Una.
Due.
Tre.
(Qui le tre del 2024)
31.12.25
Grosso guaio a Hay-on-Wye (1471)
Il 2025 è stato per me l’anno della Grande Lettura: uno dei propositi di gennaio era infatti quello di leggere almeno un libro a settimana. Alla fine ne ho letti 56. Per farlo, ho dovuto impormi di finire tutti i libri che cominciavo e questo mi ha portato a leggere per intero anche dei libri che stavo detestando o che mi stavano annoiando a morte (Il mio biliardo, di Richler, se volete provare la sensazione. E dire che a me il biliardo piace). A un certo punto, però, mi sono reso conto che nella mia testa c’era più l’idea di rispettare il proposito che la lettura in sé. Verso giugno mi sono anche detto che allora avrei potuto scegliere, che so, mangiare un gelato al giorno o imparare a suonare il flauto. Sarà per un altro anno.
Naturalmente a nessuno interessa che io abbia letto 56 libri, ma cerco ugualmente di infilare questa informazione ovunque, con chiunque. Al salumiere: «Quanti etti di crudo ha detto?». E io: «56, come i libri che ho letto quest’anno». Agli agenti di polizia: «Scusi, agente, non mi ero accorto di andare così veloce, e poi credevo che qui ci fosse il 56, come i libri che ho letto quest’anno». Alle pompe funebri: «Sì, lo zio Goffredo aveva 110 anni, come il doppio dei libri che ho letto quest’anno, meno due». C’è stato però anche un momento di pura soddisfazione, ovvero quando sono stato fermato per strada da un tizio che faceva uno di quei sondaggi: «Salve. Una domanda veloce: quanti libri legge in un anno? Nessuno, uno, dieci o più di dieci?». Oh, amico mio, ho pensato.
Il lato positivo è che alcuni di questi 56 libri sono diventati buoni amici, forse addirittura amici per la vita (se non lo erano già), ed ecco perché ve li segnalo.
Prima di passare ai libri, volevo citare il film che mi è piaciuto più di tutti tra quelli visti quest’anno. Non vi anticipo nulla (non vi dico neanche il titolo) se non che mi ha sorpreso, che ho apprezzato il modo in cui è stato concepito e costruito, e che ho amato la protagonista, Willa Fitzgerald, sin dalla prima scena. Ah, non leggete la sinossi, se potete, perché a volte contiene delle anticipazioni. Il film è Strange Darling, di JT Mollner (attualmente su Prime).
E veniamo ai libri. Comincio intanto con due: il 2025 è stato l’anno in cui ho scoperto Rosa Matteucci, una scrittrice raffinata, tragica e comica al tempo stesso, dallo stile unico, che nei suoi libri parla di sé e della propria famiglia. Di nobile lignaggio benché, come lei stessa racconta, presto decaduta, quando leggi Rosa vorresti essere suo amico ma sai che lei non vorrebbe essere amica tua: i suoi libri restano allora l’unico modo di godere della sua impareggiabile compagnia. Li ho letti tutti, ma vi consiglio di cominciare da quelli che ho amato (volevo dire amerete) di più. Prima di tutto Libera la Karenina che è in te (seconda opera della Matteucci dopo Lourdes), in cui troviamo una giovane donna colta e raffinata (e di nobile lignaggio!) alle prese con l’amore per uno zotico militare italiano di stanza in Eritrea. Un libro che avrei voluto non finisse mai.
Se vi piace Libera la Karenina che è in te, potete passare senza indugio a Cuore di mamma, un piccolo romanzo perfetto. Racconta la storia di una donna che ha escogitato un infallibile piano di liberazione personale: convincere l’anziana e arcigna madre ad accettare di essere seguita da una badante. Anche qui si ride, tra molte amarezze.
Un altro libro che consiglio e regalo spesso e che, pur essendo per me una rilettura, rientra tra i migliori letti quest’anno è Al paese dei libri, di Paul Collins: racconta del tentativo di trasferimento dell’autore e di sua moglie, più il figlioletto, da San Francisco a Hay-on-Wye, un villaggio gallese noto per essere considerato “la Mecca dei bibliofili”: 40 librerie (soprattutto antiquarie o di libri usati) per 1.400 abitanti. È un resoconto molto piacevole e leggero con alcune citazioni bizzarre da libri dimenticati. Per qualche ragione, leggere il racconto di una cosa che non mi sognerei mai di fare, ossia dare fondo ai risparmi per cercare di acquistare una vecchia casa ammuffita in un posto freddo e lontano, mi rilassa. Forse perché, mentre i protagonisti sembrano ficcarsi inutilmente in un grosso guaio (un possibile titolo alternativo: Grosso guaio a Hay-on-Wye), io sono comodamente seduto in poltrona a sorseggiare una tazza di tè.
Un altro libro magnifico (anche qui una rilettura) è Citarsi addosso (Senza piume), di Woody Allen. In teoria tutti dovrebbero averlo letto, ma poi forse molti invece no (per fare un test sono uscito e per strada ho fermato dieci persone a cui ho chiesto: «Mi scusi, ha mai letto Citarsi addosso?». Curiosamente, tutte mi hanno dato la stessa risposta, ovvero: «Scenda subito dalla mia auto!»). È una raccolta di brevi testi umoristici uscita nel 1975. Ancora oggi, a mio avviso, nessuno (a parte Woody Allen stesso) sa scrivere così tante battute così divertenti. Puro genio comico. Vi sorprenderà, ma ci sono persone che non amano l’umorismo di Woody Allen. Legittimo. Ho notato però che alcune di queste vogliono farlo sapere con un certo astio: «A me non fa ridere per niente!» dicono triturando un suo libro con i denti. Eh, penso io, “per niente”?! Strano. Fortunatamente per me, Woody mi fa sbellicare. Se vi piace Citarsi addosso, potete poi continuare con i suoi fratelli Saperla lunga e Effetti collaterali. (I titoli sono quelli delle edizioni Bompiani. Attualmente sono editi da La Nave di Teseo con i titoli: Senza piume, Rivincite e Effetti collaterali).
Impossibile non citare poi Rumore bianco, di DeLillo. Uno dei libri più arguti che abbia mai letto (insieme a Mai ci eravamo annoiati, di Renata Adler), ma in un modo piacevole e calmo. Ho scoperto che per qualcuno è un libro "cupo" e "angosciante". Non so come sia possibile. Solo perché parla di morte? O per quella nube tossica che incombe? Davvero strano. Io l'ho trovato sbarazzino.
Chiudo con La filosofia di Andy Warhol, di Andy Warhol. Anche in questo caso una raccolta di brevi scritti arguti. Se vi capitano quelle giornate in cui il cervello vi pare un po’ assonnato, le pensate di Andy sono un ottimo modo per tirarlo giù dal letto.
Ultima cosa: se vi va di dirmi qual è il libro più bello tra quelli che avete letto quest’anno, mi farà piacere e mi sarà anche utile saperlo: uno degli obiettivi per il 2026 non sarà leggere ma vagliare tanti libri, alla ricerca della risposta all’eterna domanda: che cosa sto cercando?
Bene, direi che per il 2025 è quasi tutto.
A domani!
Naturalmente a nessuno interessa che io abbia letto 56 libri, ma cerco ugualmente di infilare questa informazione ovunque, con chiunque. Al salumiere: «Quanti etti di crudo ha detto?». E io: «56, come i libri che ho letto quest’anno». Agli agenti di polizia: «Scusi, agente, non mi ero accorto di andare così veloce, e poi credevo che qui ci fosse il 56, come i libri che ho letto quest’anno». Alle pompe funebri: «Sì, lo zio Goffredo aveva 110 anni, come il doppio dei libri che ho letto quest’anno, meno due». C’è stato però anche un momento di pura soddisfazione, ovvero quando sono stato fermato per strada da un tizio che faceva uno di quei sondaggi: «Salve. Una domanda veloce: quanti libri legge in un anno? Nessuno, uno, dieci o più di dieci?». Oh, amico mio, ho pensato.
Il lato positivo è che alcuni di questi 56 libri sono diventati buoni amici, forse addirittura amici per la vita (se non lo erano già), ed ecco perché ve li segnalo.
Prima di passare ai libri, volevo citare il film che mi è piaciuto più di tutti tra quelli visti quest’anno. Non vi anticipo nulla (non vi dico neanche il titolo) se non che mi ha sorpreso, che ho apprezzato il modo in cui è stato concepito e costruito, e che ho amato la protagonista, Willa Fitzgerald, sin dalla prima scena. Ah, non leggete la sinossi, se potete, perché a volte contiene delle anticipazioni. Il film è Strange Darling, di JT Mollner (attualmente su Prime).
E veniamo ai libri. Comincio intanto con due: il 2025 è stato l’anno in cui ho scoperto Rosa Matteucci, una scrittrice raffinata, tragica e comica al tempo stesso, dallo stile unico, che nei suoi libri parla di sé e della propria famiglia. Di nobile lignaggio benché, come lei stessa racconta, presto decaduta, quando leggi Rosa vorresti essere suo amico ma sai che lei non vorrebbe essere amica tua: i suoi libri restano allora l’unico modo di godere della sua impareggiabile compagnia. Li ho letti tutti, ma vi consiglio di cominciare da quelli che ho amato (volevo dire amerete) di più. Prima di tutto Libera la Karenina che è in te (seconda opera della Matteucci dopo Lourdes), in cui troviamo una giovane donna colta e raffinata (e di nobile lignaggio!) alle prese con l’amore per uno zotico militare italiano di stanza in Eritrea. Un libro che avrei voluto non finisse mai.
Se vi piace Libera la Karenina che è in te, potete passare senza indugio a Cuore di mamma, un piccolo romanzo perfetto. Racconta la storia di una donna che ha escogitato un infallibile piano di liberazione personale: convincere l’anziana e arcigna madre ad accettare di essere seguita da una badante. Anche qui si ride, tra molte amarezze.
Un altro libro che consiglio e regalo spesso e che, pur essendo per me una rilettura, rientra tra i migliori letti quest’anno è Al paese dei libri, di Paul Collins: racconta del tentativo di trasferimento dell’autore e di sua moglie, più il figlioletto, da San Francisco a Hay-on-Wye, un villaggio gallese noto per essere considerato “la Mecca dei bibliofili”: 40 librerie (soprattutto antiquarie o di libri usati) per 1.400 abitanti. È un resoconto molto piacevole e leggero con alcune citazioni bizzarre da libri dimenticati. Per qualche ragione, leggere il racconto di una cosa che non mi sognerei mai di fare, ossia dare fondo ai risparmi per cercare di acquistare una vecchia casa ammuffita in un posto freddo e lontano, mi rilassa. Forse perché, mentre i protagonisti sembrano ficcarsi inutilmente in un grosso guaio (un possibile titolo alternativo: Grosso guaio a Hay-on-Wye), io sono comodamente seduto in poltrona a sorseggiare una tazza di tè.
Un altro libro magnifico (anche qui una rilettura) è Citarsi addosso (Senza piume), di Woody Allen. In teoria tutti dovrebbero averlo letto, ma poi forse molti invece no (per fare un test sono uscito e per strada ho fermato dieci persone a cui ho chiesto: «Mi scusi, ha mai letto Citarsi addosso?». Curiosamente, tutte mi hanno dato la stessa risposta, ovvero: «Scenda subito dalla mia auto!»). È una raccolta di brevi testi umoristici uscita nel 1975. Ancora oggi, a mio avviso, nessuno (a parte Woody Allen stesso) sa scrivere così tante battute così divertenti. Puro genio comico. Vi sorprenderà, ma ci sono persone che non amano l’umorismo di Woody Allen. Legittimo. Ho notato però che alcune di queste vogliono farlo sapere con un certo astio: «A me non fa ridere per niente!» dicono triturando un suo libro con i denti. Eh, penso io, “per niente”?! Strano. Fortunatamente per me, Woody mi fa sbellicare. Se vi piace Citarsi addosso, potete poi continuare con i suoi fratelli Saperla lunga e Effetti collaterali. (I titoli sono quelli delle edizioni Bompiani. Attualmente sono editi da La Nave di Teseo con i titoli: Senza piume, Rivincite e Effetti collaterali).
Impossibile non citare poi Rumore bianco, di DeLillo. Uno dei libri più arguti che abbia mai letto (insieme a Mai ci eravamo annoiati, di Renata Adler), ma in un modo piacevole e calmo. Ho scoperto che per qualcuno è un libro "cupo" e "angosciante". Non so come sia possibile. Solo perché parla di morte? O per quella nube tossica che incombe? Davvero strano. Io l'ho trovato sbarazzino.
Chiudo con La filosofia di Andy Warhol, di Andy Warhol. Anche in questo caso una raccolta di brevi scritti arguti. Se vi capitano quelle giornate in cui il cervello vi pare un po’ assonnato, le pensate di Andy sono un ottimo modo per tirarlo giù dal letto.
Ultima cosa: se vi va di dirmi qual è il libro più bello tra quelli che avete letto quest’anno, mi farà piacere e mi sarà anche utile saperlo: uno degli obiettivi per il 2026 non sarà leggere ma vagliare tanti libri, alla ricerca della risposta all’eterna domanda: che cosa sto cercando?
Bene, direi che per il 2025 è quasi tutto.
A domani!
30.12.25
La vera realtà (1470)
Sono in cassa al supermercato e una signora lì vicino fa cadere una bottiglia di vino rosso da tre litri. Un bel botto, vino e cocci ovunque. Una volta a casa chiamo la mia amica Paola e le racconto l’episodio. Lei tutta su di giri mi fa: «Incredibile! Ma lo sai cosa ho sognato stanotte?». «Cosa?» le chiedo. E lei: «Che eri qui da me, io ero in cucina e tu in sala da pranzo, c’erano anche gli altri e a un certo punto arrivi e mi fai: “Paola, è successo un disastro”. Vengo di là e cosa vedo? Qualcuno ha fatto cadere una bottiglia di vino rosso, ci sono vino e cocci dappertutto!». Mi metto e ridere e dico: «Wow, che coincidenza!». Ma Paola dice: «Coincidenza? Non lo so». Allora io: «Paola, per favore, non cominciamo. So che tu credi che esista una realtà invisibile nascosta dietro la realtà visibile, una realtà più vera e più significativa e anche, perché no?, un pochino magica, che manda segnali misteriosi che solo pochi eletti sanno captare e decriptare al fine di sbloccare il livello bonus con le vite infinite e le pietre preziose, ma la verità è che facciamo moltissimi sogni e nel mondo succedono moltissime cose e, ogni tanto, capita che una cosa sognata la notte si verifichi nei dintorni tale e quale non appena fa giorno, ma non è un segnale segreto, è solo probabilità, è mero caso». Silenzio. All’altro capo si ode soltanto un sommesso ribollio. Allora dico: «Senti, facciamo così: dimmi un altro sogno che hai fatto, o qualche altra cosa che ti è successa nel sogno di stanotte e, se anche quella si verifica entro stasera, comincerò a prendere cautamente in considerazione certe baggianate». Al che Paola mi fa: «Sì, ho fatto un altro sogno, in effetti». «Ecco, benissimo,» le dico, «che cosa hai sognato?». E lei: «Ho sognato che venivo a casa tua e ti riempivo di botte». E io: «Ah, ehm». E lei: «Vediamo un po’ se si verifica».
22.12.25
Il trapano (1469)
Il mio anziano padre si è comprato un trapano.
Quando non era in pensione per lui era normale avere non uno, non due ma decine di trapani, faceva in modo di non trovarsi mai a meno di un braccio di distanza da un trapano, e se di notte il trapano si alzava dal letto, l’anziano padre si svegliava subito:
«Dove vai?» gli chiedeva.
«In bagno. Torna a dormire» gli diceva il trapano.
Erano felici, lui e i suoi trapani. Ma poi purtroppo si invecchia e con l’invecchiamento, sapete com’è, i trapani cominciano a diradarsi, si fanno sentire sempre meno, hanno i loro problemi o si sono fatti una famiglia e quando li chiami per chiedere se gli va di andare a bucare qualcosa ti dicono che gli piacerebbe tanto ma c’hanno il trapano piccolo che sta cambiando le punte e, insomma, non possono. Così va la vita, direbbe Kurt Vonnegut e, onestamente, quasi chiunque altro.
Quando è arrivato il momento, l’anziano padre è andato in pensione. Ha ceduto l’attività, compreso l’ultimo trapano.
«Tenga,» ha detto a chi rilevava la sua azienda, «senza questo non sarei arrivato dove sono».
«Ma lei faceva il commercialista» ha detto l’altro, e per tutta risposta l’anziano padre gli ha fatto un buco nella giacca.
Comunque l’ha ceduto e per diversi anni ha fatto senza. Non neghiamolo: un uomo come l’anziano padre, senza il trapano, è come un giovane trapano senza punta.
A volte io lo chiamavo e gli dicevo: «Pa’, verresti da me a farmi qualche buco nel muro?». Io, buchi nel muro coi trapani, non ne faccio, perché beccherei un tubo dell’acqua o dei fili elettrici, anzi prima un filo elettrico e poi un tubo dell’acqua appena sopra, per una folgorazione perfetta. Ma l’anziano padre sapeva sempre dove forare:
«Un vero uomo lo sa dove sono i tubi,» mi diceva forando il muro alla cieca in tutta sicurezza, «tieni, prova tu» e io foravo il bracciolo di una poltrona, per star tranquillo, e però veniva fuori dell’acqua lo stesso, o foravo un libro e andava via la luce nella pizzeria accanto.
Che prima, quando glielo chiedevo, veniva ed era contentissimo, mi appendeva le mensole, i quadri, «Ti serve un foro anche qui?» mi chiedeva trapanando un mobile, «Veramente no» gli dicevo io, «Un buco serve sempre,» diceva lui, «te ne faccio anche uno nella tv». Quanti problemi mi ha risolto con il solo uso del trapano! Per esempio se l’acqua non voleva saperne di scendere nel lavandino o se non riuscivo a vedere bene i vicini mentre facevano sesso o se una cintura mi stava più larga del dovuto. Ci andava anche alle udienze dei professori, e infatti loro di me parlavano sempre benissimo. Ma poi, senza più trapano, veniva ugualmente e cercava di bucare le cose a mano, con una forchetta o un coltello, e il risultato non era lo stesso: «Sicuro che tenga?» chiedevo guardando la mensola tutta storta. Lui non rispondeva e, avvilito, se ne andava.
Se poi buttavo lì l’idea di comprarsi un trapano, l’anziana madre si metteva in mezzo: «Se entra ancora un trapano in questa casa, esco io!» diceva.
L’anziana madre osteggia da sempre le passioni e i desideri dell’anziano padre, perché lui deve avere una sola passione e un solo desiderio: l’anziana madre. Naturalmente questa cosa la nega e per giustificare le sistematiche interferenze accampa ogni genere di scusa.
«Ma che ti frega?» le dicevo. «Che fastidio ti dà?».
E lei: «Il trapano gli fa salire i battiti e il cardiologo ha detto che devono stare tra i 41 e i 44. Non vedi che solo all’idea di avere un trapano gli sono saliti a 48?». L’anziana madre ha un’applicazione sul cellulare che le dice sempre quanti sono i battiti del cuore del marito. Può anche alzarli o abbassarli a piacimento, come una lampada dimmerabile.
L’anziano padre sospirava, si rassegnava e diceva: «Allora almeno mi mangio questo panino», ma l’anziana madre con uno schiaffo gli colpiva la mano e faceva volare il panino sul lampadario.
E allora io: «Ma perché?».
E lei: «Ingrassa! Il dietologo ha detto che il suo peso deve stare a 73.7, non un panino di più, non un panino di meno».
«Ma peserà più di 80…» le dicevo io, e lei guardando l’anziano padre con malcelata riprovazione diceva: «Appunto!», e gli toglieva anche la briciolina di pane che lui, cronicamente affamato, aveva raccolto dalla tovaglia di nascosto, col gomito.
Ma gli anni passano, gli angoli si smussano, le anziane madri si ammorbidiscono, si distraggono e alla fine all’anziano padre è stata fatta la sospirata concessione: «Puoi prenderti un trapano».
Come sempre l’incarico dell’acquisto online è stato appioppato al sottoscritto, addetto alle beghe tecnologiche nonché badante in pectore.
Quando il trapano è arrivato, l’anziana madre ha cercato subito dei motivi per restituirlo. Perché i giorni passano, gli angoli si riaffilano, le anziane madri si irrigidiscono e si riconcentrano.
Così ricevo una telefonata verso metà pomeriggio del giorno stesso. È l’anziana madre in persona.
«Il trapano ha qualcosa di strano» dice.
«Sarebbe?».
«Mancano i sacchettini delle punte. Non erano dentro il cellofan».
«Che cellofan?» chiedo.
«Sai che di solito sono nei sacchettini di cellofan».
«No,» le dico, «come potrei saperlo? Non ho mai comprato un trapano. Tu hai mai comprato un trapano?».
«No. Ma anche i libretti delle istruzioni. Erano sciolti, tutti sparsi. E c’era un capello».
«Per caso stai cercando una scusa per restituirlo?».
«Sto solo dicendo che sembra sia già stato aperto».
«Senti,» le dico, «io sono soltanto un umile intermediario, mi dite cosa devo acquistare e io lo acquisto. Mi interessa solo se il trapano lo tieni o se lo rendi, non voglio sapere altro».
«No no, lo tengo» ha detto lei.
