
«Domani li vado a prendere».

18.12.25

Milioni di Lady Gaga (1468)

Ho visto un video in cui Lady Gaga da Jimmy Kimmel dice che «se lavori duramente puoi fare qualunque cosa». Temo di dover precisare che questo non è esatto: se lavori duramente e sei Lady Gaga puoi fare qualunque cosa, dove con "qualunque cosa" si intende "avere successo in campo musicale e artistico" – e quello che ne può eventualmente conseguire – e non, per esempio, trovare la cura per il cancro, viaggiare nel tempo o vincere la Champions League con la Juventus. Le cose non basta volerle, non basta nemmeno fare tutto il necessario per averle, molte volte non basta nemmeno essere la persona con i requisiti giusti per averle, anzi quasi sempre. Penso dunque che la frase corretta sia: "Se vuoi una cosa e possiedi i requisiti giusti per averla e lavori duramente per averla e hai la fortuna giusta al momento giusto e anche dopo che l'hai avuta niente ti va davvero storto, allora forse sì, puoi fare qualunque cosa tra le cose che le suddette condizioni contemplano". Naturalmente Lady Gaga voleva solo dire “nonostante tutte le difficoltà che io ho incontrato, io ce l’ho fatta! Viva me!”, ma molta gente non avrebbe apprezzato (io l’avrei trovato comunque interessante), e così ha cercato qualcosa di più universale. E, tuttavia, che consiglio è? “Se lavori duramente...". Grazie tante! Dimmi invece come realizzare qualunque cosa senza alzare un dito, è quello il consiglio di cui abbiamo bisogno. Va infine notato che se tutti, solo con il duro lavoro, potessero diventare Lady Gaga, avremmo milioni di Lady Gaga, il che renderebbe non-interessante e non-speciale essere Lady Gaga, il che significherebbe per tutte le Lady Gaga del mondo ritrovarsi al punto di partenza, ossia non avercela fatta. Affinché Lady Gaga ce la faccia è necessario che milioni di aspiranti Lady Gaga falliscano.

17.12.25

Unico neo (1467)

Sto per comprare un paio di scarpe online, leggo le recensioni. Un tizio dà quattro stelle e dice: "Scarpe davvero belle e di ottima fattura. Unico neo: sono scomode per camminare".

16.12.25