«Bene. In ogni caso avete tempo per restituirlo fino al 15 gennaio».
«Ah sì?».
Così il trapano è rimasto, ma sub judice. Sarà l’anziano padre a usarlo, sarà l’anziana madre a valutarlo.
Come prima cosa è stato vietato all’anziano padre di dormire con il trapano sotto il cuscino, com’era solito fare quando non era in pensione.
«Nemmeno se lo spengo?» ha chiesto lui.
Gli è stato anche vietato di usarlo come sveglia, come spazzolino elettrico, come cotton-fioc e per mescolare i gusti del gelato, d’estate, il passato di verdure, d’inverno. Ovviamente non può andarci in giro, tenendolo nel fodero come Tex Willer, suo mentore impareggiabile. Inoltre non può usare il trapano a tavola, che sia per fare buchi nel pane da farcire con salse e marmellate o per rompere le pastiglie da smezzare con l’anziana madre. Non può usarlo per comunicare, soprattutto (un giro a vuoto per il Sì, due per il No e tre per il Non lo so), e non può usarlo, va da sé, per fare l’amore.
Può usarlo solo per fare buchi che prima devono essere approvati dall’Ufficio Perforazioni, aperto tutti i giorni dalle 12 alle 13.30 e dalle 19 alle 20, ovvero quando si è a tavola, e la cui Direttrice Unica è l’anziana madre stessa. Il foro o i fori da praticare vanno descritti nell’apposito spazio degli appositi moduli nella loro precisa (ipotetica) ubicazione e nella loro obiettiva necessità generale. In caso di approvazione, possono essere praticati negli orari stabiliti e mai durante il rosario, che gli anziani genitori seguono quotidianamente alla tv, come una partita di calcio, pena l’immediata restituzione del trapano e una poltroncina prenotata all’inferno.
Il primo utilizzo del trapano è stato per l’albero di Natale.
L’anziano padre ha ottenuto in effetti il permesso di comprare il trapano convincendo la Direttrice dell’Ufficio Acquisti e quella dell’Ufficio Addobbi che senza il trapano non sarebbe stato possibile montare l’albero e questo avrebbe quasi certamente rattristato il giovane figlio (che non va mai rattristato) quando fosse venuto a pranzo, o addirittura, ha detto l’anziano padre, Dio non voglia, ha aggiunto per impressionare l’anziana madre, il giovane figlio, venuto a sapere da qualche segreto anziano informatore dell’assenza dell’albero stesso, non sarebbe venuto affatto.
In che modo il trapano sia indispensabile ai fini del montaggio dell’albero è cosa che onestamente tutti ignoriamo ma che ha comunque contribuito a ottenere l’approvazione richiesta.
Il giorno dopo l’arrivo del trapano, l’albero di Natale è dunque al proprio posto, e io vengo invitato a contemplarlo, cosa che faccio mangiando del brasato accompagnato da un bicchiere di barolo, entrambi necessari per ogni mia visita straordinaria a casa degli anziani genitori, fossero anche le quattro del pomeriggio.
Nel frattempo l’anziano padre sottopone all’anziana madre richieste di nuove indispensabili perforazioni: finalmente potrà agganciare al muro quello scaffale portabottiglie che tempo fa ho acquistato e che, non volendolo in casa mia per la sua ineleganza, ho parcheggiato dagli anziani genitori, da cui vado a rifornirmi alla bisogna, come all’Esselunga.
«Te lo metto dove vuoi, dimmi solo il posto!» mi dice l’anziano padre, euforico, sparando giri di trapano verso l’Altissimo.
«Ti ho detto che non voglio vedere il trapano a tavola!» lo rimprovera allora l’anziana madre leggendo intanto la documentazione sottoposta dal coniuge ai fini dell’approvazione. L’anziano padre risponde con mezzo giro di trapano a velocità 3, che sta per Scusa, cara. Poi promette di appendere «il famoso quadro». «C’è tanto da fare!» aggiunge passando il relativo modulo all’anziana Direttrice.
«Di quale quadro blateri?» dice lei aggrottando la fronte ed esaminando la nuova richiesta scritta.
«Quello che sta giù nella cassapanca, che mi hai chiesto così tante volte di appendere… saranno dieci anni che insisti!» dice lui.
Qui cala un tetro silenzio. Poi:
«Quello di me, te e Derrick?» chiede l’anziana madre posando i moduli sul tavolo, levandosi gli occhiali da lettura e squadrando l’anziano padre con la flemma di chi terrà dalla parte del manico la fiamma ossidrica. Derrick era il pastore tedesco dei miei, amatissimo dall’anziana madre – e così chiamato in onore del noto ispettore, suo idolo –, purtroppo scomparso prematuramente (ovvero, secondo i criteri dell’anziana madre, prima del raggiungimento del cinquantesimo anno di età canina).
A questo punto l’anziano padre si rende conto di aver commesso un’imprudenza, cioè di aver calpestato una gigantesca merda teutonica.
«Dammi subito quel trapano» intima l’anziana madre cercando di sfilarlo dalla mano dell’anziano padre, il quale però riesce a proteggerlo dal maldestro tentativo di scippo facendo scudo all’arnese con il proprio corpo, dicendo poi: «Scusa, scusa! Solo un piccolo errore… ma con il trapano posso fare un buco nel quadro in corrispondenza del cane, così resteremmo solo noi due…».
Tralasciando l’assurdità della proposta, difficile dire se sia più grave aver dimenticato che Derrick non c’è più, rammentandolo così all’anziana madre e ravvivando l’incancellabile dolore causato dalla sua dipartita, o aver chiamato Derrick “cane”. Poco importa, comunque, poiché il risultato non cambia. L’anziana madre mi guarda e sentenzia: «Avvia il reso».
«Prima dovremmo riuscire a prenderglielo» le dico.
Allora lei, rivolta all’anziano padre: «Il trapano è confiscato, dammelo».
L’anziano padre risponde con due giri di trapano (No), subito dopo alzandosi, precipitandosi alla porta d’ingresso, praticando un rapido foro in modo da far saltare la serratura, aprendo così la porta e dandosi tosto alla macchia.
L’anziana madre osserva la scena, poi mi guarda e dice: «Non avrei dovuto dargli il permesso di comprarlo».
«Tra l’altro la porta era aperta» dico io.
Lei scuote la testa, poi fa un cenno verso l’albero e dice: «Almeno abbiamo l’albero. Ti piace?».
«Sì, bello,» le dico, «però…».
«Però?» chiede l’anziana madre, ormai provata.
«Mancherebbero i cioccolatini a forma di ghianda e di Babbo Natale».
L’anziana madre mi squadra per qualche istante, valuta brevemente l’ipotesi di comprarsi un trapano e un badile per regolare tutti i conti in sospeso ma poi, forse ricordando che ormai è Natale, sospira e dice:
«Domani li vado a prendere».
Quando non era in pensione per lui era normale avere non uno, non due ma decine di trapani, faceva in modo di non trovarsi mai a meno di un braccio di distanza da un trapano, e se di notte il trapano si alzava dal letto, l’anziano padre si svegliava subito:
«Dove vai?» gli chiedeva.
«In bagno. Torna a dormire» gli diceva il trapano.
Erano felici, lui e i suoi trapani. Ma poi purtroppo si invecchia e con l’invecchiamento, sapete com’è, i trapani cominciano a diradarsi, si fanno sentire sempre meno, hanno i loro problemi o si sono fatti una famiglia e quando li chiami per chiedere se gli va di andare a bucare qualcosa ti dicono che gli piacerebbe tanto ma c’hanno il trapano piccolo che sta cambiando le punte e, insomma, non possono. Così va la vita, direbbe Kurt Vonnegut e, onestamente, quasi chiunque altro.
Quando è arrivato il momento, l’anziano padre è andato in pensione. Ha ceduto l’attività, compreso l’ultimo trapano.
«Tenga,» ha detto a chi rilevava la sua azienda, «senza questo non sarei arrivato dove sono».
«Ma lei faceva il commercialista» ha detto l’altro, e per tutta risposta l’anziano padre gli ha fatto un buco nella giacca.
Comunque l’ha ceduto e per diversi anni ha fatto senza. Non neghiamolo: un uomo come l’anziano padre, senza il trapano, è come un giovane trapano senza punta.
A volte io lo chiamavo e gli dicevo: «Pa’, verresti da me a farmi qualche buco nel muro?». Io, buchi nel muro coi trapani, non ne faccio, perché beccherei un tubo dell’acqua o dei fili elettrici, anzi prima un filo elettrico e poi un tubo dell’acqua appena sopra, per una folgorazione perfetta. Ma l’anziano padre sapeva sempre dove forare:
«Un vero uomo lo sa dove sono i tubi,» mi diceva forando il muro alla cieca in tutta sicurezza, «tieni, prova tu» e io foravo il bracciolo di una poltrona, per star tranquillo, e però veniva fuori dell’acqua lo stesso, o foravo un libro e andava via la luce nella pizzeria accanto.
Che prima, quando glielo chiedevo, veniva ed era contentissimo, mi appendeva le mensole, i quadri, «Ti serve un foro anche qui?» mi chiedeva trapanando un mobile, «Veramente no» gli dicevo io, «Un buco serve sempre,» diceva lui, «te ne faccio anche uno nella tv». Quanti problemi mi ha risolto con il solo uso del trapano! Per esempio se l’acqua non voleva saperne di scendere nel lavandino o se non riuscivo a vedere bene i vicini mentre facevano sesso o se una cintura mi stava più larga del dovuto. Ci andava anche alle udienze dei professori, e infatti loro di me parlavano sempre benissimo. Ma poi, senza più trapano, veniva ugualmente e cercava di bucare le cose a mano, con una forchetta o un coltello, e il risultato non era lo stesso: «Sicuro che tenga?» chiedevo guardando la mensola tutta storta. Lui non rispondeva e, avvilito, se ne andava.
Se poi buttavo lì l’idea di comprarsi un trapano, l’anziana madre si metteva in mezzo: «Se entra ancora un trapano in questa casa, esco io!» diceva.
L’anziana madre osteggia da sempre le passioni e i desideri dell’anziano padre, perché lui deve avere una sola passione e un solo desiderio: l’anziana madre. Naturalmente questa cosa la nega e per giustificare le sistematiche interferenze accampa ogni genere di scusa.
«Ma che ti frega?» le dicevo. «Che fastidio ti dà?».
E lei: «Il trapano gli fa salire i battiti e il cardiologo ha detto che devono stare tra i 41 e i 44. Non vedi che solo all’idea di avere un trapano gli sono saliti a 48?». L’anziana madre ha un’applicazione sul cellulare che le dice sempre quanti sono i battiti del cuore del marito. Può anche alzarli o abbassarli a piacimento, come una lampada dimmerabile.
L’anziano padre sospirava, si rassegnava e diceva: «Allora almeno mi mangio questo panino», ma l’anziana madre con uno schiaffo gli colpiva la mano e faceva volare il panino sul lampadario.
E allora io: «Ma perché?».
E lei: «Ingrassa! Il dietologo ha detto che il suo peso deve stare a 73.7, non un panino di più, non un panino di meno».
«Ma peserà più di 80…» le dicevo io, e lei guardando l’anziano padre con malcelata riprovazione diceva: «Appunto!», e gli toglieva anche la briciolina di pane che lui, cronicamente affamato, aveva raccolto dalla tovaglia di nascosto, col gomito.
Ma gli anni passano, gli angoli si smussano, le anziane madri si ammorbidiscono, si distraggono e alla fine all’anziano padre è stata fatta la sospirata concessione: «Puoi prenderti un trapano».
Come sempre l’incarico dell’acquisto online è stato appioppato al sottoscritto, addetto alle beghe tecnologiche nonché badante in pectore.
Quando il trapano è arrivato, l’anziana madre ha cercato subito dei motivi per restituirlo. Perché i giorni passano, gli angoli si riaffilano, le anziane madri si irrigidiscono e si riconcentrano.
Così ricevo una telefonata verso metà pomeriggio del giorno stesso. È l’anziana madre in persona.
«Il trapano ha qualcosa di strano» dice.
«Sarebbe?».
«Mancano i sacchettini delle punte. Non erano dentro il cellofan».
«Che cellofan?» chiedo.
«Sai che di solito sono nei sacchettini di cellofan».
«No,» le dico, «come potrei saperlo? Non ho mai comprato un trapano. Tu hai mai comprato un trapano?».
«No. Ma anche i libretti delle istruzioni. Erano sciolti, tutti sparsi. E c’era un capello».
«Per caso stai cercando una scusa per restituirlo?».
«Sto solo dicendo che sembra sia già stato aperto».
«Senti,» le dico, «io sono soltanto un umile intermediario, mi dite cosa devo acquistare e io lo acquisto. Mi interessa solo se il trapano lo tieni o se lo rendi, non voglio sapere altro».
«No no, lo tengo» ha detto lei.
«Bene. In ogni caso avete tempo per restituirlo fino al 15 gennaio».
«Ah sì?».
Così il trapano è rimasto, ma sub judice. Sarà l’anziano padre a usarlo, sarà l’anziana madre a valutarlo.
Come prima cosa è stato vietato all’anziano padre di dormire con il trapano sotto il cuscino, com’era solito fare quando non era in pensione.
«Nemmeno se lo spengo?» ha chiesto lui.
Gli è stato anche vietato di usarlo come sveglia, come spazzolino elettrico, come cotton-fioc e per mescolare i gusti del gelato, d’estate, il passato di verdure, d’inverno. Ovviamente non può andarci in giro, tenendolo nel fodero come Tex Willer, suo mentore impareggiabile. Inoltre non può usare il trapano a tavola, che sia per fare buchi nel pane da farcire con salse e marmellate o per rompere le pastiglie da smezzare con l’anziana madre. Non può usarlo per comunicare, soprattutto (un giro a vuoto per il Sì, due per il No e tre per il Non lo so), e non può usarlo, va da sé, per fare l’amore.
Può usarlo solo per fare buchi che prima devono essere approvati dall’Ufficio Perforazioni, aperto tutti i giorni dalle 12 alle 13.30 e dalle 19 alle 20, ovvero quando si è a tavola, e la cui Direttrice Unica è l’anziana madre stessa. Il foro o i fori da praticare vanno descritti nell’apposito spazio degli appositi moduli nella loro precisa (ipotetica) ubicazione e nella loro obiettiva necessità generale. In caso di approvazione, possono essere praticati negli orari stabiliti e mai durante il rosario, che gli anziani genitori seguono quotidianamente alla tv, come una partita di calcio, pena l’immediata restituzione del trapano e una poltroncina prenotata all’inferno.
Il primo utilizzo del trapano è stato per l’albero di Natale.
L’anziano padre ha ottenuto in effetti il permesso di comprare il trapano convincendo la Direttrice dell’Ufficio Acquisti e quella dell’Ufficio Addobbi che senza il trapano non sarebbe stato possibile montare l’albero e questo avrebbe quasi certamente rattristato il giovane figlio (che non va mai rattristato) quando fosse venuto a pranzo, o addirittura, ha detto l’anziano padre, Dio non voglia, ha aggiunto per impressionare l’anziana madre, il giovane figlio, venuto a sapere da qualche segreto anziano informatore dell’assenza dell’albero stesso, non sarebbe venuto affatto.
In che modo il trapano sia indispensabile ai fini del montaggio dell’albero è cosa che onestamente tutti ignoriamo ma che ha comunque contribuito a ottenere l’approvazione richiesta.
Il giorno dopo l’arrivo del trapano, l’albero di Natale è dunque al proprio posto, e io vengo invitato a contemplarlo, cosa che faccio mangiando del brasato accompagnato da un bicchiere di barolo, entrambi necessari per ogni mia visita straordinaria a casa degli anziani genitori, fossero anche le quattro del pomeriggio.
Nel frattempo l’anziano padre sottopone all’anziana madre richieste di nuove indispensabili perforazioni: finalmente potrà agganciare al muro quello scaffale portabottiglie che tempo fa ho acquistato e che, non volendolo in casa mia per la sua ineleganza, ho parcheggiato dagli anziani genitori, da cui vado a rifornirmi alla bisogna, come all’Esselunga.
«Te lo metto dove vuoi, dimmi solo il posto!» mi dice l’anziano padre, euforico, sparando giri di trapano verso l’Altissimo.
«Ti ho detto che non voglio vedere il trapano a tavola!» lo rimprovera allora l’anziana madre leggendo intanto la documentazione sottoposta dal coniuge ai fini dell’approvazione. L’anziano padre risponde con mezzo giro di trapano a velocità 3, che sta per Scusa, cara. Poi promette di appendere «il famoso quadro». «C’è tanto da fare!» aggiunge passando il relativo modulo all’anziana Direttrice.
«Di quale quadro blateri?» dice lei aggrottando la fronte ed esaminando la nuova richiesta scritta.
«Quello che sta giù nella cassapanca, che mi hai chiesto così tante volte di appendere… saranno dieci anni che insisti!» dice lui.
Qui cala un tetro silenzio. Poi:
«Quello di me, te e Derrick?» chiede l’anziana madre posando i moduli sul tavolo, levandosi gli occhiali da lettura e squadrando l’anziano padre con la flemma di chi terrà dalla parte del manico la fiamma ossidrica. Derrick era il pastore tedesco dei miei, amatissimo dall’anziana madre – e così chiamato in onore del noto ispettore, suo idolo –, purtroppo scomparso prematuramente (ovvero, secondo i criteri dell’anziana madre, prima del raggiungimento del cinquantesimo anno di età canina).
A questo punto l’anziano padre si rende conto di aver commesso un’imprudenza, cioè di aver calpestato una gigantesca merda teutonica.
«Dammi subito quel trapano» intima l’anziana madre cercando di sfilarlo dalla mano dell’anziano padre, il quale però riesce a proteggerlo dal maldestro tentativo di scippo facendo scudo all’arnese con il proprio corpo, dicendo poi: «Scusa, scusa! Solo un piccolo errore… ma con il trapano posso fare un buco nel quadro in corrispondenza del cane, così resteremmo solo noi due…».
Tralasciando l’assurdità della proposta, difficile dire se sia più grave aver dimenticato che Derrick non c’è più, rammentandolo così all’anziana madre e ravvivando l’incancellabile dolore causato dalla sua dipartita, o aver chiamato Derrick “cane”. Poco importa, comunque, poiché il risultato non cambia. L’anziana madre mi guarda e sentenzia: «Avvia il reso».
«Prima dovremmo riuscire a prenderglielo» le dico.
Allora lei, rivolta all’anziano padre: «Il trapano è confiscato, dammelo».
L’anziano padre risponde con due giri di trapano (No), subito dopo alzandosi, precipitandosi alla porta d’ingresso, praticando un rapido foro in modo da far saltare la serratura, aprendo così la porta e dandosi tosto alla macchia.
L’anziana madre osserva la scena, poi mi guarda e dice: «Non avrei dovuto dargli il permesso di comprarlo».
«Tra l’altro la porta era aperta» dico io.
Lei scuote la testa, poi fa un cenno verso l’albero e dice: «Almeno abbiamo l’albero. Ti piace?».
«Sì, bello,» le dico, «però…».
«Però?» chiede l’anziana madre, ormai provata.
«Mancherebbero i cioccolatini a forma di ghianda e di Babbo Natale».
L’anziana madre mi squadra per qualche istante, valuta brevemente l’ipotesi di comprarsi un trapano e un badile per regolare tutti i conti in sospeso ma poi, forse ricordando che ormai è Natale, sospira e dice:
«Domani li vado a prendere».
18.12.25
Milioni di Lady Gaga (1468)
Ho visto un video in cui Lady Gaga da Jimmy Kimmel dice che «se lavori duramente puoi fare qualunque cosa». Temo di dover precisare che questo non è esatto: se lavori duramente e sei Lady Gaga puoi fare qualunque cosa, dove con "qualunque cosa" si intende "avere successo in campo musicale e artistico" – e quello che ne può eventualmente conseguire – e non, per esempio, trovare la cura per il cancro, viaggiare nel tempo o vincere la Champions League con la Juventus. Le cose non basta volerle, non basta nemmeno fare tutto il necessario per averle, molte volte non basta nemmeno essere la persona con i requisiti giusti per averle, anzi quasi sempre. Penso dunque che la frase corretta sia: "Se vuoi una cosa e possiedi i requisiti giusti per averla e lavori duramente per averla e hai la fortuna giusta al momento giusto e anche dopo che l'hai avuta niente ti va davvero storto, allora forse sì, puoi fare qualunque cosa tra le cose che le suddette condizioni contemplano".
Naturalmente Lady Gaga voleva solo dire “nonostante tutte le difficoltà che io ho incontrato, io ce l’ho fatta! Viva me!”, ma molta gente non avrebbe apprezzato (io l’avrei trovato comunque interessante), e così ha cercato qualcosa di più universale. E, tuttavia, che consiglio è? “Se lavori duramente...". Grazie tante! Dimmi invece come realizzare qualunque cosa senza alzare un dito, è quello il consiglio di cui abbiamo bisogno.
Va infine notato che se tutti, solo con il duro lavoro, potessero diventare Lady Gaga, avremmo milioni di Lady Gaga, il che renderebbe non-interessante e non-speciale essere Lady Gaga, il che significherebbe per tutte le Lady Gaga del mondo ritrovarsi al punto di partenza, ossia non avercela fatta. Affinché Lady Gaga ce la faccia è necessario che milioni di aspiranti Lady Gaga falliscano.
17.12.25
Unico neo (1467)
Sto per comprare un paio di scarpe online, leggo le recensioni. Un tizio dà quattro stelle e dice: "Scarpe davvero belle e di ottima fattura. Unico neo: sono scomode per camminare".
16.12.25
E allora? (1466)
Dicono sempre che il tempo cambia le cose ma in realtà sei tu che devi cambiarle. Certe volte la gente lascia che lo stesso problema la renda infelice per anni quando basterebbe dire: “E allora?”. Questa è una delle cose che più mi piace dire: “E allora?”.
“Mia madre non mi amava”. E allora?
“Mio marito non mi vuole scopare?”. E allora?
“Ho successo ma sono solo”. E allora?
Non so come ho fatto a cavarmela per tanti anni prima di imparare questo trucco. Mi ci è voluto un sacco di tempo per impararlo, ma una volta imparato non lo si scorda più.
La filosofia di Andy Warhol, A. Warhol
“Mia madre non mi amava”. E allora?
“Mio marito non mi vuole scopare?”. E allora?
“Ho successo ma sono solo”. E allora?
Non so come ho fatto a cavarmela per tanti anni prima di imparare questo trucco. Mi ci è voluto un sacco di tempo per impararlo, ma una volta imparato non lo si scorda più.
La filosofia di Andy Warhol, A. Warhol
11.12.25
Il Mago dei cocktail (1465)
Una sera io e la mia amica Paola decidiamo di fare l’aperitivo in un nuovo bar dalle parti di San Paco Llorente il cui nome non lascia spazio a dubbi: Il Mago dei Cocktail. Io non lo conoscevo ma a sentire Paola il suddetto bar, o meglio il suo proprietario, cioè il Mago in persona, è famoso per la grande abilità nel preparare qualunque tipo di cocktail.
In genere bevo birra o vino, tuttavia, siccome Paola sembra molto eccitata per questa faccenda di provare finalmente un cocktail del Mago, e soprattutto considerando che mentre siamo in macchina mi dice «Tu non ordinerai mica una birra, vero?», le prometto che prenderò anch’io un cocktail.
Paola sembra allora soddisfatta e trascorre il resto del viaggio – otto minuti – a pensare a quale prendere: un Cosmopolitan? Un Bronx? Un White Russian? Un Grasshopper?
«Sai, forse dovremmo prendere prima qualcosa di molto semplice, per capire se ci sa fare davvero» dico saggiamente a Paola.
Quest’idea sembra piacerle.
«Allora prendiamo due Spritz» dice riponendo il cellulare in borsa.
Arrivati dal Mago, parcheggiamo nel piccolo spiazzo lì di fronte, completamente libero, e facciamo il nostro timido ingresso.
Il bar è vuoto.
«Mm» mugugno.
«Che hai?» mi fa Paola.
Non che mi piacciano il trambusto e le folle, però un locale vuoto mi fa sempre pensare a vasetti di olive aperti da settimane, affettati violacei, mosche in infradito e camicia hawaiana.
Poco male, penso, mi atterrò al piano di emergenza: solo alcol e patatine.
Dietro al bancone c’è un uomo sulla cinquantina, corpulento, testa a palla di biliardo, camicia scura e alluce valgo, quasi certamente il Mago dei cocktail. Quando ci vede entrare non risponde al nostro saluto e nemmeno sorride.
«Che allegria,» bisbiglio a Paola non appena seduti, «invece di un bar poteva aprire una camera mortuaria».
Paola non mi considera, sfoglia il menù e poi dice: «Non c’è lo Spritz».
«Come sarebbe?».
«Sarebbe che non c’è».
«Be’, avrà gli ingredienti per farlo. Oltre alle ovvie competenze» dico.
Paola non fa in tempo a rispondere che il Mago, faccia di pietra e sguardo torvo, è sopra di noi.
«Che vi porto?».
“Io prendo un’urna cineraria e un po’ d’incenso” penso mentre guardo Paola, incaricandola così di fare l’ordinazione.
Lei, titubante per l’assenza degli Spritz sul menù e forse intimorita per il fatto di essere finalmente al cospetto del Grande Mago dei cocktail, con la flebile voce di una timida topolina di campagna dice: «Prendiamo due banali Spritz».
Il Mago dei cocktail ci squadra con un sopracciglio alzato. Guarda prima Paola che, arrossendo, si limita a sorridergli sollevando lentamente il menù davanti al viso; poi guarda me, che però tra il locale vuoto, la totale mancanza di gentilezza, le olive quasi certamente ammuffite e questa boria come se invece di essere il Mago dei cocktail fosse il Mago dei trapianti di cuore, lo guardo e gli sorrido come a dire “Proprio così!”. Siccome il Mago è ancora un po’ incerto, aggiungo pure un «Già», soddisfatto.
A quel punto il Mago dice solo «Ok», poi abbassa il sopracciglio e se ne va, raggiungendo il fondo del locale e infilandosi dietro il bancone, fuori dalla nostra visuale. Dai rumori, possiamo intuire che ha cominciato a trafficare con gli ingredienti.
Paola allora si piega verso di me e sempre sottovoce mi fa: «Dici che l’abbiamo offeso?».
«Ma chi se ne frega» dico io. «Come fa la gente a lodare un posto del genere senza menzionare che il gestore è un musone cafone?».
«Ma dai, non è stato cafone,» dice Paola, «era solo spiazzato. Forse è stato come chiedere a Michelangelo di farci…».
«Due Spritz» dico.
«Esatto!» dice Paola, e ridiamo.
Passano quasi dieci minuti e il Mago non ci ha nemmeno portato una patatina.
«Ho fame…» dice Paola mordendo il menù.
«Anch’io» dico. «Magari posso andare alla pizzeria qui a fianco e mi faccio fare una schiacciatina con il crudo».
«E due Spritz, già che ci sei» dice Paola.
Ridiamo ancora. Continuiamo a parlare a voce bassa. Alla radio c’è Raf che canta Due. Paola, pur non avendo ancora toccato una goccia di alcol, impugna il cellulare come un microfono e canticchia ondeggiando sulla sedia: «Due banaaaliiii spritziiiini… beviaaaamo io e teeee…». Rido anch’io. Non ci staremo divertendo troppo per il Mago? Mi sono fatto l’idea che al Mago dia fastidio l’allegria.
Mentre Paola sta ancora cantando, il Mago sbuca per un attimo dal fondo del bancone per infilarsi in una porta con scritto Privato. Mentre passa ci tira un’occhiatina di rimprovero dalla distanza. Paola smette di cantare, posa il cellulare sul tavolino e ci diamo entrambi un contegno, come a scuola. Poi il Mago passa di nuovo, stavolta senza guardarci, e scompare dietro il bancone.
«Ma quanto ci mette?» mi chiede Paola.
«Starà facendo le bollicine a una a una» le dico.
Finalmente, qualche minuto dopo, il Mago esce dal bancone e si dirige verso di noi reggendo un vassoio. Non scorgo i due bicchieri, ma sul vassoio sembra esserci qualcosa di voluminoso che però non identifico. Quando arriva, dice «Ecco a voi…» e posa sul tavolino davanti a me e a Paola due ciotole. Dentro ciascuna ciotola, una banana ricoperta di gelato e panna montata.
Io e Paola ci paralizziamo. Il Mago se ne va senza neanche darci la possibilità di aprire bocca.
Guardiamo le due ciotole, ridendo sconcertati.
«Ma com’è possibile?!» dico sottovoce a Paola.
«Non capisco…» dice Paola, che poi però realizza: «Aspetta… è perché ho detto “due banali Spritz” e lui ha capito due “Banana Split”!».
A quel punto quasi soffochiamo dal ridere. Cerchiamo però di non farci sentire dal Mago. Paola si prende il pullover e se lo tira fin sopra la testa. Io mi piego su me stesso, sperando di chiudermi a palla e rotolare via come una corrierina. Intanto le Banana Split cominciano a squagliarsi.
«Che facciamo? Dobbiamo dirglielo?» mi chiede Paola. Ogni tanto il Mago butta un’occhiatina dal bancone. Forse penserà che siamo drogati, penso.
Di norma non mi faccio scrupoli a far notare un errore, ma in questo caso la situazione è anomala, quasi surreale: siamo gli unici due avventori, il Mago sembra uno che non vede l’ora di rompere il grugno a qualcuno e la Banana Split non contiene alcol, che avrebbe potuto rendermi baldanzoso. Anche Paola in genere è battagliera, ma per qualche ragione di fronte al Mago sembra in soggezione.
«Glielo puoi dire tu?» mi chiede.
«Guarda,» le dico, «preferisco pagare e andarmene e non tornare mai più. Forse preferisco andarmene senza pagare. Essere inseguito, catturato e arrestato. E non tornare mai più».
Paola sospira e assaggia il gelato.
«Mm, però è buono» dice.
Assaggio anch’io il gelato. Be’, penso, come potrebbe non essere buono? Infatti lo è.
Alla fine le dico: «In fondo lui non sa che non abbiamo avuto il coraggio di dirgli che aveva sbagliato, no? Pensa che siamo entrati nel suo bar a dicembre per mangiarci due Banana Split, alla faccia della sua bravura nel fare cocktail. “Questi qui hanno fegato”, penserà».
«Giusto» dice Paola. «Dici che ci ammira?».
«Non esageriamo. Ora però non ci resta che mangiarle, pagare e andarcene, e il nostro onore è salvo».
«E non raccontarlo mai a nessuno» dice Paola prendendo un po’ di panna montata col cucchiaio.
«Esatto» dico io.
Il giorno dopo, mentre beviamo una birra e un banale Spritz al Cerveza, raccontiamo tutto alla nostra comune amica Carla.
Carla ascolta la storia impassibile, fumando una sigaretta e fissandoci, gelida.
Quando abbiamo finito, soffia una nuvola di fumo e dice: «Perché non avete detto che si era sbagliato?».
Io e Paola ci guardiamo e non troviamo una buona risposta diversa da: “Abbiamo avuto paura del Mago”. Perciò alziamo le spalle.
Carla scuote la testa. Non c’è dubbio che lei avrebbe detto al Mago che le Banana Split se le poteva mangiare lui, ma solo dopo averle fatto gli Spritz richiesti. E il Mago avrebbe obbedito. Forse alla fine le avrebbe offerto gli Spritz, scusandosi. Poi avrebbe cercato di fare il simpatico, perché tutti cercano di fare i simpatici con Carla. Carla avrebbe assistito alla scena senza sorridere, quindi se ne sarebbe andata senza più far ritorno.
Tuttavia, se avessi provato io a impormi, sono certo che il Mago, arrotolandosi le maniche e affilando una mezzaluna, mi avrebbe detto che le quattordici Banana Split andavano pagate. Forse anche mangiate. “Come quattordici?” avrei detto io. “Adesso sono quindici, signorino” avrebbe detto lui. “Più che giusto” avrei detto io. O forse avrebbe preso un bastoncino per cocktail e usandolo come bacchetta mi avrebbe trasformato in un cumulo di panna.
Lo sguardo di Carla ci sembra una seconda, immeritata mortificazione.
Così nei giorni successivi tra me e Paola occorre un fitto scambio di messaggi durante i quali svisceriamo la faccenda da un punto di vista etico, sociologico, antropologico e psicologico arrivando alla conclusione che, primo, ci siamo comportati da vero signore e vera signora e, secondo, giunti alla nostra età forse non possiamo più accettare di avere paura di un barista: Paola aveva detto “due banali Spritz”. Chiaro e semplice. E se il Mago ha le orecchie piene di cerume (con cui probabilmente guarnisce le Banana Split), non è certo affar nostro.
Durante una telefonata in cui ci assolviamo e ringalluzziamo a vicenda, veniamo infine a capo della questione.
«Avremmo dovuto dirgli: “E questi cosa sarebbero?”» dice Paola. «”Abbiamo chiesto due Spritz. O siamo in una gelateria? Aspetti che vado a vedere l’insegna, fuori. Magari ho letto male e c’è scritto Il Mago dei gelati”».
«Esatto! O Il Mago delle Banana Split!» dico io trascinato dal piglio e dal carattere di questa piccola condottiera.
«O il Bar Nana Split» dice Paola.
Rido. «E se lui avesse protestato,» dico poi, «io l’avrei preso per il colletto della camicia e avrei detto: “Sono pure allergico alle banane!».
«No, Joey,» mi dice Paola, «non dobbiamo mentire né usare espedienti. La cosa è semplice: lui sbaglia l’ordinazione e noi, gentilmente ma con fermezza, gli facciamo notare l’errore. Siamo clienti, eh! Paghiamo!».
«Il cliente ha sempre ragione!» dico io.
«Giusto!» dice Paola.
Siamo molto soddisfatti di noi. Abbiamo avuto una piccola incertezza, è vero, ma ora sappiamo come agire in situazioni simili. Sono finiti i tempi in cui un Mago dei gelati qualunque può metterci i piedi in testa!
«Ah, Paola, tornassi indietro non esiterei un istante! Peccato che la risposta giusta ti venga sempre dopo, vero?» dico appena prima di salutarla e mettermi a dormire e sognare di essere alla guida di un esercito di banane pronte a conquistare il mondo.
«Be’, ma noi possiamo tornare indietro» dice Paola.
Questa frase mi fa passare il sonno di colpo.
«Cioè?».
«Cioè domani noi due torniamo dal Mago, ordiniamo due banali Spritz e se lui ci porta ancora due Banana Split gli facciamo vedere chi è che comanda». «Be’,» provo a dire io, «ma… ma non sbaglierà di nuovo e poi...».
E Paola: «Lascia fare a me».
Così il giorno dopo torniamo dal Mago.
Il locale è sempre vuoto, lui è sempre allegro come un becchino che debba seppellire sé stesso e noi ci sediamo al medesimo tavolo. Questa volta Paola non consulta il menù, attende solo l’arrivo del Mago, che dopo un paio di minuti è da noi.
Paola, come mi ha spiegato in macchina, fa la stessa ordinazione con la stessa impercettibile voce da topolina afona. Aggiunge pure un discutibile: «Come l’altra volta».
Il Mago a questo giro non alza il sopracciglio, non esita. Gira i tacchi e se ne va.
Dopo dieci minuti, eccolo con il vassoio e, per la gioia di Paola, ci mette sul tavolino altre due magnifiche Banana Split. Sembrano più colorate e invitanti dell’altro giorno. Che ci stia prendendo gusto? Forse sono un gelataio, starà pensando. E immagina il suo bar riempirsi di famigliole e, fuori, una nuova insegna colorata: Il Mago del gelato. Oppure, starà pensando, ‘sta cosa di chiamarmi da solo Mago m’ha portato sfiga. Ci vuole una scritta semplice, umile: Gelato. Oppure: Qui, gelato. Se vi va.
Non sa però che i suoi sogni di rinascita stanno per andare in frantumi.
Paola mi guarda come a dire: vai.
Io la guardo come a dire: vai pure tu.
Lei mi guarda come a dire: vai!!!
Io la guardo come a dire: ma perché devo andare io? L’idea è stata tua! E poi guardo il Mago per dire: signor Mago, l’idea è stata sua, non mia!
Il Mago mi guarda come a dire: ho proprio voglia di spaccare un bel grugno occhialuto.
Alla fine dico: «Ehm, sì, signor Mago, scusi, ci sarebbe…».
Paola tossisce per richiamarmi.
«Cioè… non ci sarebbe… c’è lo stesso errore della volta scorsa».
«Che errore?» dice il Mago, secco.
Guardo Paola come a dire: qui si mette male.
Paola mi guarda come a dire: ho notato, ma ormai siamo in ballo, anzi sei in ballo, anzi ma chi ti conosce?
Dico al Mago: «Noi abbiamo detto… cioè la mia amica qui ha detto, se non ricordo male, “due banali Spritz”, non “due Banana Split” e quindi…».
Il Mago dice: «Lo so».
E io: «Ah». Poi, rivolto a Paola: «Lo sa».
E Paola: «Ah, ecco».
«Era giusto un dubbio che ci era venuto» dico al Mago. «Ci scusi» dico. «Grazie» aggiungo.
Il Mago non dice altro e se ne va.
Io e Paola allora ci guardiamo, allarghiamo le braccia come a dire “be’, abbiamo fatto il possibile, no?” e poi, senza fiatare, ci mangiamo le Banana Split.
(Buonissime, tra l’altro).
In genere bevo birra o vino, tuttavia, siccome Paola sembra molto eccitata per questa faccenda di provare finalmente un cocktail del Mago, e soprattutto considerando che mentre siamo in macchina mi dice «Tu non ordinerai mica una birra, vero?», le prometto che prenderò anch’io un cocktail.
Paola sembra allora soddisfatta e trascorre il resto del viaggio – otto minuti – a pensare a quale prendere: un Cosmopolitan? Un Bronx? Un White Russian? Un Grasshopper?
«Sai, forse dovremmo prendere prima qualcosa di molto semplice, per capire se ci sa fare davvero» dico saggiamente a Paola.
Quest’idea sembra piacerle.
«Allora prendiamo due Spritz» dice riponendo il cellulare in borsa.
Arrivati dal Mago, parcheggiamo nel piccolo spiazzo lì di fronte, completamente libero, e facciamo il nostro timido ingresso.
Il bar è vuoto.
«Mm» mugugno.
«Che hai?» mi fa Paola.
Non che mi piacciano il trambusto e le folle, però un locale vuoto mi fa sempre pensare a vasetti di olive aperti da settimane, affettati violacei, mosche in infradito e camicia hawaiana.
Poco male, penso, mi atterrò al piano di emergenza: solo alcol e patatine.
Dietro al bancone c’è un uomo sulla cinquantina, corpulento, testa a palla di biliardo, camicia scura e alluce valgo, quasi certamente il Mago dei cocktail. Quando ci vede entrare non risponde al nostro saluto e nemmeno sorride.
«Che allegria,» bisbiglio a Paola non appena seduti, «invece di un bar poteva aprire una camera mortuaria».
Paola non mi considera, sfoglia il menù e poi dice: «Non c’è lo Spritz».
«Come sarebbe?».
«Sarebbe che non c’è».
«Be’, avrà gli ingredienti per farlo. Oltre alle ovvie competenze» dico.
Paola non fa in tempo a rispondere che il Mago, faccia di pietra e sguardo torvo, è sopra di noi.
«Che vi porto?».
“Io prendo un’urna cineraria e un po’ d’incenso” penso mentre guardo Paola, incaricandola così di fare l’ordinazione.
Lei, titubante per l’assenza degli Spritz sul menù e forse intimorita per il fatto di essere finalmente al cospetto del Grande Mago dei cocktail, con la flebile voce di una timida topolina di campagna dice: «Prendiamo due banali Spritz».
Il Mago dei cocktail ci squadra con un sopracciglio alzato. Guarda prima Paola che, arrossendo, si limita a sorridergli sollevando lentamente il menù davanti al viso; poi guarda me, che però tra il locale vuoto, la totale mancanza di gentilezza, le olive quasi certamente ammuffite e questa boria come se invece di essere il Mago dei cocktail fosse il Mago dei trapianti di cuore, lo guardo e gli sorrido come a dire “Proprio così!”. Siccome il Mago è ancora un po’ incerto, aggiungo pure un «Già», soddisfatto.
A quel punto il Mago dice solo «Ok», poi abbassa il sopracciglio e se ne va, raggiungendo il fondo del locale e infilandosi dietro il bancone, fuori dalla nostra visuale. Dai rumori, possiamo intuire che ha cominciato a trafficare con gli ingredienti.
Paola allora si piega verso di me e sempre sottovoce mi fa: «Dici che l’abbiamo offeso?».
«Ma chi se ne frega» dico io. «Come fa la gente a lodare un posto del genere senza menzionare che il gestore è un musone cafone?».
«Ma dai, non è stato cafone,» dice Paola, «era solo spiazzato. Forse è stato come chiedere a Michelangelo di farci…».
«Due Spritz» dico.
«Esatto!» dice Paola, e ridiamo.
Passano quasi dieci minuti e il Mago non ci ha nemmeno portato una patatina.
«Ho fame…» dice Paola mordendo il menù.
«Anch’io» dico. «Magari posso andare alla pizzeria qui a fianco e mi faccio fare una schiacciatina con il crudo».
«E due Spritz, già che ci sei» dice Paola.
Ridiamo ancora. Continuiamo a parlare a voce bassa. Alla radio c’è Raf che canta Due. Paola, pur non avendo ancora toccato una goccia di alcol, impugna il cellulare come un microfono e canticchia ondeggiando sulla sedia: «Due banaaaliiii spritziiiini… beviaaaamo io e teeee…». Rido anch’io. Non ci staremo divertendo troppo per il Mago? Mi sono fatto l’idea che al Mago dia fastidio l’allegria.
Mentre Paola sta ancora cantando, il Mago sbuca per un attimo dal fondo del bancone per infilarsi in una porta con scritto Privato. Mentre passa ci tira un’occhiatina di rimprovero dalla distanza. Paola smette di cantare, posa il cellulare sul tavolino e ci diamo entrambi un contegno, come a scuola. Poi il Mago passa di nuovo, stavolta senza guardarci, e scompare dietro il bancone.
«Ma quanto ci mette?» mi chiede Paola.
«Starà facendo le bollicine a una a una» le dico.
Finalmente, qualche minuto dopo, il Mago esce dal bancone e si dirige verso di noi reggendo un vassoio. Non scorgo i due bicchieri, ma sul vassoio sembra esserci qualcosa di voluminoso che però non identifico. Quando arriva, dice «Ecco a voi…» e posa sul tavolino davanti a me e a Paola due ciotole. Dentro ciascuna ciotola, una banana ricoperta di gelato e panna montata.
Io e Paola ci paralizziamo. Il Mago se ne va senza neanche darci la possibilità di aprire bocca.
Guardiamo le due ciotole, ridendo sconcertati.
«Ma com’è possibile?!» dico sottovoce a Paola.
«Non capisco…» dice Paola, che poi però realizza: «Aspetta… è perché ho detto “due banali Spritz” e lui ha capito due “Banana Split”!».
A quel punto quasi soffochiamo dal ridere. Cerchiamo però di non farci sentire dal Mago. Paola si prende il pullover e se lo tira fin sopra la testa. Io mi piego su me stesso, sperando di chiudermi a palla e rotolare via come una corrierina. Intanto le Banana Split cominciano a squagliarsi.
«Che facciamo? Dobbiamo dirglielo?» mi chiede Paola. Ogni tanto il Mago butta un’occhiatina dal bancone. Forse penserà che siamo drogati, penso.
Di norma non mi faccio scrupoli a far notare un errore, ma in questo caso la situazione è anomala, quasi surreale: siamo gli unici due avventori, il Mago sembra uno che non vede l’ora di rompere il grugno a qualcuno e la Banana Split non contiene alcol, che avrebbe potuto rendermi baldanzoso. Anche Paola in genere è battagliera, ma per qualche ragione di fronte al Mago sembra in soggezione.
«Glielo puoi dire tu?» mi chiede.
«Guarda,» le dico, «preferisco pagare e andarmene e non tornare mai più. Forse preferisco andarmene senza pagare. Essere inseguito, catturato e arrestato. E non tornare mai più».
Paola sospira e assaggia il gelato.
«Mm, però è buono» dice.
Assaggio anch’io il gelato. Be’, penso, come potrebbe non essere buono? Infatti lo è.
Alla fine le dico: «In fondo lui non sa che non abbiamo avuto il coraggio di dirgli che aveva sbagliato, no? Pensa che siamo entrati nel suo bar a dicembre per mangiarci due Banana Split, alla faccia della sua bravura nel fare cocktail. “Questi qui hanno fegato”, penserà».
«Giusto» dice Paola. «Dici che ci ammira?».
«Non esageriamo. Ora però non ci resta che mangiarle, pagare e andarcene, e il nostro onore è salvo».
«E non raccontarlo mai a nessuno» dice Paola prendendo un po’ di panna montata col cucchiaio.
«Esatto» dico io.
Il giorno dopo, mentre beviamo una birra e un banale Spritz al Cerveza, raccontiamo tutto alla nostra comune amica Carla.
Carla ascolta la storia impassibile, fumando una sigaretta e fissandoci, gelida.
Quando abbiamo finito, soffia una nuvola di fumo e dice: «Perché non avete detto che si era sbagliato?».
Io e Paola ci guardiamo e non troviamo una buona risposta diversa da: “Abbiamo avuto paura del Mago”. Perciò alziamo le spalle.
Carla scuote la testa. Non c’è dubbio che lei avrebbe detto al Mago che le Banana Split se le poteva mangiare lui, ma solo dopo averle fatto gli Spritz richiesti. E il Mago avrebbe obbedito. Forse alla fine le avrebbe offerto gli Spritz, scusandosi. Poi avrebbe cercato di fare il simpatico, perché tutti cercano di fare i simpatici con Carla. Carla avrebbe assistito alla scena senza sorridere, quindi se ne sarebbe andata senza più far ritorno.
Tuttavia, se avessi provato io a impormi, sono certo che il Mago, arrotolandosi le maniche e affilando una mezzaluna, mi avrebbe detto che le quattordici Banana Split andavano pagate. Forse anche mangiate. “Come quattordici?” avrei detto io. “Adesso sono quindici, signorino” avrebbe detto lui. “Più che giusto” avrei detto io. O forse avrebbe preso un bastoncino per cocktail e usandolo come bacchetta mi avrebbe trasformato in un cumulo di panna.
Lo sguardo di Carla ci sembra una seconda, immeritata mortificazione.
Così nei giorni successivi tra me e Paola occorre un fitto scambio di messaggi durante i quali svisceriamo la faccenda da un punto di vista etico, sociologico, antropologico e psicologico arrivando alla conclusione che, primo, ci siamo comportati da vero signore e vera signora e, secondo, giunti alla nostra età forse non possiamo più accettare di avere paura di un barista: Paola aveva detto “due banali Spritz”. Chiaro e semplice. E se il Mago ha le orecchie piene di cerume (con cui probabilmente guarnisce le Banana Split), non è certo affar nostro.
Durante una telefonata in cui ci assolviamo e ringalluzziamo a vicenda, veniamo infine a capo della questione.
«Avremmo dovuto dirgli: “E questi cosa sarebbero?”» dice Paola. «”Abbiamo chiesto due Spritz. O siamo in una gelateria? Aspetti che vado a vedere l’insegna, fuori. Magari ho letto male e c’è scritto Il Mago dei gelati”».
«Esatto! O Il Mago delle Banana Split!» dico io trascinato dal piglio e dal carattere di questa piccola condottiera.
«O il Bar Nana Split» dice Paola.
Rido. «E se lui avesse protestato,» dico poi, «io l’avrei preso per il colletto della camicia e avrei detto: “Sono pure allergico alle banane!».
«No, Joey,» mi dice Paola, «non dobbiamo mentire né usare espedienti. La cosa è semplice: lui sbaglia l’ordinazione e noi, gentilmente ma con fermezza, gli facciamo notare l’errore. Siamo clienti, eh! Paghiamo!».
«Il cliente ha sempre ragione!» dico io.
«Giusto!» dice Paola.
Siamo molto soddisfatti di noi. Abbiamo avuto una piccola incertezza, è vero, ma ora sappiamo come agire in situazioni simili. Sono finiti i tempi in cui un Mago dei gelati qualunque può metterci i piedi in testa!
«Ah, Paola, tornassi indietro non esiterei un istante! Peccato che la risposta giusta ti venga sempre dopo, vero?» dico appena prima di salutarla e mettermi a dormire e sognare di essere alla guida di un esercito di banane pronte a conquistare il mondo.
«Be’, ma noi possiamo tornare indietro» dice Paola.
Questa frase mi fa passare il sonno di colpo.
«Cioè?».
«Cioè domani noi due torniamo dal Mago, ordiniamo due banali Spritz e se lui ci porta ancora due Banana Split gli facciamo vedere chi è che comanda». «Be’,» provo a dire io, «ma… ma non sbaglierà di nuovo e poi...».
E Paola: «Lascia fare a me».
Così il giorno dopo torniamo dal Mago.
Il locale è sempre vuoto, lui è sempre allegro come un becchino che debba seppellire sé stesso e noi ci sediamo al medesimo tavolo. Questa volta Paola non consulta il menù, attende solo l’arrivo del Mago, che dopo un paio di minuti è da noi.
Paola, come mi ha spiegato in macchina, fa la stessa ordinazione con la stessa impercettibile voce da topolina afona. Aggiunge pure un discutibile: «Come l’altra volta».
Il Mago a questo giro non alza il sopracciglio, non esita. Gira i tacchi e se ne va.
Dopo dieci minuti, eccolo con il vassoio e, per la gioia di Paola, ci mette sul tavolino altre due magnifiche Banana Split. Sembrano più colorate e invitanti dell’altro giorno. Che ci stia prendendo gusto? Forse sono un gelataio, starà pensando. E immagina il suo bar riempirsi di famigliole e, fuori, una nuova insegna colorata: Il Mago del gelato. Oppure, starà pensando, ‘sta cosa di chiamarmi da solo Mago m’ha portato sfiga. Ci vuole una scritta semplice, umile: Gelato. Oppure: Qui, gelato. Se vi va.
Non sa però che i suoi sogni di rinascita stanno per andare in frantumi.
Paola mi guarda come a dire: vai.
Io la guardo come a dire: vai pure tu.
Lei mi guarda come a dire: vai!!!
Io la guardo come a dire: ma perché devo andare io? L’idea è stata tua! E poi guardo il Mago per dire: signor Mago, l’idea è stata sua, non mia!
Il Mago mi guarda come a dire: ho proprio voglia di spaccare un bel grugno occhialuto.
Alla fine dico: «Ehm, sì, signor Mago, scusi, ci sarebbe…».
Paola tossisce per richiamarmi.
«Cioè… non ci sarebbe… c’è lo stesso errore della volta scorsa».
«Che errore?» dice il Mago, secco.
Guardo Paola come a dire: qui si mette male.
Paola mi guarda come a dire: ho notato, ma ormai siamo in ballo, anzi sei in ballo, anzi ma chi ti conosce?
Dico al Mago: «Noi abbiamo detto… cioè la mia amica qui ha detto, se non ricordo male, “due banali Spritz”, non “due Banana Split” e quindi…».
Il Mago dice: «Lo so».
E io: «Ah». Poi, rivolto a Paola: «Lo sa».
E Paola: «Ah, ecco».
«Era giusto un dubbio che ci era venuto» dico al Mago. «Ci scusi» dico. «Grazie» aggiungo.
Il Mago non dice altro e se ne va.
Io e Paola allora ci guardiamo, allarghiamo le braccia come a dire “be’, abbiamo fatto il possibile, no?” e poi, senza fiatare, ci mangiamo le Banana Split.
(Buonissime, tra l’altro).
4.12.25
Loro lo sentono (1464)
Ieri ho guardato Rush, il film del 2013 sulla rivalità tra i due piloti di Formula 1 Niki Lauda e James Hunt. Stando ai voti su Imdb (8.1 secondo il pubblico, come Barry Lyndon, e 7.4 per la critica, come Inception) e alle recensioni, anche di testate molto note, sembra proprio essere un capolavoro, sentite qua il Telegraph: "Una sceneggiatura superba". Wow, penso, proprio quello che mi ci vuole. Così comincio la visione. Tuttavia, dopo tre minuti James dice, serio, con voce profonda: «Le donne vanno matte per noi piloti non per quello che facciamo, non perché giriamo ore e ore in tondo su una macchina, no, è per la nostra vicinanza con la morte, e più sei vicino alla morte, più ti senti vivo… più sei vivo. E loro questo lo sentono». Frase che mi fa molto ridere (così come quel "e loro questo lo sentono", che sembra che stia parlando del bestiame, che sente quando sta per arrivare un temporale). Comunque sia, mentre guardo questa prima scena in cui James, pilota sciupafemmine, dopo pochi minuti fa sesso con un'infermiera battendo quasi ogni record in un film non pornografico, e forse anche per i film pornografici, e sto già per interrompere, mi dico "Mm, forse posso imparare molto in fatto di donne da questo film", e questo perché quando l'infermiera gli chiede «Oh, James, come ti sei fatto questa ferita?», che ci fossi stato io le avrei raccontato tutto per filo e per segno parlando a macchinetta e tempestandola poi di domande sui tempi di guarigione, modalità di medicazione e possibili conseguenze, approfittando poi dell'occasione per farmi controllare anche qualche altro piccolo disturbo e magari fare un prelievo per vedere i livelli di vitamina D, James, con voce da duro, le dice: «Non sono affari tuoi». E lì ho pensato: “Hai capito? Farò così anch'io!”. Vi saprò dire se funziona.
Legge di Paola sui mandarini (1462)
Colazione con le mie amiche Paola e Carla. Mentre leggo una cosa sul cellulare, capto questo frammento di conversazione tra le due:
Paola: «L'ultimo mandarino che mangi è sempre il più cattivo».
Carla: «Anche se ne mangi uno solo?»
Paola (ride, poi): «Ho anche provato a fregarlo prendendo tre mandarini e mangiandone solo due, ma non ha funzionato».
Carla: «A fregare chi?».
Paola: «Il meccanismo dei mandarini».
Carla «Prova a mangiare l'ultimo per primo».
Paola: «Non ci avevo pensato».
Carla: «Comunque adesso ho mangiato tre mandarini e quello cattivo era il secondo».
Paola: «Li avrai mangiati nell'ordine sbagliato».
Paola: «L'ultimo mandarino che mangi è sempre il più cattivo».
Carla: «Anche se ne mangi uno solo?»
Paola (ride, poi): «Ho anche provato a fregarlo prendendo tre mandarini e mangiandone solo due, ma non ha funzionato».
Carla: «A fregare chi?».
Paola: «Il meccanismo dei mandarini».
Carla «Prova a mangiare l'ultimo per primo».
Paola: «Non ci avevo pensato».
Carla: «Comunque adesso ho mangiato tre mandarini e quello cattivo era il secondo».
Paola: «Li avrai mangiati nell'ordine sbagliato».
18.11.25
La souris-sur-mer (1461)
Incontro la signora Matilde, una delle mie vicine, donna colta, elegante e raffinata. Mi fa: «Joey, posso farti una domanda?». Penso: "Mi vorrà chiedere quale libro ho maggiormente apprezzato della pentalogia autobiografica di Thomas Bernhard. O mi vorrà chiedere se preferisco i blanc de noirs o i blanc de blancs. O mi vorrà chiedere se voglio fuggire con lei, magari a Trouville-sur-Mer". «Prego» le dico. E lei: «Secondo te posso buttare un topo morto nell'umido?». Sorrido. Non faccio domande. Sfilo il cellulare dalla tasca e dico: «Cerchiamo nell'applicazione dei conferimenti! Dunque, topo morto, topo morto… no, non c'è. Proviamo solo topo? Niente. Roditore? No, niente. Proviamo salma… non c'è. Proviamo cadavere… nemmeno. Proviamo carcassa? Ah, carcassa c'è!». E lei: «Davvero?». E io: «Sì, ecco qui: carcassa di animale e carcassa d'auto». «E dove dice di buttarla?» mi chiede. E io: «Dice di chiamare l'ASL». «Per un topo morto?» mi fa lei, seccata, alzando un sopracciglio. E io: «Guarda, anch'io sono sorpreso, tra l'altro fino al 541 d.C. si buttavano nel bidoncino dell'organico, ma poi, sai, quella faccenduola della peste bubbonica… e quindi niente da fare: ASL». E lei: «E se lo seppellisco in giardino?». E io: «Mm, un cimitero di roditori, che deliziosa idea! Ma temo che l'ASL, sempre lei, non ne sarebbe entusiasta». Allora Matilde: «Va be', vedrò. Grazie, eh». E io, sollevando leggermente la tesa del cilindro: «Per servirti!».
17.11.25
I dolcetti (1460)
Una mattina suono il citofono di casa della mia amica Paola.
Quando si apre la porta, però, sulla soglia non si presenta Paola, bensì una versione miniaturizzata di Gary Oldman in Dracula: la nonna di Paola.
La cosa mi sorprende relativamente perché so che la vecchiarella, quando le gira, si presenta con un valigione, il citofono come unico preavviso, e senza molti preamboli annuncia: «Sono venuta a trovarti», e resta lì un mese.
«Buongiorno, signora» le dico.
«Buongiorno» mi dice lei un po’ sospettosa.
«Paola?» chiedo.
E lei, secca: «Non c’è».
Per nulla sorpreso dalla ruvidezza della vecchia così come dall’assenza di Paola nonostante il nostro appuntamento, scrivo a quest’ultima per chiedere lumi sull’apparente incongruenza.
Paola risponde con “Scusa sono dovuta uscire un attimo con mia mamma… arrivo subito!”.
Sospiro, poi guardo la nonna di Paola, che mi guarda a sua volta con aria interrogativa.
«Paola dice che devo aspettarla qui» dico sollevando il cellulare, non sapendo se per lei è ovvio che il mio gesto significa “Sa, Paola e io stiamo comunicando attraverso questo oggetto” e non “Signora, mi duole informarla che questo oggetto sta per abbattersi sul suo capo”.
«Entra,» mi fa lei un po’ incerta, «tra poco tornano».
La seguo fino in cucina, dove mi indica una sedia e mi fa: «Siediti», perciò mi siedo e aspetto. Valuto per un momento l’ipotesi di fare conversazione, ma non mi va, e nemmeno a lei sembra andare, quindi restiamo in silenzio. Essendo una donna del fare, comunque, la nonna di Paola comincia a estrarre dai cassetti pentolini, ciotole, mestoli e cucchiai, quindi rovista nel frigo e negli scaffali pescando ingredienti di vario genere e si mette a preparare qualche intruglio mentre io comincio a smanettare sul cellulare.
Ogni tanto mi guarda e abbozza un sorriso prima di tornare alla sua preparazione.
Quando, mezz’ora dopo, ha concluso con i fornelli, mi viene appresso quatta quatta e non appena alzo la testa per capire che cosa voglia, vedo che mi porge una specie di raviolo ricoperto di zucchero a velo.
«Lo vuoi un dolcetto?» mi fa.
Ora, se c’è una cosa che detesto è che mi si metta qualcosa da mangiare sotto il naso desiderando che la inghiotta e associando a questo eventuale inghiottimento una qualsivoglia reazione emotiva.
La ragione è che sono schizzinoso o, come si dice qui a San Paco, “smorbi”.
Per tutti i non-smorbi, uno smorbi è una persona difficile e schifiltosa con il cibo; per noi smorbi, invece, uno smorbi è solo una persona che ha dei gusti molto ben definiti, degli standard precisi e delle pretese accurate che applica a tutto ciò che si suppone debba introdurre nel proprio corpo.
Uno smorbi non mangia a prescindere, non mangia tanto per mangiare, non mangia per dare soddisfazione ad altri, non mangia se non ha fame e a volte non mangia anche se ha fame, e questo perché, soprattutto, non mangia se il cibo che dovrebbe mangiare non ha prima superato tutti i controlli di sicurezza & qualità tipici della smorbiezza. Se uno smorbi dice che gli piace l’insalata di riso, questo non significa che mangerà qualunque insalata di riso: ad esempio non la mangerà se è stata preparata da un facocero, o se è rimasta un’ora (ma facciamo venti minuti) fuori dal frigo.
Esistono poi due tipi di smorbi: lo smorbi che ha il coraggio di dire apertamente “no, grazie” (“no, fottiti”) a chi gli offre amorevolmente del cibo, e poi lo smorbi che questo coraggio non ce l’ha e dunque metterà in atto ogni possibile stratagemma per evitare di ingoiarlo, tipo infilarsi una cotoletta in tasca o fare conversazione per due ore con un pezzetto di cibo in un angolo della bocca, salvo poi, alla prima occasione, andarlo a sputare in un vaso di fiori con la nonchalance di un fenicottero. Io sono uno smorbi del secondo tipo ma, se messo alle strette, posso diventare rapidamente del primo.
La nonna di Paola non sa nulla di tutto questo. Per lei sono un essere umano con una bocca, e tanto basta.
«Lo vuoi un dolcetto?» mi ha appena chiesto piazzandomi il raviolo o quello che è sotto il naso.
Io non lo voglio, il dolcetto, e per una serie di ragioni: in quel momento non ho voglia di dolci; non so cosa c’è dentro; tendo a non mangiare cibo preparato da persone che tengono un fazzoletto nella manica del golfino.
Tuttavia, in questa particolare situazione non ho la prontezza o il coraggio di dire “no, grazie” né l’occasione di prendere il dolcetto e infilarmelo in tasca senza che la nonna di Paola mi veda e, per il dispiacere, ne muoia.
Avrebbe senso dirle che non amo quando la gente mi offre del cibo? So che è universalmente un gesto di affetto, accoglienza e balle varie, e so che lei viene da un mondo on/off dove se mangi stai bene e sei vivo, se non mangi sei morto; se accetti il cibo sei educato, se non lo accetti sei uno stronzo; se ti piace il cibo che ti è stato offerto sei buono, se non ti piace sei malvagio. Un mondo dove il cibo preparato con amore non può fare schifo.
Così prendo il dolcetto, ringrazio la nonna di Paola e lo mangio.
Il dolcetto non è male (visto?), sa di panna e limone.
«Prendine un altro» mi dice.
Ma sì, penso.
«Sì, grazie» le dico, contento che il dolcetto sia buono, contento di farla felice agendo in sincerità. Dunque ne mangio un altro.
La nonna di Paola mi osserva mangiare i dolcetti. Sembra soddisfatta.
«Un altro» mi dice poi.
A quel punto è chiaro che la vecchietta non si stancherà mai della soddisfazione che le dà vedermi mangiare i dolcetti che lei stessa ha preparato con tanto amore. Se, una volta completamente rimpinzato di dolcetti, stramazzassi al suolo privo di sensi, la nonna continuerebbe a infilarmeli in bocca a forza: “Prendi un altro dolcetto,” direbbe, “ce ne stanno ancora” direbbe, sia nel senso che ne ha degli altri, sia nel senso che dentro il mio corpo c’è, spingendo, tutto lo spazio per metterli.
Alla fine allora devo essere forte e dire: «No, grazie».
La nonna di Paola mi guarda, accigliata.
«Anzi devo scappare» aggiungo e, per rafforzare la veridicità di quella presa di posizione mi avvio alla porta ma, i casi della vita, proprio in quel momento Paola fa ritorno. Con lei c’è sua madre, che mi dice: «Joey! Ti fermi a pranzo?».
«Mm… ok!» dico, ormai completamente in balia di questo manipolo di gastrocentrici, e poco dopo arriva anche il padre di Paola, e poco dopo ancora siamo tutti a tavola, mangiamo, parliamo e ridiamo, tranne la nonna di Paola, che sta seduta in silenzio sbocconcellando qua e là.
Alla fine del pranzo, però, si alza con decisione, va in cucina e poi torna con la ciotola di dolcetti.
«E questi?» dice la mamma di Paola.
«Dolcetti» dice la nonna di Paola facendo spallucce.
«Ah, ti sei tenuta impegnata, brava» le dice la madre di Paola, e mangia un dolcetto.
Anche il padre di Paola mangia un dolcetto. E anche Paola. E anch’io. E poi un altro, e un altro ancora. Sono piccoli, sono freschi, sanno di panna e limone. Un po’ aciduli, forse. Per via del limone, sicuramente. Per via della panna, anche. Panna acidula, no? E tutto torna.
«Ma come li hai fatti?» chiede a un certo punto la mamma di Paola mangiando un altro dolcetto, mentre io e il padre di Paola e Paola stessa mangiamo un altro dolcetto anche noi.
«Con il limone» dice la nonna di Paola, «con la farina» dice, «con lo zucchero» dice , «con l’olio» dice, «con la fecola» dice, e «con la crema».
Qui la mamma di Paola aggrotta la fronte, la bocca piena di dolcetto mezzo masticato.
«Quale crema?» le chiede liberando uno sbuffetto di zucchero a velo.
«La crema» dice la nonna di Paola.
«Ma quale crema?» le chiede ancora la mamma di Paola, guardando poi tutti i presenti, i quali, pur continuando a masticare, mettono nel masticamento sempre meno convinzione.
«La crema, la crema…» dice la nonna di Paola, un po’ stizzita.
«Sì, ho capito, ma quale crema, mamma? Come l’hai fatta ‘sta crema?».
«Non l’ho fatta» dice allora la nonna di Paola.
Qui ci voltiamo tutti a guardarla, in silenzio. Anche il mezzobusto del Tg smette di leggere le notizie e rimette un dolcetto mezzo addentato sulla scrivania.
«Era nel frigo» dice la nonna di Paola.
«Ma quale crema nel frigo?» dice la madre di Paola. «Non c’era nessuna crema nel frigo».
Al che io comincio a sudare freddo e penso: signora nonna, per favore, dia la risposta giusta, dica “la crema nella ciotola verde”, o “nella ciotola rossa”, “la crema sul ripiano alto”, o “sul ripiano basso”, dia una risposta qualunque, anche inventata, “la crema brûlée”, “la crema cotta”, “la crema bianca”, “la crema de la crème”, qualunque cosa purché contenga la parola “crema” e purché poi la madre di Paola risponda finalmente con “Ah, la crema! E non potevi dirlo subito? La crema per i dolcetti, certo!”, e così tutto sarebbe risolto.
Ma la nonna di Paola, ora stizzita, dice solo «La crema, la crema!» e da quel momento in poi incrocia le braccia e si avvale della facoltà di non rispondere.
Nessuno mangia più i dolcetti, che comunque ormai sono finiti e giacciono meditabondi nei nostri stomaci indifesi. Immagino uno sportellino che si apre nella parte inferiore di ogni dolcetto, una scaletta di fecola che viene calata fino a terra, piccoli animaletti gelatinosi con le antenne che scendono armati di bisturi, si guardano intorno e dicono: «Bene, cominciamo».
«Va be’, faccio il caffè» dice allora la mamma di Paola, alzandosi.
Dopo il caffè facciamo due chiacchiere e il tempo scorre gradevolmente, la nonna sembra assopita e dopo un po’ il padre di Paola si assenta, quindi torna. Poco dopo anche la mamma di Paola si assenta e poi torna. Allora si assenta Paola, che poi torna ma a quel punto mi assento io, e io non lo so che cosa si sono assentati a fare, gli altri, ma io mi sono assentato per un motivo molto preciso: guadagnare celermente il cosiddetto vaso di maiolica, dove poi mi siedo e assisto con un qual certo sbigottimento a quella che sembra la totale liquefazione di ciò che un tempo stava più o meno solidamente al mio interno, quindi torno di là e trovo tutti seduti da qualche parte, ma con certe facce… e tutti che si massaggiano debolmente la pancia e si lamentano producendo il suono sommesso ma nervoso di un gatto in attesa di essere palpato dal veterinario, e anch’io subito dopo comincio a lamentarmi, a tenermi un po’ la pancia con le mani per via di certi dolorini, che poi diventano dolori, e anche gli altri probabilmente dai dolorini passano ai dolori, e allora ci pieghiamo tutti su noi stessi, poi ci inginocchiamo, poi ci adagiamo sul pavimento dicendo «Ohi ohi…», tutti tranne la vecchina, la nonna di Paola, che se ne sta in piedi tranquilla, minuta com’è, bella massiccia, lei, una roccia, sana, fresca, rosa e paffuta, centoquattro anni e non sentirli, lì che ci osserva silenziosa.
«Signora…» le dico afferrandole una caviglia, «ma… ma perché lei… perché lei non sta male? Non ha mangiato i… i dolcetti?».
«I dolcetti? Nooo…» dice lei liberandosi dalla presa e andando in cucina. Poi, tornando con un’altra ciotola, aggiunge: «Io sono tanto difficile con il mangiare, sai? Da cinquant’anni mangio solo riso in bianco e uova sode, e la sera un frutto».
Detto questo, si china e mi piazza un dolcetto sotto il naso.
«Tieni, mangia» mi dice.
«Veramente non mi sento al massimo» le dico.
«Così mi fai restare male» dice lei, delusa. «Vuoi far piangere la nonna?».
«Ma lei… lei non è mia nonna» dico con un fil di voce.
«Fai contenta la nonna» dice lei cercando di infilarmi in bocca il dolcetto, «li ho fatti per te».
«E va bene,» farfuglio, «tanto ormai…», e lascio che la nonna di Paola mi infili in bocca il dolcetto. Poi mi sorride e, dopo aver preso un altro dolcetto dalla ciotola, me lo spreme in bocca e dice: «Bravo, mi dai soddisfazione».
Quando si apre la porta, però, sulla soglia non si presenta Paola, bensì una versione miniaturizzata di Gary Oldman in Dracula: la nonna di Paola.
La cosa mi sorprende relativamente perché so che la vecchiarella, quando le gira, si presenta con un valigione, il citofono come unico preavviso, e senza molti preamboli annuncia: «Sono venuta a trovarti», e resta lì un mese.
«Buongiorno, signora» le dico.
«Buongiorno» mi dice lei un po’ sospettosa.
«Paola?» chiedo.
E lei, secca: «Non c’è».
Per nulla sorpreso dalla ruvidezza della vecchia così come dall’assenza di Paola nonostante il nostro appuntamento, scrivo a quest’ultima per chiedere lumi sull’apparente incongruenza.
Paola risponde con “Scusa sono dovuta uscire un attimo con mia mamma… arrivo subito!”.
Sospiro, poi guardo la nonna di Paola, che mi guarda a sua volta con aria interrogativa.
«Paola dice che devo aspettarla qui» dico sollevando il cellulare, non sapendo se per lei è ovvio che il mio gesto significa “Sa, Paola e io stiamo comunicando attraverso questo oggetto” e non “Signora, mi duole informarla che questo oggetto sta per abbattersi sul suo capo”.
«Entra,» mi fa lei un po’ incerta, «tra poco tornano».
La seguo fino in cucina, dove mi indica una sedia e mi fa: «Siediti», perciò mi siedo e aspetto. Valuto per un momento l’ipotesi di fare conversazione, ma non mi va, e nemmeno a lei sembra andare, quindi restiamo in silenzio. Essendo una donna del fare, comunque, la nonna di Paola comincia a estrarre dai cassetti pentolini, ciotole, mestoli e cucchiai, quindi rovista nel frigo e negli scaffali pescando ingredienti di vario genere e si mette a preparare qualche intruglio mentre io comincio a smanettare sul cellulare.
Ogni tanto mi guarda e abbozza un sorriso prima di tornare alla sua preparazione.
Quando, mezz’ora dopo, ha concluso con i fornelli, mi viene appresso quatta quatta e non appena alzo la testa per capire che cosa voglia, vedo che mi porge una specie di raviolo ricoperto di zucchero a velo.
«Lo vuoi un dolcetto?» mi fa.
Ora, se c’è una cosa che detesto è che mi si metta qualcosa da mangiare sotto il naso desiderando che la inghiotta e associando a questo eventuale inghiottimento una qualsivoglia reazione emotiva.
La ragione è che sono schizzinoso o, come si dice qui a San Paco, “smorbi”.
Per tutti i non-smorbi, uno smorbi è una persona difficile e schifiltosa con il cibo; per noi smorbi, invece, uno smorbi è solo una persona che ha dei gusti molto ben definiti, degli standard precisi e delle pretese accurate che applica a tutto ciò che si suppone debba introdurre nel proprio corpo.
Uno smorbi non mangia a prescindere, non mangia tanto per mangiare, non mangia per dare soddisfazione ad altri, non mangia se non ha fame e a volte non mangia anche se ha fame, e questo perché, soprattutto, non mangia se il cibo che dovrebbe mangiare non ha prima superato tutti i controlli di sicurezza & qualità tipici della smorbiezza. Se uno smorbi dice che gli piace l’insalata di riso, questo non significa che mangerà qualunque insalata di riso: ad esempio non la mangerà se è stata preparata da un facocero, o se è rimasta un’ora (ma facciamo venti minuti) fuori dal frigo.
Esistono poi due tipi di smorbi: lo smorbi che ha il coraggio di dire apertamente “no, grazie” (“no, fottiti”) a chi gli offre amorevolmente del cibo, e poi lo smorbi che questo coraggio non ce l’ha e dunque metterà in atto ogni possibile stratagemma per evitare di ingoiarlo, tipo infilarsi una cotoletta in tasca o fare conversazione per due ore con un pezzetto di cibo in un angolo della bocca, salvo poi, alla prima occasione, andarlo a sputare in un vaso di fiori con la nonchalance di un fenicottero. Io sono uno smorbi del secondo tipo ma, se messo alle strette, posso diventare rapidamente del primo.
La nonna di Paola non sa nulla di tutto questo. Per lei sono un essere umano con una bocca, e tanto basta.
«Lo vuoi un dolcetto?» mi ha appena chiesto piazzandomi il raviolo o quello che è sotto il naso.
Io non lo voglio, il dolcetto, e per una serie di ragioni: in quel momento non ho voglia di dolci; non so cosa c’è dentro; tendo a non mangiare cibo preparato da persone che tengono un fazzoletto nella manica del golfino.
Tuttavia, in questa particolare situazione non ho la prontezza o il coraggio di dire “no, grazie” né l’occasione di prendere il dolcetto e infilarmelo in tasca senza che la nonna di Paola mi veda e, per il dispiacere, ne muoia.
Avrebbe senso dirle che non amo quando la gente mi offre del cibo? So che è universalmente un gesto di affetto, accoglienza e balle varie, e so che lei viene da un mondo on/off dove se mangi stai bene e sei vivo, se non mangi sei morto; se accetti il cibo sei educato, se non lo accetti sei uno stronzo; se ti piace il cibo che ti è stato offerto sei buono, se non ti piace sei malvagio. Un mondo dove il cibo preparato con amore non può fare schifo.
Così prendo il dolcetto, ringrazio la nonna di Paola e lo mangio.
Il dolcetto non è male (visto?), sa di panna e limone.
«Prendine un altro» mi dice.
Ma sì, penso.
«Sì, grazie» le dico, contento che il dolcetto sia buono, contento di farla felice agendo in sincerità. Dunque ne mangio un altro.
La nonna di Paola mi osserva mangiare i dolcetti. Sembra soddisfatta.
«Un altro» mi dice poi.
A quel punto è chiaro che la vecchietta non si stancherà mai della soddisfazione che le dà vedermi mangiare i dolcetti che lei stessa ha preparato con tanto amore. Se, una volta completamente rimpinzato di dolcetti, stramazzassi al suolo privo di sensi, la nonna continuerebbe a infilarmeli in bocca a forza: “Prendi un altro dolcetto,” direbbe, “ce ne stanno ancora” direbbe, sia nel senso che ne ha degli altri, sia nel senso che dentro il mio corpo c’è, spingendo, tutto lo spazio per metterli.
Alla fine allora devo essere forte e dire: «No, grazie».
La nonna di Paola mi guarda, accigliata.
«Anzi devo scappare» aggiungo e, per rafforzare la veridicità di quella presa di posizione mi avvio alla porta ma, i casi della vita, proprio in quel momento Paola fa ritorno. Con lei c’è sua madre, che mi dice: «Joey! Ti fermi a pranzo?».
«Mm… ok!» dico, ormai completamente in balia di questo manipolo di gastrocentrici, e poco dopo arriva anche il padre di Paola, e poco dopo ancora siamo tutti a tavola, mangiamo, parliamo e ridiamo, tranne la nonna di Paola, che sta seduta in silenzio sbocconcellando qua e là.
Alla fine del pranzo, però, si alza con decisione, va in cucina e poi torna con la ciotola di dolcetti.
«E questi?» dice la mamma di Paola.
«Dolcetti» dice la nonna di Paola facendo spallucce.
«Ah, ti sei tenuta impegnata, brava» le dice la madre di Paola, e mangia un dolcetto.
Anche il padre di Paola mangia un dolcetto. E anche Paola. E anch’io. E poi un altro, e un altro ancora. Sono piccoli, sono freschi, sanno di panna e limone. Un po’ aciduli, forse. Per via del limone, sicuramente. Per via della panna, anche. Panna acidula, no? E tutto torna.
«Ma come li hai fatti?» chiede a un certo punto la mamma di Paola mangiando un altro dolcetto, mentre io e il padre di Paola e Paola stessa mangiamo un altro dolcetto anche noi.
«Con il limone» dice la nonna di Paola, «con la farina» dice, «con lo zucchero» dice , «con l’olio» dice, «con la fecola» dice, e «con la crema».
Qui la mamma di Paola aggrotta la fronte, la bocca piena di dolcetto mezzo masticato.
«Quale crema?» le chiede liberando uno sbuffetto di zucchero a velo.
«La crema» dice la nonna di Paola.
«Ma quale crema?» le chiede ancora la mamma di Paola, guardando poi tutti i presenti, i quali, pur continuando a masticare, mettono nel masticamento sempre meno convinzione.
«La crema, la crema…» dice la nonna di Paola, un po’ stizzita.
«Sì, ho capito, ma quale crema, mamma? Come l’hai fatta ‘sta crema?».
«Non l’ho fatta» dice allora la nonna di Paola.
Qui ci voltiamo tutti a guardarla, in silenzio. Anche il mezzobusto del Tg smette di leggere le notizie e rimette un dolcetto mezzo addentato sulla scrivania.
«Era nel frigo» dice la nonna di Paola.
«Ma quale crema nel frigo?» dice la madre di Paola. «Non c’era nessuna crema nel frigo».
Al che io comincio a sudare freddo e penso: signora nonna, per favore, dia la risposta giusta, dica “la crema nella ciotola verde”, o “nella ciotola rossa”, “la crema sul ripiano alto”, o “sul ripiano basso”, dia una risposta qualunque, anche inventata, “la crema brûlée”, “la crema cotta”, “la crema bianca”, “la crema de la crème”, qualunque cosa purché contenga la parola “crema” e purché poi la madre di Paola risponda finalmente con “Ah, la crema! E non potevi dirlo subito? La crema per i dolcetti, certo!”, e così tutto sarebbe risolto.
Ma la nonna di Paola, ora stizzita, dice solo «La crema, la crema!» e da quel momento in poi incrocia le braccia e si avvale della facoltà di non rispondere.
Nessuno mangia più i dolcetti, che comunque ormai sono finiti e giacciono meditabondi nei nostri stomaci indifesi. Immagino uno sportellino che si apre nella parte inferiore di ogni dolcetto, una scaletta di fecola che viene calata fino a terra, piccoli animaletti gelatinosi con le antenne che scendono armati di bisturi, si guardano intorno e dicono: «Bene, cominciamo».
«Va be’, faccio il caffè» dice allora la mamma di Paola, alzandosi.
Dopo il caffè facciamo due chiacchiere e il tempo scorre gradevolmente, la nonna sembra assopita e dopo un po’ il padre di Paola si assenta, quindi torna. Poco dopo anche la mamma di Paola si assenta e poi torna. Allora si assenta Paola, che poi torna ma a quel punto mi assento io, e io non lo so che cosa si sono assentati a fare, gli altri, ma io mi sono assentato per un motivo molto preciso: guadagnare celermente il cosiddetto vaso di maiolica, dove poi mi siedo e assisto con un qual certo sbigottimento a quella che sembra la totale liquefazione di ciò che un tempo stava più o meno solidamente al mio interno, quindi torno di là e trovo tutti seduti da qualche parte, ma con certe facce… e tutti che si massaggiano debolmente la pancia e si lamentano producendo il suono sommesso ma nervoso di un gatto in attesa di essere palpato dal veterinario, e anch’io subito dopo comincio a lamentarmi, a tenermi un po’ la pancia con le mani per via di certi dolorini, che poi diventano dolori, e anche gli altri probabilmente dai dolorini passano ai dolori, e allora ci pieghiamo tutti su noi stessi, poi ci inginocchiamo, poi ci adagiamo sul pavimento dicendo «Ohi ohi…», tutti tranne la vecchina, la nonna di Paola, che se ne sta in piedi tranquilla, minuta com’è, bella massiccia, lei, una roccia, sana, fresca, rosa e paffuta, centoquattro anni e non sentirli, lì che ci osserva silenziosa.
«Signora…» le dico afferrandole una caviglia, «ma… ma perché lei… perché lei non sta male? Non ha mangiato i… i dolcetti?».
«I dolcetti? Nooo…» dice lei liberandosi dalla presa e andando in cucina. Poi, tornando con un’altra ciotola, aggiunge: «Io sono tanto difficile con il mangiare, sai? Da cinquant’anni mangio solo riso in bianco e uova sode, e la sera un frutto».
Detto questo, si china e mi piazza un dolcetto sotto il naso.
«Tieni, mangia» mi dice.
«Veramente non mi sento al massimo» le dico.
«Così mi fai restare male» dice lei, delusa. «Vuoi far piangere la nonna?».
«Ma lei… lei non è mia nonna» dico con un fil di voce.
«Fai contenta la nonna» dice lei cercando di infilarmi in bocca il dolcetto, «li ho fatti per te».
«E va bene,» farfuglio, «tanto ormai…», e lascio che la nonna di Paola mi infili in bocca il dolcetto. Poi mi sorride e, dopo aver preso un altro dolcetto dalla ciotola, me lo spreme in bocca e dice: «Bravo, mi dai soddisfazione».
7.11.25
Dio ti benedica (1459)
Ieri stavo camminando per la via principale di San Paco, quando vengo fermato dal solito mendicante, dico "solito" perché San Paco Llorente è piccola, tanto che se esco a piedi e vado a prendere la pizza alla pizzeria al trancio Brad Pizz, il giorno dopo la signora Gardini se mi incontra mi dice «Ieri ti sei andato a prendere la pizza, eh? L'hai presa quattro stagioni? Il mio binocolo è vecchio e non sono riuscita a capire». Il solito mendicante ha un suo modus operandi: ti ferma e ti mostra un biglietto su cui sta scritto, mi dicono (io vedo solo scritte confuse), che sua moglie ha appena partorito e dunque gli servono i soldi per dare da mangiare al bambino. Per inciso, sua moglie ha appena partorito ogni giorno da vent'anni. Gli ho sempre detto sbrigativamente «Non ho soldi» ma ieri avevo due monete da un euro in tasca, c'era una bella giornata primaverile e avevo appena fatto merenda, dunque senza leggere il biglietto gliene ho messa una nel palmo della mano pensando che mi avrebbe detto «Grazie, Dio ti benedica» e ciao. Invece quando faccio per andarmene lui mi pinza per la manica del giacchetto e quando, sconcertato, mi volto a guardarlo, lui mi mostra il biglietto come a dire: "Ma hai letto?". Guardo il biglietto strizzando gli occhi come se stessi cercando di leggere bene ma in realtà cercando di smaterializzarmi rimaterializzarmi altrove, anche solo alle sue spalle, così da poter fuggire, ma niente. Il punto è chiaro: vuole altri soldi. Allora gli do anche la seconda moneta, un po' seccato devo dire, e faccio per andarmene ma lui mi ferma, insiste con il biglietto: vuole altri soldi. «Ma quanti soldi vuoi?» gli dico, e lui: «Trecentoventicinque euro». E io: «Ma tutti da me?!». E lui: «Ti prego, mio figlio è appena nato, ha molta fame e mangia solo caviale innaffiato da Philipponnat Clos des Goisses del 2018». «E che cazzo» dico. Poi prendo il portafoglio ma ho solo cento euro. «Ho solo cento» gli dico, lui li prende senza indugio e quando faccio per andarmene mi ferma ancora e mi dice: «Mancano duecentoventitré euro, amico». Sbuffo. «Accetti carte?» gli chiedo. «Certo,» dice lui sfilando un POS dalla tasca interna del cappotto double face in lana, cachemire e seta di Luis Vuitton. Avvicino la carta, pagamento contactless, bip! «Dio ti benedica» mi dice mentre mi porge lo scontrino. «Ci vediamo domani» mi dice. «Come domani?» gli dico io. «Domani, stessa ora,» mi dice lui, «vedi di portare i soldi, il mio bambino mangia tutti i giorni».
4.11.25
Il battello (1458)
La settimana scorsa l’anziana madre va a una gita e si busca un raffreddore. Pochi giorni dopo c'è in programma un'altra gita e lei decide di andare lo stesso. Non dico niente. L'anziana madre torna dalla seconda gita che il raffreddore è diventato una bronchite. Non dico niente. Non dico niente anche perché ho già detto tutto troppe volte e ho imparato a non rimproverare gli anziani genitori così come non rimprovero mai la gatta: li accetto nella loro immutabile purezza. Non sollecitata, tossendo, l’anziana madre mi fa: «So che ho sbagliado». La considero una provocazione di bassa lega e dico: «Non dico niente». Per tutta risposta lei annuncia che di lì a due giorni parteciperà insieme all’anziano padre, anch’egli peraltro ammalato, a una terza gita. Ma io continuo a non dire niente. Al ritorno, mi chiama e con voce fortemente nasale mi fa: «Avevi ragione». Anche se non avevo detto niente, ma ormai riesco ad avere ragione senza nemmeno parlare. «Il baddello non ha aiudado» aggiunge. Il battello, penso, ma certo. Allora una cosa la dico. Dico: «Occhio che se ti becchi una polmonite hai centosettant'anni e quindi…». L'anziana madre, dice: «Ba no, sono forde». Io dico: «Lo scriverò sulla tua lapide». L'anziana madre ride, tossisce, riattacca e poi va a prenotare altri battelli, altre gite.
17.10.25
Il colpevole (1457)
Quando c’è un controllo ho sempre paura di essere scoperto, anche se non ho fatto niente. Succede nei negozi, dove per una frazione di secondo trattengo il fiato mentre passo attraverso il sistema antitaccheggio e mi stupisco sempre un po’ se non comincia a suonare, anche quando entro; succede al mio supermercato preferito, dove effettivamente a volte l’allarme parte un po’ a caso e le cassiere, che mi conoscono, mi fanno cenno di andare, e io allora mentre riprendo a spingere la carriola stracolma di sacchi di zafferano, smartphone e zanne di elefante sorrido e dico «Ah, questa tecnologia…»; ma succede soprattutto quando c’è un posto di blocco stradale o al controllo sicurezza negli aeroporti. E, riguardo a questi ultimi due casi, la settimana scorsa penso di aver fatto il pieno.
Ero infatti a Londra, dove vado spesso a comprare il radicchio anche se l’esperienza è a tratti snervante sia per il volo (come dice Barry Sonnenfeld, considero ogni aereo atterrato con successo “un tentativo di suicidio fallito”) sia per i controlli di sicurezza.
La mia paura è che nei miei bagagli trovino qualcosa che non va, che so, un’arma, un ordigno o della droga, anche se non ne faccio uso né la commercio. Il mio unico contatto con delle sostanze stupefacenti è stato a dodici anni, quando ho provato uno spinello.
Ero sul divano con mia nonna Rachele a guardare Colombo e lei ha insistito tanto:
«Mica male questa merda, no?» mi ha detto soffiando una nuvola di fumo e passandomi la canna.
Con la nonna guardavamo sempre anche una trasmissione dove venivano filmati i controlli aeroportuali, facendo a gara a indovinare chi tra i passeggeri appena sbarcati avesse nella pancia gli ovuli con la droga.
«Quello non me la racconta giusta» diceva la nonna, che a indovinare era bravissima. Ma io non ero portato, per me era agghiacciante anche solo l’idea di ingoiare uno di quei cosi, visto che ancora oggi devo farmi waterboarding per mandar giù una compressa grande più di una lenticchia. Tra l’altro l’ipotesi che un ovetto possa rompersi e uccidermi mi spaventerebbe molto più della galera, quindi appena sceso dall’aereo correrei incontro ai poliziotti urlando “Toglietemi gli ovuli!” (Probabilmente non capirebbero e, nel dubbio, mi crivellerebbero di colpi).
Quest’ansia costante è uno dei vari motivi per cui non sono un buon compagno di viaggio, e una qualunque delle mie ex sedicenti fidanzate potrebbe confermare.
Una volta ero all’aeroporto, sempre di Londra – ce n’è solo uno, mi pare –, con la mia fidanzata del tempo, Lucilla. In fila per i controlli, Lucilla fischiettava beata, proprio come una che è in vacanza, io invece ero come al solito molto teso e sudavo come un infiltrato nella malavita in costume da bagno sotto il sole cocente con un microfono dell’FBI appiccicato al petto mentre parla con Tommy Strippapelle.
Quando io e Lucilla siamo stati scagionati, cioè voglio dire quando ci hanno rilasciato, passandomi il dorso della mano sulla fronte ho detto: «Fiuuu! Meno male, Lucy, mi ero già visto dentro!». E lei, aggrottando la fronte: «Ma mi spieghi perché tutte le volte sei così agitato? Se sei un trafficante di droga vorrei saperlo…».
Il peggio però è stato, appunto, la settimana scorsa.
Ai controlli, la mia valigia è finita sul nastro interno, non su quello dove in genere la si prende per poi rimettersi comodamente le mutande in mezzo alla folla prima di andarsene al gate.
Mentre tutti recuperano il proprio bagaglio, io vedo la mia valigia che trotterella sul nastro sbagliato e penso: “Che sfortuna, la mia valigia ha imboccato non si sa come l’altra corsia”.
Dunque mi avvicino con cautela e massimo rispetto a un poliziotto che tra l’altro mi pare identico al cattivo de L’esercito delle dodici scimmie e gli faccio (in inglese): «Mi scusi, la mia valigia è finita – faccio un gesto con la mano come a simulare un piccolo tuffetto accidentale – sull’altro lato del…» e qui mi manca la parola, quindi opto per un generico: «Del coso».
Il poliziotto mi guarda, guarda la mia valigia e poi, con placida supponenza tipicamente anglosassone dice: «Allora verrà perquisita».
“Gesù,” penso, “ci siamo!” e mentre su un maxischermo vedo nonna Rachele che mi dice “è arrivato il momento, Joey, ricorda tutto quello che ti ho insegnato”, cerco di sembrare calmo per non destare ulteriori sospetti, anche se i poliziotti aeroportuali sanno capire quando uno è calmo e quando uno invece sta solo cercando di esserlo.
Ero infatti a Londra, dove vado spesso a comprare il radicchio anche se l’esperienza è a tratti snervante sia per il volo (come dice Barry Sonnenfeld, considero ogni aereo atterrato con successo “un tentativo di suicidio fallito”) sia per i controlli di sicurezza.
La mia paura è che nei miei bagagli trovino qualcosa che non va, che so, un’arma, un ordigno o della droga, anche se non ne faccio uso né la commercio. Il mio unico contatto con delle sostanze stupefacenti è stato a dodici anni, quando ho provato uno spinello.
Ero sul divano con mia nonna Rachele a guardare Colombo e lei ha insistito tanto:
«Mica male questa merda, no?» mi ha detto soffiando una nuvola di fumo e passandomi la canna.
Con la nonna guardavamo sempre anche una trasmissione dove venivano filmati i controlli aeroportuali, facendo a gara a indovinare chi tra i passeggeri appena sbarcati avesse nella pancia gli ovuli con la droga.
«Quello non me la racconta giusta» diceva la nonna, che a indovinare era bravissima. Ma io non ero portato, per me era agghiacciante anche solo l’idea di ingoiare uno di quei cosi, visto che ancora oggi devo farmi waterboarding per mandar giù una compressa grande più di una lenticchia. Tra l’altro l’ipotesi che un ovetto possa rompersi e uccidermi mi spaventerebbe molto più della galera, quindi appena sceso dall’aereo correrei incontro ai poliziotti urlando “Toglietemi gli ovuli!” (Probabilmente non capirebbero e, nel dubbio, mi crivellerebbero di colpi).
Quest’ansia costante è uno dei vari motivi per cui non sono un buon compagno di viaggio, e una qualunque delle mie ex sedicenti fidanzate potrebbe confermare.
Una volta ero all’aeroporto, sempre di Londra – ce n’è solo uno, mi pare –, con la mia fidanzata del tempo, Lucilla. In fila per i controlli, Lucilla fischiettava beata, proprio come una che è in vacanza, io invece ero come al solito molto teso e sudavo come un infiltrato nella malavita in costume da bagno sotto il sole cocente con un microfono dell’FBI appiccicato al petto mentre parla con Tommy Strippapelle.
Quando io e Lucilla siamo stati scagionati, cioè voglio dire quando ci hanno rilasciato, passandomi il dorso della mano sulla fronte ho detto: «Fiuuu! Meno male, Lucy, mi ero già visto dentro!». E lei, aggrottando la fronte: «Ma mi spieghi perché tutte le volte sei così agitato? Se sei un trafficante di droga vorrei saperlo…».
Il peggio però è stato, appunto, la settimana scorsa.
Ai controlli, la mia valigia è finita sul nastro interno, non su quello dove in genere la si prende per poi rimettersi comodamente le mutande in mezzo alla folla prima di andarsene al gate.
Mentre tutti recuperano il proprio bagaglio, io vedo la mia valigia che trotterella sul nastro sbagliato e penso: “Che sfortuna, la mia valigia ha imboccato non si sa come l’altra corsia”.
Dunque mi avvicino con cautela e massimo rispetto a un poliziotto che tra l’altro mi pare identico al cattivo de L’esercito delle dodici scimmie e gli faccio (in inglese): «Mi scusi, la mia valigia è finita – faccio un gesto con la mano come a simulare un piccolo tuffetto accidentale – sull’altro lato del…» e qui mi manca la parola, quindi opto per un generico: «Del coso».
Il poliziotto mi guarda, guarda la mia valigia e poi, con placida supponenza tipicamente anglosassone dice: «Allora verrà perquisita».
“Gesù,” penso, “ci siamo!” e mentre su un maxischermo vedo nonna Rachele che mi dice “è arrivato il momento, Joey, ricorda tutto quello che ti ho insegnato”, cerco di sembrare calmo per non destare ulteriori sospetti, anche se i poliziotti aeroportuali sanno capire quando uno è calmo e quando uno invece sta solo cercando di esserlo.
(Il poliziotto inglese mentre fa il test antidroga ai miei effetti personali, già pregustandone la positività.)
Mentre il poliziotto passa l’affarino per rintracciare eventuali residui di droga sui miei vestiti e persino sulle mie siringhe e sul mio bilancino, ho il culo strettissimo.
«Così stretto che non ci passerebbe nemmeno un ovulo di droga» dico all’altro agente accanto a me, pronto con le manette.
”Ma tu non usi droghe e neanche le trasporti!” cerco di ricordare a me stesso per tranquillizzarmi. Però, mentre lui passa l’affarino sui miei effetti personali, penso: “Ma metti il caso, Joey, metti il caso… – noi ansiosi mettiamo sempre uno o più casi – che so, magari la donna delle pulizie dell’albergo, dopo aver pulito la stanza, ha aperto la tua valigia e si è messa a farsi delle strisce di coca sui tuoi pullover. Oppure ha nascosto un pacchettino di droga dentro la tasca di un paio dei tuoi jeans”.
”Ma perché l’avrebbe fatto?!” mi chiedo poi, ma so che in realtà tutto è possibile, specie per un ansioso presunto colpevole con una fervida immaginazione catastrofistica quale io innegabilmente sono.
Alla fine il controllo dà sorprendentemente esito negativo. Mi rilasso per alcuni secondi, prima di agitarmi di nuovo per il volo.
Come si può intuire, però, l’aereo riesce ad atterrare e in men che non si dica sono in autostrada, pronto per arrivare a casa e rilassarmi con il mio infuso al radicchio, quando all’altezza di Casalpusterlengo una pattuglia della polizia mi si mette alle costole con i lampeggianti accesi.
Mi sposto a destra per farla passare, ma si sposta anche lei. Mi sposto ancora più a destra e rallento, e la pattuglia uguale. Alla fine con alcuni colpi di pistola nel lunotto posteriore mi fanno segno di accostare.
Se non altro, penso, la valigia è appena stata controllata, ma prima che possa tirare un sospiro di sollievo mi viene in mente che la macchina è rimasta alcune notti in aeroporto, incustodita sulla pista 6, e io non ho nemmeno aperto il bagagliaio prima di partire, dunque potrebbe esserci di tutto (immagino la donna delle pulizie inglese che nottetempo infila un cadavere nel baule, poi riprende l’aereo e torna a Londra).
Il poliziotto si avvicina, mi fa segno di abbassare il finestrino, io eseguo, lui mi fa segno di abbassare il mio finestrino, non quello del passeggero, io eseguo, poi lui mi scruta un attimo e mi fa: «Vada pure».
Tiro un sospiro di sollievo e riparto. Evidentemente stavano cercando qualche malvivente e io corrispondevo per alcuni dettagli alla descrizione: modello, colore e numero di cacche di uccello dell’automobile, occhiali da vista, bellezza accecante. Dopo un esame ravvicinato, però, il poliziotto si è reso conto che non ero il loro uomo.
Poco dopo essere uscito dall’autostrada, quando ormai sono arrivato, mi ferma una seconda pattuglia, a conferma che non è proprio la mia giornata.
La scena dunque si ripete, un nuovo poliziotto si avvicina ma questa volta dopo avermi esaminato si volta verso il collega e dice: «Ehi, Nicola, mi porti quella segnaletica?» e poi, guardando me: «Per favore, signore, scenda dal veicolo e appoggi le mani al cofano».
Vorrei dire: “Mi scusi, deve esserci un errore” ma è quello che dicono tutti i colpevoli, praticamente è la prova del nove.
«Cercate qualcuno?» chiedo invece senza scendere, anzi mettendo la sicura.
«Sì, Guglielmo Favoretti, il famoso criminale partenopeo, detto O’ Perticone. A proposito, lei quanto è alto?» mi chiede l’agente.
«Prima di rispondere, posso sapere quanto è alto O’ Perticone?» chiedo.
«1.89» mi fa lui.
«1.89, eh?» dico io ingobbendomi. «Ma comunque ecco i miei documenti, guardi lì: mi chiamo in modo completamente diverso».
«Documenti falsi,» dice l’agente, «che ci vuole?». E poi, scorrendo le varie voci: «Però cosa vedo qui? Altezza 1.89».
«Ma mi scusi, agente, ragioni…».
«Sta dicendo che non ragiono?».
«No! Sto solo dicendo: secondo lei se faccio un documento falso metto proprio la stessa altezza di O’ Perticone, ovvero la mia reale altezza?».
«Allora ammette di essere O’ Perticone!».
«Solo nell’esempio!».
«Comunque l’altezza non si può mica contraffare».
«Ma almeno avrei messo 1.90 o 1.88!».
«O’ Perticone è molto furbo,» dice l’agente, «questa è psicologia di secondo o terzo livello, ma noi siamo preparati a individuarla fino al quinto. Ti è andata male, Perticone!”» dice l’agente tirandomi giù a forza dall’automobile e mettendomi le manette. E io, disperato mentre mi trascina via grido: «Maronna mia! Mannaggia o’ suricillo e ‘a pezza ’nfosa!», anche se sono emiliano.
Alla fine, per mia fortuna, interviene l’agente Nicola.
«Ma non lo vedi che questo è solo un povero fesso?» dice al collega.
«Esatto!» dico io.
L’altro agente mi guarda bene, poi si lascia convincere e mi leva le manette.
«Grazie, grazie» dico profondendomi ossequiosamente in inchini mentre indietreggio verso la mia automobile. Per sdebitarmi offro loro un sacco di zafferano e tre zanne di elefante.
Una volta a casa, chiamo Peppe detto ‘a bomba.
«Uè, Pè, so’ arrivato…».
«Ue’ Pertico’, l’hai scanzata!».
«Maro’! Tengo ‘o core arravugliato comme a nu fegatiello…».
«Hai purtato ‘a robba?».
«E certo! So’ venuto pe’ chesto…».
«Si’ nu bravo guaglione, Pertico’».
«Così stretto che non ci passerebbe nemmeno un ovulo di droga» dico all’altro agente accanto a me, pronto con le manette.
”Ma tu non usi droghe e neanche le trasporti!” cerco di ricordare a me stesso per tranquillizzarmi. Però, mentre lui passa l’affarino sui miei effetti personali, penso: “Ma metti il caso, Joey, metti il caso… – noi ansiosi mettiamo sempre uno o più casi – che so, magari la donna delle pulizie dell’albergo, dopo aver pulito la stanza, ha aperto la tua valigia e si è messa a farsi delle strisce di coca sui tuoi pullover. Oppure ha nascosto un pacchettino di droga dentro la tasca di un paio dei tuoi jeans”.
”Ma perché l’avrebbe fatto?!” mi chiedo poi, ma so che in realtà tutto è possibile, specie per un ansioso presunto colpevole con una fervida immaginazione catastrofistica quale io innegabilmente sono.
Se non c’è droga, potrebbero comunque trovare un coltello insanguinato, penso.
“E questo, signore?” direbbe il poliziotto tenendo il coltello con la punta delle dita.
E io: “Mai visto prima!”.
“E questo signore?” direbbe l’altro poliziotto tenendo un signore con la punta delle dita.
E io: “Mai visto prima!”.
“Dicono tutti così,” direbbe il poliziotto sorseggiando una tazza di tè inglese, “e sono pronto a scommettere che il coltello combacia con la ferita in quell’addome, in quel corpo, là nel bagno del nostro rispettabilissimo aeroporto. E scommetto pure che anche il sangue combacia. Ha mai visto Fuga di mezzanotte? E Papillon? Lei è in un bel guaio, glielo dico io”.Alla fine il controllo dà sorprendentemente esito negativo. Mi rilasso per alcuni secondi, prima di agitarmi di nuovo per il volo.
Come si può intuire, però, l’aereo riesce ad atterrare e in men che non si dica sono in autostrada, pronto per arrivare a casa e rilassarmi con il mio infuso al radicchio, quando all’altezza di Casalpusterlengo una pattuglia della polizia mi si mette alle costole con i lampeggianti accesi.
Mi sposto a destra per farla passare, ma si sposta anche lei. Mi sposto ancora più a destra e rallento, e la pattuglia uguale. Alla fine con alcuni colpi di pistola nel lunotto posteriore mi fanno segno di accostare.
Se non altro, penso, la valigia è appena stata controllata, ma prima che possa tirare un sospiro di sollievo mi viene in mente che la macchina è rimasta alcune notti in aeroporto, incustodita sulla pista 6, e io non ho nemmeno aperto il bagagliaio prima di partire, dunque potrebbe esserci di tutto (immagino la donna delle pulizie inglese che nottetempo infila un cadavere nel baule, poi riprende l’aereo e torna a Londra).
Il poliziotto si avvicina, mi fa segno di abbassare il finestrino, io eseguo, lui mi fa segno di abbassare il mio finestrino, non quello del passeggero, io eseguo, poi lui mi scruta un attimo e mi fa: «Vada pure».
Tiro un sospiro di sollievo e riparto. Evidentemente stavano cercando qualche malvivente e io corrispondevo per alcuni dettagli alla descrizione: modello, colore e numero di cacche di uccello dell’automobile, occhiali da vista, bellezza accecante. Dopo un esame ravvicinato, però, il poliziotto si è reso conto che non ero il loro uomo.
Poco dopo essere uscito dall’autostrada, quando ormai sono arrivato, mi ferma una seconda pattuglia, a conferma che non è proprio la mia giornata.
La scena dunque si ripete, un nuovo poliziotto si avvicina ma questa volta dopo avermi esaminato si volta verso il collega e dice: «Ehi, Nicola, mi porti quella segnaletica?» e poi, guardando me: «Per favore, signore, scenda dal veicolo e appoggi le mani al cofano».
Vorrei dire: “Mi scusi, deve esserci un errore” ma è quello che dicono tutti i colpevoli, praticamente è la prova del nove.
«Cercate qualcuno?» chiedo invece senza scendere, anzi mettendo la sicura.
«Sì, Guglielmo Favoretti, il famoso criminale partenopeo, detto O’ Perticone. A proposito, lei quanto è alto?» mi chiede l’agente.
«Prima di rispondere, posso sapere quanto è alto O’ Perticone?» chiedo.
«1.89» mi fa lui.
«1.89, eh?» dico io ingobbendomi. «Ma comunque ecco i miei documenti, guardi lì: mi chiamo in modo completamente diverso».
«Documenti falsi,» dice l’agente, «che ci vuole?». E poi, scorrendo le varie voci: «Però cosa vedo qui? Altezza 1.89».
«Ma mi scusi, agente, ragioni…».
«Sta dicendo che non ragiono?».
«No! Sto solo dicendo: secondo lei se faccio un documento falso metto proprio la stessa altezza di O’ Perticone, ovvero la mia reale altezza?».
«Allora ammette di essere O’ Perticone!».
«Solo nell’esempio!».
«Comunque l’altezza non si può mica contraffare».
«Ma almeno avrei messo 1.90 o 1.88!».
«O’ Perticone è molto furbo,» dice l’agente, «questa è psicologia di secondo o terzo livello, ma noi siamo preparati a individuarla fino al quinto. Ti è andata male, Perticone!”» dice l’agente tirandomi giù a forza dall’automobile e mettendomi le manette. E io, disperato mentre mi trascina via grido: «Maronna mia! Mannaggia o’ suricillo e ‘a pezza ’nfosa!», anche se sono emiliano.
Alla fine, per mia fortuna, interviene l’agente Nicola.
«Ma non lo vedi che questo è solo un povero fesso?» dice al collega.
«Esatto!» dico io.
L’altro agente mi guarda bene, poi si lascia convincere e mi leva le manette.
«Grazie, grazie» dico profondendomi ossequiosamente in inchini mentre indietreggio verso la mia automobile. Per sdebitarmi offro loro un sacco di zafferano e tre zanne di elefante.
Una volta a casa, chiamo Peppe detto ‘a bomba.
«Uè, Pè, so’ arrivato…».
«Ue’ Pertico’, l’hai scanzata!».
«Maro’! Tengo ‘o core arravugliato comme a nu fegatiello…».
«Hai purtato ‘a robba?».
«E certo! So’ venuto pe’ chesto…».
«Si’ nu bravo guaglione, Pertico’».
11.10.25
Danesi (1456)
Ieri sera ho visto Speak no evil, il remake americano dell'inquietante nonché omonimo horror danese, un film con un finale assurdo e agghiacciante di quelli che ti fanno pensare: chi ha scritto questo film ha qualche turba mentale, tipo La casa di Jack, di Von Trier (ma forse i danesi sono così). La versione americana cerca di sfruttare la stessa idea dell'originale, cambiando però quel finale in modo da farlo avvicinare il più possibile a La sirenetta. Mi immagino i produttori che dicono: "Bella idea, peccato per quel finale assurdo e agghiacciante. Facciamo il remake ma con un classico finale americano, non assurdo e non agghiacciante, e magari mettiamoci una bella sparatoria, che non guasta mai". Peccato che la loro versione sia scialba e, sostanzialmente, inutile. Ma ok. Quello che volevo dire è: sinossi di entrambi i film: "La famigliola A conosce la famigliola B durante una vacanza in Toscana. La famigliola B invita nella propria fattoria in mezzo al nulla la famigliola A, la quale non si sa perché accetta, ma quando arrivano alla fattoria in mezzo al nulla si accorgono che la famigliola B ha qualcosa che non va, e la situazione ben presto degenera". Bene. Vediamo adesso come andrebbe Speak no evil – prendiamo la versione americana edulcorata per fare prima – se io fossi un membro della famigliola A. Prima scena: io, mia moglie e mia figlia stiamo prendendo il sole a bordo piscina, godendoci la quiete più totale, quando si avvicina il tizio mai visto della famigliola B che mi dice «Ciao, scusa, posso prendere questa sdraio?». «Certo» dico io. «Grazie» dice lui, e poi però trascina rumorosamente la sdraio per venti metri disturbando la gente fino a Teramo. Guardo mia moglie e le dico: «Prepara i bagagli, ce ne andiamo». Titoli di coda, tutti salvi.
9.10.25
Miagolii (1455)
Ieri sono uscito a cena. Quando sono rientrato, ho notato che la gatta mi aveva rigurgitato sul cuscino. L'ho notato perché quando ci ho appoggiato la faccia ho pensato: "Mm, me lo ricordavo meno poltiglioso, 'sto cuscino". Io, come del resto la gatta stessa, sono abitudinario, quindi gli altri cuscini che avevo in casa non mi andavano bene per dormire, volevo il mio. Intelligentemente, prima di uscire avevo coperto il mio cuscino preferito con la coperta preferita della gatta, poiché a lei piace dormire sulla sua coperta preferita sul mio cuscino preferito e in nessun altro modo, quando non ci sono. Così ho messo tutto nella lavasciuga, il programma più rapido diceva che i due capi sarebbero stati pronti per le quattro del mattino. E così nell'attesa, siccome non aveva la sua coperta preferita, la gatta, per protesta, ha cominciato a girare per l'appartamento miagolando, e siccome io non avevo il mio cuscino preferito ho cominciato anch'io, sempre per protesta, a girare per l'appartamento miagolando e, a proposto di proteste, dopo un po' suona alla porta il mio vicino, mi chiede se c'è modo di far smettere di miagolare i miei due gatti (anche se uno ero io, gli ho spiegato miagolando), che alle cinque deve alzarsi per andare a giocare a hockey su prato. Mi scuso con lui per l’inconveniente e gli spiego tutta la situazione e gli indico l'ora ticchettando sul display della lavasciuga: «Se vuole può restare qui con noi a girare per l'appartamento miagolando per protesta fino alle quattro» gli dico. «Volentieri» dice lui entrando, e tutti e tre riprendiamo a girare per l'appartamento e a protestare miagolando e generando così un trambusto che comprensibilmente attira uno alla volta anche gli altri vicini, i quali, venuti a conoscenza della situazione, si fermano anche loro a miagolare. Alle quattro in punto, con grande trepidazione di tutti presenti, avviene l'estrazione della coperta e del cuscino dalla lavasciuga a opera della signora Olga, incaricata in quanto proprietaria della lavanderia Olga, in centro, la quale dichiara che i capi non le sembrano ancora perfettamente asciutti, professionalmente parlando. I presenti tastano i capi e concordano, si decide quindi per un'altra mezz'ora di asciugatura e poi alle 4.35, quando siamo tutti soddisfatti del risultato, finalmente ce ne torniamo a letto.
6.10.25
Periodi (1454)
Ieri sono andato a fare una visita da uno specialista. Era una visita di controllo per confermare un precedente "non è nulla". Comunque non stiano in allarme gli specialisti di tutta la provincia, ho già pronta la prossima magagna, sembra che arrivino in sequenza come sciatori al cancelletto di partenza dello slalom gigante: "Emicrania, vai!", "Colite, tocca a te!", "Macchiolina misteriosa, adesso!". Essere ipocondriaco ovviamente non aiuta. Tuttavia ricordo quando un giorno, avevo sedici anni, stavo fermo sulla bici sotto il condominio del mio amico Max aspettando che scendesse e a un certo punto, un po’ sorpreso e seccato, mi sono guardato un dito che mi faceva male e ho pensato: "E questa settimana il dito, e la scorsa settimana la caviglia, e quella prima l'otite: ogni giorno ce n'è una, che periodo…". Ecco, caro mio giovane me stesso, volevo solo dirti: non era un "periodo".
3.10.25
Scema & più scemo (1453)
I
Giorni fa noto che Gâteau, la mia gatta nonché compagna di vita, ha un piccolo problema corporeo (non scendo nei dettagli per rispettare la sua privacy).
Chiamo il veterinario e spero mi dica: “Puoi descrivermi questo ‘piccolo problema?’”. Anzi, senza virgolette. E poi spero che dopo la mia descrizione dica: “Ok, ho capito. Non è niente, non ti preoccupare: passa da solo. Magari per velocizzare la cosa beviti un paio di birre, ok? Sono 50 euro. Che io devo a te, intendo. Ti faccio subito il bonifico”.
Le cose però vanno diversamente.
«Portala domani alle 16» mi dice fissando un cosiddetto appuntamento.
«Grazie,» gli dico, «possiamo fare 16 e 04?».
II
Già è un’impresa mettere una gatta fifona e paranoica nel trasportino, figuriamoci pensare di decidere anche quando. Come cercare di acchiappare le mosche volanti con le bacchette. Per dare un’idea della difficoltà dell’operazione, considerata la collaboratività della mia gatta, immaginiamo di doverci infilare mia nonna, nel trasportino. O nella gatta. Lì sarebbe solo un problema di dimensioni, comunque, perché la nonna farebbe di tutto pur di accontentare il suo adorato nipote, mentre un gatto, si sa, per accontentarti non fa niente.
Così provo a guardare dei tutorial su YouTube dal titolo Come mettere il gatto nel trasportino in dieci secondi!.
Sembra proprio fare al caso mio, penso. Peccato che i gatti di questi video abbiano la vitalità di un cotechino, o sono narcotizzati, o di peluche.
Altra particolarità: nel video, insieme al tizio che spiega come svolgere questa semplice operazione, ci sono altre quattro persone che lo aiutano: una che tiene il trasportino, una che tiene il gatto, una che tiene la gabbietta aperta e una che suona la cetra.
Alcuni prendono il gatto per la collottola e il gatto penzola placido come uno straccio bagnato e li guarda comprensivo come a dire: “È molto piacevole, continua”. Detto che non prenderei mai Gâteau a quel modo, se anche ci provassi, o se la prendessi in qualunque altro modo con l’intento di infilarla nel trasportino, diventerebbe prima un’anguilla, poi una scolopendra e poi, se insistessi, un trinciapollo.
III
«Salve. Sono ancora io. Mi scusi ma proprio non riesco a mettere la gatta nel trasportino».
«Succede, i gatti sono così. Avete provato a…».
Qui penso: con “avete” intenderà me e la mia consorte fantasma, me e la mia équipe di proprietari di gatte fifone o me e la gatta fifona stessa? Ma non sarebbe strano chiederle di aiutarmi a metterla nel trasportino? Però, chi lo sa, potrebbe funzionare: la gatta mi direbbe: “Certo, ti aiuto volentieri. Prendimi per la collottola. Così, bravo. Ora sollevami e infilami nel trasportino. Bravissimo. Ora chiudi la gabbietta prima che scappi. Ecco, ottimo. Chiudi i gancetti e… fatto! Visto? Non era poi così difficile. Eccoti una birretta premio”.
«Sono solo io, in realtà» dico al veterinario, sperando tra l’altro che si appunti la preziosa informazione per quando poi mi dice cose come “Ecco, questo collirio glielo devi mettere nove volte al giorno, sei gocce per volta e per occhio”, che non riesco a metterlo a me stesso, il collirio, perché mi dà fastidio e dopo la prima goccia mi mordo la mano e poi vado a nascondermi sotto il letto, figuriamoci se riesco a metterlo a un gatto.
«Comunque sì,» gli dico, «ho provato ma non ha funzionato. Consideri che sarebbe capace di lasciarsi morire di fame pur di non entrare…». Che, se non altro, a quel punto sarebbe facilissimo portarla, penso, non servirebbe nemmeno il trasportino, potrei mettermela direttamente intorno al collo a mo’ di sciarpa, anche se poi dubito che potrebbero risolvere il problema.
«Avete provato a usare lo spray ai feromoni?».
«Sì, abbiamo provato, siete gentile a chiederlo, messere, ma la gatta ha cominciato a rotolarsi intorno al trasportino. Va bene se la porto intorno al trasportino o deve essere proprio dentro?».
«Ok, non si preoccupi. Le do un altro appuntamento. Domani può andare?».
«Sì, certo, grazie. Facciamo alle 16 e 32 e 29 secondi, se possibile».
IV
Per fortuna abbiamo tutti un punto debole: per esempio i gatti, si sa, vanno matti per le scatole o, in generale, per tutte le cose nuove, specie se offrono cavità da esplorare, e per i divieti.
Mentre lotto per convincerla a entrare nel trasportino, provo per curiosità a prendere il contenitore dove tengo i pullover, visto che ogni volta che apro l’armadio la gatta ci si infila come un lampo, salta nel suddetto contenitore e comincia ad avvoltolarsi nei pullover, felice.
Dunque prendo il contenitore, che neanche a farlo apposta ha due belle prese d’aria o feritoie che dir si voglia, e lo metto di fianco al trasportino. Gâteau ci salta dentro all’istante, io chiudo con il coperchio e chiamo la clinica.
«Salve, sempre io. Ironia della sorte, appena ho preso una scatola la gatta ci si è infilata allegramente. Ma non posso portarla in una scatola, immagino» dico sperando che il veterinario risponda: “E perché no? Le scatole sono ottimi trasportini, sono comode, sono colorate e sono sicure, i gatti le adorano. Metta magari qualche pullover per ammorbidire il tutto, la aspettiamo! E non si dimentichi di darci l’Iban per i suoi 50 euro!”.
Il veterinario dice: «Direi di no».
«E neanche portarla in un armadio, immagino».
«No».
«Giusto. Bravissimo, era solo un test. E scommetto che non ha mai sentito il detto “Se il gatto non va alla montagna, la montagna va dal gatto, magari incentivata da un piccolo compenso extra”?» dico al veterinario, che però riattacca, probabilmente per errore.
Alla fine ho l’intuizione giusta: metto il trasportino nell’armadio, al posto del contenitore dei pullover, e dentro ci metto un pullover. Per sicurezza attacco anche un cartoncino con scritto: “Nuovo contenitore di pullover. Attenzione: pullover morbidissimi e delicatissimi, per favore non entrare”.
Quando apro l’anta dell’armadio, Gâteau arriva come un treno e senza battere ciglio si infila nel trasportino e si acciambella sul pullover. Non fa in tempo a pensare “Ah, ma che bel pull…”, che la gabbietta è chiusa.
Quando se ne accorge, mi guarda sconcertata come a dire: “Ma…”.
Io la guardo sconcertato come a dire: “Oh no, è successo di nuovo! Sei finita non si sa come in trappola. Ora devo portarti da quel signore con il camice, sai, quello che ti infila i termometri nel sedere: è l’unico in grado di liberarti”.
V
In questi nove anni ho scoperto di essere nato per vivere con una gatta, specialmente una con il carattere di Gâteau (se trascuriamo quando devo portarla dal veterinario), quindi forse ho scoperto di essere nato per vivere con Gâteau. L’unico problema è che un anno felino ne vale sette nostri, perciò insieme alla gioia c’è una lieve angoscia tipo Interstellar quando scendono sul pianeta delle maree. A parte questo, è bello.
Comunque sia, conscio della precipitazione delle prestazioni del mio intelletto a causa dell’ansia che in queste e tante altre situazioni mi soggioga, ogni volta che vado dal veterinario rammento a me stesso di fare il possibile per contenermi e non sembrare uno scemo, per esempio evitando di permettere alla suddetta ansia di prendere il sopravvento, portandomi a fare una quantità di affermazioni strambe con il fine di manipolare l’esaminatore (come ogni ipocondriaco patofobico, sono un abilissimo manipolatore di dottori, motori di ricerca e intelligenze artificiali).
Devo stare attento anche alla sindrome di Zelig – il film di Woody Allen –, che mi porta a trasformarmi a mia volta in un veterinario quando sono al cospetto di un veterinario, dicendo cose tipo “la glicogenesi epatica mi sembra regolare. Da quello che posso capire accarezzandola, intendo. Anche il catabolismo epistemologico mi sembra buono. Qui ho un campione delle sue feci, ne porto sempre uno con me. Senta, hanno un vago odore di cipresso. Qui invece ho un campione di quelle della gatta, se può servire”.
Durante la visita trattengo il fiato. Il veterinario esamina Gâteau. Gâteau soffia come un gatto a cui stanno infilando un termometro nel sedere. «Ora dovrebbe essere a posto» dice il veterinario dopo aver fatto le cose da veterinario.
VI
Terminata la visita con la promessa che tutto andrà bene, il mio corpo è pervaso da fiotti di catabolismi glicolitici, vorrei abbracciare tutti i veterinari, i pazienti e i padroni dei pazienti lì in clinica, invitarli a mangiare la pizza, ascoltare le loro storie, i loro sogni, le loro speranze. Ovviamente dopo un’ora tornerei in me e non mi fregherebbe più niente di nessuno. «Ma voi chi siete?» direi, come ridestandomi, tirando in faccia a quello davanti una fetta della mia capricciosa.
Quando il veterinario va a sedersi alla scrivania per redigere un dettagliato resoconto della visita, il mio cervello torna lentamente in funzione e mi fa: Chiedigli se la consistenza della salsa dei bocconcini può aver causato il problema… sai, quel lotto che abbiamo preso il mese scorso era più asciutto del solito e poi la bustina mi sembrava stropicciata e l’abbiamo posizionata sulla mensola un po’ storta, che forse può influire.
“Mi sembra una domanda stupida”, gli dico.
Sai quanto è difficile portarla qui, facciamo tutte le domande che ci vengono in mente!, ribatte lui.
“Tu non pensi che, se davvero la consistenza della salsa fosse il problema, il veterinario lo saprebbe?”, gli dico. “Cosa potrebbe mai rispondere? ‘Oh mio Dio, non ci avevo pensato, nessuno ci aveva mai pensato, lei è un genio! Lei ha appena rivoluzionato tutta la medicina veterinaria, dovrebbe scrivere un articolo scientifico, vincerebbe il Nobel!’?”.
Va bene, va bene, allora non chiedere, mi fa il cervello. Facciamo pure delle questioni di orgoglio, adesso, facciamo delle questioni di dignità. Improvvisamente ci interessa l’opinione degli altri. Ottimo. Siamo diventati nonna Rachele.
Mm, penso. Osservo il veterinario mentre scrive. Se avessi recuperato completamente la mia razionalità, non farei mai una domanda così stupida, ma non succederà prima di un paio d’ore, quindi la domanda esercita ancora su di me un certo fascino misterioso, e l’idea di ricevere il riconoscimento da parte della comunità scientifica, o di qualsiasi altra comunità, mi sembra allettante, perciò deglutisco e poi:
«Ehm… mi scusi… giusto una domanda…».
Il veterinario smette di scrivere e alza la testa. Mi guarda, in attesa.
«Pensavo…» proseguo io. Stai andando benissimo, mi dice il cervello. «Potrebbe essere stata la consistenza della salsa dei bocconcini a causare il problema? – digli del lotto asciutto, e della posizione sulla mensola! – L’ultimo lotto era più asciutto del solito, tra l’altro, e forse questo ha… come dire? Sì, insomma, forse ha – interferito! – interferito, sì, interferito con la mensola – eh? – che…».
Silenzio.
Il veterinario sorride, poi riprende a scrivere, scuote leggermente la testa e dice: «No».
30.9.25
1452.
Sul nuovo numero di Wu magazine, qui, offro alcune dritte per chi, di tanto in tanto, deve chiamare un'anziana madre che non risponde mai.
29.9.25
1451.
«Sai cosa penso quando sto così vicina a un altro corpo? Che un giorno, quando meno me lo aspetto, quel corpo avvinghiato fra le mie braccia smetterà di respirare, smetterà di vivere, si fermerà. Un giorno tu potresti vedere il mio nome tra gli annunci mortuari e pensare ai momenti in cui siamo stati così vicini».
«Sei una sferzata di buon umore».
Igby, B. Steers
«Sei una sferzata di buon umore».
Igby, B. Steers
22.9.25
Piedi (1450)
Colazione con la mia amica Paola, che a un certo punto ha detto: «Mi sono alzata con il piede sbagliato», e allora io ho pensato che la mattina mi alzo sempre con il piede giusto perché ho due piedi giusti, è una grande fortuna che mi è capitata nella vita e ne sono consapevole. Certo, se capita qualche accidente – ed è solo questione di tempo – puoi avere tutti i piedi giusti che vuoi, tanto dal letto in quel caso ci scendi di faccia. Ma quando tutto è normale, intendo, quando tutto è tranquillo, allora il piede è sempre quello giusto. Però le donne con cui mi è capitato nel corso degli anni di cominciare le giornate si alzavano quasi sempre con il piede sbagliato, alcune avevano due piedi sbagliati, alcune addirittura tre. Dico "donne" perché mi sono sempre svegliato con delle donne, in quanto uomo eterosessuale, non per dire qualcosa sulle donne o sui piedi delle donne in generale. E poi nulla vieta che si alzassero sempre con il piede sbagliato perché si svegliavano con il sottoscritto. Ma quello che voglio e che posso dire per quanto riguarda la mia limitatissima esperienza personale è che, nelle relazioni tra le persone, nella morra cinese dei piedi giusti e sbagliati vincono sempre quelli sbagliati: un piede giusto perde contro un piede sbagliato, due piedi giusti perdono contro un piede sbagliato, due piedi giusti perdono anche contro un alluce sbagliato, non serve mica tutto il piede. Poi, più che altro per caso, è da un po' che ho cambiato i piedi con le zampe. Non i miei, dico, anche se avrebbe fatto ridere, ma quelli degli altri. Adesso mi sveglio sempre con una gatta. Anche lei ogni tanto si sveglia con la zampina sbagliata, ma di rado. Oppure con quella giusta, ma alle tre del mattino. Non so se c'è una morale in questa storia. Penso di no.
14.9.25
Uomini! (1449)
Sono in coda alla cassa del supermercato. Davanti a me una donna che imbusta la spesa e, intanto, parla con la cassiera. Parla di un problema di salute. «Svenimenti» dice. Io penso: calo di pressione, problemi cardiaci, stress. «Dolori addominali» dice. Penso: appendicite, aneurisma aortico, emorragie interne.
«L'ho detto a mio marito» dice.
La cassiera ascolta con attenzione, si tiene una mano all'altezza del cuore come a dire: se me ne importasse qualcosa, lo sentirei qui.
Anch'io ascolto con attenzione. Problemi digestivi, penso. Tenia. Disturbi neurologici.
«Mio marito,» dice la donna, «mi ha detto: “Ma va' là, non è niente!”».
La cassiera scuote la testa, poi dice: «Uomini!». Le due donne ridono.
Penso: non uomini ma uomo: quell'uomo lì. Perché, avessi io una moglie, alla "i" di svenimento la prenderei, la imbacuccherei in una barella come quei tizi che si fanno male sulle montagne e deve recuperarli con l’elicottero il soccorso alpino, e la porterei al pronto soccorso (non alpino). Non avrei bisogno di aspettare che mi dicesse «Non mi sento bene»: alla prima mezza smorfia, o anche solo vedendo una sua espressione non del tutto soddisfatta, o anche solo perché un po’ troppo silenziosa, o non abbastanza allegra e ciarliera: barella e via.
Uomini, comunque, dice la cassiera.
Le due donne alzano tutte e quattro le sopracciglia come a dire: non c'è bisogno di aggiungere altro. Come a dire: detto uomini, detto tutto.
«Ehm ehm» dico.
«Uomini!» dice allora la cassiera guardandomi dritto negli occhi. «Puah!» dice sputando per terra.
Io annuisco. Raccolgo il grumo di saliva e glielo porgo.
«Le è caduto questo» le dico soffiando via la polvere dal grumo. «Inavvertitamente» aggiungo. Lei non lo vuole più. Sputa un secondo grumo nel primo grumo.
«Comunque non ci si può fidare…» dico allora per fare comunella, per sentirmi incluso. Degli uomini, intendo. Come delle donne, intendo. Dei bambini come degli anziani. Dei gatti, come dei cani. Dei mercati azionari. Delle banchine cedevoli. Delle offerte imperdibili. Delle terre e dei cieli.
La cassiera scuote la testa. Anche l’altra donna scuote la testa. La cassiera si avvicina al microfono per le comunicazioni ufficiali, preme il tasto per attivarlo e dice: «Uomini…».
Si ode un brusio sparso. Si odono dei buu.
«Posso dire una cosa anch’io al microfono?» chiedo alla cassiera. «A mia difesa» aggiungo.
«No» dice lei, e per sicurezza strappa il microfono dalla base e lo scaglia lontano, colpendo accidentalmente in testa un uomo, il quale poi si accascia dolorante, tamponandosi con un sacchetto di surgelati la ferita da cui sgorga un liquido denso e verde. La pelle è lacerata e un lembo gli penzola davanti al naso: sotto si intravedono occhio e squame di serpente.
Le due donne si danno il cinque. La cassiera prende un nuovo microfono da sotto la cassa e senza neanche bisogno di collegarlo alla corrente elettrica dice: «Uomo a terra! Uomo a terra!». Si sentono applausi ovunque. Dal reparto gastronomia al reparto lampadine. Al reparto vini si stappano molteplici spumanti. L’altoparlante dice: «Informiamo la gentile e dunque va da sé femminile clientela che per festeggiare il ferimento di un uomo abbiamo appena sfornato la pizza ai marshmallow».
Coriandoli, boccoli, fumogeni rosa e gridolini.
Intanto l’uomo ferito cerca di trascinarsi fuori dal supermercato strisciando di pancia sul pavimento.
«Come in Full Metal Jacket» dico alle due donne, osservando la scena.
«Come cosa?» rispondono loro.
«Come in Platoon» dico allargando le braccia.
«Mm?».
«Come in Salvate il soldato Ryan?».
«Ma di cosa va blaterando?» mi chiede la cassiera.
«Sono film di guerra,» dico. «Capolavori immortali del cinema».
«Detesto i film di guerra,» dice lei, «e poi non sono realistici, non ci sono mai soldati donna».
«Ma perché spesso sono ambientati in epoche in cui…».
«Non ci sono!» ripete lei mentre, smanettando con un gamepad, apre e chiude le porte automatiche sull’uomo strisciante, cercando di segarlo in due. Un altro uomo, subito bersagliato da barattoli di crema idratante, arriva in suo aiuto e lo trae in salvo.
«Io odio i film di idraulici,» dice la donna col malanno, «non sono realistici: non ci sono mai idraulici donna».
Io e la cassiera ridiamo, la donna col malanno resta seria.
«E quindi alla fine si è scoperto cos'era il tuo malanno?» le chiede allora la cassiera.
«Sì» dice la donna col malanno, e fa per dirglielo, ma poi mi guarda e dà un’occhiatina alla cassiera come a dire, sottovoce: uomini in ascolto…. Anche la cassiera mi guarda. Poi dice: «Anche gli uomini hanno orecchi, in questo supermercato».
«Ma gli uomini hanno orecchi» obietto.
Le due donne si scambiano un’occhiata e poi scuotono la testa. Quindi la donna col malanno si avvicina alla cassiera, la cassiera a lei, e le bisbiglia qualcosa. La soluzione dell'enigma, penso. Aguzzo l’udito. Sento il battito cardiaco della donna col malanno. Tutto a posto, penso. No patologie cardiache, penso. La donna si accorge che sto origliando. Colpa dello stetoscopio che le ho appoggiato sul mento.
«Lei è un dottore?» mi chiede.
«Sì, in filosofia» dico con orgoglio riponendo lo stetoscopio nel taschino del camice. «L’uomo è ciò che mangia» aggiungo sapientemente con il dito indice sollevato. «E la donna?» mi chiede.
«Come, prego?» chiedo.
«Anche la donna è ciò che mangia?».
«Soprattutto la donna!» le dico. «Uomo stava per essere umano» spiego.
«E perché non ci sta donna, per essere umano?» chiede la donna col malanno.
«Perché uomo deriva da…».
«Senta,» interviene la cassiera, «non ci deve spiegare nulla, la stiamo prendendo in giro».
«Ah, capisco» dico.
«Io detesto anche la filosofia,» dice la donna col malanno, «non ci sono filosofe donne, non è realistica».
«Ci sono, invece» dico.
«Non cerchi di compiacerci» dice la cassiera.
«Ma ci sono».
«Ah sì? Per esempio?».
«Ipazia di Alessandria» dico.
«Lei è ridicolo» mi fa lei.
La donna col malanno dice alla cassiera: «Lascialo perdere… Be', comunque alla fine il malanno era quello che ti ho bisbigliato prima».
La cassiera annuisce, contrita. Poi, commossa, asciugandosi una lacrima dice: «Sono quarantasei euro».
La donna col malanno fa per pagare, la cassiera la ferma con un gesto: «No,» dice, «offre il dottore, qui». E mi indica.
Io porgo la carta e dico: «Ma certo. Con piacere».
La donna col malanno prende le buste, ringrazia la cassiera. Poi guarda me, scuote un’ultima volta la testa e se ne va. La cassiera la osserva andare via, sempre sorridendo. Quando si ricorda di me, torna seria di colpo. “Uomini…” sembra pensare.
Io l'avrei salvata, vorrei dirle. Alla “i” di svenimento. Io non minimizzo. Non dico frasi consolatorie. Non dico “andrà tutto bene” se non ho la certezza matematica che andrà tutto bene. A volte anche se ho la certezza matematica. Stiamo a vedere, dico. Non cantiamo vittoria, dico. Solo alla fine della nostra vita potremo dire se è andata bene o no. Solo in punto di morte si possono trarre le giuste conclusioni.
La cassiera mi guarda come a dire: Uo-mi-ni!
Mi giro per cercare un po' di solidarietà. Dietro di me ci sono solo donne, anche gli uomini. Scuotono tutte il capo. Guardo uno degli uomini e dico: «Ma lei è un uomo!». Tutte le donne presenti si voltano di scatto a guardarlo. Lui scuote la testa, piange: «È una calunnia» dice. «Tipico degli uomini» aggiunge.
Le donne tornano a guardare me con riprovazione.
«La lasci in pace, poverina!» grida qualcuna.
«Mascalzone!» grida un’altra.
La cassiera interviene: «Senta, ci spicciamo? Non è né il luogo né il momento» dice.
«Per cosa?» chiedo.
«Per lei! Per voi!».
«Ma io volevo solo comprare la schiuma da barba» dico.
La cassiera fa una risatina. Anche le donne alle mie spalle fanno una risatina.
«E ti pareva!» dice una.
«Uomini…» dice la cassiera scuotendo la testa di un uomo presa da una scatola sotto il banco. «Mai che comprino gli assorbenti, o i bigodini» dice muovendo le labbra della testa, a mo’ di ventriloqua. «Sempre e solo schiuma da barba» fa dire alla testa, che poi rimette con cura nella scatola. Prima di chiudere il coperchio, le accarezza i capelli.
«È la testa di mio marito» dice poi alle presenti, le quali emettono un “ohh…” di tenerezza.
«Io comunque ho la barba» dico. «E non ho… che so… le mestruazioni».
Qui cala il gelo assoluto. Alcune delle presenti si fanno il segno della croce. La cassiera si rabbuia profondamente.
«Ma che ho detto?» chiedo a un signore arrivato da poco.
«Io sono un distributore automatico di gomme da masticare» dice lui tirandomi addosso dei pacchetti di Vigorsol.
«E comunque ho comprato anche gli assorbenti. Per la mia ex, una volta» dico.
Mi arriva in testa uno shampoo. «Ahi!» dico.
«Ssst!» mi fanno.
La cassiera intanto ha cominciato a passare la mia spesa lanciando gli articoli come frisbee. Mi affretto al fondo della cassa, acchiappo tutto al volo tranne le uova che la cassiera mi tira addosso.
«Imbranati!» grida qualcuna.
«Imbranato» la correggo.
«Non peggiori le cose» dice la cassiera.
Imbusto. Pur essendo un uomo. Metto gli articoli pesanti sotto, quelli delicati sopra, incastro tutto come nel Tetris. Sto attento anche alle differenti temperature: ricreo, nella mia busta compostabile, il microclima di un orto sinergico indipendente, autosufficiente e resiliente, che un giorno potrà lasciare il nido, trovarsi un lavoro, farsi una famiglia di orti sinergici oppure no, fare la cantante folk.
«Sono quarantanove e cinquanta» dice la cassiera.
«Senta,» le dico, «le allungo un deca extra se mi dice cos'aveva la signora… non è per farmi gli affari suoi, eh, è solo per sapere il finale della storia».
Lei mi squadra in silenzio. Io le porgo la banconota.
Scuote la testa. Sospira. Prende la banconota e la mette nel taschino.
«La curiosità è donna» dice.
«Allora?».
«Tenia».
«Lo sapevo!».
Lei mi fa un sorriso forzato, poi mi dà lo scontrino e dice: «Bravo uomo. Ora però credo sia meglio che se ne vada» dice facendo un cenno all’assembramento di donne lì accanto, tutte impegnate a creare armi coi bastoni dei mochi, e ordigni esplosivi con bottiglie riempite di candeggina, bicarbonato e peperoncino.
«Sì, credo anch’io» dico e, mentre noto alcune donne caricare un fustino con spilli, forbicine e zafferano, scavalco il corpo dell’uomo a terra e me la svigno.
«L'ho detto a mio marito» dice.
La cassiera ascolta con attenzione, si tiene una mano all'altezza del cuore come a dire: se me ne importasse qualcosa, lo sentirei qui.
Anch'io ascolto con attenzione. Problemi digestivi, penso. Tenia. Disturbi neurologici.
«Mio marito,» dice la donna, «mi ha detto: “Ma va' là, non è niente!”».
La cassiera scuote la testa, poi dice: «Uomini!». Le due donne ridono.
Penso: non uomini ma uomo: quell'uomo lì. Perché, avessi io una moglie, alla "i" di svenimento la prenderei, la imbacuccherei in una barella come quei tizi che si fanno male sulle montagne e deve recuperarli con l’elicottero il soccorso alpino, e la porterei al pronto soccorso (non alpino). Non avrei bisogno di aspettare che mi dicesse «Non mi sento bene»: alla prima mezza smorfia, o anche solo vedendo una sua espressione non del tutto soddisfatta, o anche solo perché un po’ troppo silenziosa, o non abbastanza allegra e ciarliera: barella e via.
Uomini, comunque, dice la cassiera.
Le due donne alzano tutte e quattro le sopracciglia come a dire: non c'è bisogno di aggiungere altro. Come a dire: detto uomini, detto tutto.
«Ehm ehm» dico.
«Uomini!» dice allora la cassiera guardandomi dritto negli occhi. «Puah!» dice sputando per terra.
Io annuisco. Raccolgo il grumo di saliva e glielo porgo.
«Le è caduto questo» le dico soffiando via la polvere dal grumo. «Inavvertitamente» aggiungo. Lei non lo vuole più. Sputa un secondo grumo nel primo grumo.
«Comunque non ci si può fidare…» dico allora per fare comunella, per sentirmi incluso. Degli uomini, intendo. Come delle donne, intendo. Dei bambini come degli anziani. Dei gatti, come dei cani. Dei mercati azionari. Delle banchine cedevoli. Delle offerte imperdibili. Delle terre e dei cieli.
La cassiera scuote la testa. Anche l’altra donna scuote la testa. La cassiera si avvicina al microfono per le comunicazioni ufficiali, preme il tasto per attivarlo e dice: «Uomini…».
Si ode un brusio sparso. Si odono dei buu.
«Posso dire una cosa anch’io al microfono?» chiedo alla cassiera. «A mia difesa» aggiungo.
«No» dice lei, e per sicurezza strappa il microfono dalla base e lo scaglia lontano, colpendo accidentalmente in testa un uomo, il quale poi si accascia dolorante, tamponandosi con un sacchetto di surgelati la ferita da cui sgorga un liquido denso e verde. La pelle è lacerata e un lembo gli penzola davanti al naso: sotto si intravedono occhio e squame di serpente.
Le due donne si danno il cinque. La cassiera prende un nuovo microfono da sotto la cassa e senza neanche bisogno di collegarlo alla corrente elettrica dice: «Uomo a terra! Uomo a terra!». Si sentono applausi ovunque. Dal reparto gastronomia al reparto lampadine. Al reparto vini si stappano molteplici spumanti. L’altoparlante dice: «Informiamo la gentile e dunque va da sé femminile clientela che per festeggiare il ferimento di un uomo abbiamo appena sfornato la pizza ai marshmallow».
Coriandoli, boccoli, fumogeni rosa e gridolini.
Intanto l’uomo ferito cerca di trascinarsi fuori dal supermercato strisciando di pancia sul pavimento.
«Come in Full Metal Jacket» dico alle due donne, osservando la scena.
«Come cosa?» rispondono loro.
«Come in Platoon» dico allargando le braccia.
«Mm?».
«Come in Salvate il soldato Ryan?».
«Ma di cosa va blaterando?» mi chiede la cassiera.
«Sono film di guerra,» dico. «Capolavori immortali del cinema».
«Detesto i film di guerra,» dice lei, «e poi non sono realistici, non ci sono mai soldati donna».
«Ma perché spesso sono ambientati in epoche in cui…».
«Non ci sono!» ripete lei mentre, smanettando con un gamepad, apre e chiude le porte automatiche sull’uomo strisciante, cercando di segarlo in due. Un altro uomo, subito bersagliato da barattoli di crema idratante, arriva in suo aiuto e lo trae in salvo.
«Io odio i film di idraulici,» dice la donna col malanno, «non sono realistici: non ci sono mai idraulici donna».
Io e la cassiera ridiamo, la donna col malanno resta seria.
«E quindi alla fine si è scoperto cos'era il tuo malanno?» le chiede allora la cassiera.
«Sì» dice la donna col malanno, e fa per dirglielo, ma poi mi guarda e dà un’occhiatina alla cassiera come a dire, sottovoce: uomini in ascolto…. Anche la cassiera mi guarda. Poi dice: «Anche gli uomini hanno orecchi, in questo supermercato».
«Ma gli uomini hanno orecchi» obietto.
Le due donne si scambiano un’occhiata e poi scuotono la testa. Quindi la donna col malanno si avvicina alla cassiera, la cassiera a lei, e le bisbiglia qualcosa. La soluzione dell'enigma, penso. Aguzzo l’udito. Sento il battito cardiaco della donna col malanno. Tutto a posto, penso. No patologie cardiache, penso. La donna si accorge che sto origliando. Colpa dello stetoscopio che le ho appoggiato sul mento.
«Lei è un dottore?» mi chiede.
«Sì, in filosofia» dico con orgoglio riponendo lo stetoscopio nel taschino del camice. «L’uomo è ciò che mangia» aggiungo sapientemente con il dito indice sollevato. «E la donna?» mi chiede.
«Come, prego?» chiedo.
«Anche la donna è ciò che mangia?».
«Soprattutto la donna!» le dico. «Uomo stava per essere umano» spiego.
«E perché non ci sta donna, per essere umano?» chiede la donna col malanno.
«Perché uomo deriva da…».
«Senta,» interviene la cassiera, «non ci deve spiegare nulla, la stiamo prendendo in giro».
«Ah, capisco» dico.
«Io detesto anche la filosofia,» dice la donna col malanno, «non ci sono filosofe donne, non è realistica».
«Ci sono, invece» dico.
«Non cerchi di compiacerci» dice la cassiera.
«Ma ci sono».
«Ah sì? Per esempio?».
«Ipazia di Alessandria» dico.
«Lei è ridicolo» mi fa lei.
La donna col malanno dice alla cassiera: «Lascialo perdere… Be', comunque alla fine il malanno era quello che ti ho bisbigliato prima».
La cassiera annuisce, contrita. Poi, commossa, asciugandosi una lacrima dice: «Sono quarantasei euro».
La donna col malanno fa per pagare, la cassiera la ferma con un gesto: «No,» dice, «offre il dottore, qui». E mi indica.
Io porgo la carta e dico: «Ma certo. Con piacere».
La donna col malanno prende le buste, ringrazia la cassiera. Poi guarda me, scuote un’ultima volta la testa e se ne va. La cassiera la osserva andare via, sempre sorridendo. Quando si ricorda di me, torna seria di colpo. “Uomini…” sembra pensare.
Io l'avrei salvata, vorrei dirle. Alla “i” di svenimento. Io non minimizzo. Non dico frasi consolatorie. Non dico “andrà tutto bene” se non ho la certezza matematica che andrà tutto bene. A volte anche se ho la certezza matematica. Stiamo a vedere, dico. Non cantiamo vittoria, dico. Solo alla fine della nostra vita potremo dire se è andata bene o no. Solo in punto di morte si possono trarre le giuste conclusioni.
La cassiera mi guarda come a dire: Uo-mi-ni!
Mi giro per cercare un po' di solidarietà. Dietro di me ci sono solo donne, anche gli uomini. Scuotono tutte il capo. Guardo uno degli uomini e dico: «Ma lei è un uomo!». Tutte le donne presenti si voltano di scatto a guardarlo. Lui scuote la testa, piange: «È una calunnia» dice. «Tipico degli uomini» aggiunge.
Le donne tornano a guardare me con riprovazione.
«La lasci in pace, poverina!» grida qualcuna.
«Mascalzone!» grida un’altra.
La cassiera interviene: «Senta, ci spicciamo? Non è né il luogo né il momento» dice.
«Per cosa?» chiedo.
«Per lei! Per voi!».
«Ma io volevo solo comprare la schiuma da barba» dico.
La cassiera fa una risatina. Anche le donne alle mie spalle fanno una risatina.
«E ti pareva!» dice una.
«Uomini…» dice la cassiera scuotendo la testa di un uomo presa da una scatola sotto il banco. «Mai che comprino gli assorbenti, o i bigodini» dice muovendo le labbra della testa, a mo’ di ventriloqua. «Sempre e solo schiuma da barba» fa dire alla testa, che poi rimette con cura nella scatola. Prima di chiudere il coperchio, le accarezza i capelli.
«È la testa di mio marito» dice poi alle presenti, le quali emettono un “ohh…” di tenerezza.
«Io comunque ho la barba» dico. «E non ho… che so… le mestruazioni».
Qui cala il gelo assoluto. Alcune delle presenti si fanno il segno della croce. La cassiera si rabbuia profondamente.
«Ma che ho detto?» chiedo a un signore arrivato da poco.
«Io sono un distributore automatico di gomme da masticare» dice lui tirandomi addosso dei pacchetti di Vigorsol.
«E comunque ho comprato anche gli assorbenti. Per la mia ex, una volta» dico.
Mi arriva in testa uno shampoo. «Ahi!» dico.
«Ssst!» mi fanno.
La cassiera intanto ha cominciato a passare la mia spesa lanciando gli articoli come frisbee. Mi affretto al fondo della cassa, acchiappo tutto al volo tranne le uova che la cassiera mi tira addosso.
«Imbranati!» grida qualcuna.
«Imbranato» la correggo.
«Non peggiori le cose» dice la cassiera.
Imbusto. Pur essendo un uomo. Metto gli articoli pesanti sotto, quelli delicati sopra, incastro tutto come nel Tetris. Sto attento anche alle differenti temperature: ricreo, nella mia busta compostabile, il microclima di un orto sinergico indipendente, autosufficiente e resiliente, che un giorno potrà lasciare il nido, trovarsi un lavoro, farsi una famiglia di orti sinergici oppure no, fare la cantante folk.
«Sono quarantanove e cinquanta» dice la cassiera.
«Senta,» le dico, «le allungo un deca extra se mi dice cos'aveva la signora… non è per farmi gli affari suoi, eh, è solo per sapere il finale della storia».
Lei mi squadra in silenzio. Io le porgo la banconota.
Scuote la testa. Sospira. Prende la banconota e la mette nel taschino.
«La curiosità è donna» dice.
«Allora?».
«Tenia».
«Lo sapevo!».
Lei mi fa un sorriso forzato, poi mi dà lo scontrino e dice: «Bravo uomo. Ora però credo sia meglio che se ne vada» dice facendo un cenno all’assembramento di donne lì accanto, tutte impegnate a creare armi coi bastoni dei mochi, e ordigni esplosivi con bottiglie riempite di candeggina, bicarbonato e peperoncino.
«Sì, credo anch’io» dico e, mentre noto alcune donne caricare un fustino con spilli, forbicine e zafferano, scavalco il corpo dell’uomo a terra e me la svigno.
6.9.25
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